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racconto classificato di Anna Frosali - Roma
UNA SIGNORA PER BENE
Forse maturare è sostituire alla giustizia delle convenzioni l’ingiustizia della libertà. Anche se questa – me ne sto rendendo conto – potrebbe essere l’introduzione a un manuale del criminale.
(Giuseppe Pontiggia – Nati due volte)
I
La luce del meriggio, dura e acuminata, si insinuava fra le palpebre socchiuse. L’auto procedeva al trotto lungo la strada che si snodava fra i dirupi di tufo d’oro e i vigneti geometricamente ordinati.
L’uomo distolse gli occhi dalla carta stradale e si rivolse alla compagna.
“Sei stanca di stare al volante? Hai fame?”.
“Ho una fame da lupo, ma non smetterei mai di guidare. Non lo trovi fantastico questo posto? Ti viene voglia di non fermarti, di andare avanti come un esploratore preso dalla febbre della scoperta”.
“Sì, il paesaggio è bellissimo, morbido, sinuoso…”.
Tacquero assorti, poi l’uomo riprese.
“Ma non ti sembra strano che non ci sia anima viva? Dove sono i contadini?”.
“Da qualche parte ho letto che qui l’uva matura prima che altrove e per raccoglierla alla temperatura ottimale vendemmiano di notte. Ti immagini lo spettacolo?”.
L’uomo fissò assorto il profilo regolare, il naso sottile e diritto, l’ovale del volto leggermente allungato, gli zigomi alti e le labbra piene atteggiate al sorriso misterioso che aveva ritrovato in alcune sculture egizie e etrusche, scintilla di un’allegria interiore, accuratamente protetta da occhi indiscreti e vissuta in solitudine.
“Sei arrabbiato? Ogni tanto mi faccio prendere dalla frenesia di scappare dalle autostrade… è bello andare un po’ alla ventura, vero? Questa volta però ho sbagliato i calcoli, la città è ancora lontana. Tutta colpa mia se dovremo saltare il pranzo…”.
“Fame per fame… potremmo fare anche una sosta…” disse l’uomo insinuando la mano sotto la gonna leggera.
“Che satiro! Lo sai che le signore per bene non si fermano sul ciglio delle strade a fare il bagno turco sotto il solleone! Le signore per bene hanno bisogno di lusso, ordine, calma e voluttà”, replicò con tono ironico, scoccandogli un sorriso sbarazzino.
Giunsero ad un bivio e la donna frenò di botto sotto l’indicazione della località.
“Proviamo? Forse troviamo qualcuno che ci darà un tozzo di pane”.
Non aspettò la risposta e imboccò la strada che saliva tortuosa verso le alture. Dietro una curva apparve il paese. Le case avvolgevano a spirale i fianchi della collina e sembravano intagliate nel tufo, confuse con l’oro della pietra.
L’auto entrò nell’abitato e proseguì decisa, senza rallentare.
“Non sarebbe meglio chiedere a qualcuno?” suggerì l’uomo.
“No, no. Non serve. Vedrai che se c’è una trattoria non potrà che essere in cima”.
Infatti c’era.
II
La piazza era deserta. Più che una piazza sembrava un grande cortile, delimitato dalla facciata della chiesa barocca, da vecchie case e palazzotti di piccola nobiltà. L’oro del tufo era interrotto dal rosso fiammeggiante di una immensa buganvillea che aveva scavalcato il muro di cinta di un invisibile giardino. I rami arruffati ricadevano a terra e serpeggiavano fin sull’asfalto. La luce accecante del sole la illuminava in pieno e faceva risplendere le brattee purpuree di luce propria. I due forestieri fissarono assorti la muta fontana di lapilli. La donna scrutava la facciata della casa, le inferriate arrugginite, le persiane serrate, i ciuffi d’erba tenace che spuntavano dalle connessure dei blocchi di tufo. La natura lavorava senza fretta, seminava, sbriciolava, denudava, eliminava, sostituiva.
L’erba del giardino cresce paurosamente, qualsiasi impegno è insufficiente per dominare la rabbia della natura: petali caduti e legioni di formiche invadono le soglie delle porte, ci sono sempre cadaveri di passeri e di topi… sono padrone di casa e contemporaneamente idraulico, pompiere e infermiere…
“Ho fame”, disse stringendosi al compagno. E si avviarono verso la trattoria.
III
Entrarono nel locale e sedettero a un tavolo.
“C’è nessuno?”.
Alla domanda seguì un rumore proveniente dal retrobottega e apparve un vecchio corpulento, il volto cotto dal sole, il ventre prominente avvolto da un lungo grembiule.
“Desiderano?”.
“Vorremmo mangiare qualcosa… è troppo tardi?”.
“Veramente… non c’è molta scelta. Ho qualche pietanza fredda. Preparo piatti caldi solo per la cena. Di giorno non sale nessuno. Fa troppo caldo. Vengono solo per il bar o per un bicchiere di vino. Se vi accontentate…”.
“Certo che ci accontentiamo, ci basta anche pane e formaggio, vero?” e l’uomo guardò con occhi ridenti la compagna che gli sedeva di fronte.
Era nel pieno della maturità, i capelli scuri raccolti mollemente dietro la nuca lasciavano scoperto il viso leggermente abbronzato. Lo sguardo veniva subito catturato dalla bocca, dolce e severa, sulla quale aleggiava quel sorriso che lo aveva incantato fin dal primo momento. Un sorriso senza tempo, come quello che emergeva dai volti di pietra che lui liberava dalla terra, ripuliva, catalogava, sistemava nelle vetrine dei musei, effigi di persone esistite o inventate, di cui nessuno avrebbe ormai potuto svelare il mistero.
La bocca di lei si apriva raramente al riso pieno e quando accadeva ne rimaneva ogni volta affascinato. Gli sembrava di avere davanti un’altra donna, il capo rovesciato all’indietro, la bocca spalancata sui denti regolari e forti, denti da animale da combattimento, la risata un gorgoglio imprigionato nelle profondità del corpo. Nelle lotte d’amore lei rideva così, e lui si sentiva perduto, vinto e poi resuscitato dall’altro sorriso, tenero e affettuoso.
Il vecchio stese sul tavolo una tovaglia di carta.
IV
Sulla tovaglia di carta il vecchio posò una caraffa di vino rosso e denso, il cestino del pane, un grande vassoio con melanzane, peperoni, pomodori profumati di aglio e basilico.
“Altro che pane e formaggio! Guarda che bendidio. Sei contenta?”.
“Impazzisco per questi cibi!” esclamò la donna battendo le mani.
Ti piace fare l’anfitrione, mandi gli ospiti al mare e tu resti all’ombra dei limoni e al profumo dei gelsomini, dando disposizioni affinché per l’ora di cena sia tutto pronto sulla tavola imbandita all’aperto, sul terrazzo sotto le stelle. Gli ospiti rinfrescati, il vino gelato, pomodori, melanzane, peperoni, tonno succulento, cibi in abbondanza per poter soddisfare un amico non annunciato. E poi discussioni colte e pettegolezzi bonari sulla terrazza alta…
Si buttarono sul cibo con ingordigia e mangiarono in silenzio per alcuni minuti.
Il vecchio si avvicinò al tavolo.
“Ho del tonno buonissimo. Lo volete?”.
“Sì, grazie, con calma però. Non abbiamo fretta”.
“E’ la prima volta che venite qui?”.
“Sì, siamo arrivati fin quassù per caso”.
Il vecchio guardò pensieroso la donna, poi scomparve dietro la porta della cucina.
“Ecco il tonno”.
“Non vada via. Accetta di bere un bicchiere di vino in nostra compagnia?”, e l’uomo invitò il vecchio a sedersi con un cenno della mano.
“Il paese è deserto, dove sono andati tutti?”, chiese la donna.
“Quelli che lavorano sono in città. Gli altri stanno chiusi in casa, all’ombra. E poi questa è la parte vecchia, non ci abita quasi più nessuno. Le case sono malandate e rimetterle a posto costa troppo, preferiscono andare in quelle nuove, ai piedi della collina. Anche la chiesa è chiusa, ne hanno costruita un’altra da basso che sembra fatta di cartone…”.
“Peccato, questa piazza è un incanto”, disse la donna. “Non ho mai visto una buganvillea come quella”.
“E’ diventata così perché saranno dieci anni che non la pota nessuno”.
“Anche i padroni di quella casa si sono trasferiti?”, intervenne l’uomo.
“No, quella casa ha una storia speciale. Ma non voglio annoiarvi… sono storie di paese…”.
“No, no, al contrario. Nei paesi a volte accadono fatti straordinari… forza, l’ascoltiamo”. E l’uomo, strizzando l’occhio alla compagna, riempì un bicchiere e lo porse al vecchio.
V
Il vecchio si sistemò più comodamente sulla sedia.
“Deve sapere che quella è la casa di una famiglia di qui. Dopo la morte dei genitori, il figlio maggiore, che abita al nord, continuò a venirci l’estate e anche durante l’anno, spessissimo. Si mise d’accordo con i fratelli, li liquidò e cominciò a lavorarci come un matto. Nel tempo l’ha ampliata, abbellita, ha via via comprato le case vicine per buttarle giù e ingrandire il giardino. Ci ha speso un patrimonio, ha dato lavoro per anni a quasi tutti i muratori e artigiani della zona. Dovevate vedere che cos’era questa piazza d’estate. Macchine di ospiti che andavano e venivano, donne del paese che preparavano cene per quaranta persone, serate musicali. Mano a mano che la famiglia cresceva, la casa si allargava. Il padrone aveva sposato una del nord che quando erano vivi i vecchi veniva poco, il paese non le piaceva e ci portava i figli solo per contentare il marito. Poi lui è diventato importante e ricco e la casa poco a poco si è trasformata in un palazzo di cui andare fieri, e allora anche lei si è innamorata. Questi posti sono così. Da principio ti fanno schifo, poi ti entrano nel sangue”.
Attimi di sensazioni intense negli estenuati caldi pomeriggi di siesta, nelle sere sotto le stelle, durante le gite di cui sei guida mai banale. Forse è naturale che in quei momenti tu rivolga il pensiero alla tua fedele amante. Un sapore, una voce innescano un ricordo, il profumo dei gelsomini… ma per il resto del tempo mi pensi mai? Quando sei laggiù non ti ricordi di niente e di nessuno. La tua casa è la mia vera rivale e ne sono gelosa.
“Pensate che a volte lui veniva solo per raccogliere i limoni e se li portava via dentro una vecchia valigia. Quando ripartiva, a ben guardarlo, non sembrava una persona che contava, pareva un emigrante. Ma lui era nato e cresciuto qui fino a quando il padre non lo aveva mandato a studiare al nord. Quando tornava veniva a prendere il caffè e parlava sempre della casa”.
L’uomo ascoltava divertito. Il vecchio aveva preso confidenza e ora non sembrava più tanto vecchio. Parlare con i due forestieri lo aveva ringalluzzito. Gli occhi azzurri avevano l’espressione ammiccante di chi, raccontando una fiaba, gioca con le pause e rimanda la spiegazione del mistero al gran finale che i bambini aspettano ad occhi sgranati.
“Vada avanti”, incalzò l’uomo.
Il vecchio fissò la donna che lo aveva ascoltato in silenzio.
“Signora, è sicura di non essere mai stata qui?”.
“Perché me lo chiede?”.
“Mah, non mi sembra faccia nuova…”.
L’uomo lo interruppe ridendo.
“Glielo dico io perché non le sembra una faccia nuova. Caro signore, lei deve sapere che questa bella signora è stata Miss Italia. Non si vede?”.
Il vecchio la fissò sbalordito.
“Non gli dia retta, ha sempre voglia di scherzare!”. Poi, rivolgendosi sorridendo al compagno: “Possibile che ogni volta è la stessa storia? Non è vero, non ho mai partecipato ad un concorso di bellezza in vita mia!”.
“Volevo ben dire”, sbottò il vecchio. “Non ce la vedo a fare la miss. Lei è una signora troppo per bene”.
Ora lei si chiederà le ragioni che mi hanno indotto a prendere una decisione che, secondo la morale corrente, viene definita ignobile. Provo a spiegarmi: sono stufa di fare la signora per bene. Voglio essere ignobile.
“Andiamo avanti. Mi par di capire che per quell’uomo la casa era quasi un’ossessione”.
“Sì, era ossessionato dalla casa e dalle femmine”.
VI
“… dalle femmine?”.
“Le femmine lo hanno portato alla rovina e non è stato il primo, né sarà l’ultimo. Vede, la passione per le femmine è come quella buganvillea. In queste terre vengono su speciali, dalle altre parti non se ne vedono così. Le piantiamo perché abbelliscano le case, anche le più povere, e i giardini, anche i più striminziti. Ma vanno curate, non si possono far crescere troppo, e bisogna mettersi i guanti per potarle perché graffiano. Se si lasciano libere diventano come quello straordinario groviglio che fra un po’ farà crollare il muro e dopo il muro a poco a poco verrà giù anche la casa. La sua passione per le femmine era pari a quella per la casa e quindi non poteva fare a meno di portarcele, di farle entrare nel suo santuario. Quando incontrava qualche paesano, le presentava come l’architetto Tizio o l’antiquario Caio, ma noi lo sapevamo che erano sue amanti. Circa dieci anni fa, una sera arriva con una donna. Anzi, dopo quello che è successo, in paese mi hanno detto che non era la prima volta che li vedevano insieme. Probabilmente non era una di passaggio, se così vogliamo dire. Dunque, quando era in compagnia si rintanava in casa per tutto il giorno – beato lui! –, ma la sera se ne andava… insomma, qui dormiva solo con la moglie. Invece questa volta si trattiene, con l’amante. Lo so perché da casa mia, che sta qui sopra, vedo la sua camera da letto”.
Il vecchio si alzò e indicò la casa di fronte. “Vede le persiane che danno sul balcone? Quella è la stanza, e la luce rimase accesa fino a tardi”.
La coppia aveva seguito il vecchio sull’uscio. Stettero tutti e tre in silenzio, gli occhi fissi sul balcone dalle inferriate arrugginite.
Ogni volta devo fare uno sforzo di volontà per accontentarti perché la vista della casa mi procura dolore, più malinconia che dolore, il che è anche peggio. Resoconti, progetti, assenze sempre più frequenti. Tutte cose che mi fanno sentire esclusa dalla tua vita, che mi fanno immaginare troppo, pensare troppo ai tuoi momenti sereni e dimentichi di tutto, accucciato in questo utero nel quale via via si accumulano i ricordi e matura il futuro. Per questo non ho mai accettato di dormirci e nemmeno di farci l’amore.
I tre tornarono al tavolo.
“Che storia intrigante, vero?”, esclamò l’uomo rivolto alla compagna e poi: “Continui… ci racconti come è andata a finire”.
VII
“Sì, ecco come è andata a finire. Dunque, lui e la sua donna passano la notte qui. La mattina io apro presto, sa, per il caffè. Saranno state le sei e che ti vedo? Arriva una macchina e scende la moglie. Entra in casa dalla porta del giardino, quella mezza coperta dalla buganvillea. Tengo gli occhi incollati alla finestra del primo piano e dopo un po’ si accende la luce. Non sento un fiato, eppure siamo a pochi metri. Niente”.
“Niente?” domandò l’uomo con aria incredula.
“Niente di niente”, rispose il vecchio. “Ma dopo pochi minuti, forse un quarto d’ora, dalla porta principale esce l’altra. Carica la borsa da viaggio sulla macchina con cui erano arrivati la sera prima, mette in moto e poi ci ripensa. Spegne il motore, attraversa la piazza e entra qui, proprio qui, tranquilla, come se niente fosse. E mi ordina un caffè”.
“Un caffè?”, ripeté l’uomo con gli occhi sgranati come un bambino che ascolta una fiaba.
“Ma stia a sentire. Io le faccio il caffè e mentre lo beve, tanto per fare, le chiedo come mai una forestiera è in giro all’alba. E lei, gentile, mi risponde che è qui per affari e che i migliori affari si fanno di mattina presto, a mentre fresca. Poi fa una risata che ricorderò finché campo. E se ne va”.
Con l’immaginazione costruisco vendette pazzesche, ho un folle desiderio di rovinarti per sempre. Non sarebbe difficile, forse non ci hai mai pensato, ma ho in mano il tuo destino. Basterebbe andare a raccontare a tua moglie della nostra relazione. E ora non solo della nostra. Visto che state spesso lontani, sicuramente avrà immaginato che ogni tanto ti prendi qualche distrazione, ma vent’anni non sono un battito di ciglia. E le altre? Quante altre? Mi dico che sono pazza, che non risolverei niente. Tuttavia il miraggio che tutto il tuo castello di menzogne crolli e che il sepolcro imbiancato della tua immagine di padre, marito, fratello, amico generoso, frani per sempre mi attira come un precipizio…
“Marito e moglie rimangono chiusi in casa per tutto il giorno. Ad una cert’ora se ne devono essere andati perché la mattina dopo la macchina non c’era più. In quell’anno lui è tornato un paio di volte, sempre da solo. L’ultima volta ha fatto caricare poche cose su un camioncino, è venuto da me e mi ha consegnato una copia delle chiavi. Mi ha chiesto di far andare ogni tanto una donna a pulire e arieggiare le stanze. Sapeva che nessuno avrebbe toccato uno spillo e così è stato. Ogni anno, nel mese di gennaio, la sua segretaria mi manda puntualmente l’assegno. Mi ha anche detto di raccogliere i limoni perché era un peccato lasciarli marcire. Poi più niente, nessuno di loro è tornato. Ma, lo vedete anche voi, le case sono come le serrature: queste per funzionare hanno bisogno dell’olio e quelle, invece dell’olio, hanno bisogno delle persone che ci stanno dentro. E’ come per gli innamorati. Se non si ha voglia di stare insieme, che amore è?”.
Il vecchio tacque.
“Ma lo sa che lei è un filosofo?”, disse l’uomo sorridendo.
“Un filosofo? Signore, questa non è filosofia, è la vita che è fatta così”.
“In fondo la storia che ci ha raccontato sembra più la storia di quella casa che delle persone che la abitavano. Non so se le chiedo troppo, ma perché non ce la fa visitare, visto che ha le chiavi?”. Poi, rivolto alla donna: “Ti interessa?”.
La signora trasalì, come se la domanda l’avesse colta a tradimento.
“Visitare la casa… perché no?”.
Il vecchio frugò in un cassetto, prese un mazzo di chiavi e si avviò.
VIII
Il vecchio chiuse la porta della trattoria e attraversò la piazza. Si diresse all’entrata del giardino e aprì il battente in parte ostruito dalla buganvillea.
Passarono a fatica, uno alla volta. Il groviglio purpureo, scendendo dal pergolato ormai invisibile, formava un sipario fiorito e pungente.
“Fate attenzione a non farvi male”, raccomandò il vecchio scostando i rami. Poi si fermarono in silenzio, nell’ombra verde, intimiditi dallo spettacolo inaspettato. Il giardino era racchiuso dalle alte mura della casa in un abbraccio protettivo, quasi a nasconderlo da occhi indiscreti e conservarne i profumi. Gli agrumi accartocciati dalla malattia, l’erba tenace padrona di ogni fessura, le maioliche della fontana ottagonale appannate dalla sporcizia, il pozzo strangolato dal gelsomino impazzito, il seccume ammonticchiato negli angoli non riuscivano ad offuscarne la magia.
“Fantastico!”, sussurrò l’uomo. E poi, rivolto alla compagna: “Non lo trovi fantastico?”.
Ma lei non lo ascoltava.
Come hai potuto? Perché hai voluto portarle anche là? Se erano storie senza importanza, perché proprio là?
“Stai bene?”, chiese il compagno prendendole il viso fra le mani. “Mi sembri pallida”.
“Sì, sto bene. Solo un po’ di stanchezza… e poi questo caldo…”.
“Caldo? Non mi sembra che qui faccia molto caldo. Sembra di essere all’interno di un’oasi”.
“E’ vero”, confermò il vecchio. “In questa stagione le piante fanno ombra fino al calar del sole. Il padrone le aveva sistemate studiandone la posizione al millimetro. C’era sempre gente qui, a leggere, a parlare, a ridere, a dormire. A sera, quando si alzava la brezza, si spostavano sulle terrazze, lassù. Venite”
Entrò sotto il portico e cominciò a salire la ripida scaletta che sbucava su una terrazza in corrispondenza del primo piano. Al centro, un grande tavolo di marmo serbava la memoria di tovaglie bianche, peperoni, melanzane, tonno succulento, vino fresco, labbra sorridenti, spalle nude e abbronzate. In un angolo, ciotole sbrecciate ammucchiate alla rinfusa mostravano tracce di cera, luminarie che una volta avevano rallegrato le notti d’estate.
Salirono ancora, fino ad un’altra terrazza, fino al punto più alto della casa. Da un lato la vista abbracciava i tetti aggrovigliati del paese, giù, fino ai piedi della collina e poi lontano, oltre la campagna ondulata, oltre il baluginio metallico del mare. Dall’altro lato lo sguardo sprofondava nel pozzo verde del giardino.
E lì sprofondo
in un pozzo di gelsomini
senza fondo.
E ad ogni livello
un profumo diverso.
Al primo nettare di rose.
Degli altri livelli:
i livelli più bassi
i livelli più rossi
i livelli del caos
Lei sola conosce i segreti.(1)
(1) Poesia inedita di Ernesto Barba
“Forse solo la donna che quella mattina venne a prendere il caffè conosce il segreto di questo sfacelo”, disse il vecchio.
E ridiscesero verso la terrazza da basso.
IX
Entrarono da una portafinestra dipinta di azzurro stinto e furono avvolti dal sentore irripetibile prodotto dall’alchimia del tempo: odori stratificati di cere, oli per dissetare i legni, aliti della carta, respiro dei tessuti, acqua stagnante nelle tubature, polvere. Su tutti aleggiava un tenue profumo di gelsomini penetrato nottetempo dalle fessure delle finestre e rimasto imprigionato nel labirinto delle mura.
Attraversarono la penombra di un vasto salone dagli alti soffitti dipinti, disseminato di divani e poltrone coperti da vecchie lenzuola, i tappeti arrotolati come mummie sinistre, il pavimento elastico e scricchiolante sotto i passi.
L’uomo si aggirava eccitato nelle stanze assopite, a volte sembrava che la sua voce giungesse dalle profondità della terra.
“Vieni, vieni a vedere!”, e mostrava alla compagna la sala da pranzo, il tavolo antico, le credenze, i piatti, i vassoi e le insalatiere di ceramica.
Da una scala interna ridiscesero a livello del giardino, entrarono in camere da letto, bagni, e ancora camere da letto, disimpegni, un piccolo studio con mobili campagnoli e poltroncine di vimini accatastate. E poi ancora su, nella biblioteca, centinaia di volumi, romanzi, saggi, poesie, storia del Regno di Napoli, storia del Risorgimento. La donna sfiorò con dita leggere un piccolo Garibaldi di piombo appoggiato sullo scrittoio. L’eroe teneva saldamente le briglie del cavallo impennato, il mantello svolazzante, i lunghi capelli e la barba dipinti di giallo.
Dici che non restavano a poltrire attaccate a te fino alle sette di sera e che a nessuna avevi chiesto di rimanere per la notte, come facevi ossessivamente con me… dopo l’amore, volevi trafficare da solo in giardino e loro, pazienti, aspettavano davanti alla televisione… non si sarebbero mai sognate di farti una sorpresa regalandoti un piccolo Garibaldi a cavallo…
“Dio, che meraviglia!”, esclamò l’uomo. Era rimasto fermo sulla porta della cucina semplice e maestosa. Lavandini di marmo che sembravano acquasantiere, piani di cottura, tavolo e credenze di legno antico, utensili di rame ossidato appesi alle pareti, spazio, tanto spazio per non intralciare il lavoro delle donne.
Il vecchio li raggiunse.
“Questo è stato l’ultimo lavoro. Pensi che per fare questa cucina comprò la casa confinante. I proprietari, due vecchi decrepiti, lo tennero sulla corda per mesi e alla fine gliela vendettero, quasi a fargli un favore, ma a caro prezzo, approfittando della sua follia”.
E ora la bomba a orologeria della nuova cucina, innescata da me, mi sta scoppiando in mano: viaggi, resoconti, progetti, assenze sempre più frequenti. Tutte cose che mi fanno sentire esclusa dalla tua vita, che mi fanno immaginare troppo, pensare troppo ai tuoi momenti sereni e dimentichi di tutto, accucciato in questo utero nel quale via via si accumulano i ricordi e matura il futuro. Perché non mi sono fatta gli affari miei e non mi sono morsa la lingua quando ti ho detto che la vecchia cucina era proprio brutta? Entrandoci, sembrava di scoprire i buchi nelle mutande di una signora elegante…
“Ha comprato una casa intera per fare una nuova cucina?”.
“Proprio così. Ma già che c’era, ha ristrutturato il resto e ne ha ricavato un altro appartamento. Vede quella scaletta? Da lì si sale…”.
“Ma questo cos’è, un castello? Una fortezza? Però non abbiamo ancora visto la camera matrimoniale, la ‘Camera degli Sposi’. Dov’è?”.
“Venga, è nella parte vecchia. Faccio strada”.
Ritornarono sui propri passi attraverso il labirinto di stanze.
X
La camera era vasta e quadrata, arredata con mobili scuri del primo novecento. Lame di sole, filtrando dalle stecche della persiana, illuminavano il materasso nudo e facevano brillare il lampadario di vetro di Murano dai colori tenui e appannati.
“Chissà chi sarà stato ad avvertire la moglie. Forse qualcuno del paese?”.
“Di certo qualcuno deve averglielo fatto sapere… però, che sia stato qualcuno di qui lo dubito. In fatto di donne, dalle nostre parti le bocche rimangono cucite”.
Ora lei, gentile signora, si chiederà quali siano le ragioni che mi inducono a prendere una decisione che, secondo la morale corrente, viene definita ignobile. Voglio provare a spiegargliele.
Primo: sono stufa di essere una donna per bene; secondo: alla fine amara e drammatica di questa storia, i nostri conti – miei e di suo marito - sono troppo sbilanciati. Io distrutta dall’inganno e dalle menzogne e lui, immacolato e sorridente, tutto business e famiglia; terzo: trovo immorale che un simile individuo possa continuare ad agire indisturbato; quarto: ho scoperto che il rancore ha la stessa potenza esplosiva dell’amore che ho provato per lui e l’essere odiata per quanto lo odio io non potrà che restituirmi il rispetto di me…
I tre sostarono pensierosi, attratti dal letto come da una calamita.
La donna giaceva ad occhi spalancati, il corpo immobile nel groviglio delle lenzuola spiegazzate. L’uomo accanto a lei sorrideva nel sonno. Solo lo sfinimento aveva placato l’eccitazione delle ore d’amore furioso, lei instancabile, sempre pronta a riaccendere la scintilla. “Che ti succede?” le aveva chiesto ripetutamente. “Come mai, dopo tanti anni, ti sei decisa a passare la notte qui?” E lei: “Ho voluto farti un regalo, il mio regalo di riconciliazione…”.
La casa era immersa nel silenzio, il ticchettio di una pendola perforava le pareti, si insinuava nelle fessure della porta chiusa, le rimbombava nella testa, la rendeva sorda mentre lei voleva sentire, non poteva perdere il minimo fruscio.
Poi, all’alba, ecco un motore, prima lontano, poi vicino, vicinissimo. Silenzio. Ghiaia smossa e ancora silenzio. La donna si girò verso l’amante addormentato, si liberò delle lenzuola umide di sudore, espose languidamente il corpo nudo all’aria del mattino e attese. La maniglia girò cigolando e il lampadario di vetro di Murano dai tenui colori si illuminò.
“Signori, io dovrei tornare al bar. Qui non c’è altro da vedere”.
Si avviarono in silenzio, attraversarono il giardino e uscirono nel sole accecante della piazza deserta.
“Lei è stato veramente gentile”, disse l’uomo rientrando nella trattoria. “Che storia…e che casa! A proposito, che ne sarà della casa?”.
“Ogni tanto corre voce che la vogliano mettere in vendita, ma è difficile trovare un compratore. Chi verrebbe a seppellirsi qui? Solo uno che ci ha lasciato il cuore”.
“Non ti piacerebbe avere una casa come questa?”, chiese l’uomo alla compagna.
“Questa casa? No, mai”.
“Io la trovo straordinaria, intrigante. Pensala resuscitata, piena di voci, di risa, di sussurri, di segreti…”.
“Io la trovo solo piena di fantasmi. Non ci potrei dormire nemmeno una notte”. E la donna gli scoccò un sorriso smagliante.
“Arrivederci e ancora grazie”.
“Arrivederci e buon viaggio. Se passate da queste parti tornate a trovarmi”.
“Sarà difficile. Abitiamo lontano, al nord”.
Il vecchio rimase sulla porta, gli occhi fissi sull’auto che presto scomparve, inghiottita dalla discesa.
E solo allora capì.
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