1° racconto classificato di Ramona Corrado – Sedico (Bl)

Sansone Core de Roma

Eccolillà!! Te pareva. Appena comincia la bella stagione, qua a Roma nun se po’ più stà. Il casino, che è costante tutto l’anno, ai primi tepori aumenta in misura esponenziale fino al culmine della cosiddetta notte bianca, quando nun se capisce più se è giorno o se è notte, perché tanto è uguale. Gli umani se moltiplicano come li peggio topi de periferia, invadono ogni cosa, ogni via, ogni piazza, ogni angoletto tranquillo. Per un gatto de strada come me, non c’è più pace. Qua me chiamano Sansone, sò er capo der branco che abbita ai Fori, ma l’autorità mia è estesa di fatto anche oltre. Sò er gatto più vecchio de Roma, lo sanno tutti. Quanto vecchio nun lo so manco io e se lo sapessi non verrei certo a dirlo a voi.

Dicevo dunque che di questi tempi estivi, ma già da quanno er ponentino comincia a intiepidire romanticamente le serate, quella razza ‘nfame chiamata turismo inizia a dilagare ovunque. Pure tra queste pietre morte c’è ‘na processione infinita de gente. Ma che c’avranno da guardà?! Sò sassi, che nun se vede? Sassi vecchi come la nonna de mi’ nonna, se pure ce l’avessi ancora.
Buonanima, la nonna mia, chissà che fine ha fatto. La nostra famiglia è sempre stata ‘na famiglia libera, non ci siamo mai assoggettati a vive coll’umani. Lei però aveva fatto amicizia, quann’era ancora una giovane e bella gatta a pelo lungo, co’ ‘na vecchietta che le portava da magnà, proprio qui, in mezzo a sti sassi, dentro a ‘n cartoccetto. Ma non è durata tanto, sapete, la mi’ nonna, io me lo ricordo, me lo raccontavano tempo addietro, dicevano che se n’era scappata con un poco di buono, un gatto magro e pulcioso, che però c’aveva un occhio giallo, uno azzurro e tutti e due strabici. Con uno sguardo assassino come quello, faceva perde pure la fame alle gatte come mi’ nonna. E c’aveva pure la coda monca, il disgraziato. Mica come ricordo di un duello d’amore, però. Macché, pare fosse nato così. Come se dice oggi, un OGM, un difetto genetico che mo’ me ritrovo pure io, e che a mia volta ho trasmesso a quarcheduno dei miei numerosi discendenti. Uno su tot, dice la scienza.

Ma scusate, sto a chiacchierà pe’ gnente. Vi dicevo che manco le pietre hanno pace colla bella stagione. Umani di tutti i colori, a greggi immensi o alla spicciolata, vanno dietro alcuni capi-branco chiamati guide turistiche, che spiegano loro la storia de quei sassi. Ogni tanto, molto tempo fa, mi divertivo ad accodarmi di nascosto, a vedere se quello che andavano cianciando le guide in tante lingue diverse corrispondeva al vero. Io le ho sempre capite tutte, le lingue dell’uomo. Si sa, i gatti sono così, nun c’hanno bisogno dell’interprete: fanno solo finta de non capì, perché je fa comodo. E poi io la storia vera de li fori imperiali la sapevo perfettamente. La mia famiglia è antica, dicevo, e libera, ma di origini remote. I gatti, qui, ce sò sempre stati.
Lo so pure io che qui sorgevano dei templi e lì una chiesa. Lì c’erano i rostri e quello era er Palatino, mentre più in là, dove ora nun ce sta quasi gnente, ‘na vorta era la casa de le vestali. I grandi archi, qualcuno ce sta ancora, come quello de Tito, e qualcuno no. E allora? Nun ce sta gnente di eterno, nemmeno le pietre. Che c’avranno da fissà, sti turisti, lì dove nun ce sta più gnente? Mah!!
Almeno er Colosseo è grande, me cascassero le vibrisse!! Lì sì ce sta qualcosa da guardà… ogni tanto ce faccio ‘na scappata, a salutare certi cuggini mia che vivono ne li sotterranei. C’hanno la pancia grossa, che lì i topi nun mancano.
Ieri pure, con fatica, che ormai sono vecchio, ho voluto andarci. Ce stava un concerto in programma per la serata e quindi oltre alle orde dei barbari in fila per sei col resto di due ad invadere le sacre mura ce stavano pure operai arrampicati dappertutto in mezzo a cavi e a teloni bianchi (come li chiamano?... maxi schermi, sì) e musica sparata al cielo troppo forte per le mie povere orecchie. Ma nun ce lo sanno che ai gatti fa male un volume così alto??
E dire che tanto tempo fa da quegli spalti poteva scendere tanto un gelido silenzio che un tuono possente fatto di sole voci umane, che i tizi se guardavano gli spettacoli come ar cinema de oggi. E i miei antenati raccontavano de le battaglie de li umani colli parenti nostri a la lontana, tigri, leoni e compagnia bella, quanno nun se scannavano fra de loro. E glieli facevano vedè i sorci verdi, i nostri, altro che!! A me sembra ancora di sentire il loro odore selvaggio su questa sabbia, pensa ‘n po’. Ma forse me sbajo co li sudori de sta umanità puzzona che d’estate se riversa tutta su Roma.

Il fatto è che, non bastassero li sassi morti, che ce stanno sempre tutto l’anno, quelli che comannano sta città se inventano ‘n sacco de cose per attirare ancora di più le formiche umane! E concerti, recite, baracche e burattini, mostre, teatri… tutte cose che, pare, agli umani piacciono tanto. Non ho mai capito il perché. Ma tanto io sò solo un gatto, pure se me chiamo Sansone e sò er più vecchio de tutta Roma.

“Quanto sei bella Roma, quanno è estateeee… quanno me tocca raccoje la tua monnezzaaaa….”…
Gino se la canta allegro, anche se è mattina prestissimo. Ma c’ha le ragioni sue a cantare così.
Fare il netturbino a Roma, nel centro storico, d’estate, con tutti ‘sti bipedi a passeggio fino all’alba, è proprio difficile. Intanto l’orario: impossibile, secondo le misure loro. Pazienza pe noi gatti, che se sa, viviamo mejo de notte, ma pe’r povero Gino…
Gino è amico mio, ci conosciamo da sempre. L’ho visto fare i primi giri a raccoje la monnezza qua intorno. Porello, era quasi un cucciolo, allora. Girava co ‘n triciclo e du’ bidoni e ogni tanto se perdeva in tutte le viuzze e le piazzette tra piazza Navona e il lungotevere e tra il lungotevere e il Corso (al Corso ce pensavano li mezzi grossi, ma nel centro si andava così, cor triciclo). Quanno lo incontravo, lui porello frugava fra li sacchi neri e se trovava quarche cosa de bbono me lo passava, che mica ce stava la differenziata, allora. Gli stavo simpatico, me riconosceva dalla coda monca. E io in cambio stavo attento se se dimenticava quarche monnezza per strada, che un po’ distrattino lo era pure e in caso lanciavo qualche miagolio di quelli giusti a richiamarlo.

Gino, l’amico mio, è uno che merita la medaglia. Per tutto l’anno non fa che raccoje monnezza, e già questo je fa onore. Non è da tutti alzarsi prima dell’alba, in piena notte, e partire subito per andare a rendere lustra la città nella sua parte più bella e antica, quella che si mostra ai turisti tirata a lucido e imbellettata come una vecchia signora che non vuole ammettere di essere vecchia.
Gino contribuisce molto al machillagge della vecchietta. Figo, eh?...Questa parola, machillagge, l’ho imparata un giorno da una bella gattina francese che aveva perso la padrona, o meglio aveva perso l’albergo dove la padrona dormiva. Lei, la dolce, aveva voluto vedere coll’occhi sua le meraviglie della città caput mundi, disse proprio così, senza spiegarmi bene cosa intendeva dire, ma poi, se non era per me, sarebbe finita fra le grinfie di gatti senza scrupoli. Io invece mi sono travestito da guida turistica, proprio come gli umani, e l’ho portata prima a visitare i sassi dove abito, e poi in un certo posto lungo il Tevere, a vedere la luna piena che faceva il bagno nel biondo. Embè, per farla corta, credo che qualche mio discendente senza coda sia finito a Parigi, o giù di lì...

Ma si parlava di Gino. Oltre che per tutto l’anno, Gino è un eroe soprattutto d’estate, dato che in centro i rifiuti sembrano moltiplicarsi anche loro come le formiche. Certo ora non ha più er triciclo, ma un po’ conserva ancora qualcosa de la vecchia maniera, perché nel centro storico, nelle antiche piazze, non è che si possano usare i mezzi moderni, i camion arraffabidoni, quei voraci inghiottitori di monnezza. Gino ora ha uno strumento chiamato ape, che però non punge come l’ape, ed è il massimo che può ottenere per le sue operazioni di pulizia quotidiana.
Del resto i bidoni stessi in questa zona della metropoli sono ancora a misura d’uomo, dicono.
Difatti l’uomo spesso deposita il sacchetto per terra, dove c’arriva mejo, piuttosto che rovinare il vecchio bidoncino.

Gino è uno dei pochi umani che mi piacciono davvero. Noi due ci capiamo, e anche se lui se la canta so che è stufo di vedere maltrattata la città dai barbari a due gambe, proprio come sono stufo io. Però lui è più bravo di me, se la ride, se la canta e continua a fare il lavoro suo.
Ma un gatto, s’è mai visto ride? No. E allora anche se sò Sansone e sò speciale, non sarò io il primo a farlo.

C’è però un altro umano che comincia a starmi simpatico da un po’ di tempo. Non è romano de Roma, ma qui ormai ci abita. A dire il vero non ha una fissa dimora. Lui dorme un po’ alla stazione Termini, un po’ nella metro, ‘na vorta sulla linea blu e ‘na vorta su quella rossa. Ora, d’estate, dorme dove je capita, su qualche scalinata importante, come quella del Vittoriano o quella de Trinità dei monti, oppure nell’angolo di una piazza, o su li scalini de ‘na chiesa. È libero, come me. Qualche volta è venuto pure a li Fori a riposare sotto le stelle, che là c’è posto per tutti. Io gli andavo incontro e lui mi carezzava dalle orecchie fino alla punta della mia coda monca, in un gesto delicato che mai nessuno ha avuto per me, in tutta la mia lunga vita. Non so lui se ha un nome, viene da lontano, dice, e veste di stracci, non indossa vestiti puliti e ordinati come quasi tutti i suoi simili. Dico quasi, perché di gente come il mio amico ce n’è tanta, in questa città. Sono gli unici che sembrano non avere mai fretta. Passano ore e ore seduti da qualche parte colla mano tesa a mormorare litanie che non ascolta nessuno, con un cestino davanti che rimane sempre vuoto.
Pure lui, pure questo mio amico fa questo lavoro. Credo che sia vecchio come me. Se nun fosse che non è de Roma, giurerei che il mio primo avo abbia conosciuto il suo primo avo, tra le mura di questa città appena innalzate da Romolo. E giurerei che lui sia nato lo stesso anno lontano che ha visto nascere me senza la mia coda. Perché lo dico? Mah, perché i gatti, oltre alle nove vite, che io ho in gran parte consumato, c’hanno pure il sesto senso, pure con metà della coda. Lui c’ha delle rughe profonde a dimostrarlo, io non ho più neanche un dente e ce vedo poco (ma nun se deve sapè, che ce perdo la reputazione). Semo uguali.
Insieme stiamo a volte seduti da qualche parte, aspettando che il suo cestino si riempia di monete, così lui compra qualcosa e poi la divide con me. Sì vabbè, ho già detto che la mia famiglia non fa comunella con gli umani, a parte la mi’ nonna co la sua vecchietta, ma questo umano è diverso dagli altri. È perfino mejo de Gino, ecco. Le sue carezze me fanno venì er coccolone. E pure a lui, che ve pensate.

Quest’anno l’estate è caldissima, noi vecchietti non sappiamo più dove andare a ripararci. Poggiare le zampe per terra vuol dire scottarsele e lasciare l’impronta come a ollivùd. Per questo sto spesso coll’amico mio dalle parti dele fontane. Quella di Trevi è la più fresca, messa là in quella piazzetta così piccola, ma è che ce sta troppa gente, mi cadessero le vibrisse!! Lui però, già che c’è, ne approfitta anche per lavorare.
Nun c’è traccia de romani. Qui sò tutti stranieri, e pure se la moneta è talvolta comune, le lingue sò sempre diverse fra loro, c’è poco da fa’. Dalla calura la gente se sente male. Una turista s’è spogliata completamente, e dico completamente, capitemi, e si è immersa nella fontana. Gli altri ridono, la temperatura sale ancora di più, se possibile, ma poi arrivano li viggili. Quelli non ridono manco col solletico. L’hanno portata via, nuda com’era.
Si ritorna al casino normale. No, io me ritiro, nun la sopporto tutta sta gente.

Quanno cala la sera s’arza er ponentino e l’afa per un momento se dimentica di Roma. Posso tornare a chiudere la bocca, che i gatti non hanno altro modo per sudare. Arriva il mio amico, cercando tranquillità anche lui, dopo la carneficina dell’umanità tutta lessata ai 40 gradi di oggi. Qui ai Fori c’è un po’ di calma. Ce stanno li riflettori accesi, li possino… ma insomma, non è malaccio. Lui tira fuori un panino col prosciutto, mi da quasi tutto il prosciutto e mangia il resto. La giornata gli ha reso bene, a quanto pare. Poi comincia a parlare, cosa che non fa spesso. Io non so che lingua parli, ma tanto lo capisco. E mentre mi accarezza da farmi rabbrividire, e v’assicuro che er ponentino nun c’entra, mi dice che a lui questa città je piace tanto. Dice che si respira un’aria bella, qui, che al suo paese non c’è, e nemmeno in altre città d’Italia. Nonostante il caldo, nonostante la calca e l’indifferenza della gente. Nonostante gli spettacoli che lui può vedere solo da lontano e i monumenti che può vedere solo da fuori, ma già je bastano così. L’aria è bella, a Roma, nonostante la miseria che traspare dalla presenza di persone come lui. Gli piacerebbe respirarla tutta in una volta, l’aria di Roma, prima che il suo tempo di vecchio mendicante solo e malato si compia.
Lo capisco. Mi sento come lui. Io je vojo bene a sta Roma capoccia, come diceva quel cantante lì. Coi suoi sassi e la gente che l’invade. E vojo bene pure a questo umano che mi somiglia, anche se cammina su due zampe invece che quattro e la coda nun ce l’ha (ma tanto io ce l’ho a metà e siamo pari). E vorrei dirgli che io so’ er gatto più vecchio de questa città, e il più scaltro, e prima che la nostra ora scocchi per entrambi, io a quest’omo je vojo fà un regalo. Domani. Stasera mi godo le stelle, quelle poche che se riesce a vede’ nella notte non violentata dalla luce dei riflettori.

Nun ce metto molto a farmi capire e seguire. È quasi il tramonto di un’altra giornata di fuoco. Fuoco da calura, fuoco dall’inverosimile ressa di umani folli, che corrono, spingono, si strattonano, per vedere questo e quello. Stavolta la ressa mi torna utile. Il mio amico, un po’ stralunato perché non capisce poi così tanto, mi ha seguito fino a qui, fino a piazza s. Pietro. Si sente un tantino fuori posto, e ce credo. Qui è tutto così divino da mettere in soggezione. Ma io credo sia proprio il posto ideale per uno come a lui. Dove, meglio di qui, un senza tetto può essere accolto? Dove se non nella culla di chi, se è vero quello che dicono, un bel giorno s’è inventato di creare i gatti prima, e gli uomini dopo, dopo cioè tutto il companatico?
La solita folla di pellegrini e di turisti e di curiosi. È l’ora di chiusura, nun se po’ più entrà nei musei, nella cappella colorata, e nemmeno… nun se può andare su, sopra ar cuppolone. Ma io proprio sur cuppolone ce vojo annà coll’amico mio.
Calcolando tutto al millesimo riesco a distrarre l’addetto ai biglietti (ma perché se deve pagà pe’ fare tutte quelle scale?) che mi corre dietro, mentre il mio amico, senza capire come, si ritrova fra l’ultima tornata di visitatori, e non ha nemmeno pagato… Grande!! Io conosco tutti li passaggi interni, accessibili solo a gatti e topi, e in un attimo lo raggiungo. Lui, sempre più frastornato, si è ritrovato solo, in coda alla coda, e mi vede con sollievo. Ci sediamo e aspettiamo di ritrovare il fiato. Ci sono più di 500 scalini fino alla cima, alla nostra età non è uno scherzo. Ma noi non abbiamo fretta. Piano piano, lui ridendo fra le rughe e io sotto i baffi come di meglio non posso fare (anvédi, è la vorta che ‘mparo a ride!), ci avviamo lungo la stretta scala. Ogni tanto respiriamo un po’ di venticello dalle finestrelle e poi ricominciamo la salita. Non c’è nessuno oltre a noi, credo abbiano chiuso l’accesso. Era quello che volevo. Ad un certo punto la scala si piega su un fianco, è la cupola che si restringe. Vedo il mio amico emozionato e stupito, non se lo aspettava. Alla fine ci arriviamo, a conquistare la cima della nostra personale vetta della vita. Lui esce sul terrazzino e si aggrappa al muro. L’emozione è forte pure pe’ ‘mme. Abbiamo Roma ai nostri piedi nell’ora più bella, quando il sole ha lasciato la sua impronta rossastra sulla città, dipingendo tutto dello stesso colore. Tutte le formiche sono laggiù, qui con noi solo qualche colombo audace, che nun ce lo sa che qui con me, pure se sò senza denti, rischia le penne…
L’aria è fresca e ci rianima, ci fa sentire i padroni der monno. Vorrei spiegare all’amico mio che lì ce sta er Colosseo, lì Villa borghese, lì casa mia, tutti attorno i sette colli, che hai voglia a cercarli se nun li conosci, e quel serpente luccicante è il Tevere.
Non credo però che questo gli interessi, ora. Avverto, col mio sesto senso, tutta la sua felicità, tutto il suo benessere mentre respira tutta in una volta l’aria di Roma, come aveva sognato. Si accoccola lì dove si trova, incapace di parlare. Amico mio, s’io fossi capace di parlare, oltre che di miagolare, che tu il mio verso roco non lo comprendi, ti direi che quassù io, gatto vecchio e di nessuno, e tu, vecchio e di nessuno pure te, siamo gli ultimi re di Roma. Nessuno ci porta via la corona, nessuno ce la può contestare. Manco il papa, porello, che abita qua sotto. E dirò di più. Se fossi capace di cantare canterei quella canzone che canta sempre Gino e che comincia così: quanto sei bella Roma…
Credo che il mio amico la pensi come me. Perché delle strane gocce di acqua gli stanno uscendo dagli occhi. E siccome io sò Sansone, mica un gatto qualunque, so che quelle strane gocce si chiamano lacrime. Poco ce manca e me le faccio venì pure io.
Ma dove si è visto mai un re di Roma che piagne de ggioia?

 

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