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poesia classificata di Francesco Sassetto – Venezia
Non sei la terra
Non sei la terra che avevo sperato, giardino
di gente che piange facilmente per gli amori
della televisione, per il papa morente
e il rigore sbagliato, per Priebke ormai vecchio e malato.
Paese di cuori imprecisi oscillanti
al mutare del vento dove è un fantasma
il bene comune e un’idea molto astratta
è lo Stato.
Nazione di furbi e furbetti, signori di fabbriche
guadagnate a nero ed evasione fiscale,
aggrappati, per colpa o miopìa, al particolare,
al conto della propria bottega, all’affare
dove sempre è ammirato e vincente
chi più arraffa e più frega abilmente.
Regno di giocatori, guaritori e santoni, di cartomanti,
d’oroscopi e maghi, terra della fatalità,
del destino e del lotto,
non di ragione e diritto.
Qui si canta da tempo lontano l’antico lamento
indolente del chi ha avuto e chi ha dato,
ma il conto alla fine non è tornato
per niente ed alto fu il prezzo
a chi poi ha pagato.
Così fu per mio padre e la parte migliore
della sua generazione, andata sulle montagne
di tanti anni fa, nelle mani un fucile
e tanta paura nel paltò rovesciato,
che ha saputo l’odore e la disperazione
della terra bagnata da lacrime e sangue,
che ha sparato per rifare un paese
riavere una dignità abbandonata
e una costituzione.
Ci sono stati e ci sono anche adesso uomini e donne
che fanno con forza e passione per il bene comune,
ma sono soli, hanno poche parole e qui si attende
che cadano a terra per lodarne il nome.
E quando di loro si parla qui spesso si ciarla
non senza malizia, si grida e si esalta
con saputa maestrìa perché da noi
è vizio antico il compianto
e l’apologia.
Eterni crociati, sempre pronti a partire con le lance
in resta alla nuova avventura e sempre tardi
s’arresta il Buglione di turno, troppo tardi
cade la testa del gran condottiero,
il nuovo buffone.
E balla allora il paese e fa lunga festa e muta
vessillo e armatura, scordando che il giorno prima
era tutto - o quasi – in riga,
al seguito del caporione.
Non sei la terra che, ragazzo, ho sognato, giardino
di gente senza memoria, che non sa e non crede
alla storia, che vive contenta al presente
e naviga cieca tra i miti che durano un giorno,
abbagliata dall’ultima moda purchè appariscente,
popolo che non sa separare il bene dal male,
non decide il proprio destino,
rassegnato e obbediente, assuefatto all’imbroglio
e all’inchino, allo sberleffo impotente,
che crede da secoli a tutto
senza credere a niente.
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