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poesia classificata di Paolo Sangiovanni - Roma
Il nostro Novecento
Ieri ho intravisto il cieco che vendeva
pannocchie lesse all’angolo di via
Taverna Penta nel quarantatre.
Ci siamo riscoperti sbigottiti.
Meravigliati entrambi di trovarci
ancora qua a combattere,accaniti.
Chini sui nostri pezzi in punteria.
Eppure persi.Come il passeggero
senza biglietto che tenta la fuga
ma ha le gambe invischiate nella molle
fanghiglia ambigua dell’eternità.
Il Novecento scivolando piano
oltre l’angolo ci ha lasciato in fondo
ai sentimenti qualche cosa di
impalpabile e denso di pietà.
Ma le sequenze che si fanno strada
nelle nostre pellicole via via
sono sommesse,timide.Rifanno
il verso a un film con Massimo Girotti.
Queste farraginose litanie
di menzogne,ricordi,di invenzioni
che ci hanno superato nel cammino
bussano sulle nostre intimorite
coscienze sempre in cerca di perché
che,come loro,non abbiamo. Noi
che inconsapevolmente siamo stati.
Noi che abbiamo svoltato il Novecento
talvolta ci guardiamo intimoriti
intorno. Alla ricerca di qualcosa
che non sappiamo cosa sia.Se esiste.
O ci è stato soltanto raccontato.
Ci esercitiamo a ricordare a volte
quello che prima c’era e non c’è più:
la ruzzola,il pennino Cavallotti,
lo scaccino,il magnano,il venditore
di more,il proto. E poi il riparatore
di piatti,ombrelli,tazze e insalatiere.
E fingiamo di credere in perfetta
buona fede che tutte queste cose
fossero la codifica dell’Eden.
Così svoltato il secolo,vicini
ad un tramonto che non comprendiamo,
mentre ogni cosa si trasforma e cade
piangiamo queste finte verità.
Queste illusioni morte,noi compresi,
che la macina ingoia.Senza febbre.
Senza applausi all’uscita.Senza coro.
Come correndo lungo uno stradone
che via via che si snoda si divora.
Con le case e le vigne superate.
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