Ci incontravamo sempre lì, in quel vecchio Caffè alle spalle di Viale Regina. Il locale era quasi sempre buio, anche quando il sole bruciava alto nel cielo, ma forse era meglio così…forse non valeva la pena guardare bene in faccia la gente che ci entrava…forse io e Mario ci sentivamo a nostro agio proprio per questo. Per entrare nei caffè luminosi ci vuole la giacca giusta, le scarpe giuste, la faccia giusta. Già i nomi ti incutono soggezione: “Caffè La Dolce Vita”, “Caffè degli Artisti”…il nostro invece era solo “Caffè”, era il Caffè di tutti e ognuno poteva dargli il nome che più gli piaceva. Poche sedie, tavoli un po’ unti, bancone ormai opaco, barista opaco. Io e Mario eravamo perfettamente in tono col mobilio, ma l’avremmo negato fino a farci tagliare una mano. Certe cose non si ammettono, si tengono nascoste, anche se in fondo lo si sa che sono talmente evidenti…
Ci incontravamo ogni giorno alla stessa ora, alle quattordici e trenta, l’ora delle persone che mangiano all’una in punto soli come cani, finiscono all’una e venti e temporeggiano un’oretta prima di uscire di casa, tanto per non far capire ai vicini che non sanno che fare, né con chi stare.
“Bonsciur”. Era così che salutavo Mario, in un francese arrangiato, che però pensavo potesse mascherare il mio malumore. Mario, che mi aspettava sempre sulla soglia del Caffè con le mani in tasca, tutto stretto in quella giacchetta che doveva avere più anni di lui, mi salutava solo con un cenno della testa. Lui, non lo nascondeva affatto il suo malumore. Entravamo sempre assieme in quel Caffè, nessuno dei due sarebbe mai entrato senza l’altro…quello avrebbe significato dichiarare apertamente la nostra solitudine…invece entrando insieme sembravamo due vecchi amici che non vedono l’ora di sedersi ad un tavolino e raccontarsi i bei tempi.
Questi erano tutti accordi inconsci tra me e Mario, non ci eravamo mai detti niente del genere, però era comodo per entrambi nasconderci l’uno dietro le disgrazie dell’altro.
Ci accomodavamo sempre allo stesso tavolo, il più vicino alla grande vetrata, opaca pure lei, che dava sulla strada. Anche questa non era una scelta casuale. Sì, perché io e Mario non sapevamo che diavolo dirci, e allora guardavamo fuori e ci fingevamo interessati alla gente che passava. Qualche commento sulle auto parcheggiate, come se potessimo permettercele tutte, e poi calava il silenzio. Non sono mai riuscito a pensare ad una situazione più triste di due persone sedute allo stesso tavolo che non sanno cosa dirsi. E’ l’immagine più terribile della solitudine dell’uomo.
“Un caffè amaro”, chiedevo puntualmente.
Ormai il barista lo sapeva, eppure non dicevo mai “il solito”. Per me chiedere un caffè amaro era una dichiarazione. Ho sempre pensato che il modo di prendere il caffè segni le diverse categorie umane, è un modo di raccontare la propria storia. Chi beve il caffè zuccherato, molto zuccherato, freddo in tazza calda, caldo in tazza fredda, con schiuma, macchiato con latte freddo, macchiato con latte caldo, può permettersi di scegliere, anzi, ha capito cosa scegliere e perché. E’ importante sapere come si gradisce il caffè, è l’inizio…dopo uno sa anche scegliere il lavoro che vuol fare, la donna che vuol sposare, la cravatta da indossare. Prendere il caffè amaro, invece, significa sostare, stagnare in una vita che ha sempre lo stesso odore e lo stesso sapore, il sapore dell’amaro; significa non avere neanche voglia di berlo quel maledetto caffè, ma prenderlo giusto perché così si inganna il tempo che non passa mai…che non muore mai…
Mario, poi, non si limitava mai a dire “lo stesso anche per me”, visto che prendeva la stessa cosa, ma lui lo gridava “un caffè amaro anche per me”, e scandiva bene le parole. La sua non era una dichiarazione, era davvero una disperata richiesta d’aiuto. Era come se chiedesse al barista: “Come cazzo faccio a cambiare questa miserabile vita?”.
Ci incontravamo da anni ormai, io e Mario, ma non sapevamo niente l’uno dell’altro. Eppure avevamo passato metà della nostra vita a quel dannato tavolo, ma mai nessuno dei due aveva chiesto qualcosa all’altro. Forse perché era come stare di fronte ad uno specchio, e ascoltare la pochezza dell’altro avrebbe significato vedere se stessi. Io passavo il mio tempo a guardare fuori dalla vetrata le belle donne che passavano velocemente per andare nei caffè di Viale Regina. Quanto erano belle le donne strette in quei tubini neri, con i capelli raccolti e con quel profumo che arrivava a schiaffeggiarci fin nel nostro Caffè, come a dire “E’ inutile che guardi. Non è roba per te”.
Allora io ripensavo a quella boccetta di profumo abbandonata da anni sulla mensola del mio bagno. Ormai sapeva d’aceto. Perché non l’ho mai messo il profumo? Boh, e chi se lo ricorda. Forse quando non si riesce più a sentire il profumo della vita, spruzzarsi addosso due gocce di colonia sembra solo un modo per prendersi in giro, per commiserarsi ancora di più. L’amaro del caffè, invece, mi somigliava così tanto…
Ad intervalli quasi regolari distoglievo lo sguardo da quella vetrata e mi voltavo a guardare Mario…Com’è stridente il contrasto tra il tubino di quella donna e Mario, pensavo…E’ il contrasto tra la vita e il tirare a campare.
Chissà chi era Mario, com’era la sua casa, cosa c’era da mangiare nella sua credenza…Mi faceva comodo pensare che se la passasse peggio di me. Ma…esisteva un peggio? Se solo in passato avessi scelto, se solo avessi osato…e invece no, non ho voluto rischiare…e che sono pazzo…dividere la mia vita con un’altra persona…no, no, meglio solo…nessuno ti può far male se sei solo…tanto poi si può sempre cambiare idea…non è mai troppo tardi…
Che idiota che ero…
…il troppo tardi arriva in men che non si dica e si fa una grassa risata in faccia alla nostra vita. Se solo avessi voluto, forse avrei avuto anch’io una donna stretta in un tubino nero…avremmo cenato assieme, le avrei regalato un fiore ogni tanto, avremmo scelto assieme gli addobbi per l’albero di Natale, ci avrei anche potuto litigare una o due volte al mese…ma sì, tanto per non essere sempre felice…E forse avrei avuto anche un figlio…mio Dio…cosa dev’essere un figlio…
La sola idea di un figlio mi sfracellava il cuore, allora smettevo di pensare, tornavo alla realtà…e la realtà era una tazzina vuota sotto il naso. La realtà era un uomo, o forse già allora solo quel che era rimasto di un uomo, che zoppicava in una vita senza traguardi, senza desideri, all’ombra di una passività rivoltante, indegna di un Dio o di un amico. La realtà era un uomo a cui ogni tanto veniva voglia di intonare una canzone, voglia subito stroncata dal suono assordante del vuoto di un’anima smarrita nel buio.
Quando questi pensieri mi soffocavano, d’istinto guardavo Mario, come a voler chiedere aiuto, ma ad un certo punto i suoi occhi mi nauseavano…erano così insulsi…erano gli occhi di un uomo che non sa che farsene di se stesso e si trascina in giornate votate all’immobilità…del corpo…e del cuore.
Era quello il momento in cui inventavo una scusa per andar via. Allora Mario, per non essere da meno, fingeva di ricordarsi di un appuntamento e scappava via.
“A domani”, gli dicevo.
“Eh, se riesco a liberarmi sì”.
Ci sarebbe stato, già lo sapevo. Sicuramente tornava a casa come me e accendeva la tv, ma tanto per creare un movimento di immagini e suoni, aspettando il momento di andare a letto, come una benedizione e come una nuova condanna.
Da due anni non vado più al Caffè. Da due anni non esco più di casa. Ho smesso di prendermi in giro. Sono solo, e lo ero ancora di più seduto a quel tavolo con Mario. Ora passo le mie giornate a guardar fuori dalla finestra per rubare immagini all’esistenza degli altri, e a torturarmi di rimpianti in queste pagine di diario che bruciano di dolore e di tristezza. Penso spesso a te, Mario, mio penoso compagno di pomeriggi squallidi…Chissà se mi aspetti ancora sulla soglia del Caffè con la solita vecchia giacchetta… chissà, forse hai dato una svolta alle tue giornate, forse ora hai un lavoro, o un vero amico, non un bastardo come me che sfruttava il tuo nulla per far compagnia al suo… chissà… Io però, per sentirmi un po’ meno disgraziato, ti ricorderò sempre così, con l’amaro del caffè in bocca e con l’amaro della vita negli occhi.