3°
racconto classificato di Stefano Mazzacurati - Roma
Il volo di Fagiolino
E adesso volava. Rotolando nel cielo ritagliato tra i tetti delle case sul cortile. In uno strano salto mortale. Più in alto dei fili da stendere, tesi fra i terrazzi di cemento grigio e i comignoli sui coppi rossi. Volteggiava venti metri sopra il lago antracite del cortile chiuso tra sponde di mattoni bolognesi. Tra le ombre della vecchia casa sulla via Emilia lo aspettavano là sotto i grandi vasi a fogliame sempreverde mai toccati dal sole, la scala di polvere che va in cantina, e la porta semi interrata della vecchia Candida, che forse aveva cent’anni, e le macchie di muschio figlio dell’umidità, guardate a vista dalle biciclette appoggiate verso sera da inquilini operai.
La cronaca dei miei tre anni dichiara che cadde a pochi passi dalla testa della signora Pinti, la moglie del camionista. Che poteva ammazzarla. Perché sono fatti di legno, almeno in testa, i burattini. Ritornò crepato in zona fronto-parietale sinistra. Portato su per le scale dall’Armando, mio nonno tranviere, arrabbiato in bolognese. Cioè moderatamente. Imperturbabile, invece, l’odore di soffritto e, dietro le finestre aperte alla tarda primavera della periferia, la sintonia comune di Radiosera. Il Giro d’Italia era passato da Imola.
Lo tenni così. Naturalmente. Curandolo con lo sguardo. Tirandolo su per primo dallo scatolone, tra una rappresentazione e l’altra. Interrogando la sua ferita, che fissavo alla rovescio, esaminando il fondo del suo collo cavo. Io, solo regista, unico spettatore. E Fagiolino mi sorrideva sempre, a labbra moderatamente socchiuse.
Di inverno le rappresentazioni avvenivano nel corridoio lungo, tra l’ingresso e la cucina. Lì la mancanza di finestre o di altri pertugi era una garanzia per il pubblico, per altro virtuale. Ma in primavera e in estate diventava più problematico il Servizio di sicurezza, nel caso che un improvviso raptus mi illuminasse a lanciarne giù uno, nella tromba del cortile dalla schiena levigata e scura come la superficie di Loch Ness. Deboli difese contraeree se è vero che la mamma poteva essere a fare la spesa, e la nonna Maria, concentrata ormai l’agilità nei lampi dei suoi occhi azzurri, ne serbava molto poca nel suo corpo mansueto e contadino.
Così avevo buon gioco, vendicandomi inconsapevolmente dei miei primi mesi arcaici, quando una fasciatura da mummia di gatto egiziano del British Museum, allora considerata salutare - perché le gambe vengono dritte - mi costringeva a un filosofico e mutacico immobilismo neonatale. Coerentemente con questa scuola di pensiero, che il mio analfabetismo non poteva dialetticamente controbattere, quando mi portavano fuori, per la passeggiata domenicale, che si spingeva verso pericolosi boulvardes, - sempre che, come di regola, non fossi sospettato di covare la febbre - ero tenuto legato da quella mirabile innovazione, rilanciata nei lucenti anni cinquanta, rappresentata dal guinzaglio. Da sempre intuisco l’intesa tra bambini e cani. Da sempre qualcosa di anarchico si muove tra le bende con cui le ideologie di turno mi vorrebbero fasciare. Viva la mummia, abbasso il sommo sacerdote con tutti i suoi unguenti da scarafaggio. Marionetta al guinzaglio, pensavo al mio Fagiolino, burattino ferito ma rigorosamente senza fili. Anche oggi, infatti, un improvviso odore di cuoio o la vista di una cinghietta in un collare, mi reca il fastidioso impulso di fuggire, gettandomi oltre il bordo del marciapiede. Odiosa frontiera, che, nelle passeggiate dei miei primissimi anni, non riuscivo mai a guadagnare.
Cresciuto in quella involontaria Alcatraz, nutrito più di antibiotici e di ricostituenti che di peraltro ormai non mancante cibo, a causa della mia complessione leopardiana, - signori, il petto carenato, il culo pelato perché la nonna aveva detto alla mamma che a mangiare molto pepe in gravidanza i bambini nascono intelligenti, uscito più che da uno spermatozoo del dopoguerra da una madre tirata su ipertiroidea da un pozzo nero dove, quando erano sfollati, a volte il nonno Adelmo la rifugiava sotto i bombardamenti inglesi e da un papà uscito a sua volta da un lager nazista dove non credevano profeticamente ai ricostituenti, e l’asma, l’asma dove la mettiamo, senza l’alibi di un pioppo perché l’aria della via Emilia in città ti poteva solo fare inalare la nafta dei camion - non mi restava che ricostituirmi vitalmente con giochi autarchici. Autarchici, non credo autistici, poiché fui fortunato che nessuno psicologo, passando di lì, si imbattesse nel mio specialissimo esserino, alleato a un solo burattino da combattimento. Evitai così pericolose definizioni di certi burattini della psiche. Sarà per questo che faccio lo psichiatra, trovatemi un solo psichiatra cresciuto sano.
Tra i giochi autarchici prevalevano i Giri d’Italia coi coperchini delle bibite sulle righe delle mattonelle dell’ingresso - se la tappa era lunga mi estendevo al corridoio - . Ma i coperchini non parlavano. Prevalevano i graffiti innumerevoli e fitti di appunti precoci, lasciati sul muro più che sulla carta; inconsapevole com’ero dello scacco della letteratura, ci avevo indovinato, dico, a rivolgermi al figurativo. Ma, gli scritti, nemmeno loro parlavano. L’unico gioco in cui si popolava di relazioni il mio mondo inserrato era, appunto, quello dei burattini. E, a labbra moderatamente socchiuse, Fagiolino mi sorrideva sempre.
Nello scatolone di cartone, precedente imballo di una Radiomarelli, i burattini addormentati venivano spesso visitati, ad ore impensate. Era una specie di consultazione. La mano affondava in una contraddizione di legno e stoffa, di teste e vestiti. E tirava su alla cieca il primo che veniva. Dagli inferi della loro scatola, piccoli dei addormentati si risvegliavano risalendo come Orfeo alle bocche della luce. Di solito, andavano bene tutti. Ma, quando ero triste, baravo e così veniva sempre su Fagiolino. Che, a labbra moderatamente socchiuse, mi sorrideva nella penombra del corridoio. Lari della mia infanzia, i burattini nutrivano la mia attenzione. Quasi quanto le cucume, o bricchi per il caffelatte, di cui facevo una autentica collezione, mettendole in fila su un panchettino sotto il marmo su cui poggiava il fornello moderno. Ma questa è un’altra storia ( v. “ Storia delle cucume “, mai stampata perché troppo lunga, Ed. fantastiche “ Il Passato “, ristampata da Chisenefrega ) .
In realtà, i burattini, li avevo conosciuti un po’ prima, molto prima, agli occhi dei miei tre anni.
E’ così che quella che dicono la grazia di una memoria precocissima confonde un po’ le piccole disgrazie delle memorie antichissime. Era stato in una di quelle sere del dopoguerra ormai inoltrato. Ma il tempo, che oggi rende sorpassato ciò che è stato ieri, conservava quando ero bambino una durata molto maggiore. Così il dopoguerra inoltrato, tra le case ancora spesso diroccate o butterate dai buchi di mitragliatrice e ampi spazi di prato nella Bologna della periferia, soffiava nel vento storie sghembe, parlando ancora di americani, rifugi e fame ai brulicanti magri protagonisti di passeggiate nella sera. Coppie di fidanzati, coppie di sposini in diverse forme di libera uscita. Nella zona orientale di Bologna, nella Piazza di Trento e Trieste, dove la memoria di un’altra guerra aveva cambiato il nome dell’antichissimo Foro Boario, il giardino Trieste era fitto di panchine appena piantate e di alberetti giotteschi della medesima età, che si sarebbero detti tinti di fresco. Più appartato, comunque meno centrale, il giardino Trento era più spoglio, perché costituito da un rettangolino incorniciato da un muretto arrotondato di piccoli mattoni ocra e rade panchine verde scuro che, per il loro colore e per la posizione, si sarebbero dette più grandi delle loro coetanee dell’altra parte della piazza. Lo spiazzo centrale del giardino Trento era cosparso di ghiaia e dal lato del tramonto aveva lo sfondo di tre alberi. Quello sfondo una volta l’anno scompariva. Di solito verso la fine della primavera. E, fino alla fine dell’estate, rimaneva sostituito da uno scatolone - molto più grande del mio - alto cinque metri e lungo dieci e profondo altri quattro. Misterioso e chiuso di giorno da un telone scuro, la sera si apriva e si illuminava, liberato dalla tela, e diventava il castello , o baracca dei burattini. Erano burattinai che da secoli si tramandavano l’arte. E che scendevano in estate dalle colline pistoiesi, incrociandosi coi pastori che in quel tempo risalivano. Mi pare fossero i Cuccoli, o un cognome del genere. Sul piazzale del giardino Trento erano disposte sette otto file di scranine, sedie basse di legno impagliato. La gente era sempre numerosa. Al buio molti sgranocchiavano i brustullini, semini venduti in bustine di carta grigia ma trasparente. Quando coi miei giovani genitori arrivavo io, lo sgranocchiamento era generale. Per colpa della mia lunga e laboriosa vestizione da bardo, perché per definizione, in qualsiasi stagione si può prendere freddo, eravamo spesso in ritardo. Appunto così bardato, facevo fatica a camminare, sicchè arrivavo all’ultimo momento. Tra lo sgranocchiamento generale, il papà mi prendeva in braccio, per vederci meglio. La mamma, piccolina, vedeva poco ma ascoltava bene. I passi affondavano nel rumore della ghiaina smossa, che attutiva appena un mormorio indistinto proveniente dall’unica luce sul fondo. Nel castello, i burattini già recitavano. Poi, piano piano, i toni delle voci si facevano più distinti, o meglio, più percepibili. Io non capivo niente, naturalmente, dei discorsi, della logica delle frasi. Né, a maggior ragione, delle trame. So che spesso la commedia vera e propria era preceduta da una breve farsa. Più manesca, più ridicola. Dove prevalevano gli atti sulle parole. Più fitte le capriole, gli urli, gli schiamazzi. Le risate della gente. E le mie. Se il papà rideva. Ma prima di percepire anche quei toni indistinti, mano a mano che i passi di mio padre mi avvicinavano sulla ghiaina smossa, la prima percezione era di un lieve moto, quasi un tremolio, un’oscillazione dei burattini fermi. Solo più tardi ho saputo che dietro, sotto, stavano le mani, infilate nel guanto dei vestiti. Immagino fossero le mani. In genere, il burattino che oscillava di più, era quello che parlava. Ma la mia attenzione si concentrava in genere su una oscillazione più fine. Quella del burattino che ascoltava. Così l’immaginare parlante questo o quel burattino dipendeva più dal moto che dalle parole. E forse anche oggi, e per tutto il tempo della vita, l’eloquenza maggiore viene attribuita a quegli impercettibili gesti di contorno che, al contrario, sono il percettibilissimo elemento che ci significa cosa dice veramente l’interlocutore. Interlocutori di legno, i burattini svolgevano con me fin da allora un dialogo nascosto. E io ho sempre seguito una commedia personale, recitata da loro soltanto per me, al di sotto di quella del copione. Del resto, i burattini hanno sempre parlato di più nel silenzio. Tutto sta nel gioco di come li si guarda. Non interessa tanto sapere chi fossero. I personaggi, del resto, sono noti. Più tardi, nella vita, ho sentito il bisogno di risalire alle loro origini, le origini del loro nome. Non so se li ho capiti, ma attraverso i burattini ho capito la politica, la religione, le cose serie. Tutte, nessuna esclusa, le istituzioni. Come se si trattasse di un affare personale. Di un codice da decifrare. Antichissimi graffiti, le loro sembianze, da un’enciclopedia a un piccolo trattato, mi sono parse non più famigliari, ma più razionali. Ma mai così vicine, come quando il passo di mio padre, che mi aveva in braccio, li avvicinava. La mia predilezione per questo o quel personaggio non era dettata da un codice comune, per esempio, buono o cattivo, bello o brutto. Che, anzi, prediligo i cattivi, gli estromessi, gli sfigati. Gente seria. Così c’era la categoria degli indifferenti ai miei occhi. Il Cavaliere, il re, Tartaglia… Tartaglia, un negativo di Brighella è, per esempio, tutto nero, dal vestito al cappello, bardato di strisce chiare. Mentre Brighella, al contrario, è tutto chiaro, orlato di strisce scure. Questi due, come il Capitano, che stranamente somiglia a Don Chisciotte, sono derivati della Commedia dell’Arte. Forse, per quanto più manierati, mi sono indifferenti. Tra questi gioppino, col suo triplice gozzo da ipotiroideo. Sorride sempre, bonariamente, Gioppino, ma mi è lontano. Gianduia, mi è antipatico. Un po’ per l’accento vetero piemontese, che trova in me una naturale avversione garibaldina. E poi, a Gianduia, ricordandomi lui per omonimia il cioccolato che non potevo mangiare perché mi poteva venire il mal di pancia, ricambiavo il rifiuto. Più piacevole, ma non molto, il dottor Balanzone. Un po’ medico, un po’ avvocato, il suo nome deriva da bilancia ( in bolognese balanza ) della giustizia o forse dalle balle che, come medico e avvocato, tende sempre a dire. Difatti è grasso e gonfio. Pantalone, invece, e Arlecchino, sono tra gli antipatici. Il primo per l’avarizia e la viltà spesso alluse dalle movenze prodotte in lui dal burattinaio. Non era difficile rendermelo antipatico. Ma Arlecchino, non so perché. Saranno le sue moine, i suoi manierismi. Anche Pulcinella non mi dice gran che. Il fatto che con questi due si dovesse ridere. Ho sempre trovato tristi i sorrisi imposti, le feste comandate, religiose o laiche, i carnevali di turno. Trombette laceranti il martedì grasso nei saloni bardati di manicomi squallidi. Baldracche istituzionali. Viceversa, sempre allegri e comici i personaggi seri. Spassosi, naturalmente, quelli austeri. La Strega, invece, mi impressionava. Perciò era simpatica. Si sa che i bimbi giocano ad avere paura. Così, quando un fumo lievemente scoppiettante - un piccolo petardo ? - preannunciava tra il puzzo sulfureo di bruciato l’apparire della Strega, l’audience saliva. Mio padre era obbligato a tenermi più in alto. Ci teniamo a vedere come va a finire in presenza del Male. Tutte quelle code in autostrada perché dall’altra parte c’è un incidente. Sangue e arena. Burattini in attesa. A guardarne altri che non attendono più. Ci si prepara da bambini. Più che Cartesio o Kant, i burattini mi hanno insegnato il problema del Male. Che, tra l’altro, comprende il problema di non fare vedere che ci piace. Anche la Morte, del resto ( uno scheletro che, per la sua inconsistenza, ciondolava di più ) burattino bianchissimo nel suo ergersi sul castello davanti allo sfondo nerissimo del suo mantello col cappuccio, anche la Morte mi interessava. Da dove veniva ? E dove andava quando spariva portandosi via un altro pezzo di legno vestito ? Tutto scorre, panta rei. Eraclito certamente era seduto su una scranina del giardino, a mangiarsi brustullini nel buio. Ma devo dire che la Morte mi interessava più come scheletro. Perché dicevano che quello era cattivo. A me, con quella falce e quel sorriso sgangherato un po’ eccessivo, pareva piuttosto simpatica. Fu così che cominciai a interessarmi di filosofia esistenziale. Forse, per ridere, bisogna pensare a quel burattino speciale. Le donne, invece, la Rosaura, più popolare, la Colombina, la Regina, la Principessa, erano poco interessanti alle mie non ( ancora ) sviluppate attrezzature sessuali. Più tardi, con lo sviluppo, a volte è accaduto che le donne di carne abbiano piuttosto reso me anima di burattino. E il nodo prosegue. Ma, evidentemente, è la natura.
Invece, con i giullari, saliamo ai piani nobili della mia personale graduatoria.
Al terzo posto metterei Sandrone. Solo più tardi negli anni ho saputo la sua origine modenese. Rosso, di vestito e di gote, mi sembrava un fratello minore di un amico del nonno, che saliva le scale arrancando col volto butterato e viola tra basette manzoniane. Mi nascondevo per questo dietro il portombrelli. Rosso vinaccia anche Sandrone, sia nel vestito che nelle gote, col berrettino a cuffia ciondolante, lo sguardo esoftalmico e radi i denti sporgenti oltre le labbra a salsiccia, radi i peli della barba giallastra, certo che mi offendevano quando, se lasciavo in giro la mia roba nel corso degli anni, la mamma o gli altri mi dicevano : - Sei un Sandrone ! -. No, Sandrone no. E allora, grazie a quel burattino, ho imparato a mettere a posto.
Affezionatissimo ero a Sganapino. E’ il secondo mio preferito. L’abbigliamento - un berretto a visiera e un vestito grigiastro - lo poteva assimilare a uno spazzacamino. O a un soldato confederato in eterna polverosa ritirata. Tifavo per lui, così sospeso tra tenerezza e stupidità. Quando ho cominciato a frequentare le ragazze spesso mi sono sentito come lui. E ho quasi cominciato a odiarlo. E’ vero che ormai lo incontravo di rado, ma lo ripudiavo. Tanto mi somigliava. Soldato in eterna polverosa ritirata nella confederazione dei giochi d’amore. Ma quando qualcuna - si trovano, seppure raramente, delle benefattrici - mi ha fatto capire che loro prediligono la timidezza e la tenerezza, assieme a un pizzico di polvere sugli occhi, ho riamato intensamente Sganapino, burattino infangato, reduce di mille Gettisburg d’amore. Vecchio compagno d’armi, mio fraterno burattino precettore.
Ma Sganapino non vive solo di vita propria. Perché, nella personalissima galleria della mia memoria, è compagno, fiancheggiatore, amico di Fagiolino. Lui, Fagiolino, il burattino per eccellenza, almeno ai miei occhi. Perché lo tiravo fuori così spesso dal mio scatolone ?
Fagiolino è vestito di un umile buratto ( straccio per setacciare ) e da lì deriva il nome dei burattini, che erano in buona parte rivestiti di quel tessuto. Un buratto marroncino. Un berretto bianco con una lunga coda che termina con un pon pon rosso. Questo, almeno, era il mio Fagiolino. Perché, frugando nei documenti, ho trovato altre fogge, altri colori. Frega niente, il mio era così.
In genere, lui e Sganapino prendevano, più di altri, le bastonate. Il bastone, nelle mani di legno chiaro dei burattini, non è tenuto stretto, impugnato, ma, per forza di cose, trattenuto. Tra le loro mani palmate il bastone sembra sempre sul punto di scivolare via. Tuttavia la dignità del burattino riesce sempre a tenere il bastone in mano. Per questo da sempre sono convinto che il mondo si reggerebbe meglio tra le zampe palmate dei brutti anatroccoli. A volte, invece, era il cattivo, la Strega, o il vanaglorioso parvenou, il finto nobile, a prendere le botte. E i sussulti del burattino pestato sull’avanscena del castello ritmavano all’unisono con le risate e il clamore dei bambini e dei loro accompagnatori. Date un po’ di sangue alla piazza, e il gioco è fatto. Sono orgoglioso di non avere mai condiviso quelle risate. Erano per me i momenti più tristi, non volevo più stare in braccio. Perché picchiavano Fagiolino ? Nessuno prende le bastonate con più dignità di un burattino. Che sussulta sotto il randello con lo stesso sguardo, cogli occhi spalancati di stupore, tra il legno del bastone e il legno del castello.
Lo sguardo di Fagiolino è fisso, contrastato da sottili sopracciglia nere. Dunque, è giovane e un po’ incantato. Ha le gote pomellate di rosso. Rosse le lunghe labbra, perennemente schiuse. Si intravede una fila ininterrotta di denti bianchi. L’espressione che ne risulta è di una sorta di meditazione malinconica e serena. Ma non rassegnata. Sicchè lo sguardo, perduto oltre chi lo vede, dona a Fagiolino la profondità dell’orizzonte, e ne giustifica la calma del sorriso. Da Fagiolino, più che da Kant, ho appreso il Trascendente. Quando qualcuno lo anima, le sue movenze sono vicine all’anima di chi lo vede muoversi. Sanguigne. Non inevitabilmente, obbligatoriamente lontane, come quelle delle marionette. Le marionette, che abusano del nome di burattini a fili, sono prigioniere di un nascosto Mangiafuoco, che non le fa lavorare se non aderiscono alle sue imposizioni dall’alto. Non vivono di vita propria. Ho sempre preferito il burattino alla marionetta. Perché la marionetta, tra se stessa e l’uomo, ha, inesorabilmente, la mediazione del filo. E il Mangiafuoco di turno le manipola dall’alto come un politico, le sfrutta, in un certo modo, a dispetto della loro personalità. Ne lascia un poco appesa a quel filo. Invece, per animare un burattino, l’uomo deve stare sotto il castello, in posizione più umile. Di rispetto. Come ogni buona autorità. E infila alzando le braccia. Infila le mani nel vestito, in un contatto diretto, senza alcuna mediazione, mescolando la sua personalità con quella del personaggio. Tra il burattinaio e il suo burattino senza interruzione corre lo stesso cuore. Non c’è più un uomo, non più un burattino. Ma un altro essere. L’incrocio tra i due mediato dalla mano sicura e amica. Quasi un fatto erotico. Una mutazione. E il cuore corre sugli occhi degli spettatori.
Fagiolino si muove oscillando nella mia memoria, sul bordo sottile del vecchio castello dei Cuccoli. Entra ed esce spesso da uno scatolone che non c’è più. Un tempo riposto in un angolo del terrazzo su un cortile della vecchia via Emilia.
Era estate, quel giorno verso sera, quando lo tirai fuori e ne sentii il leggerissimo costume di stracci, la testa pesante. Un gesto di allegria, di solidarietà, a nome di tutti gli uomini bambini. A nome di tutti i burattini. Lo sollevai, lo guardai in controluce. Con un tocco leggero lo feci capriolare. Lo guardai sorridere mentre si lanciava - non io lo lanciavo - oltre il bordo del terrazzo grigio, sullo sfondo del cielo di Bologna. I coppi rossi, i comignoli abbracciati tra i fili da stendere, le mollette, le finestre, le case più vicine, le case più lontane, le rondini probabilmente gli uccellini certamente, e le formichine che il nonno mi aveva sùbito insegnato a non pestare - ma questa è un’altra storia - tutta quella folla di oggetti, animali e aria, guardava incantata il salto immortale di Fagiolino.
E Fagiolino si rotolava nell’aria, srotolando il rocchetto dei miei desideri, libero finalmente da ogni sopraffazione, senza le minacce del bastone. oltre la forza di gravità. A un certo punto mi parve si perdesse, un po’ più lontano. Per riavvicinarsi ancora, in un saluto sorridente e misterioso. Per poi, ancora, allontanarsi.
L’ho visto volare molte altre volte.
Cambiando scuola, cambiando compagnia, cambiando città. Nel bacio di una ragazza, nelle sere di giugno. Alzandomi a dire la mia in un’assemblea di studenti. Aprendo pagine fresche di stampa per guardare la mia firma sotto un articolo. Aggiustando un microfono prima di incontrarmi con un pubblico ignoto. In un applauso a teatro. E, molto di più, qualche volta, nella riconoscenza di qualche persona. O quando è passata l’ala burattina della morte. E un vento strano si sovrappose, per la prima volta, alla faccia strana del nonno immobile sul lettone alto, all’aria del ventilatore che muoveva il pulviscolo di un deodorante spray, di fianco al coperchio lucidissimo e vellutato di un’altra ben diversa scatola di legno. Era sempre lì, ho visto la sua crepa nel transito di altri morti, ma anche il suo sorriso nell’arrivo di altri vivi. E lui rotolava sempre il suo straccio nell’aria, come se niente e nessuno lo potesse, lo possa mai fermare. So che un giorno imperscrutabile anche questo dio senza la ali finirà per cadere. Ho sempre pensato che allora, miracolosamente curata dal volo, la sua antica crepa finirà per sparire.
Quando torno a Bologna, nella casa custodita dalla zia Vella - quella che col fidanzato mai sposato mi portava al cinema Giardino, ma anche questa è un’altra storia - vado in cucina, apro la porta del terrazzo. Sul terrazzo c’è un contenitore del supermercato, con un Lambrusco della cooperativa, uno scacciamosche, uno Spic e Span. Mi appoggio alla spalliera - che una volta era stata innalzata con una rete perché non cadesse il bambino, ma questa pure è un’altra storia, e, pieno di storia, guardo giù in fondo. Dove non sembra esserci il fondo. Venti metri più sotto dove attende, chiuso tra sponde di mattoni ocra tra il fogliame sempreverde di vecchi vasi mai toccati dal sole e chiazze di muschio figlio dell’umidità, il selciato antracite del cortile, ondulante come le acque di Loch Ness. Chiusa la porta della Candida, che forse avrebbe centocinquant’anni. E appoggiati a se stessi, due coloratissimi motorini Aprilia. Chiuse molte altre finestre, come in un antico palazzo veneziano, tra le scale di polvere che vanno in cantina, il coro dei tetti rossi conserva qualche ricciolo di filo. Binario morto e leggero, dove nessuno da tempo stende più. Guardo il lago grigio, guardo i comignoli, case, e guardo il cielo. Adesso non c’è.
Perché più in alto, molto più in alto, rotolandosi in un puntino tra la vita di fuori e quella di dentro, a labbra moderatamente socchiuse, senza mai arrendersi, mi sorride dolcemente Fagiolino, sospeso nel suo incomparabile volo.
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