2°
racconto classificato di Fiorella Borin - Venezia
La Ribbenstraumm dell’88
Sono le 21.12 di sabato 3 marzo 2007. Il professor Ruggero Alabardi-Sforza guarda l’orologio e con un sospiro getta sul tavolo una ventina di fogli protocollo, che si aprono a ventaglio, rivelando calligrafie gallinesche. Sono i temi dei suoi allievi, tutti scansafatiche senza speranza, che scaldano le sedie della V ginnasio del liceo Pisacane.
Nell’appartamento regna un silenzio assoluto. Ha bisogno di silenzio, l’Alabardi-Sforza, quando deve correggere i compiti dei suoi discepoli. Non deve volare una mosca, altrimenti gli potrebbe succedere di lasciarsi sfuggire uno svarione; invece lui vuole soppesare ogni parola, ogni virgola, ogni corbelleria partorita dalle penne di quell’accozzaglia di fannulloni, e farla cadere sotto la mannaia della matita rossoblù.
Sospira mentre inforca gli occhiali, ormai necessari alla lettura, dato che i quarant’anni l’Alabardi-Sforza li ha salutati da un quinquennio; agguanta la matitona bicolore e spiana il primo compito.
Aleotti Bruno, sta scritto nella prima riga. Forse sarà l’unica riga risparmiata dalla matita giustiziera, bofonchia il professore, che considera l’Aleotti Bruno un somaro completo. Difatti, il foglio va repentinamente coprendosi di segnacci blu, di sottolineature rosse, di punti di domanda a seguire frasi partite malino, sviluppate peggio e concluse nella più assoluta assenza di conclusioni. Gira il foglio, prosegue sulla seconda facciata, grandinando malevoli commenti e battute sarcastiche, e infine assegnando, dopo bieca ponzata riassuntiva, un 3 meno meno.
Guarda l’orologio. Le 21.29. Si toglie gli occhiali, si strofina le palpebre leggermente gonfie. Ha l’impressione che leggere cose brutte gli riattivi la gastrite. O forse è lo sforzo di decifrare quelle grafie concitate, sbilenche, prive di qualsiasi grazia? Si allenta la cintura dei pantaloni. O non sarà invece colpa della terrina di fagioli con le cotiche? Tutta, se l’è sbafata. Un chilo, un chilo e mezzo di sapore ricco, grasso, sapido e così piccante da mettere il fuoco in gola: gli ci era voluto uno sfilatino e un fiasco di Chianti per domare l’incendio. Sospira. Riguarda l’orologio. Le 21.32.
“Strano…” borbotta fra sé. “Non ho sentito la pendola del Bignozzi battere la mezza.”
Celestino Bignozzi, settantasei anni, pensionato dei Mercati Generali, è il suo vicino di pianerottolo. Il salottino del professor Alabardi-Sforza confina con il salottino del Bignozzi. Ironia del fato beffardo e mascalzone: separare solo da una parete sottile, di mattoni forati, il rampollo di un’illustre casata milanese e un ex facchino dagli incerti natali. Ironia ancora più maligna, dal momento che i due, seppure nati da ben diversi lombi, fino a due anni prima potevano esibire nei confinanti salottini due esemplari della stessa pendola. Una Ribbenstraumm del 1888! Un gioiello della tecnologia tedesca! Un meccanismo perfetto, congiunto a un’eleganza di forme da sbalordire ogni intenditore. L’Alabardi-Sforza l’aveva ereditata da zia Giuseppina, un manico di scopa vestito da donna che aveva sposato in seconde nozze un generale degli Ussari con due spanne di baffoni arricciolati e certi favoriti che parevano code di marmotta. Il Bignozzi invece l’aveva avuta in dono da un antiquario che, caduto dentro una fontana dopo una notte di bisboccia, era stato ripescato dal Bignozzi alle quattro in punto di mattina, orario in cui i facchini montano in servizio e i crapuloni fanno ritorno al tetto coniugale, scambiando talvolta le fontane cittadine per gli androni di casa propria.
Al ricordo, l’Alabardi-Sforza sbuffa di fastidio. Si era meritato persino un trafiletto sulla stampa locale, il facchino Bignozzi, per quel salvataggio definito dal cronista “un atto eroico compiuto da un angelo travestito da passante”. E quel ritaglio di giornale il Bignozzi se lo era addirittura incorniciato! E appeso in salotto! Proprio sopra la pendola Ribbenstraumm dell’88!
“Che cafonaggine!” sbotta.
L’indignazione costringe il professore a scolarsi un bicchierone di Citrosodina. Riguarda l’orologio: le 21.40. Accosta l’orecchio alla parete: nessun rumore proviene dal contiguo salottino. L’attempato ex salvatore di antiquari imbriachi non dà alcun segno della sua esistenza. L’Alabardi-Sforza rotea gli occhi e bussa, dapprima educatamente, poi con piglio da gendarme, quindi pesta sul muro a mano aperta e sbraita: “Ohè, Bignozzi, si sarà mica dimenticato di caricare la pendola?”
Nessuna risposta. “Sordo come una campana!” commenta, rimettendosi seduto e agguantando il secondo compito del mucchio.
Beccaccini Renato, sta scritto in alto. Quello dell’ultimo banco, con l’anello al naso!
“Adesso ti sistemo io, delinquente,” ringhia, “e te la faccio passare per sempre, la voglia di sfottermi!”
Il Beccaccini è un tipetto con la lingua lunga, gran collezionista di note, sospensioni e ramanzine in presidenza; perdippiù è il capofila degli studenti con l’accento facile. Difatti, già nel primo periodo l’Alabardi-Sforza cassa a matitate un “và”, un “fà” e due “stà”. Il secondo periodo inizia con un “dovrebbi” che manda su tutte le furie il professore.
“E si iscrivono pure al liceo classico, ‘sti somari!” sbotta, e traccia un segno rosso così inferocito da bucare il foglio.
“Mi farete venire l’ulcera!” aggiunge, guardando enfaticamente il lampadario, e poi l’orologio. Le 21.59. Si sfila gli occhiali, chiude gli occhi. Assapora l’attimo che precede il suono della pendola Ribbenstraumm del Bignozzi. Evidentemente prima doveva avere battuto la mezza, ma lui, impegnato com’era a giustiziare gli strafalcioni, non se ne era accorto. E ripensa alla sua, di pendola.
Stava appoggiata alla parete proprio di fronte alla scrivania, devota come una madre buona, puntuale come un’amante innamorata, affidabile come la mano di un amico. Per anni se l’era spolverata, dandole l’olio quando serviva, il tarmicida quando occorreva, ricordandosi di caricarla tutte le sere sempre alla stessa ora, in modo da non mettere in crisi il delicato marchingegno che mai, mai una volta!, aveva richiesto la benché minima riparazione. Altri pezzi dell’eredità della generalessa zia Giuseppina erano confluiti nel suo appartamento di scapolo: la zuccheriera Liberty, il ritratto del defunto zio Generale Ussaro dai robusti baffoni e dai lanosi favoriti, l’inginocchiatoio su cui si favoleggiava avesse pregato la principessa Sissi, e una fruttiera di rame artisticamente cesellata, che poi si era scoperto essere la sputacchiera di un bordello viennese del primo Novecento. Tale rivelazione, fattagli con brutalità da un collega professore di storia dell’arte, e mai digerita, aveva dato il via ai primi sintomi della gastrite con cui l’Alabardi-Sforza si era trovato, suo malgrado, a convivere.
Le 22.02. E nessun rumore dall’appartamento del Bignozzi.
“Che sia andato anche lui in campagna a guardarsi la luna rossa?”
Era stata annunciata un’eclissi di luna proprio per quella sera, intorno alle 22.30, e metà dei condomini se l’era svignata per gustarsi lo spettacolo dalle vicine colline. Erano rimasti a casa solo gli invalidi, gli estimatori del festival di Sanremo, i morti di sonno e i superstiziosi. Questi ultimi avevano tirato giù le tapparelle da un pezzo, per evitare che anche il più insignificante riverbero lunare si infiltrasse nell’appartamento, infettandolo e condannando i suoi occupanti a settant’anni di jella garantita. L’Alabardi-Sforza era stato il primo a barricarsi, forte della conoscenza che la peste del 1576 era stata causata da una sfavorevole congiunzione di Saturno con la Luna non impedita dai Pesci, e che Giove e Mercurio in trigono nefasto con la Luna avevano provocato il terremoto di Messina. Era uomo di cultura, lui, e aveva preso le sue precauzioni: finestre oscurate, porta sbarrata, cappa del camino tappata con una palla di carta di giornale. Che gli altri, gli improvvidi, gli ignoranti, gli imbecilli a caccia di emozioni astrali, stessero pure a naso in su a guatarsi la luna rossa: settant’anni di guai non glieli avrebbe tolti manco una novena a santa Rita!
“Possibile che anche il Bignozzi sia un astrofilo?” bofonchia, assalito da un dubbio lupino, mentre fissa a collo torto la parete orfana della sua Ribbenstraumm dell’88. “Ma no, figuriamoci se quello si schioda dalla poltrona per ‘na luna rossa… Non diciamo idiozie!”
Per associazione di idee, gli cade lo sguardo sul compito del Beccaccini. “Tra gli amici di Garibaldi che parteciparono alla spedizione dei mille, bisogna ricordare Nino Biperio…” legge e sbarra gli occhi. “Biperio? Biperio! Ti ho beccato, Beccaccini! Questa informazione te l’hanno data con uno sms! Il tuo suggeritore ti ha scritto Bixio e tu hai tradotto la X in per! Biperio! Ma te la faccio passare io la voglia di usare il cellulare in classe! Bixio! Bixio! Deficiente!”
Ha gridato. Ha gridato così forte da spaventarsi lui stesso.
Prende la palla al balzo.
“Ohè, Bignozzi, scusi se ho gridato!” esclama, buttando fuori tutta la voce che gli è rimasta in corpo. “Ma sto correggendo il tema di un farabutto con l’anello al naso, e sono uscito dai gangheri!”
Tende l’orecchio. Silenzio.
“Mica ce l’ho con lei, Bignozzi!” urla ancora. “Non vorrei che avesse equivocato.”
Si chiede se un facchino in pensione conosca il significato di un verbo raffinato come equivocare: si risponde di no e urla ancora: “Mi sente, Bignozzi?”
Gli risponde, dalla strada, il claxon di un’auto. E tanto basta a dare fuoco alla miccia dei ricordi.
Tutto era cominciato una mattina di marzo di due anni prima. Uscendo di casa alle otto meno un quarto, come faceva cinque mattine su sette, il professor Alabardi-Sforza si era trovato con un palmo di naso. La sua auto, una Ford di seconda mano che si era rassegnato ad acquistare quando aveva scoperto che suo padre gli aveva lasciato in eredità solo debiti, ecco, l’auto era sparita. Non stava più dove l’aveva parcheggiata il giorno prima, e dove la parcheggiava da sedici anni. Al suo posto, solo un vuoto. Aveva chiesto al portiere se avesse notato strani movimenti: nulla. Aveva interrogato il Bignozzi, che si era affacciato sulla porta in pigiama all’udire i bestemmioni scappati di bocca al professore: non sapeva niente manco lui. E di nulla si erano accorti il giornalaio, il garzone del salumiere, il fiorista e la donna delle pulizie: la Ford dell’Alabardi-Sforza doveva essere stata risucchiata da un buco nero, giacché nessuno ne sapeva nulla. Così il professore si era rassegnato ad andare a scuola in tram. E aveva passato tutta la notte a meditare sul suo fosco futuro di utente di mezzi pubblici.
L’indomani però lo aspettava una sorpresa. La sua vecchia Ford era di nuovo al solito posto! Intatta! L’accarezzò, vinto dalla commozione. Fu altrettanto grande la sorpresa quando notò, sul sedile del guidatore, una busta. La aprì con mani tremanti e lesse: “Mi scuso infinitamente per il disagio che le ho arrecato. Ma una necessità impellente mi ha obbligato a compiere l’atto vergognoso di cui sentitamente mi scuso. Per farmi perdonare, allego alla presente due biglietti di prima fila per la rappresentazione teatrale che avrà luogo domani sera, ore 21, al teatro Ponchielli. Distinti saluti, ladro nelle mani ma gentiluomo nel cuore.”
Per quanto fosse scritto in uno stampatello sussultorio-ondulatorio, il biglietto non conteneva neanche un errore di ortografia, e questo dettaglio mandò in sollucchero l’Alabardi-Sforza. Eccitato dalla novità, estese l’invito a teatro alla supplente di chimica, una donnina un po’ sfiorita che mal si rassegnava al suo destino di zitella; indossato l’abito migliore, si recò tutto baldanzoso al teatro Ponchielli. Alla fine della rappresentazione, sfociati in un secco diniego i tentativi di amoroso approccio nei confronti della collega, fece ritorno a casa col muso lungo e le pive nel sacco. Si meravigliò non poco di trovare l’uscio accostato, dato che era sua abitudine benedire le due serrature con otto giri di chiave; e la sua meraviglia si trasformò in svenimento quando scoprì di essere stato svaligiato.
Quando rinvenne, la prima cosa che s’impose ai suoi occhi non fu il volto del Bignozzi, che pure gli sosteneva con premura paterna il capo, ma il vuoto che campeggiava nella parete del salotto. La sua pendola Ribbenstraumm dell’88 si era involata. E con essa erano spariti tutti gli oggetti di famiglia: le poche cose sopravvissute agli strozzini, al Monte di Pietà, ai pignoramenti che negli ultimi decenni avevano martoriato la famiglia Alabardi-Sforza.
“Mi hanno rubato tutto!” aveva mormorato, stringendo i denti per non piangere.
“No, tutto no” aveva detto il Bignozzi. “Si consoli, quel bel catino di rame glielo hanno lasciato.”
Il bel catino di rame era la sputacchiera del bordello viennese. Neanche i ladri la avevano voluta.
E l’Alabardi-Sforza se l’era legata al dito. Non aveva mai perdonato al Bignozzi di non avere dato l’allarme, quando i ladri gli avevano svuotato l’appartamento. E benché il vecchietto fosse addirittura scoppiato in lacrime per la mortificazione, spiegando di essere alquanto sordo e di non avere i soldi per comperarsi un nuovo apparecchio acustico, l’Alabardi-Sforza gli aveva sparato addosso una raffica di santioni e di male parole. Anziché incolpare la propria dabbenaggine (in effetti, nel cruscotto dell’auto teneva un doppione delle chiavi di casa, di cui i ladri senza dubbio avevano approfittato per razziargli l’appartamento senza scassinare la porta), il professore addossava al vicino la totale responsabilità dell’accaduto. Il Bignozzi, pensionato nullafacente, avrebbe dovuto stare in guardia, vigilare, origliare, spiare, sorvegliare ogni andirivieni sul pianerottolo. Non andarsene a dormire! Come un ghiro! Una talpa! Un bradipo! Razza di irresponsabile!
Il Bignozzi ci aveva quasi fatto una malattia, ed era dimagrito. E pure l’Alabardi-Sforza ci aveva fatto una malattia e, per il nervoso, era ingrassato.
Le 22.22. La tentazione di affacciarsi al balcone per spiare anche lui la luna rossa, gli fa il solletico alla bocca dello stomaco. Ma non è il caso di rischiare una quintalata di jella. Meglio un’altra sorsata di Citrosodina, e un’altra ancora. Cammina intorno al tavolo, fissando ora i compiti, ora la parete orba della sua pendola. Trattiene il fiato, conta i secondi. Le 22.32 e il silenzio si potrebbe tagliare a fette come un uovo sodo.
“Ohè, Bignozzi!” grida ancora e senza nemmeno infilarsi le scarpe si scapicolla giù per le scale in ciabatte, si attacca al campanello del portinaio che esce tutto incazzato dicendo: “Manco Sanremo in santa pace me posso gusta’!” E l’Alabardi-Sforza bofonchia che bisogna subito andare a vedere cosa è successo al Bignozzi, perché c’è troppo silenzio, troppo, troppo…
E Fausto Tracalieri, ex impiegato delle poste, ora portinaio part-time, afferra un mazzo di chiavi e comincia a salire, tossendo, uno scalino alla volta, lento di una lentezza inconcepibile, sono le 22.36, 22.37, si attaccano al campanello del Bignozzi, chiamano, pestano, bussano, chiamano ancora, la chiave del custode punta la serratura, la manca, riprova, s’infila con un gemito, gira una volta, la seconda, la porta si apre, entrano cautamente, annusano, c’è odore di pasta condita con le acciughe e il pangrattato, e nelle stanze spoglie luccica il vuoto pulito, ordinato, di chi si è venduto un po’ alla volta tutto, per pagarsi le bollette, il medico, il farmacista, l’apparecchio per la pressione e l’apparecchio acustico nuovo, così ai ladri gliela faccio vedere io.
Tutto questo glielo dice il portinaio, all’Alabardi-Sforza, mentre frugano con lo sguardo le stanze segnate da una povertà decorosa, vissuta nella dignità di chi mangia pasta condita con un’acciuga e un cucchiaio di pane grattugiato, perché il Bignozzi con 500 euro al mese di pensione, lei me lo spiega come fa a campa’? E finalmente lo trovano in bagno, esanime, steso fra la vasca e il bidet, un rivolo di sangue che gli esce dal naso, ma respira ancora, non è morto, presto, chiamiamo l’ambulanza, professore faccia lei il numero, parli lei che conosce bene l’italiano, intanto io gli sollevo la testa, professore si sbrighi, vuole che ci muore sotto gli occhi?
E l’Alabardi-Sforza corre al telefono e gli risponde il silenzio dell’apparecchio disattivato per omesso pagamento delle bollette, e allora corre a casa sua, e chiama il 112, il 113, il 118, chiamerebbe anche il 115 dei pompieri, pur di salvare quel vecchio bianco come un morto, che lui credeva di odiare.
Torna in casa Bignozzi. Il portinaio ha imbevuto un asciugamano di acqua fredda e tampona il viso del Bignozzi. Il professore si sente un essere ormai superfluo. Si dirige in salotto. Venduti i divani, resta solo una sedia a dondolo così tarlata che nemmeno le tarme la vorrebbero. Sul tavolino, dove un tempo c’era il televisore, campeggia un quadernetto. Invece la pendola Ribbenstraumm c’è ancora. Meravigliosa, lucida, intatta. L’Alabardi-Sforza apre lo sportello per ricaricarla e la chiave gira, perfetta, tic tac, tic tac, riprende a battere la pendola la sua musica familiare e all’unisono con quel cuore di acciaio tedesco torna il colore sulle guance del vecchio Bignozzi.
Si fa sempre più vicina la sirena dell’ambulanza. Rimane solo il tempo di un gesto. Aprire il quadernetto e leggere la prima pagina.
“Testamento di Bignozzi Celestino. Non ci ho più niente, ma nel libretto postale tengo i soldi per il funerale. Non vendete la pendola, quella deve andare al professore Alabardi-Sforza, che un giorno gli ho dato un dispiacere troppo grande per andarmene via da questo mondo senza essere perdonato.”
Scalpiccio degli infermieri su per le scale, la voce del custode che dice stiamo qua, nel bagno, venite qua!, e l’Alabardi-Sforza alza la testa dal quadernetto. Al centro della finestra, immensa, bellissima, sta appesa la luna rossa.
Ritorna
alla graduatoria