Intervento di Aral Gabriele
letto durante la cerimonia di premiazione
del'11° Concorso letterario "Le 4 Porte".

Volterra, 20 settembre 2008

Desidero anzitutto ringraziare gli ideatori e i sostenitori di questo premio letterario:
il Laboratorio di Ricerca Culturale di Pieve di Cento
il Comune di Pieve di Cento
la Fondazione Cassa di Risparmio di Cento
la Giuria del concorso letterario “Le Quattro Porte”, che ha voluto assegnare l’onore del 1° premio ad una mia composizione.

Un ringraziamento particolare va al dott. Magri, che con tanta cortesia si è prodigato per trovare una soluzione alla mia impossibilità di essere fisicamente presente alla premiazione; spero di riuscire comunque a farvi conoscere qualcosa di me attraverso queste pagine che, come le mie poesie, sono nate in carcere e appartengono al mondo del carcere.

Un mondo a sé, fatto di regole e regolamenti, di follie che accetti come prassi di ogni giorno, di permessi per le cose più ovvie, e di gioie per le cose più banali, di parole che non hanno senso se non qui e di parole che qui non avranno mai senso.

Eppure un luogo di riflessione, dove sei costretto ad ascoltare ed osservare, che non ti permette di scappare dalle tue emozioni, che non ti permette di ubriacarti di vita, di lavoro, di relazioni, di priorità, di urgenze…ma ti spoglia di tutto, per lasciarti solo con le tue idee e i tuoi sentimenti.

Il tempo si dilata, e si ripiega infinitamente su se stesso: ogni giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, una ripetizione ossessiva delle stesse emozioni, degli stessi gesti, delle stesse parole.

Sapete… può capitare di trovarsi in un luogo così. Di trovarsi chiusi in una stanza, tra muri di cemento e una porta d’acciaio, lo sguardo tagliato dalle sbarre, e non c’è niente che tu possa fare per buttarle giù: non servono le urla e le lacrime, né i calci o la testa contro il muro, non serve l’odio o il rancore.

E’ stato allora che io ho cominciato a scrivere: non è stata una mia volontà, ma un mio bisogno. Scrivevo per superare momenti difficilissimi, per comprendere ciò che stavo vivendo, e al tempo stesso ciò che mi divorava dentro.

Come se le mie emozioni fossero incontenibili, avvertivo distintamente che se non avessi trovato il modo di portarle al di fuori di me, mi avrebbero portato loro all’autodistruzione.

Gli atti di autolesionismo, non a caso così frequenti nelle carceri, sono collegati a questa sensazione: ferirsi, tagliarsi, diventa una via estrema per “liberare” il proprio dolore.

In un luogo in cui i momenti ed i pensieri si ripetono senza soluzione di continuità, c’è immancabilmente una corrispondente perdita: sono gli argomenti che vanno taciuti perché possono far male agli altri ma soprattutto a se stessi, perché portano con sé i ricordi, i ricordi le emozioni, e le emozioni il dolore.

Così, all’isolamento congenito della struttura carceraria, si unisce un isolamento volontario, quasi spontaneo, di ognuno di noi rispetto ai propri compagni: è come creare uno spazio totalmente vuoto, in cui gli echi delle proprie emozioni restituiscono soltanto silenzio.

Le mura di cemento e le porte d’acciaio sono divelte, i confini inesistenti, i luoghi della terra raggiunti, i personaggi da ammirare conosciuti, i limiti della ragione superati dalle capacità dell’intelletto.

In un posto dove si tenta di dormire tutto il giorno per rubare ore di prigione, si vive una passione che ti tiene tutta la notte sveglio a scrivere.

Questa liberazione ci permette di prendere coscienza dei nostri mezzi, delle nostre capacità, ci infonde coraggio, fiducia in noi stessi che diventa speranza negli altri: e quando quegli altri sono i miei compagni di prigione io non posso che ringraziarli.

Ed anche a loro, alle persone che ogni giorno mi accompagnano in questo cammino, dedico la mia scrittura.