10°
racconto classificato di Lida De Polzer – Varese
Il tempo della clessidra
Sto salendo verso un paese dell’Appennino che suo malgrado mi chiama, come tante altre volte altri paesi nella mia vita un po’ randagia. Il paesaggio ha una bellezza quieta, cipressi, ulivi, salici che già mostrano, all’anima più che agli occhi, i segni d’un risveglio, la voglia d’una primavera che non c’è ancora.
E’ ancora una volta un delitto, a farmi muovere. A farci muovere: sarà la solita invasione di giornalisti, fotografi, telecamere, noi maledetti indiscreti di professione, col movente più o meno sentito del diritto di cronaca. Non è un delitto qualunque, è uno di quelli che fanno male. Una bambina. E noi come sempre butteremo all’aria la vita del paese, fermeremo la gente per la strada, faremo felice qualche pettegolo e prenderemo in faccia qualche porta di persone per bene, faremo i soliti agguati ai familiari, agli inquirenti, agli amici degli amici, per avere la novità più nuova, il sospetto più fresco, la lacrima più vera.
Noi giornalisti, io e i miei più giovani colleghi. Ho un po’ di compassione per loro, per quelle ambizioni così tese, quella speranza così acre di fare lo scoop della vita, il colpo decisivo per una luminosa carriera. Un po’ di compassione, e un po’ di nostalgia. La mia carriera ha più passato che futuro, e non è esaltante. Onesta. Ho cercato di non scrivere più bugie del necessario, ho cercato di capire, di immedesimarmi, di rispettare. E non è sempre facile.
Avrei voluto fare altro, nella vita. Scrivere davvero, scrivere quello che nasce dentro, senza costrizioni, non quello che succede fuori. O che muore fuori. Mi è mancato il tempo, ho famiglia. Magari quando vado in pensione.
Arrivato. Un po’ in caccia, poi a scrivere il pezzo.
Il paese appare deserto. Camminando per i vicoli stretti, con la coda dell’occhio vediamo qualche tendina scostarsi dopo il nostro passaggio: ma non è curiosità quella che sentiamo alle spalle, è diffidenza. I commercianti ci accolgono gentili, ma quando azzardiamo domande sul delitto dicono poco, malvolentieri, e poi non so, non so, è una cosa terribile, povera gente. I giornalisti che entrano dopo di noi vengono accolti con uno scuotere del capo. E’ come se la gente rivendicasse la proprietà della tragedia: appartiene al paese, e il paese la difende con geloso pudore.
Teatro del delitto un bel cascinale ristrutturato, fuori del nucleo stretto del paese. La vittima, una bambina di sei anni, è stata trovata senza vita dal fratello, di due anni maggiore, riversa sul prato davanti a casa, poco prima o poco dopo l’arrivo del padre che tornava dal lavoro. Sulla causa della morte non si hanno ancora notizie certe.
Pare che il fratellino, sotto shock, non sia più in grado di parlare.
Andrò a vedere la scena del delitto. Tanto è inutile pensare di avere notizie importanti oggi: inquirenti abbottonatissimi, indagini in corso, autopsia in corso, niente risultati per qualche giorno almeno. Poi tornerò in paese, e insidierò il silenzio della gente mostrandomi partecipe del loro dolore. Del resto è vero, quando ci sono di mezzo bambini sono molto coinvolto.
Si arriva per una strada sterrata, che esce dal paese e taglia a mezza costa la conca della collina, prima di scomparire dietro il crinale. Ai lati della strada qualche vecchio casolare e qualche villetta nuova: la gente comincia ad uscire dalle città a cercare il silenzio.
La casa del dramma è a valle della strada, da un lato una siepe chiude il passaggio anche allo sguardo, dall’altro si intravede uno spiazzo davanti a casa, qualche gioco appoggiato al muro, un capanno per gli attrezzi, un po’ di prato. Gli inquirenti sono al lavoro, non si può avvicinare nessuno. Ma si vede movimento attorno al capanno.
I vicini, o per meglio dire i meno lontani, considerando la rarefazione delle case, non hanno visto ne’ udito nulla.
Ma in paese qualche notizia comincia a circolare. Da fonte molto vicina alla famiglia si hanno informazioni dettagliate sui minuti che hanno preceduto e seguito la tragedia. Pare che i bambini giocassero insieme in giardino, come d’abitudine, dopo il ritorno da scuola, mentre la mamma in cucina preparava il pranzo. Sentendo il bambino rientrare la madre l’avrebbe chiamato dicendo “Bravo, Francesco, chiama anche Gioia e lavatevi le mani, fra poco è pronto, e ho sentito la macchina di papà.” Qualche minuto dopo, le grida del marito : “Chiama il dottore, subito!” e il bambino atterrito e muto davanti al corpo della sorellina. Sarebbe stato successivamente il medico ad avvertire i Carabinieri.
Ultima ora: si conoscono i primi risultati dell’autopsia. Causa della morte: frattura della base cranica e delle prime due vertebre cervicali. Vi risparmiamo i particolari.
L’orrore è cresciuto, in paese, e ha portato con sé un bisogno di parlare che prima non c’era. Ci si interroga sul tempo troppo breve intercorso fra il rientro in casa del fratello e l’allarme del padre: troppo breve perché un estraneo possa aver agito ed essersi volatilizzato.
Nessuno sembra avere voglia di appiccicare l’etichetta di mostro ad una persona conosciuta, che oltre tutto pare essere unanimemente stimata e benvoluta: ma sorgono dubbi. “Sembra impossibile, era così affezionato ai suoi bambini ...” “Sì, però se ci pensi era più legato al maschietto, lo portava a giocare al calcio, la bambina era più con la mamma, era delicatina, faceva musica ...” “Lo so che sembra incredibile, ma purtroppo qualcuno è stato; e la “cosa” che ha colpito la bimba la stanno cercando lì. Sì, anche nei cassonetti, anche un po’ dappertutto, ma anche lì nel capanno.”
Sono un po’ frastornato. Si può attribuire ad un padre una cosa così, solo perché ne ha avuto - velocemente - il tempo? Non ci vuole anche un “buon” motivo, un orrido folle motivo, per fare una cosa così?
Pietà per il bambino. Amore e pietà. Non solo continua a non parlare, ma dicono che fugga la vicinanza del padre.
Il mio guaio è che ho bisogno di capire. Potrei fare come gli altri, dare corpo alle ombre, fare il mio bell’articoletto guardone e avere il mio bel successo di pubblico. Invece ho bisogno almeno di capire chi sia la persona che metterei in croce con le mie parole. Armi pericolose. Tremende, a volte.
Non ci sono novità per il momento nel giallo della bambina uccisa. Gli inquirenti si muovono con grande professionalità, e ci oppongono un cortese e inattaccabile riserbo: riteniamo di dovere loro ammirazione e rispetto.
Non riferiremo quindi neppure noi le illazioni e le ipotesi - non controllabili - che cominciano ad agitare l’aria del paese. Diremo invece, doverosamente, di un grande e condiviso dolore per la sorte della piccola Gioia e per il dramma della famiglia : in particolare per il tenero, dolce Francesco e la sua piccola vita ancora avvolta nel silenzio.
Devo riuscire a sapere qualcosa di vero sulla famiglia. Comincerò dai bambini, dovrebbe essere più facile.
Le due maestre accettano di parlare, sia pure brevemente (dopo il mio non-articolo di ieri hanno fiducia nella mia discrezione) e le loro testimonianze sono concordi: due bambini dolci e sereni, la bimba particolarmente delicata, il maschietto molto protettivo. “Trattava la sorellina come fosse di cristallo...”
I genitori : esemplari, molto attenti, molto vicini ai figli, non troppo permissivi ne’ troppo severi. Equilibrati, insomma.
L’allenatore di calcio parla volentieri, sembra contento di poter parlare bene di queste persone. “Il ragazzino è particolare. No, sul campo è come tanti, ma come persona è particolare, è ... come dire ... uno che vive dentro, che vive le cose molto intensamente, direi allo stesso tempo più maturo e più indifeso degli altri. Del resto il padre lo porta per quello, per aiutarlo a vivere in modo più “fisico”, per dargli l’occasione di un ... impegno spensierato, se si può dire così. Persona in gamba, il padre. Che momento terribile. Sa, non è come certi genitori - e ce ne sono, sa, tanti - che portano i figli a giocare perché sperano di vestirsi della loro gloria. Lui no, lo fa proprio perché conosce i valori formativi dello sport. Si vede che è stato uno sportivo.”
Si ferma, e ho la sensazione che vorrebbe non aver detto qualcosa. Chiedo: “Calciatore?” “No, no, non è il calcio.” “Cosa faceva?” Lui scuote il capo, dice no, non lo so, è evidente che soffre e non capisco perché. Cerco i suoi occhi, gli dico “Lo sa, vero? Me lo può dire, non lo userò male.” Lui esita, guarda per terra, rialza la testa, mi guarda negli occhi per un attimo poi distoglie lo sguardo e dice sottovoce “Karate.”
E’ un brutto colpo. La mia presunzione d’innocenza vacilla dolorosamente. Dunque il padre, questo padre che risalta così “giusto” nelle testimonianze più serie, questo padre che in qualche modo sento vicino, può aver avuto a disposizione non solo il tempo, ma anche un’arma micidiale, che non si nasconde e non si trova. Ma perché, ancora una volta perché l’avrebbe fatto?
Quasi senza volerlo, mi sorprendo a dire sottovoce “Non lo dica agli altri”. L’allenatore allarga brevemente le braccia. “Agli inquirenti l’ho dovuto dire.”
Qualcosa sembra si stia muovendo nel caso della piccola Gioia. Sono state sospese le ricerche dell’arma del delitto, non ancora ritrovata, e un investigatore si sarebbe lasciato sfuggire qualcosa come “Potrebbe non esserci un’arma”.
La speranza è che questo significhi che potrebbe non esserci un delitto: l’ipotesi di un’eventuale disgrazia sarebbe infatti di grande sollievo per tutti, anche se purtroppo non varrebbe a ridare la vita alla bambina. Ma un delitto impoverisce il mondo più di quanto possa una disgrazia.
Intanto il padre della bimba, convocato in Procura in tarda mattinata per essere ascoltato, è tuttora, al momento in cui scriviamo, a colloquio con gli inquirenti. Il suo aspetto stamane ha colpito anche la nostra dura scorza di cronisti: c’è in quest’uomo, concordemente descritto come padre affettuoso, equilibrato e saggio, un dolore devastante. Si ha la sensazione che sia vicino ad un punto di rottura.
Anche la mamma, che non è più uscita dalla casa dei genitori, dove si è rifugiata, pare sia in uno stato di profonda prostrazione. E per Francesco non c’è scuola, ne’ gioco, ne’ riposo per l’anima; e non c’è più modo di proteggere la piccola, amatissima Gioia, che il bambino trattava come fosse di fragile cristallo. Frantumato.
Gli altri giornali sparano a zero sul lungo interrogatorio, e svolazzano di fantasia sul mistero dell’arma. Degli altri posso anche non preoccuparmi, ma di me sono sconcertato. Io non so da quale angolo del subconscio mi sia uscita quell’idea della disgrazia, ma mi chiedo è possibile che ci abbia messo tanto a venir fuori? E’ possibile che siamo tutti talmente abituati alla violenza da non prendere neppure in considerazione la possibilità di un incidente, da non tenere neanche “in panchina”, fra le riserve, il pensiero di un dramma innocente?
Sono combattuto fra il disagio e il sollievo; ma forse è il sollievo che prevale. E vado al mio appuntamento con più speranza, vorrei dire con una promessa di qualcosa di nuovo e decisivo.
Mi accoglie come se mi conoscesse già. “Sì, sono io la levatrice del paese. Ex levatrice, veramente, da un paio d’anni sono in pensione. Si accomodi.” E’ una donna forte, dai modi diretti, simpatica. Mi guarda bene negli occhi, poi mi dice “Lei è un galantuomo. Sa, io capisco quegli altri suoi colleghi là fuori, le notizie sono poche, qualcosa devono scrivere, si buttano su qualunque cosa. Ho un nipote giornalista, no, non è più in cronaca, scrive di musica adesso, ma insomma abbiamo parlato tante volte, capisco. Ma lei è diverso, ha rispetto per le persone, le sono grata. Cosa voleva sapere?”
Glielo dico.
“Oh sì che me lo ricordo, eccome! Quando si è annunciata la nascita della piccola - non erano qui da molto, i suoi, sarà stato un anno - c’era una tempesta di neve da avere paura. Come uscivi ti sentivi portare via, ed eri tutto bianco in un attimo. Di mettersi in strada con la macchina neanche parlare, quindi niente ospedale e niente dottore. Tutto sulle mie spalle, e non era un parto facilissimo, era un po’ in anticipo e poi, cosa vuole, con una primipara le cose sono sempre un po’ delicate.”
Penso di avere capito male. “Primipara? Ma non c’era già il fratellino?”
La donna stringe le labbra, dice sì sì certo, ma è chiaro che è spaventata da quello che ha detto. La tranquillizzo, non userò male quanto mi dirà, si può fidare.
“Sì ... Accidenti, non volevo ... ma adesso lasciarle la curiosità è anche peggio: non immagini chissà cosa, solo mi avevano chiesto di conservare il segreto, perché non volevano che il bambino lo venisse a sapere da altri. Ora non so se glielo abbiano già detto o meno, ma comunque per me l’impegno è sempre valido. Io la rendo partecipe del segreto, ma anche dell’impegno. La prego, e non faccia come me.”
Prometto. Sono sempre meno giornalista.
“Francesco è adottato. Non riuscivano ad avere figli. Secondo i medici non c’erano impedimenti particolari, ma gli anni passavano e ad un certo punto loro avevano perso le speranze. Hanno preso questo bambino con tutto l’amore del mondo. Poi, l’anno dopo - succede a volte, la serenità e la gioia favoriscono il concepimento - l’anno dopo si è annunciata la piccola. Credo che il bambino abbia assorbito il clima di miracolo con cui è stata accolta: l’ha sempre trattata come un miracolo.”
Annuisco in silenzio. Qualcosa lavora dentro di me, mi sembra d’essere un computer nel tempo della clessidra.
Il giallo della piccola Gioia sembra non essere lontano dalla soluzione. L’atteggiamento degli inquirenti, tranquillo senza ostentazione, fa pensare che davvero abbiano in mano il filo che li porterà ad uscire dal labirinto. “Solo un po’ di pazienza ancora e saprete tutto.”
Intanto non ha avuto alcun seguito, nonostante l’attesa un po’ morbosa di molti, il lunghissimo colloquio - impropriamente definito interrogatorio - col padre dei due bambini. Anzi, in considerazione della precarietà delle condizioni psicofisiche di entrambi i genitori e di Francesco, gli inquirenti hanno preferito recarsi essi stessi nella casa che ospita in questi giorni i protagonisti del dramma. Li accompagnava il dottor S. , psicologo di grande esperienza soprattutto nel campo della psicologia della famiglia. Sembra quindi che la spiegazione della tragedia sia da cercarsi nell’ambito del nucleo familiare. Ma non ci sentiamo di escludere novità sorprendenti: forse meno drammatiche, forse assai più, di quanto si sia pensato finora.
Il tempo della clessidra è finito, lo scenario del possibile è cambiato: è rientrato nell’ombra un padre brutale, ne è uscito un bambino. E io non vorrei vederlo, lì, quel bambino, così delicato e sensibile e ferito da un orrore troppo grande, con tutte le mie forze non vorrei ma è lì, e un’aura di disperazione attorno a lui sembra dire che quell’orrore non l’ha visto commettere. L’ha visto nascere.
E’ bastata un’ipotesi per dare evidenza e chiarezza alla verità, a quella che ora purtroppo temo sia la verità: se glielo avessero detto? se fosse venuto a conoscenza della sua condizione di bambino adottato? Cosa passa per il cuore d’una creatura che scopre d’improvviso, alle spalle della propria memoria, l’abisso di una vita sconosciuta? Quanto impiega un bambino a sentirsi perduto, ignoto a se stesso, figlio finto di genitori finti, amati creduti e finti? E quella sorellina, venerata come un miracolo, dolcezza che aveva creduto appartenergli, e d’improvviso era senza di lui dalla parte giusta del mondo, col suo diritto intero d’essere figlia vera ... quale disperazione può avere scatenato dentro di lui, quale bisogno di cancellare una realtà insostenibile?
Ma come potrebbe averlo fatto, con quale forza, con che arma misteriosa, se di armi non trovate nessuno parla più?
Ma “dopo” che cosa potrebbe spiegare, meglio dello sgomento di fronte all’irreparabile, quel blocco della parola, quel ritrarsi dai genitori, quella solitudine disperata?
Mi sento a pezzi. Devo riprendere il mio colloquio di ieri. Spero io, questa volta, in un miracolo.
Mi accoglie con calore, ma è visibilmente agitata. Mi dice “Devo fare qualcosa. C’è una voce che si gonfia, in paese, danno addosso al padre, dicono lo psicologo ha fatto parlare il bambino e per l’arresto del padre è questione di ore. Ma io so che non è stato lui.” Sono d’accordo, non penso neanch’io che sia colpevole. “No, no, io non lo penso, lo so.”
La guardo senza capire. “Venga con me.” Mi precede alla finestra della cucina.
“Vede quella strada che taglia la collina? Non è asfaltata. Ed è un pezzo che non piove. Quando arriva una macchina, c’è una lunga nuvola di polvere che la segue.Quando l’auto si ferma la nuvola si siede: non si può non capire dove si sia fermata. Quel giorno, quando è arrivata la macchina del papà, la bambina era già ... a terra.”
Riconosco la casa, la siepe, il capanno, lo spiazzo. C’è un’altalena.
Sono fulminato. L’arma. Il tassello che mancava alla mia ipotesi. Una spinta di troppo, una caduta. Un gesto fatto scivolare dall’inconscio giù per le rapide della realtà. Senza ritorno. Senza una vera volontà di fare male: l’inconscio sa, la mente ignora, l’anima è dilaniata fra lo strazio della colpa e il dolore dell’innocenza.
Oppure? Oppure niente di tutto questo è vero, e c’è solo la tragica fatalità di un gesto innocente, e una piccola anima devastata da una colpa che sente d’avere e non ha.
La donna sta dicendo “e adesso mi rendo conto che dovrei andarlo a dire, agli inquirenti, ma come faccio ...”
Ritorno a fatica nel discorso. “Lei crede ... che il bambino potesse avere qualche ... motivo di rivalsa nei confronti della piccola?” La donna scuote vigorosamente il capo e dice “Lo vede? Anche lei! Hanno tutti bisogno di un colpevole. Mi dice come posso andare a scagionare il padre, se con questo getto il bambino nella fossa?”
Sono solidale con l’angoscia che traspare dai suoi occhi lucidi, ma non riesco a frenarmi : “Allora lei ha visto! Sa come è successo!”
Lei nega lentamente con il capo, gli occhi persi a guardare indietro nel tempo.
“No, esattamente no. L’attimo dopo. Mi sono affacciata alla finestra e ho dovuto guardare, perché l’altalena si muoveva strana, a balzi e giravolte, e non c’era nessuno sul seggiolino, e il bambino era immobile a guardare il corpicino a terra, e poi portava le mani alla bocca e fuggiva in casa; e intanto arrivava la polvere, e si fermava. Io non so come sia successo, e non lo voglio sapere, capisce? non voglio perché non ho il diritto di sapere, né io né lei né nessuno, perché questa cosa atroce non riguarda nessuno, se non quella povera creatura terrorizzata e chi le può dare una mano a vivere di nuovo.”
Piange. Ho un nodo in gola e un pugno chiuso nel petto, e so che anch’io dovrò imparare a vivere di nuovo.
La Procura ha convocato per domattina una conferenza stampa, in cui verranno esposti i risultati definitivi delle indagini. Non ci andremo.
Non ci andremo perché non abbiamo il diritto di sapere. Ne’ noi, ne’ voi, amici che leggete. Ieri ipotizzavamo possibili novità sorprendenti o drammatiche: abbiamo sviluppato le nostre indagini personali, su questo giallo che stavamo tutti per tingere di nero, e il dramma è tutto dentro di noi. Nella realtà non c’è neppure il giallo.
Di fronte a una tragedia, invece di chinare la testa con amore abbiamo avuto bisogno di un colpevole, abbiamo sezionato impudicamente la storia e l’anima di persone per bene, attribuito loro come niente fosse un’infamia la cui ombra schianterebbe chiunque di noi.
Non basta chiedere perdono alle nostre vittime e alla nostra coscienza, non basta perché succederà di nuovo. Bisogna ridisegnare la mappa dei valori e dei diritti, ricominciare da capo dopo duemila anni dimenticati.
“Ama il tuo prossimo” “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” I diritti degli altri sono il limite dei nostri diritti e l’inizio dei nostri doveri. Il diritto di un uomo a vivere i propri drammi in silenzio e dolore è un valore di fronte al quale non possiamo che chinare il capo e ritrarci; non è un valore e non ha diritti la nostra curiosità: perché comunque la vogliamo travestire - da compassione, o solidarietà, o desiderio di giustizia, sempre solo curiosità rimane.
Ho una preghiera da rivolgere a chi leggerà queste righe, a chi forse ne sentirà parlare, a tutti coloro che hanno a cuore la dignità dell’uomo, e dico io e non noi, perché la preghiera è mia, non del giornalista ma dell’uomo, e mai ho sentito qualcosa così profondamente mio e così intensamente di tutti. Amici, per pietà e per amore, uccidiamo il diritto di cronaca, lenzuolo vuoto di un fantasma che abita altrove, maschera che nasconde subdolamente un delitto di cronaca, sottile. Affidiamo alla Magistratura la soluzione dei gialli familiari, ai medici, agli psicologi la ricostruzione degli equilibri spezzati, al nostro silenzio la condivisione del dolore.
Liberiamoci della condizione malata in cui tanti di noi sono caduti, rassegnati e passivi abitatori delle proprie storie, che cercano di introdursi nelle storie altrui, per vivere emozioni più forti e sentimenti più vivi.
Oggi che credo di aver recuperato, con dolore, la mia dignità sento il dovere, l’appassionato fraterno dovere di parlare. Riprendiamoci le nostre vite, facciamo portare frutto alla piccola ma irripetibile ricchezza che è in ognuno di noi.
E troviamoci un Dio, se non l’abbiamo : non per spiegargli come essere buono con noi buoni e spietato con i cattivi, ma per scoprire, specchiandoci nella sua purezza, la pace e l’umiltà di riconoscerci uguali.
Ritorna
alla graduatoria