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racconto classificato di Daniela Pirani - Pieve di Cento (Bo)
L'Aviatore
Nell’aere terso, nel cielo color malva, nella rarefatta atmosfera là in alto, giusto un poco più in alto dell’orizzonte, là non potete davvero non scorgerlo. E se la vista vi inganna, se una nube idrofila ve lo nasconde, individuate il riverbero dell’elica, il roboante vibrare del motore. Eccolo, lo vedete? Ma sì, coi mustacchi, due grossi mustacchi neri appena dietro la carlinga, e che carlinga signori, che carlinga, questo non è metallo, è un pezzo d’arte, un monoposto così non si vede mica spesso, questo è un gioiello, signori, un gioiello con le ali. Ecco, quei mustacchi sorridenti sono l’Aviatore. Esattamente, l’Aviatore. Non fate quella faccia, ve lo immaginavate diverso?
Oramai la sua figura leggendaria ha tracciato di lui più ritratti di quanti se ne possano sostenere. Ma lui non se ne cura, se ne sta alto, altissimo, sospeso nell’aria leggera. Alle volte, si dice, spegne il motore e si lascia cullare, fiuta la corrente e si abbandona da un sospiro all’altro, planando soavemente, palpando l’impercettibile consistenza dell’aria. Osa fin che non è così basso da riconoscere l’erba medica e allora riaccende il motore, con che maestria, un vero pilota senza dubbio, in alto in alto ritorna, lui e i suoi mustacchi, come se niente fosse successo.
E non solo si diletta con queste acrobazie, come testimoniano le innumerevoli volute bianche, riccioli di panna sbavati nel cielo, carezze e fendenti. Non solo, dicevo, ha questo suo particolare diletto, ma è un uomo sorridente, niente smorfie di impegno, paura o affettazione. Egli, davvero, sorride. Sorride, e gli sorride tutto all’aviatore, non solo le labbra, tutte le parti della sua faccia. Gli sorridono gli occhi, gli occhialoni, la cuffia di pelle, persino le orecchie, le ali del naso e pure i denti, così sembra, gli sorridono da sotto i mustacchi neri. E cos’avrà da sorridere il nostro pilota?Ah, questo proprio non si sa. Un tempo disse ad una bambina un poco imbronciata: “Ridi, piccina, perché a bocca aperta entra più vita”. Su quest’affermazione di filosofia applicata molti dottori stanno ancora riflettendo.
Di una cosa si è certi: la fierezza assoluta del suo velivolo. Non che ci fosse alcun dubbio, a stare così tanto là per aria bisogna anche starci comodi. E’ l’eleganza, l’affiatamento di questa coppia, lui che pare un duca su una libellula. Per certo ripara da sé i guasti al motore, olia gli ingranaggi, rattoppa le scalfiture. Non è noto, esattamente, dov’egli trovi i pezzi, perché non c’è nessuno che li venda. Si mormora che sia stato scorto tra le cataste rugginose dei ferri vecchi, ma senz’altro è malignità di quelli che per aria non hanno mai nemmeno alzato il naso. Se lo carezza, il suo monoposto, e gli dà qualche pacchettina, come a dirgli ma che bravo. Pare che sia un Saetta tutto modificato, irriconoscibile direbbero gli intenditori. L’aviatore ogni tanto borbotta che Macchi era un brav’uomo, il buon Giulio di cose ne sapeva, non era mica uno scalzacane. Proprio così, scalzacane. Ne sapeva di cose, di come si fa un aeroplano, perché un aeroplano non deve mica solo volare, deve avere una sua grazia. Come una ballerina. Deve essere dolce la sinuosità dell’elica e ispirare fiducia, al contempo, la massa compatta del serbatoio. Lo sguardo deve poter delinearne il profilo in un’unica linea ininterrotta, come fosse la linea dell’aria, come fosse una composizione, un’armonia dei suoni in cui una nota tiene appresso l’altra, fino al compimento. Eh, il buon Giulio certe cose le sapeva…
In realtà non è che l’aviatore sia spesso a terra, anzi. Nessuno perde tempo a cercarlo, sono giusto frammenti di quelli che vanno in bicicletta lungo gli argini, e alle volte se lo ritrovano lì davanti, senza un perché. E’ evidente che è il cielo, che lui preferisce, è il cielo, che gli appartiene. Chissà se sa ancora camminare, l’Aviatore!
Una cosa gli invidiamo tutti: il panorama dall’alto. Quale vista meravigliosa, deve avere. I pioppeti come stecchi ordinati piantati nell’ocra della terra, le file diritte e lo slancio altissimo, i rami sottili aggrovigliati qua e là dai nidi. E poi i campi, gialli, verdi, tutte le sfumature del verde, e della terra, grossa e umida, feconda. Gli argini che discendono a gradoni, come le pareti delle antiche piramidi. Che emozione goderne il crinale, e ad un tempo vedere l’uno e l’altro versante, quello sui campi e quello sul fiume. A noi, da stare qui, pare un muro dietro cui la campagna si fermi, la sorgente del sole la mattina e il riverbero del tramonto. E le case!Seminate come coriandoli, alcune più grandi, alcune più piccine, adesso distanti e poi -in planata -ecco, sembra di poterle toccare. La pianta quadrata e il tetto solido, a quattro falde. Come una matrona, così sono le nostre case. C’è il viale e gli alberi attorno, l’aia di dietro con l’orto le galline e il cane. Il cane dall’alto non si vede, ma si sa che c’è.
Le cavedagne perpendicolari ai fossi, spelucchiose e brulle le prime, fioriti e gracidanti i secondi. L’innumerevole tipologia, i fossi alti e i fossi bassi, quelli larghi che assomigliano a canali e quelli stretti, che li saltano i bambini. Le piante di rusticani cresciute a principio dei ponticelli di pietra. Dall’altro sembreranno virgole grigie, minuscole fratture nella sintassi dei campi o forse, al contrario, l’estensione sinuosa delle stradine ghiaiate.
Non so se qualcuno lo invidi, per la vita che fa, per le prodezze, per le cose che vede. E’ che noi siamo sempre stati abituati a starcene qui, svettanti da terra quel tanto che natura ci ha concesso, non molto di più. Tranne la Gina, forse, quando si mette i tacchi, e a vederla passare ci sembra di stare un qualche centimetro da terra pure noi. Ma dall’alto al basso si guardan sempre le solite cose, i radicchi e le punte dei piedi, eppure ci pare di stare così comodi e tranquilli, noi così ancorati a terra. Alle volte mi chiedo: e se fosse il contrario? E se fosse l’aviatore, con tutta la sua propulsione, a starsene fermo e noi a girargli attorno?Noi tutti assieme, con la terra e tutto, tutti quanti, non che uno possa dire “sono rimasto indietro”. Certo è che se fosse così la questione cambierebbe radicalmente. Chissà, bisognerebbe chiedere a lui, se si sente fermo o in movimento, là per aria.
Come dicevo le interviste che gli si fanno non sono né così frequenti né così cariche di informazioni e per questo assumono una certa suggestione in chi le ascolta, la sentenza di un vate. Nel giro di una mezza giornata diventano la chiacchiera del bar, e dai tavolini affianco alla canonica si arriva nelle piazze del paese che è un attimo, vi giuro, intercettate da tutti i giocatori di briscola presenti sulla traiettoria.
Ad avercelo sempre così vicino pare familiare, ma è un conoscente un po’ strano, costruito a pezzi slegati, come un parente lontano di cui si hanno certe notizie, suggestioni e poco più. Dall’accento, secondo certi, l’aviatore è senz’altro francese. Non vedete? La postura, quel savoir faire, quel suo gergo raffinato. Non può che essere francese, santo cielo. Anche se un’altra teoria si è sparsa, ossia che sia piemontese, il nostro bell’omino, poiché regalò marron glacè e violette alla Iole di Ferranti. Violette, signori, e questa è una dichiarazione d’intenti e d’appartenenza. Più che il gianduia, facile a contraffarsi, uno spasimante quasi d’oltralpe sicuro si contraddistingue per i marron glacè.
A questo punto, però, non si può non menzionare il rapporto dell’aviatore con le donne. Un po’ bizzarro, senza dubbio. L’unico spunto di materialità che quest’ombra lascia di sé alla terra. Gli piacciono ben prosperose, al nostro uomo, che senza dubbio dall’alto ad una certa vista del corpo femminile ci sarà abituato. Non che la Iole, figlia di Ferranti, avesse dato all’aviatore qualche speranza, sia da intendere. E’ che la Iole veste sempre chiaro, tutta bianca e rosina, e a quella macchia di luce nel verde egli doveva esserci affezionato. Così un bel giorno si presenta a casa del Ferranti con i marroni e le violette, un sorriso chiaro sotto i mustacchi, il cappello in mano, l’aria di chi non è mica lì per niente. Non è che questa stravaganza abbia riscosso così gran successo. Un aviatore che atterra per amore desta sempre una certa perplessità, l’incredulità di chi non si fida dei doni venuti dal cielo. Qui finisce la breve storia della Iole e dell’aviatore, in un attimo fugace a consumare le violette, ma nulla più di questo.
Certo, non che basti quest’avventura fugace ad esaurire il problema. Non è che un cavillo, uno scampolo di cartolina, non basta certo un’avventura a raccontare un uomo. Esiste una certa teoria, per cui gli uomini si possano raccontare per le donne che hanno avuto, per quelle che hanno cercato inseguito tradito. Per quell’inesauribile tensione ad un orlo di una sottana, ad un collo raccolto, una scia dolce, niente alle volte di più di una risata sotto il glicine. Forse gli uomini si sono espressi nella loro vera aspirazione solo in tutte quelle adorabili arroganti messe in scena all’uscita da messa, nei portici, il particolare ricercato per farsi notare dall’altro capo della piazza, l’inequivocabile gesto della mano che sistema la brillantina sotto il cappello.
Per questo andrebbe cercata un po’ più a fondo, negli amori concreti, la ragione di fondo dell’aviatore. Innanzitutto, come si può così a lungo rimanere sospesi da terra? Fisicamente non è possibile, egli è un uomo e l’aereo che porta un mezzo meccanico, entrambi dunque dotati di esigenze fisiologiche da espletarsi periodicamente. Chiaro che poter accontentare entrambi
in un sol colpo sarebbe proprio l’ideale, l’economia perfetta di una coppia così affiatata. E non è detto che non capiti, signori.
Lei è la benzinaia, e si deve andare fino a Ravarino, per trovarne le pertinenze. Ravarino o giù di lì, insomma. Ci siamo chiesti in molti chi rifornisse l’aviatore del carburante per le sue ricognizioni, chi ne rinfrescasse l’aspetto con un sorso di vino e qualcosa di caldo. A capo di tutto ciò, sta la benzinaia. E’ una donna massiccia, solida, impiantata con una certa convinzione nel panorama emiliano, senza crepa alcuna nella sua persona ostinata. Un viso ampio, e non facile, circondato da un nido composto di capelli corvini. Da quando suo marito se n’è andato è sempre stata alla pompa, sia mai che passi una macchina, o una motoretta rumorosa. Non è proprio mestiere da donne, ma non è da donne nemmeno fumare e maneggiar soldi, e lei maneggia il tubo con la sigaretta in bocca mentre dice quanto fa. E’ così, poche storie, se non ti va bene aria. Ha quella sorta di casa in cui vive, il capannotto lì a fianco, e se hai fame ti ci prepara anche qualcosa di buono da mangiare. E’ brava, la benzinaia, a far da mangiare. Non si sa come faccia, con quei modi bruschi, a fare certe tagliatelle fini. Lei dice che le fa ancora per suo marito, chissà mai che torni.
Insomma, come al solito sarà stata seduta lì davanti, sulle sedie di plastica sfilacciate ad aspettare una macchina o una motoretta, quand’ecco che nella scena compare l’aviatore.
-Quanta gliene faccio?
-Non ho qui il mezzo
- E allora lo porti qui
- Non posso, è un aeroplano
- Beh, allora venga dentro.
Si sedettero, per la prima volta, attorno ad un tavolo, coordinati da un certo vino rosso che nessuno dei due pareva disprezzare, concentrati ed in silenzio attorno alle tagliatelle della benzinaia, galeotte. Non per forza disturba il silenzio tra due persone che hanno molto da dirsi, poiché alle volte anche senza parole si parla.
Chi ha osservato questa frequentazione sin da tempi non sospetti descrive i loro pasti come un balletto muto, in cui ad un gesto ne corrispondeva un altro con spontanea istituzione, secondo un brogliaccio non scritto. La ritmica era scandita dal rumore limpido del vino versato, nelle volute morbide che ricadono su loro stesse, come i pensieri che sempre su se stessi tornano. Un ritmo di pane sbriciolato, sparpagliato su una tovaglia a fiori, usato per raccogliere i resti dal piatto di un gesto d’affetto. Con quella tranquillità senza tempo se ne stavano i due, negandosi anche il pretesto di un rifornimento, e l’unica sosta la concedevano a loro stessi.
Poi un giorno attaccarono a parlare, così, dal nulla, come si fosse sfondato un argine e di rimando fosse arrivata la piena. Arrivarono le parole e la loro energia rinnovata, arrivarono i significati e le sfumature, le mille accezioni dialettali, il timbro oramai familiare della voce. Io non so cosa si siano detti e non ha alcun senso riportare qui le loro parole, i moti di stizza e le risa, il frasario dell’uno e dell’altra. Quello che si son detti lo sanno solo loro, via, e forse il vento, che dimentica in fretta tutte le cose. Lui vide in lei, in quegli occhi grandi così sofferti e temprati quell’equilibrio della terra che lui non aveva mai avuto, nella sua vita d’aviatore. Lei vide in lui il soffio, il respiro, lo sprazzo di cielo aperto che non aveva mai assaporato, così pesante lei e la sua vita. Si amarono necessariamente, con la stessa tensione dei pioppi che cercano il cielo e del cielo che li lambisce, si amarono compensando e unendo le loro pena, perché alle volte anche dall’amaro esce il dolce.
Fu un rito d’altri tempi quest’attesa clandestina di lui che volava sopra la sua testa e di lei che lo aspettava. Fu una cosa di una violenza spaventosa due corpi ormai logori, due vestiti vissuti che ripresero vita.
Atterrava per lei, per andarla a cercare. In quella donna c’era, per l’aviatore, la speranza di calmare quell’irrequietudine, c’era un trovare un motivo per tornare e godere del dolore dolcissimo di chi parte sapendo di tornare. Mai davvero fu così bello l’Aviatore, mai così in forma, seppure non lo desse a vedere. Proprio un bell’uomo, avreste detto, tutto preso dall’amore. Lei prese negli occhi quel guizzo, quel lampo veloce nell’iride, il pensiero alternativo che non aveva mai avuto. Le venne l’irrequietezza, non stava più seduta, viveva accesa da una serietà non più statica, la sua figura divenne più sottile. I capelli, alle volte, sciolti.
Ma è una storia vecchia, di come non si dimentica. Non si è sempre in grado a sorridere di fronte a quell’insondabile srotolarsi della vita, non si nasce pronti, a certe cose. E’ difficile, ad un certo punto, cambiare la propria vita senza averlo previsto. Rimanere a galla in mezzo alla piena. Riempirsi le tasche delle cose nuove e tenere a mente anche quelle vecchie, tutto è difficile a tenere assieme, scivola, scivola da tutte le parti e non rimane più niente. Pensava a suo marito che non c’era e lei non cucinava più per lui, non aspettava più seduta alla pompa di benzina e si faceva vedere coi capelli sciolti sulle spalle. Si sentiva così crudele per quella sua felicità nuova arrivatale dal cielo, e non sapeva spiegare a sé stessa quella fedeltà feroce che le rimaneva dentro. Era ingiusto rimetterla nella situazione di dover vivere, ricominciare ogni cosa ed ogni cosa non dimenticare. Ella covava quel morso nell’animo di non poter non fare una scelta, di non aderire consapevolmente all’irrazionale, tradendo quel progetto di solitudine che già da tempo, in memoria, si era confezionata per sé. Non sapendo da che parte di sé stessa schierarsi, abbandonò il campo, una strategia possibile in tutte le battaglie.
Lasciò l’aviatore senza un lamento, corrosa da dentro da questo pensiero che non la lasciava più respirare, abbandonò la sua lotta privata, perché i panni sporchi si lavano in casa e lei quelli proprio non li sapeva trattare. Si avvicinò prima alla resa dei conti, abbandonandosi un pomeriggio sulla giacca di pelle che sapeva di vento, dolcemente, dolce come non era mai stata, non sorrideva ma il viso prese un’espressione distesa che le videro tutti, più tardi, al funerale.
Per questo non parve a nessuno di essere sincero mentre sul sagrato scaldato dall’estate dicevano: “è morta di un brutto male”.
Lui non se la prese, per subito, e rimase molto tempo a pensare. Non arrivò a nessuna conclusione che non fosse di rinunciare alla terra, di rinunciare al gusto per la terra che lei gli aveva insegnato, ora che lei non era più lì. Triste, direte?
Lui si mise a cercarla in cielo, là dove la sentiva più vicina ora. Lui non fu abbandonato, no, errore banale, lei aveva operato la scelta più alta: era diventata aria, era diventata spirito, colei che soffia, che sempre sarebbe soffiata accanto a lui. Perché se quel corpo la faceva così soffrire avrebbe dovuto continuare a tenerselo?Anche lui, se avesse avuto il coraggio, avrebbe intrapreso quella scelta, ma c’era il suo aereo e lui non aveva cuore di abbandonarlo.
Ecco, così vola l’Aviatore, egoisticamente innamorato e senza rimpianti, con l’aria di chi è sempre in cerca ma sa esattamente cosa sta cercando.
Tutte queste cose forse non le avreste dette, forse non si potevano neanche ipotizzare a vederlo passare una volta soltanto tra i cirri. Tant’è, ed egli serba la sua vita dalle terrestri proporzioni, perché tutto dall’alto sembra piccino, pure le pene, e solo nella piccionaia atmosferica la serenità si dilata spontaneamente, e diventa per lui l’unica aria respirabile.
Questa, è la vera storia dell’Aviatore, di quell’anima che gira sopra le nostre teste e ride, vicino al cielo, vicino a lei.
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