La mia morte sarà una piccola cosa utile da fare. Toccherò, facendola, la sua bellezza. E sarà la mia ultima gioia.
Maurizio Maggiani
Il brillio del lago quel mattino era di un candore perfetto, assoluto. Come se una cascata di perle fosse precipitata dal cielo. Dove anche, nell’ombra, si rispecchiavano le felci e il giuncheto, sostava una luce – un’ombra - antelucana. Per questo le piaceva l’alba: per il colore cangiante, diverso ogni volta, per il suo silenzio, per un ricordo sfocato, confuso, per il richiamo di un uccello misterioso, notturno.
L’infelice Amalasunta, si sentì felice, per la prima volta, dopo tanto tempo.
Per lei la felicità era oblio; infelicità: i rimpianti, quel leggero dolore che la prendeva alle costole, al seno.
Quel mattino, in quella luce perfetta, lì, sull’isola di Martana, in quel suo palazzo d’esilio e di prigionia, circondata dalle sue ancelle, si sentiva dolorosamente euforica come aspettasse qualcuno, dopo un infinito tempo d’attesa; e come se quel qualcuno, gradito solo a lei, stesse per arrivare, inaspettato ospite.
Lontani erano quel mattino i ricordi.
I ricordi di quel suo attraversare i corridoi del palazzo di suo padre, il ricordo della sua voce stentorea che si perdeva in echi dentro le stanze, quel suo aspettare che lui, Teoderico, la chiamasse accanto a sé per comunicarle qualcosa di prezioso, di segreto; o nell’attesa di una festa, di una ricorrenza, di un avvenimento.
E lontano era il ricordo di quel suo figlio adorato, scomparso prematuramente e che le aveva scavato dentro il petto una voragine da non riuscire più a colmare. Atalarico era il suo nome e lei, per non dimenticare, – ma quando mai?! – aveva voluto che la sua ancella preferita cambiasse nome e si chiamasse Atalarica. Di questo suo vezzo alcuni sorridevano ma altri, più sapienti e umani, avevano capito. Certa che suo padre avrebbe capito, se ancora fosse stato in vita, lei aveva continuato con sfida e con orgoglio a chiamare accanto a sé Atalarica. E a confidarle i suoi più intimi pensieri. Non solo le paure, i timori ma anche le brevi speranze, i segreti di stato di cui ancora era al corrente, nonostante Teodado, suo marito, l’avesse esiliata su quell’isola, col pretesto di una colpa infame.
Ma non voleva pensare, non voleva soffermarsi, quel mattino. Troppa era l’allegria che la colmava e dei cui motivi era inconsapevole. Aveva iniziato un percorso inverso. Aspettava. Non decideva più, non pensava più, non tramava più. Anche se la sua natura era contraria a trame di palazzo, anche se la sua natura era di un candore perfetto, perché lei era una regina, la figlia di Teoderico, del grande Teoderico. Aveva, sì, mandato messaggi a Bisanzio, aveva chiesto aiuto a Giustiniano, senza peraltro ricevere alcuna risposta, al punto che aveva sospettato che nessuna missiva fosse mai giunta a destinazione, intercettata prima. Aveva cercato, nei primi tempi, di far comprendere la sua posizione delegittimata, affinché l’imperatore corresse in suo aiuto. Poi si era arresa.
E aveva capito, che in quella sua attesa non più ansiosa, spoglia di ogni riferimento regale, consisteva, nell’oblio, una parvenza di serenità.
Sì, lontano era il palazzo di Teoderico, le sue stanze, il suo marmo greco, le colonne, le croci in bassorilievo dei capitelli; lontana era la Ravenna con le sue nebbie, la sua umidità crescente, il suo pallore da alba del mondo.
Ora non le restava che quel palazzo sull’isola – per quanto? - dai cui portici guardare, osservare i mutamenti dell’acqua. E poi i salici e le felci, il giuncheto e certi fiori gialli spalancati, e le alghe e gli uccelli vallivi, i gabbiani, le anatre.
Poter sapere, una sola volta, dov’era suo padre, poterlo raggiungere. Una sola volta. Lo ricordava ancora con la sua armatura tutta d’oro e il suo fascino intatto.
Tuttavia questo era un pensiero fastidioso a cui non poteva rimanere aggrappata.
Non doveva farsi sorprendere dalla nostalgia, altrimenti si sarebbe perduta; perduta nei meandri della malinconia, delle cose che avrebbero potuto essere e non erano state.
Si specchiò in uno specchio d’argento e vide che i suoi occhi risplendevano di una luce cerulea, nuova; e che i lunghi capelli biondi le si scioglievano per tutta la lunghezza della schiena; erano leggeri, vaporosi, pieni di vento, come se una vita nuova le si gonfiasse dentro. Come se il suo ventre fosse pronto alla fertilità. Al solo pensiero una fiamma d’incendio le passò dal petto alla testa.
Chiamò a sé tutte le sue donne: Atalarica, Eudocia, Amalafrida, Amalarica. E sua figlia Matasunta.
Voleva passeggiare, voleva camminare lungo le rive del lago e fermarsi a mangiare, a correre, a giocare come se un appuntamento fosse lì ad attenderla.
Aveva letto, dal greco, l’incontro di Nausicaa e di Ulisse. E la storia le era piaciuta e si era compiaciuta di aspettare anche lei un Odisseo, un uomo che a vele spiegate arrivasse e sostasse con lei sull’isola, nel suo palazzo, e la facesse rivivere.
La storia greca era tutto uno spiegare di vele, di andare e divenire, di mari e di fiumi, di rocce e di isole, di burrasche e bonacce, di tempeste e di quiete, di venti e di eventi.
Sarà perché il mare Egeo era disseminato di isole come un firmamento, come un cielo spruzzato di stelle.
Anche i mosaici bizantini della sua città era gonfi di vele e di acque e di cieli. Ricordava ancora la barca di Galla Placidia in mezzo alla procella, salvata per intercessione dell’Evangelista Giovanni a cui poi l’imperatrice aveva fatto erigere la chiesa. La più antica di Ravenna.
I mosaici. Nella sua città era tutto un riecheggiare di storie antiche, dai pavimenti alle cupole, dalle navate all’abside. Le mancava la bellezza delle tessere musive, i loro riflessi d’oro, i mutamenti di luce sul vetro blu, i grovigli delle greche, il simbolo di Salomone; le mancavano le pigne di marmo, simbolo di morte, contenenti in sé, tuttavia, un’aura di vita.
Adesso lei aspettava che oltre quel mare, oltre quella latitudine, da Costantinopoli, le arrivasse un probabile aiuto.
Voleva ritornare a Ravenna. Amava troppo la sua città, la città che suo padre aveva fortemente voluto capitale; amava i suoi canali, le sue viuzze sghembe che vi giravano attorno, amava la sua palude, il mare che la lambiva, il rumore dell’acqua, la notte. Altro da quello lacustre.
Altro rumore quello di Ravenna: più impetuoso, più vorticoso, più vero.
Qui, sul lago, sembrava tutto spento, tutto assonnato. Un viluppo d’erbe, un’acqua che la teneva prigioniera, irraggiungibile la terraferma, lontana, come erano lontani i cortei di palazzo, le feste, il potere.
Com’era lontano il dolore per la perdita di suo padre e di suo figlio, quel mattino. Non voleva ricordare. Ma come un ladro, il rimpianto la scuoteva, la sorprendeva, senza volere.
Tuttavia quel mattino era così chiaro e pieno di promesse, quell’acqua aveva un fulgore d’argento, e quelle brevi onde, probabilmente nell’attesa di una burrasca, avevano un brillio corrucciato che lei si sentiva diversa, dopo troppo tempo.
Aveva fatto stendere dalle fantesche una grande tovaglia sull’erba, accanto agli scogli dove l’acqua si rompeva. C’era sole e c’era ombra. Un leccio, pioppi, pini, una piccola foresta si stendeva a perdita d’occhio, finché la terra non diventava che un istmo, una lunga lingua sottile che si frantumava prima, per poi perdersi in un orizzonte infinito fra acqua e cielo. Lì c’erano i colori della sua Ravenna. Il verde dei pini, quel cielo chiaro con un accenno di foschia, l’onda del lago che quel mattino assomigliava al suo mare, le colonne di marmo del palazzo che si intravedevano fra i tronchi e che potevano sembrare del palazzo di suo padre.
Se chiudeva gli occhi, tutto ritornava come prima.
Un tuffo. Un tuffo nel passato. Una sola volta. Un’altra volta ancora.
Scosse il capo per scacciare il pensiero fastidioso e si mise a giocare a palla con Matasunta e le ancelle.
Più di un millennio dopo, secoli dopo, storici e scrittori l’avrebbe donata, come una restituzione dovuta, alla letteratura.
Ora lei non sapeva neppure di far parte della Storia, ma del quotidiano, di una breve temperie a cui qualcuno avrebbe posto rimedio. Quanto prima, sì, quanto prima.
A volte si stupiva a pensare a Galla Placidia. Avrebbe voluto assomigliare a lei. Determinata, materna, mistica, la madre di Valentiniano Terzo. Più di un secolo prima i loro passi avevano calpestato la stessa terra, le stesse pietre, accanto alla stessa acqua.
Altro invece era il suo destino. E lei ne era vagamente consapevole.
Le rimanevano le reliquie a cui era affezionata, a cui rivolgeva sillabe di fede, per l’immediato futuro, l’oggi il domani. Soprattutto custodiva una grande devozione per l’osso del cubito fino alla mano di San Giovanni Battista.
Perché nella mano ci sta tutto di noi.
Con la mano ci si fa il Segno della Croce, si porta il cibo alla bocca, si accarezza, si scrive, si fa un segno, si indica, si conduce, si tiene l’altro, si apre una porta, la si chiude, si manda un bacio, si saluta con un addio. A questo Amalasunta pensava, confusa. Porte, finestre, archi, colonne, corridoi, stanze, da aprire, da chiudere con una mano. Ecco, sì, la sua vita le sembrava una lunga fuga di stanze alle cui spalle le porte si fossero chiuse irrevocabilmente e dietro, dietro le spalle chiuso un passato, un destino, senza possibilità di ritorno. E questo le recava tristezza, un’infinita tristezza. Non poter ripercorrere le vecchie orme, non poter più riudire una voce, un sussurro, non poter più ricevere una carezza, un consiglio, una parola.
Farsi asciugare una lacrima.
Sì, qualcuno doveva arrivare, se lo sentiva. E lei era tutto un sudore, un ardore, una palpitazione, una sottile angoscia fra le costole.
Il sole le stava tingendo la pelle chiara e lei si coprì, si avvolse in uno scialle lungo velato e le ancelle accorsero presso di lei per vedere spuntare sulle sue spalle, sulle sue braccia, piccole lentiggini chiare fatte di niente. E tutte risero, tutte sorrisero. Che importanza poteva avere quel colore rosato sulla pelle se nessun uomo le si avvicinava, se nessuno la vedeva, la sfiorava, la desiderava.
Ecco, lo aveva pensato. Sentiva cocente a volte, la voglia di carezze. Suo figlio l’accarezzava, avrebbe voluta quasi possederla. Anche se lo aveva educato alla maniera romana, anche se lo aveva aiutato a crescere affinché governasse, lui era tenero, morbido negli affetti, negli abbandoni. Per questo forse era morto, così prematuramente, - o era stato forse un agguato? - perché non era stato capace di affrontare la vita. Ma anche lei si sentiva inconsistente, disarticolata come quelle bamboline di pezza che faceva la sua nutrice.
Aveva sbagliato tutto. Se ne rendeva conto soltanto ora, qui nell’esilio, nella prigionia di acque lacustri, senza un ponte, una strada, un esercito. Senza un uomo.
La sua politica era stata troppo condiscendente, senza l’ardimento del padre, con un uomo accanto a lei che bramava il potere e che aveva tramato per abiurarla.
Ritornare indietro, fermare il tempo. Ma non era possibile. Nulla più era possibile.
Bastava, forse, stringere la fessura attraverso cui passava la sabbia e il tempo si sarebbe fermato?
Anche l’appoggio di Costantinopoli non arrivava e lei si rese conto, quel mattino stesso, che forse non sarebbe giunto mai. E che i suoi progetti erano destinati a perire.
I suoi progetti di ritornare a Ravenna. Com’era lontana la sua città, la sua stanza, la sua finestra, quel canale che poco lontano dal palazzo lambiva le strade. Com’erano lontani i suoi marmi, le sue pietre, il precario potere. E si rese conto, quel mattino, lì nella luce perfetta, che tutto sarebbe finito.
Per questo era appagata. Nell’imminenza della fine.
Le venne fame. Una fame di piacere, di pane, di dormire, di stendersi sull’erba. Le venne il desiderio di fare tutte quelle cose che non aveva mai fatto prima. Di abbandonarsi al piacere umile di una donna qualunque. E Atalarica e le altre ridevano nel vederla ritornare bambina. Una regina detronizzata che faceva cose da bambina. Il piacere di mordere un frutto, di guardare il cielo stando coricata sull’erba, di succhiare un filo d’erba, di essere contenta, infine, senza nessun pensiero.
Improvviso le venne in mente Atalarico, un pensiero come un fulmine le attraversò il cervello. Aveva amato la sua piccola nuca, aveva accarezzato la sua piccola nuca per giorni quando era nato e aveva continuato ad accarezzarla anche dopo.
Dietro la fronte avrebbe voluto sapere cosa pensava, quando lei era stata la reggente, la regina. E chissà quante cose aveva sbagliato! Si era messa contro tutta l’aristocrazia ostrogota e la parte più intransigente del suo popolo, perché lei voleva imitare i romani, la Roma imperiale, mentre loro, tutti loro volevano rimanere Goti. Forse, anzi senz’altro, quello era stato un errore politico, come aver sposato Teodado che l’aveva tradita, umiliata, ripudiata, spodestata.
Cercò di scacciare il pensiero fastidioso e di prepararsi ad accogliere quel qualcuno che stava per arrivare. Se lo sentiva, non poteva sbagliare. Come Calpurnia, alle Idi di Marzo, la notte prima aveva visto lividi bagliori sul lago, come se una tempesta fosse in arrivo o un esercito per portarla in salvo, nella sua Ravenna amata.
Amata, sì, amata fin negli odori, nei vapori che si alzavano dalle sue strade dopo una pioggia, nella sua polvere che altro non era che sabbia; sabbia portata dal vento marino e poi le sue case, i suoi vicoli, i suoi fiumi, i corsi d’acqua e infine suo padre, suo figlio.
Non le riusciva di dimenticare.
Un odore di terra la scosse. Era di argilla, di melma la terra accanto al lago e sapeva di acquitrino, di palude, di aria malsana, di zanzare. Sicuramente Teodado l’aveva mandata lì, affinché si ammalasse, affinché una zanzara più crudele delle altre le pungesse la pelle chiara e le succhiasse il sangue, lasciando in esso la malattia. Un’eredità di morte.
Si sentì improvvisamente stanca, stanca da morire. I pensieri la tenevano in ansia, le occupavano la mente, guastando i momenti più belli, facendole temere di impazzire, sconvolgendo il suo precario equilibrio.
Le ancelle, leggendo sul suo viso il cambiamento d’umore, le corsero accanto e le chiesero di poter prendere nell’acqua un bagno. Ma lei temeva quell’acqua, la riteneva infida, profonda, e l’argilla dentro cui i piedi affondavano non le dava alcuna sicurezza. Sì, Teodado aveva anche sperato che un giorno o l’altro lei affogasse.
No, si sentì dire, perentoria, regale, assoluta.
Doveva difendere le sue donne, doveva difendere se stessa e la memoria di suo padre e di suo figlio.
Svagatamene, svogliatamente si avviarono verso il palazzo. E le stanze si ripopolarono di risate, di echi, di corse.
Anche lei avrebbe voluto correre, ridere, sorridere, piangere, urlare, senza paure, senza follie.
Aspettava una risposta da Costantinopoli che tardava ad arrivare. Ma poi, stranamente, senza un perché, si sentiva improvvisamente lieta.
Lontano, sul lago, vide, affacciandosi dai grandi portici, ricamati di vitalba, vide un movimento di barche, di vele. E di nuovo le venne in mente Ulisse e la sua odissea, i re greci, Troia. Avere la sua astuzia e mettere al proprio servizio un cavallo – i cavalli del sud Italia di Cassiodoro! - che la portasse ovunque. Ovunque, tuttavia, lontano da lì, lontana da quell’acqua stagnante che la teneva prigioniera.
E di nuovo le corse alla mente la sua acqua, l’acqua di Ravenna. La nostalgia, quel mattino le faceva scherzi orribili. Andava veniva la lasciava spossata.
Ora aveva voglia di riposare, di dormire. Un pensiero di nuovo la fulminò. Voleva dormire, dimenticare, non svegliarsi più.
Pregò Atalarica di allontanare le donne, le loro risate; e la pregò di nuovo di portarle dell’acqua.
Atalarica sapeva che cosa voleva la sua padrona e lesta le portò un bacile pieno di acqua su cui galleggiavano fiori di gelsomino. Cominciò a toccarle leggermente le tempie, la fronte regale, corrucciata, dietro cui chissà quali pensieri si nascondevano, le accarezzò le gote pallide su cui erano comparse infinitesime lentiggini, e poi il collo, le spalle, le braccia fino al ventre, al pube, le accarezzò le cosce lunghe, nervose, le caviglie sottili, i piedi, le dita dei piedi per poi risalire subito dopo di nuovo alle tempie al viso alla bocca al collo e di nuovo su e giù senza stancarsi finché non la vide accasciarsi, abbandonarsi al sonno.
Era di pomeriggio e la luce da bianca che era, ora stava diventando gialla sul lago e l’acqua tremava con sussulti d’oro.
Dalle grandi finestre, da quegli spazi grandi fra un muro e l’altro, dai portici, fra le cui colonne si arrampicava un’erba dolce lacustre, che sapeva di palude, annodata alla rosa selvatica, canina e fra cui si allacciavano fiori profumati e colorati, entrò il vento. Era il vento del lago, pomeridiano, occidentale e Amalasunta si svegliò e cercò con la mano accanto a sé qualcuno che non c’era. Un sogno l’aveva tenuta sveglia pur dormendo, l’aveva tenuta in ansia, con un breve incubo e ora non ricordava che il tremore, la paura, un che di indicibile che l’aveva turbata e svegliata. Anche la notte prima, sì, ora ricordava aveva avuto un incubo, un sorta di sogno premonitore, annodato al ricordo, alla nostalgia, a quella malinconia che languidamente la prendeva di soppiatto, a un desiderio, un’illusione, una memoria, confusamente.
E di nuovo si ricordò di suo figlio Atalarico, del suo profilo appagante, dei suoi occhi che la scrutavano senza difesa, della sua mano che cercava la sua, del suo poco coraggio, della sua giovinezza, della sua debolezza.
Sentì il vento crescere nella stanza, sfiancarsi leggero fra le poche coperte che la coprivano e pensò d’improvviso a Teodora.
Di lei aveva sentito parlare, dire. Dicevano che era una donna bellissima e forte, invincibile e potente. Tutto ciò che a lei mancava, tutto ciò che lei avrebbe voluto essere e non era. La sua forza erano i ricordi; ma anche la sua inquietudine.
Si toccò la fronte e si avvide che bruciava. Forse aveva preso troppo sole o forse una zanzara, la più affamata, la più tenace, la più insaziabile l’aveva punta e ora si preparava nella sua nicchia d’acqua un’orgia di sangue per generare altre zanzare voraci. Ricordò il lago, l’acqua del lago di quel mattino, il suo lucore che richiamava l’infinito e le sue ombre viola in cui sostava una luce che sembrava essere precipitata dal cielo, direttamente, senza intermediazioni.
Ecco, l’aveva pensato.
Non aveva bisogno di intermediari. Loro non facevano il suo gioco ma il loro e fra loro c’era sicuramente il traditore. Giustiniano non le aveva risposto ma lei, era certa, che il suo messaggio fosse giunto a Costantinopoli. E se fosse stato intercettato da Teodora? Le avevano riferito che l’imperatrice di Bisanzio era gelosissima del suo sposo e vendicativa. Donna scaltra, venuta dal nulla, pronta a difendere ciò che aveva conquistato con astuzia e passione.
Tremò e sentì che il cuore le palpitava forsennatamente. Doveva essere più cauta, più sicura di coloro da cui si faceva circondare, doveva essere come suo padre: colto, autorevole, astuto. Pur tuttavia anche lui doveva essere caduto in un tranello e lei non riusciva a perdonarsi, per non averlo previsto.
La vita era colma di insidie nei palazzi reali.
Le venne fame, una fame atavica, ancestrale. Aveva voglia di mordere un frutto, di leccarsi le dita, la bocca. Fortunatamente su quell’isola cresceva ogni frutto, in tutte le stagioni. La mensa di suo padre era sfarzosa se non orgiastica. Si faceva arrivare le carpe dal Danubio, il formaggio dalla Sila, le cernie e le murene dalla Sicilia.
Atalarica fu subito da lei, con fichi e uva e more e lei, Amalasunta, la ringraziò con un sorriso.
Sul lago crescevano nel tramonto delle vele, un movimento di vele cresceva senza motivo alcuno, senza scopo.
Quell’isola era selvaggiamente ricca di tutto, abbondante in tutto, pensò, mentre mordeva i frutti golosamente. Fin dalla prima alba si era resa conto che tutto cresceva primitivo attorno a lei: rampicanti e nespoli, convolvoli e prugnole, ramarri e rose di selva. Chissà. Forse Teodado l’aveva mandata in quel confino insalubre, sul lago di Bolsena che gli apparteneva come tutta la Tuscia, l’aveva esiliata nell’acuta speranza che non sopravvivesse al clima, a un qualche morso velenoso, a un frutto amaro, a un cibo guasto.
Fra squarci di memoria e soprassalti di rimpianti, lei, tuttavia, sopravviveva. A dispetto delle ingiurie, dei complotti di palazzo, delle menzogne.
Si guardò le mani, le braccia; il bianco del suo viso traspariva nello specchio d’argento come una luna magica. Dietro di lei le ombre.
E in quell’ombra, alle sue spalle, nello specchio d’argento puro, vide delle vele gonfiarsi d’aria e salpare, arrivare. Una flottiglia di vele stava alle sue spalle in attesa di un segnale, dell’ora prestabilita. Si voltò di scatto e altro non vi era alle sue spalle che una tenda gonfia di vento che schermava la luce, ma lei sentì qualcosa trafiggerle il cuore e quell’euforia che l’aveva sorretta cadde di colpo come una vela ammainata. Si sentì improvvisamente come sempre, infelice, e accusò un colpo come una profezia: la profezia della fine.
No, non voleva pensare. Si scrollò i lunghi capelli biondi allargò le pupille guardò lontano sempre più lontano fino a penetrare nei meandri del suo palazzo di Ravenna. Sì, un giorno da Costantinopoli, qualcuno sarebbe arrivato e l’avrebbe portata via da quel confino e l’avrebbe portata nella sua Ravenna adorata, lontano da quella foresta di ciclamini e tortore, di biancospini e tartarughe, di alghe e di ninfee, di rocce vulcaniche e pomice. Sentiva sommuovere sotto i suoi piedi gli antichi vulcani, i crateri, il magma. E poi quel clima tiepido, umido, con rari squarci salini, se non un sentore d’umidità crescente, diverso dalla sua città: più affogato, più strozzato, da toglierle il respiro.
Aveva tuttavia bisogno di un uomo che la portasse in salvo. Le sue mani erano minuscole, il cuore trepido, la statura minuscola. E invece qui occorrevano muscoli ed essere intrepidi. Sentì nelle stanze le sue donne che ridevano e le invidiò; invidiò per la prima volta la loro indifferenza, la loro giovinezza, il non essere state regina.
In quel pomeriggio, a ridosso dell’estate, la luce cambiò ancora e da gialla divenne arancio. E prima che il sole tramontasse Amalasunta volle prendere un bagno.
E Atalarica corse per servire la sua padrona e nell’acqua pose petali di rosa bianca e una ninfea e fiori di limone. E Amalasunta scivolò nell’acqua lentamente, sensualmente.
Nell’aria sospesa fra il lago e il cielo, in quella zona purpurea che sembrava prendere fuoco, le vele, ad un segnale preciso, sembrarono prendere il largo e invece si avvicinarono, dopo una virata, dopo una finta manovra. Per l’ultimo agguato.
Un’esplosione viola prima che il sole precipitasse dietro le punte di un grumo di cipressi.
E poi l’ultimo profumo di rosa bianca e gelsomino. E l’ultimo colore di un cielo muscoso prima della notte fonda. Gli odori i colori, tutto si stava rivoltando, la vita la morte, l’oggi il domani, il rimpianto l’attesa.
E Amalasunta si vide morta scivolare nell’acqua e poi galleggiare come un’erba palustre col collo deturpato dal nodo scorsoio di una fune. E capì.
Capì cos’era stata quell’euforia per tutto il giorno; capì i ricordi struggenti e la voglia di carezze e di frutta. La voglia di fuga. Perché finalmente, adesso, sarebbe ritornata sulle sue orme antiche e nessuno, più nessuno ormai, l’avrebbe potuta trattenere.
Ecco, sì, era già a Ravenna, mentre i suoi capelli biondi si aprivano a ventaglio nell’acqua, mentre la sua mano sinistra cercava di allentare la fune che la stava strangolando. Inutilmente. Mentre nella sua testa l’ultimo unico pensiero: suo padre, l’utopia, un cielo brumoso, il passato remoto.
Era già di ritorno nel palazzo di suo padre con tutta la sua corte, come aveva voluto. E non c’erano rimpianti. I ricordi stessi erano un unico presente e il tempo e la spazio si erano a tal punto dilatati e confusi che suo padre la stava chiamando accanto a sé e suo figlio ritornato sano, non più consumato dai vizi, le stava accarezzando la nuca.
E Ravenna era lì ai suoi piedi, con le sue acque, i suoi giardini pensili, i suoi pini, le querce rossicce nell’atto di aprirsi all’estate e diventare verdi. Davanti alla finestra c’era tutto un giardino e l’aria era chiara, assoluta, perfetta.
E continuava a capire.
Che tutto ha una fine, che, tuttavia, ricomincia di nuovo con altre visioni, altre acque, un altro verde. E lei era sempre lei, più leggera, meno affamata di potere, meno ambiziosa, soltanto intrisa di luce chiara, come l’acqua del lago, quel mattino.
E poi suo padre le avrebbe raccontato tutto. Com’era stata la sua dipartita, chi era stato e dove e quando e perché. Il fatidico trenta d’agosto.
E anche lei gli avrebbe detto che quella sera al crepuscolo aveva sentito dei passi furtivi, - la notte stava calando sul lago e tutto era di nuovo d’argento, chiaro perfetto assoluto – e lei nell’acqua, dopo che Atalarica era venuta col balsamario di vetro, ricolmo di un olio profumato alla rosa bianca e al gelsomino, quando tutto profumava di bianco, i suoi capelli, il suo corpo, le sue mani, i sandali ai piedi della grande vasca di marmo e l’aria e la luce e il suo talamo vuoto, ebbene, nell’acqua, si era voltata rugiadosamente pensando fosse una delle sue donne che camminasse adagio per non svegliarla e invece c’era un uomo, un uomo che lei conosceva, che aveva visto tante volte a palazzo, a Ravenna, parlare con Teodado – Ermendredo! - e lei aveva subito capito e la paura l’aveva fatta vibrare “da nervo a nervo” tuttavia non aveva fatto alcun gesto, tanto era inutile, e si era abbandonata a quella fune che la stringeva al collo, definitivamente, perdutamente, per sempre.
L’usurpatore e il sicario, un patto di sangue.
L’acqua la fune le sue gambe inerti avevano tagliato il silenzio.
Strano!, lei non sentiva più niente: né odio, né rancore, né voraci appetiti di qualsivoglia vendetta, ma soltanto un’infinita compassione e un desiderio immenso di perdonare tutti. E poi, chissà se sarebbe stato possibile, lei voleva incontrare Galla Placidia, - a cui era stata paragonata - la voleva vedere, parlarle, ascoltarla. E chissà quali altre sorprese c’erano da scoprire e poi quello che più l’appagava era essere ritornata a Ravenna ed essere certa che da lì non se ne sarebbe più andata. Perché, ora ne era certa, la sua figura, la sua persona, tutta la sua immagine di regina barbara sarebbe restata fra quelle viuzze sghembe, i vicoli, fra quelle acque, i pini stessi, in quei giardini che suo padre aveva voluto assieme al sepolcro di famiglia di pietra d’Istria con la sua cupola intonsa di roccia di scogliera, la chiesa dello Spirito Santo e del Signore Gesù Cristo, il Battistero degli Ariani.
Lì, era la sua casa, la sua stanza, lì era la sua finestra a cui affacciarsi e guardare, spaziare, mentre arrivava dall’Adriatico un vento di mare e i suoi colori mutavano fra marmo e pietra, fra pietra e tessera, fra tessera e affresco.
Stranamente non aveva la sensazione della fine, di qualcosa che sarebbe finito, ma la certezza che tutto mai sarebbe finito. E sapeva che lì le sue orme sarebbero restate: lei, la sua ombra, il suo profilo da moneta ostrogota, il ricordo della sua infelicità.
Era il cinquecentotrentacinque dopo Cristo alla fine di aprile, dopo appena tre giorni d’esilio, e lei, Amalasunta, l’infelice Amalasunta, per la prima volta fu finalmente compiutamente felice.
Il titolo è tratto da un rigo di James Joyce – Ulisse -