8° racconto classificato di Ivano Mugnaini - Corsanico (Lu)

La Congiura dei Pazzi


Non avrebbe mai pensato, Federico da Montefeltro, duca di Urbino, che, scrivendo una lettera in codice il 15 febbraio del 1478, avrebbe fatto la fortuna di un ricercatore italiano della Wesleyan University del Connecticut nel 2002. Erano anni che Marcello Simonetta studiava quel documento: la chiave segreta per comprendere i retroscena della sanguinosa e famigerata Congiura dei Pazzi. Molti suoi colleghi avevano dedicato anni di fatica a quel foglio di carta pieno di simboli arcani. Senza alcun risultato. Quei quadratini e quei circoletti continuavano a irridere chi li scrutava cercando di carpire il loro segreto. Simonetta ebbe un colpo di genio, o, a sentire i suoi colleghi, una fortuna sfacciata: trattò quella carta con distacco. Ragionò, non si lasciò ipnotizzare dal fascino della sfida che lanciava ai secoli. La guardò con lucidità, come se avesse contenuto un giochino architettato da un gruppo di bambini delle elementari.

            Nella lingua italiana le lettere che ricorrono con maggiore frequenza sono le vocali - si disse. Quindi i simboli che compaiono più spesso devono corrispondere a vocali. Cominciò con la A. Isolò una sequenza che si ripeteva con regolarità nella lettera. Inserendo al posto dei simboli mancanti le consonanti adeguate ottenne tre parole di senso compiuto: “la sua santità”. Sorrise, Simonetta. La missiva faceva riferimento al Pontefice dell’epoca, Sisto IV, vero promotore della Congiura. La lettera inviata da Federico ai suoi ambasciatori a Roma mostrava il desiderio del Montefeltro di eliminare Giuliano e Lorenzo dei Medici, e il suo impegno a contribuire militarmente alla causa con seicento dei suoi soldati migliori. L’intervento armato del suo esercito a Firenze avrebbe dovuto far pendere l’ago della bilancia a favore dei Congiurati. Avrebbero preso il controllo della ricca ed ambita città, Federico ed il Papa, utilizzando i Pazzi come strumenti per strappare Firenze alla famiglia dei Medici. Le cose non andarono secondo i piani. Lorenzo sopravvisse all’attacco brutale, e, dopo due anni di combattimenti, ritornò trionfante al potere. Lo scontro fu perduto.
            Ma il fuoco della bruciante sconfitta di quel sodalizio di uomini risplendette a cinque secoli di distanza nel sorriso smagliante di Simonetta. La lettera era stata decifrata, e una pagina significativa del passato assumeva finalmente un volto nitido.

            “La Storia sovente è un quadro nascosto sotto i colori raggrumati di un altro quadro”, proclamò il ricercatore nel corso della conferenza stampa con cui rivelò al mondo accademico e ai media la sua scoperta. “Necessita tenacia e coraggio. Si tratta di cancellare l’immagine in superficie per arrivare a vedere i veri volti, le figure, i gesti autentici. E’ questo che ho fatto. Ho cancellato il falso e il superfluo per arrivare all’essenza. Scoprire la verità è come entrare in una piramide egizia. Molti vi penetrano per depredare ori e monili. Io ero in cerca di uno sguardo, un dettaglio, un oggetto che potesse richiamare, anche per un solo istante, il tempo andato. Lo so, molti dicono che violare le tombe dei Faraoni è il modo ideale per attirare su di sé le loro maledizioni. Un’identica minaccia proviene da qualunque identità rimasta protetta, per secoli, nel buio dell’oblio. Anche i miei Congiurati mi malediranno, è sicuro. Ma io sono uno strumento della verità. Ho solo additato al mondo il gioco del tempo, un serpente che scivola all’interno della sua tana e si diverte a riapparire in superficie, con occhietti gialli e penetranti, nel punto più distante. Là dove meno te lo aspetti”.

            Mario Frantisek era amico d’infanzia di Marcello Simonetta. Avevano studiato insieme, dall’età di cinque anni fino a quella Facoltà Universitaria. Frantisek era convinto di valere di più dell’uomo che declamava impettito le sue gesta dalla cattedra dell’Aula Magna. Sapeva altrettanto bene però che la decrittazione di quella lettera avrebbe fatto diventare il suo collega un cattedratico di fama. Grati per la pubblicità internazionale di cui beneficiava l’Istituto, i pezzi grossi lo avrebbero nominato Professore senza neppure lo straccio di un esame. E lui, Mario Frantisek, sarebbe rimasto ricercatore a vita. Né carne né pesce, né studente né professore. C’era una sola soluzione: emulare Simonetta. Batterlo sul suo stesso terreno, scoprendo qualcosa di ben più strabiliante, arrivando a decifrare una verità nascosta di rilievo così ampio e decisivo da ridimensionare il lavoro del collega facendolo apparire del tutto insulso. Si trattava, in sostanza, di ordire una Controcongiura. O, più esattamente, una Congiura nuova, aggiornata e agguerrita. Frantisek si immaginò per un attimo con un abito di velluto scuro addosso e un cappellaccio di panno schiacciato di tre quarti sulla fronte. Si vide e si sentì, in quel preciso momento, come un membro onorario della famiglia dei Pazzi. Gonfiò il petto, respirò a fondo, e si preparò ad una strenua battaglia.

            Simonetta aveva scoperto un segmento del filo ininterrotto che unisce il presente al passato. Lui, il dottor Frantisek, avrebbe fatto di più: avrebbe evidenziato la vera consistenza, la natura reale di quel legame. Lo avrebbe reso visibile al mondo nella sua totalità, e, una volta mostrato, lo avrebbe esorcizzato percorrendolo avanti e indietro come un acrobata. Di un particolare era già a conoscenza: il colore del filo. Rosso, non poteva essere altrimenti. Aveva il colore del sangue, della passione, della follia.

            Cercò per mesi, Frantisek, una scintilla, uno spunto, l’attimo di intuizione che fa risultare chiari i dati dando un valore univoco a tutte le incognite. Si spostò da luogo a luogo, da città in città, da stato a stato. Sapeva che tempo e spazio sono legati indissolubilmente. Si trattava solo di trovarsi nel luogo giusto al momento giusto. Là dove un sasso che cade, un muro che si sgretola, una foglia che si posa al suolo, gli avrebbero indicato la via per la comprensione del più grande dei misteri. Corse, Frantisek, bruciò galloni di benzina. Non trovò nulla. Cominciò a convincersi di essere destinato al ruolo di eterno comprimario.

            Finché un giorno, mentre sedeva nel suo ufficio, le gambe sul tavolo e le dita intrecciate dietro la schiena, vide comparire sul vetro della finestra una mano scura. Percorreva cerchi concentrici, come in una specie di interminabile saluto. Era Rajiv, un ragazzo pakistano che aveva iniziato gli studi universitari con lui, ma poi, per mancanza di soldi, era stato costretto a mollare tutto. Faceva il lavavetri, ora. Si era specializzato nella pulitura a specchio di palazzi e grattacieli. Mario Frantisek lo guardò e sorrise. Forse, nel profondo del profondo, là dove non arriva nemmeno il sentimento della vergogna, si rallegrò, tra sé e sé. Si disse che c’erano sconfitte peggiori della sua, fallimenti più umilianti. Anche Rajiv lo riconobbe. Lo guardò a lungo, con uno sguardo radioso, due occhi grandi e puliti come i suoi vetri. Mario si alzò e si avvicinò alla finestra. Si strinsero la mani, i due compagni di un tempo, e presero a parlare degli anni andati.

            Quasi senza rendersene conto, Mario si trovò ad illustrare all’amico la sua attività di ricercatore. Con orgoglio, sì, con evidente compiacimento. Dopotutto era un modo per far sentire Rajiv parte del gruppo, ancora presente, lì, tra quelle cattedre e quegli scaffali zeppi di libri. Con divertita onestà Mario tirò in ballo anche il suo progetto più ambizioso, quello che, fino ad allora, non gli era riuscito di realizzare. Parlò a Rajiv del filo rosso del tempo, senza sperare, per altro, che l’uomo che aveva di fronte fosse in grado di comprendere appieno. Gli occhi di Rajiv si fecero ancora più luminosi. Non solo dimostrò di avere capito benissimo, ma individuò anche l’errore di Mario, la scelta inadeguata.

            “Non sei riuscito a trovarlo, il filo, perché lo hai cercato nel modo e nel luogo sbagliato. Hai fatto la spola tra città e città, percorrendo inutilmente miglia di strada. Avresti dovuto rimanere fermo, invece. Guardando in una prospettiva diversa. Faccio il lavavetri da anni, ormai, e io lo so: il segreto è nella verticalità. Salire, scendere, e salire di nuovo. Per scoprire in un identico punto tutto e nulla, l’identico e l’infinitamente vario. Vite uguali e diverse sospese in un unico luogo geografico, le stesse coordinate spaziali. Vieni con me, un giorno, su questo trabiccolo oscillante che mi permette di passare da piano a piano, da stanza a stanza. Vieni, e capirai qualcosa, finalmente!”.

            Mario rimase a bocca aperta. Poi esplose in una risata fragorosa. Congedò il lavavetri con una pacca sulla spalla, abbastanza robusta da farlo ciondolare per un po’ sulla corda sospesa nel vuoto. Lo salutò con un gesto rapido e richiuse la finestra.
            Ci rifletté, in seguito. Contro la sua stessa volontà si trovò a ripensare alle parole di Rajiv. Assurde, certo. Farneticanti fantasie di un profano, un ignorante. Ma racchiudevano anche la sola possibilità che aveva per uscire dallo stallo, dalle sabbie mobili che lo strangolavano. In fondo l’attività di ricercatore si basa sugli esperimenti, sull’arte del tentativo. Galileo docet, “provando e riprovando”. Un tentativo in più, giusto o sbagliato che sia, non mi ucciderà - si disse.
            Rajiv condusse l’ex compagno davanti ad un grattacielo enorme. Lucente di vetrine di negozi e alberghi. Gli spiegò con cura il funzionamento della pedana che serviva per salire e scendere. Gli diede consigli e raccomandazioni, poi lo invitò a prendere posto. “Devi andare da solo” - gli sussurrò. “La comprensione di certi misteri deve essere assolutamente individuale”.

            Piano dopo piano Mario osservava le persone e le cose. Di fronte ad un identico programma televisivo, un monaco zen e quattro tipi con facce da mafiosi che giocavano a carte. Una bellissima cameriera sdraiata a sognare per qualche istante sul letto di una suite, e una vecchia con la faccia tetra e le mani ingioiellate che sfogliavano le pagine di una rivista come se fossero state anni sciupati da strappare con le unghie. Ogni ambiente un suono, un’atmosfera. I fotogrammi di un film, una pellicola gigantesca che continuava a girare. Mario si sforzò, si concentrò con tutte le forze. Non riuscì ad andare più in là di una sensazione: lui stesso era parte di quel film. Estraneo e inesorabilmente affine. Decise di salire ancora. Per il gusto di rafforzare l’orrore, la vertigine dell’inafferrabile. Un uomo e una donna erano stretti sopra un lenzuolo candido, in un abbraccio di passione così tenera e feroce da far pensare all’essenza stessa, al nocciolo duro e vero dell’amore. Sorrise, Mario, e decise di allontanarsi subito. Qualcosa lo trattenne, però. Volle vedere, per un attimo, i volti dei due amanti. La donna aveva capelli sciolti, corvini, resi ancora più sinuosi da un velo di sudore. Attese con pazienza che si girasse. Dovette ancorarsi con entrambe le mani alla corda, Mario. Le sue gambe avevano perso peso e forza, cedendoli all’aria che gravava sulle spalle come un macigno. Janet non lo vide. Era distante, lontanissima. Perduta negli istanti e nei sentieri del piacere. Lui invece la riconobbe benissimo. Sentì scorrere dentro di sé in un solo attimo dieci anni di fidanzamento, il mattino in cui l’aveva conosciuta e il giorno, ormai prossimo, in cui avrebbe dovuto sposarla. Tutto era già pronto e programmato, gli invitati, la lista di nozze, il ristorante alla moda, la spiaggia esotica per la luna di miele.

            Comprese, Mario. Ebbe chiaro il disegno completo, i punti, i segmenti, le linee, le sfumature. Ieri, oggi, sempre. Nella sua mente scorreva fluido il concetto, il senso articolato dell’insieme. Rabbia, quiete, urlo, riso sfrenato. Pensò al Professor Marcello Simonetta. Avrebbe potuto sostenere di fronte a lui di aver decifrato un segreto ben più arcano e significativo di quello svelato da lui. Vide anche, cristallina e viva nella mente, l’immagine di Rajiv, il suo sorriso serafico. No, non lo avrebbero capito. Lo avrebbero guardato entrambi con identica commiserazione. Doveva fare tutto da solo, non c’era via di uscita. Per completare l’opera non restava che dare attuazione concreta alla sua intuizione. Divenire egli stesso parte integrante, corporea, della sua scoperta. Il filo rosso del tempo c’è, esiste. Ma il suo segreto, l’essenza, è qualcosa di più della leggerezza. E’ convivenza di totalità e niente, presenza e assenza. La pienezza infinita del vuoto. Ecco, sì: l’essenza vera, assoluta, è il vuoto. Il volo. Sorrise Mario, trionfante, nell’attimo in cui si liberava dalla corda di sicurezza e dava consistenza empirica, sperimentale, al suo studio sulle coordinate spazio-temporali. Rintracciate, e perdute, nell’atto infinito del volo.  

 


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