2°
racconto classificato di
Stefania Maione - Napoli
...il Re è nudo!
Un tempo lungo ed inesorabile ha attraversato questi vent’anni di lontananza, con la perentorietà di un destino monodirezionale, senza giri né ritorni o esitazioni, ma adesso sono nuovamente nella casa della mia infanzia, mutata d’aspetto e dimensioni ai miei occhi di adulto, così come mutate sono le persone che ancora la abitano. Solo mia madre ha conservato quella bellezza triste che mi incantava da bambino, resa ora più intensa dai segni sul viso, piccole tracce di una vita lunga e difficile. Sprazzi di felicità impacciata ed un po’ di commozione imbarazzante hanno accompagnato il nostro arrivo, ma la durezza del ritrovarsi insieme, nei luoghi in cui abbiamo consumato anni di reciproca distanza, è stata camuffata dalla gioiosa confusione che il nipotino di cinque anni, per i nonni un piccolo sconosciuto, ha portato dentro quella casa silenziosa e quieta, immersa nel sole abbacinante di un agosto inoltrato. E magari adesso, visti da lontano, sembriamo quasi una famiglia normale.
Io me ne sto in terrazza, proprio di fronte alla porta d’entrata; la vista è sempre magnifica da quassù, perciò rimango affacciato a guardare in basso e la percezione dello strapiombo mi fa rabbrividire: riesco a vedere distintamente gli scogli sotto il pelo dell’acqua ed un piccolo banco di coralli gialli e rossi sul fondo; il mare è uno specchio di cristalli verdi e blu che si susseguono, scomposti come piccole schegge di un vetro rotto, e tra gli scogli piatti riverbera la luce densa di sale del tardo pomeriggio. Splendida, Marettimo si staglia contro il profilo tremulo dell’orizzonte, smembrata nei minuscoli frammenti luminosi che compongono l’atmosfera liquefatta dei giorni di grande calura, quando si guarda lontano.
Mio figlio corre fuori e mi strattona, afferrato ai miei pantaloni; ha in testa un enorme cappello color tabacco che gli scivola fin sugli occhi blu, uguali a quelli di sua madre. “Me lo ha regalato il nonno!” urla eccitato “se lo metteva in testa quando squartava i tonni!” poi corre dentro di nuovo, richiamato da un altro trofeo che il vecchio gli esibisce da dietro i vetri, per catturare come un magnete la sua attenzione curiosa, mentre io sento nel petto la fitta di un cuore ferito dal coltello impietoso della memoria.
Eccolo, il grande rais, sprofondato nella poltrona azzurra del salone che odora di chiuso e di mobili vecchi: il tempo gli ha strappato il vigore, l’arroganza e quell’aspetto imponente che incuteva soggezione; il ricordo che avevo di lui mi faceva tremare le gambe, man mano che a passi lenti mi avvicinavo alla casa. Carla lo sapeva e mi stringeva forte il braccio: lei ha avuto la determinazione necessaria per convincermi a tornare qui, col suo intelletto d’amore che guarda sempre lontano per individuare la direzione di ciò che è giusto e ciò che non lo è. E questo, per ritornare a casa, era il momento giusto, forse improcrastinabile.
E’ stata mamma a chiederci di venire; lo ha chiesto a Carla perché lo dicesse a me, sapendo che lei avrebbe trovato le parole giuste per farlo. Gliel’ha detto al telefono all’inizio di luglio, durante una delle rare conversazioni annuali che servono a mantenere in piedi un legame con me ormai di fatto inesistente. Le ha detto che il rais da qualche giorno aveva cominciato a parlare di me ed erano vent’anni che non lo faceva più… con un’espressione strana in viso, come di nostalgia, aveva detto che gli sarebbe piaciuto sapere com’ero diventato. Io ero preoccupato all’idea di venire. Temevo di portarmi dentro ancora troppo rancore o peggio, guarito il dolore dal tempo trascorso, un’indifferenza assoluta; invece, rivedere adesso l’uomo che chiamavo padre mi ha lasciato sconcertato: mi sono trovato davanti ad un vecchio. Ho visto un uomo, corroso da un male inarrestabile che lo ha condannato a morire e ridotto ad un fantoccio di ossa e stoffa, nel cui aspetto più nulla potrebbe far paura, se non il pensiero che la morte annienta l’orgoglio, la fierezza e la crudeltà di ogni uomo molto prima di uccidere il corpo.
Intanto si sta alzando il Maestrale. L’atmosfera liquida mi ricorda quella di un’estate lontana, umida di pioggia ed appiccicosa, segnata dall’alternanza insolita tra lunghe giornate di caldo immobile ed inaspettate bufere di vento che davano sollievo ai corpi molli della gente, appollaiata sulle soglie delle case, ma a me trasmettevano un’inquietudine profonda, una sensazione di instabilità assoluta, come se da un momento all’altro dovesse capitarmi qualcosa di ineluttabile e definitivo.
Veloci scorrono le immagini nella memoria vigile: pini neri, ibiscus, inondazioni di colori... Poi tutto si mischia al sottofondo confuso di figure sbiadite che mi tornano in mente con la persistenza ritmica di un bordone in un brano musicale ed io, come fossi fuori dal mio corpo, mi vedo ritratto nel mezzo del punto di fuga di una prospettiva centrale in una vecchia fotografia stropicciata, in toni di seppia, dove decine di persone mi scivolano intorno senza peso e senza che riesca a distinguerne i tratti del viso. Così, la memoria disfa tutte le mie difese ed inciampo sulla soglia adimensionale del ricordo, nell’ipotetico rewind al rallentatore della cassetta di un film muto in cui io, protagonista, torno ad essere bambino.
Non c’era molta scelta per la gente di Favignana: si allevavano capre in collina o si finiva a macellare il tonno rosso; noi eravamo gente di mare e la nostra casa pareva starsene proprio nel mezzo di due mondi a tracciare una linea di confine.
Abitare in quella casa significava vivere un senso di profonda solitudine, un disagio che nascondevo però come fosse qualcosa di cui provare vergogna; al centro del mio malessere c’erano i silenzi impenetrabili di mio padre e la desolata melanconia di mia madre che trascorreva interi pomeriggi in terrazza, gli occhi lunghi e neri rivolti verso il sole, a respirare piano la brezza che saliva da mare, con una tazza di tè tra le mani e sul viso le tracce di un sorriso ormai invisibile, spento chissà quanti anni prima. Mia madre soffriva. Un male oscuro le tormentava la mente, una depressione fiaccante che lei accettava con la rassegnazione dell’impotenza consapevole, e starsene lì a guardare verso il mare la faceva affogare lentamente nel suo infinito nulla. In quel guardare spento, lei si perdeva. Talvolta le rimanevo accanto tenendole la mano, spaventato perchè vedevo il suo bel viso tendersi in una specie di smorfia involontaria e temevo che fosse sul punto di piangere; le lacrime degli adulti solitamente mi imbarazzavano facendomi sentire fuori posto, ma quelle di mia madre non riuscivo davvero a sopportarle: mi tagliavano in due i sentimenti, dividendo la rabbia per l’origine del suo dolore dalla disperazione consapevole di non poterlo affrontare per essere soltanto un bambino. Avrei voluto proteggerla dal resto del mondo ma soprattutto da mio padre che portava in casa un’atmosfera di ghiaccio, come se il suo stesso respiro fosse un alito di vento invernale che gela le ossa e addensa il fiato in gola. Credo di averne sempre avuto paura. Eppure passavo metà dei miei giorni a cercare un modo qualsiasi per avvicinarlo, per trovare la sua approvazione, ma lui faceva sempre in modo che mi sentissi di troppo o, quando tutto andava bene, invisibile.
Il silenzio entrava in casa con mio padre non appena varcava la soglia d’ingresso ed io smettevo di giocare, ammutolito, per non disturbare il suo riposo; a cena si sentivano soltanto tintinnare piatti e bicchieri. Qualche volta mia madre, per alzarsi a prendere qualcosa dal forno, spostava la sedia senza prestare troppa attenzione ed il rumore sordo di legno che ne derivava mi spaccava il cervello, facendomi balzare il cuore in gola perché temevo che lui si sarebbe alzato di scatto, infastidito, e le avrebbe fatto del male. Mi tranquillizzavo soltanto se, invece, chiedeva del pane o del formaggio o un’altra porzione di minestra e ricominciavo a respirare, senza sollevare gli occhi dal piatto, quando si metteva a commentare diffusamente le pietanze.
Dopo cena se ne andava in terrazza con un bicchiere di vino e rimaneva là per un’ora o due, da solo; io mi sedevo sulla soglia della porta-finestra, con le ginocchia strette al petto, provando ad inseguire i pensieri dell’uomo che mi volgeva le spalle senza mai voltarsi, ed immaginavo che in questo mio restare potesse esistere una possibile vicinanza. Ma per lui non ero che un’ombra, una piccola, insignificante ombra sotto l’arco di una porta vuota e quando s’alzava, per andarsene a dormire, mi scavalcava con una falcata ampia delle sue gambe lunghe come fossi un cespuglio di erba spontanea, imprevedibilmente spuntato davanti casa. Forse, molto più di quanto facesse quando mi picchiava, è così che mio padre esercitava su di me il potere del suo rifiuto. Ignorandomi.
Mio padre si chiamava Antonio Ernandez ed era un grande rais ma, per i tonnaroti, significava molto più di un capobranco nella loro sanguinosa caccia di mare: aveva il rispetto e la devozione della sua gente da cui raccoglieva confidenze, dispensando favori e consigli derivanti da una saggezza conclamata, guadagnata sul campo. Era una specie di sovrano della comunità dei pescatori, da questi eletto arbitro di controversie, tanto nelle questioni private quanto in quelle di interesse collettivo, e perciò investito del prestigio e delle responsabilità del suo ruolo onorario. La gente lo amava e lo temeva, considerandolo una specie di sciamano dotato del potere sublime di saper scavare nell’anima delle persone con la stessa destrezza e la stessa intuizione che gli permettevano di seguire d’istinto il percorso dei tonni rossi, dei quali pareva sentisse l’odore, sufficiente ad individuare il momento esatto in cui sferrare il suo attacco e liberare la camera della morte, dando così il via all’ultima disperata danza di code sbattute e sangue.
Durante la mattanza andavo a remi verso la tonnara e rimanevo a guardarlo da lontano: ritto sulle gambe lunghe, come un re sulla sua barca, urlava ordini secchi agli altri uomini, sovrastando con voce potente il ritmo febbrile, eccitato e concitato delle cialome antiche, intonate a metà tra un canto ed una implorazione a Dio, mentre intorno era solo un inferno di schizzi, schiuma di mare ed enormi corpi di bestie, squarciati dagli uncini, che si dibattevano nel dolore rumoroso di una tragica morte. Alla fine di tutto, quand’era silenzio trionfale tra gli uomini, con un gesto plateale lui gettava il suo cappello in mare, lontano; allora io mi tuffavo con tutti i vestiti addosso e nuotavo come un dannato per riportarglielo, come un cane fedele riporta un legnetto al suo padrone. Lui mi tirava sulla barca fradicio di mare e sangue, afferrava il cappello e mi batteva forte una mano sulla spalla, prima di tirarmi a sé col braccio serrato intorno al mio collo. “Questo è mio figlio” urlava alla gente e quelli intorno ad applaudire, fischiare ed acclamare il grande rais. A me sussurrava “Bravo” in un orecchio, scuotendomi con vigore, e quel momento dilatava all’infinito la mia fantasia di bambino: ero parte del suo trionfo e piangevo lacrime silenziose, nascoste dall’acqua di mare che rigava il mio viso dagli occhi rossi di sale; allora, incredulo davanti a quel superamento stagionale di una distanza che pareva altrimenti incolmabile, mi sentivo davvero suo figlio. Il suo sudore sulla mia pelle bagnata sembrava fonderci in un invisibile abbraccio primordiale.
Ma la magia di quel momento svaniva quasi subito e, mentre l’isola affogava negli umori liquidi dell’estate profonda, fatti di umido e mare, la nostra vita tornava ad essere la stessa di sempre, cadenzata dal ritmo languido di giornate torride. Interminabili. E mio padre tornava a vestire i panni di un pericoloso sconosciuto, la cui imprevedibile irritabilità sfociava in episodi di violenza verso mia madre e me: dietro la porta della nostra casa si celava un piccolo inferno privato da sopportare con la rassegnazione di una condanna, senza farne parola con nessuno.
Io mi sentivo sollevato quando s’iniziava la lavorazione dei tonni allo stabilimento, dall’altra parte dell’isola: allora mio padre partiva con la sua barca di lunedì, molto prima dell’alba, portandosi in spalla una sacca grigia riempita con la biancheria pulita, qualche rivista ed il termos del caffé che mia madre gli preparava perchè fosse ben sveglio durante il suo breve viaggio. Rimaneva a dormire in una camera ammobiliata presa in affitto all’Ospizio del Mare, una specie di palazzotto antico, adattato a pensione, dove trovavano rifugio, per poche lire, vecchi pescatori senza soldi e senza famiglia.
Mi svegliavo sempre in tempo per guardarlo partire, col naso schiacciato contro la finestra, il fiato denso ed umido a disegnare nuvole opache sui vetri ed una strana ansia dentro, inconscia, pericolosa, una singolare eccitazione che attraversava tutti i miei sensi e poi lentamente mi rasserenava: covavo l’illusione che non sarebbe più tornato. Con la logica spietata di un bambino ingabbiato nella paura dell’uomo che chiamava padre, aspettavo dal mare un atto di giustizia: lo guardavo mentre scendeva, seguito da mia madre, lungo una ripidissima scaletta scavata malamente tra le rocce, fino a raggiungere la piccola spiaggia sotto la nostra casa, altrimenti inaccessibile, dove s’era costruito un lungo pontile in legno per ormeggiare la sua barca e rimanersene a pescare di lenza nei suoi giorni di festa. Lui procedeva veloce come un gatto su quegli appoggi instabili e puntuti, che solo lontanamente ricordavano per forma dei gradini, ed io immaginavo cadesse, rovinando tra gli scogli dalla parte dell’acqua alta. Centinaia di volte ho desiderato morisse così, afferrato da un morso improvviso del mare ed inghiottito per sempre da quelle profondità abissali che raramente restituiscono ciò che tolgono alla terra...
Invece si ripeteva sempre la stessa scena, con un identico, prevedibile finale: mia madre camminava svelta per riuscire a stargli dietro, aggrappandosi alle rocce, con la sacca di suo marito sulle spalle ed il termos del caffé in una mano. Arrivavano alla fine del pontile, lui prendeva le sue cose, saliva in barca, mollava gli ormeggi e se ne andava via di schiena, senza voltarsi mai. Ricordo distintamente lo scoppio sordo del motore all’accensione e poi quel vibrare lento che attraversava l’aria in lontananza, echeggiando nel silenzio assoluto di un principio d’alba…
Un venerdì sera, come accadeva ogni settimana, tornò a casa ma io non c’ero, non ero là ad aspettarlo, il che significava aver deliberatamente trasgredito una legge cardine del regolamento, non scritto ma inviolabile, che ordinava le nostre povere vite senza fantasia. Ero rimasto a giocare a calcetto fino a sera inoltrata e dal centro del paese a casa nostra c’era da fare oltre mezz’ora di strada, andando di corsa. Quando mi accorsi di essere in ritardo, scappai via nel bel mezzo della partita, lasciando la mia squadra senza un giocatore; adesso mi ricordo le voci degli altri ragazzi che gridavano il mio nome, innocentemente ignari delle ragioni che animavano la mia corsa forsennata, ma allora riuscivo a sentire soltanto il rimbombo insopportabile del respiro che mi batteva in petto mentre ansimavo ripetendo “scusate, scusate” con la voce spezzata in gola, le labbra fredde, secche di vento e la sensazione insopportabile di essere diverso da tutti loro e che diversa sarebbe stata per sempre la mia vita.
Avevo solo dieci anni.
Trovai mio padre seduto in poltrona: teneva un giornale stretto tra le mani ed insultava mia madre con una freddezza inquietante. Lei piangeva, rannicchiata per terra, in un angolo tra la cucina ed il salone, i capelli scarmigliati ed un labbro gonfio, segnato da un piccolo taglio, rosso di sangue. Quando entrai in casa, trafelato, e rimasi immobile sulla porta mormorando “mi dispiace”, il rais mi rivolse uno sguardo interminabile, senza dire una parola. In quel momento la percezione del suo disprezzo mi ferì, angosciandomi più di quanto potesse la paura di essere punito. Poi si alzò, venne verso di me, sovrastandomi con la sua presenza incombente; io mi portai le braccia verso il viso ed istintivamente chiusi gli occhi, per proteggermi da lui come potevo. Aspettavo che mi colpisse, ma non accadde questo. Mi mise invece una mano sulla spalla e, spingendomi fuori attraverso la porta di ingresso, mormorò con voce volutamente rassegnata e quel tono paterno che ogni tanto gli avevo sentito avere quando i tonnaroti giovani venivano a casa nostra, a chiedergli consiglio:
“le bestie devono vivere con le bestie”.
Uscimmo fuori, l’aria era tagliente e non c’era nessuna luna da guardare in mezzo a tutte quelle nubi che annunciavano pioggia imminente. Camminammo in silenzio lungo un sentiero che attraversava il boschetto alle spalle della nostra casa e diventava sempre più buio man mano che procedevamo. Facemmo quasi un’ora di strada in mezzo agli alberi che, infittendosi, strappavano la terra a grovigli incolti di cespugli spontanei, ed io mi sentivo le gambe molli ogni volta che d’istinto mi veniva in mente l’idea di divincolarmi dalla presa salda della sua mano che mi stringeva il collo, per mettermi a correre e fuggire il più lontano possibile da lì e da tutta la mia vita.
Poi arrivammo davanti ad un capanno, quasi completamente inghiottito da una selva di pini neri; era una costruzione malandata, con le pareti in tufo ed un assito di legno a far da tetto, in cui l’ingresso sarebbe stato possibile soltanto attraversando un cumulo di sterpi ed erbacce. Lui ghermì un grosso bastone che ostruiva l’entrata, spalancò la porta e mi trascinò dentro sollevandomi di peso, senza sforzo. Nel buio assoluto vidi soltanto il candore minaccioso dei denti aguzzi di un cane che ringhiava furiosamente, cercando di lanciarsi contro di noi; mio padre lasciò che azzannasse il bastone ed afferrò l’estremità opposta della catena cui era legato, saldamente assicurata ad un anello infisso nella parete di fondo. Il cane guaì sentendosi strattonare fino a restar sospeso al muro e rimase immobile, la lingua penzoloni ed il collo lungo a sostenere l’intero peso del corpo.
Io ero atterrito: avevo una paura irreprimibile dei cani da quando, a sette anni, fui aggredito da un piccolo branco di randagi durante una gita domenicale alle pendici del Monte Santa Caterina. Il rais lo sapeva bene, per esser corso egli stesso a salvarmi, cacciandoli via da me con urla, sassi e bastonate. E invece adesso avrebbe usato la mia paura per punirmi.
Rimasi così, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata. Neppure mi accorsi che mio padre mi faceva scendere sulla testa una specie di collare e vi serrava l’altra estremità della catena. Poi ricordo solo il rumore secco del bastone sulle mie ossa, il sapore di sangue e terra in bocca, i guaiti del cane in sottofondo ed il dolore addosso, per un tempo che mi parve eterno.
Rimasi segregato per una settimana, dividendo col cane l’acqua ed un po’ di cibo abbandonato in una scodella piena di mosche. Ero convinto che la bestia mi avrebbe aggredito prima o poi, magari nel sonno, per saziare la sua fame, ma non lo fece: non ero che un’altra vittima della stessa prigionia. Non ero io il suo nemico.
Quando il rais mi riportò a casa, alla fine della mia settimana di confino, mia madre era disperata; ero sporco, lacero e puzzavo di letame, ma lei sembrava non accorgersene. Continuava a baciarmi ed a ripetere “é tutta colpa mia”. Fu allora che si svuotò l’anima con la sincerità che si potrebbe avere davanti ad un confessionale, quando il tuo interlocutore non ha faccia e nasconde dietro la grata di legno la solenne mansione di far da tramite con Dio. Mi raccontò senza vergogna tutta la sua storia di cui a me rimase solo la certezza di una verità inquietante: non ero figlio di Antonio Ernandez; mia madre mi aveva avuto da un altro uomo, qualche anno dopo il matrimonio con il rais. Si era innamorata, aveva ricevuto attenzioni e tenerezze di cui suo marito non sarebbe mai stato capace ed aveva trovato perfino la forza di confessarglielo, spinta dal sogno di avere una vita diversa. Ma il rais non l’avrebbe mai lasciata libera. Cercò di farle rivelare chi fosse l’uomo che aveva amato, ma lei tenne il segreto, proteggendolo a costo della vita. Eppure, quando nacqui e scelsero il mio nome, lui la guardò dritto negli occhi con una rabbia che non ammette repliche e le disse: “Si chiamerà Lorenzo”. Era lo stesso nome del mio padre naturale, di cui lei non aveva più saputo niente da mesi, quasi fosse sparito nel nulla.
Capii così che, sebbene io rappresentassi il disonore e la vergogna del grande rais, farmi nascere in casa sua era stata una vendetta oltre che la miglior cosa da fare per salvare le apparenze e la dignità: quel nome dato a me era un marchio a fuoco ed io non ero che lo specchio attraverso cui guardare il viso dell’uomo che aveva osato oltraggiarlo.
Urlai a mia madre che l’odiavo e non l’avrei mai perdonata. Adesso vorrei dirle che, invece, l’ho fatto. L’ho perdonata quando, da adulto, ho imparato a non giudicare i meccanismi imponderabili che muovono l’amore, gli errori e tanta parte delle illusioni umane. Vorrei dirglielo, ma le parole mi morirebbero in bocca ripensando a quando, proprio quell’anno, andai per l’ultima volta alla mattanza; remavo lentamente verso la tonnara portandomi dentro una sensazione strana, a metà tra la rabbia ed il rimpianto. Avevo la consapevolezza di aver già deciso che da quel giorno in avanti mi sarei privato per sempre dell’unico momento in cui mi fossi mai sentito figlio. Quando il rais lanciò il suo cappello in mare rimasi immobile, ritto sulle gambe, con una disperata voglia di tuffarmi ma la certezza che, se l’avessi fatto ancora, sarei rimasto parte di una mascherata in cui erano cresciuti il dolore ed il rancore di ciascuno di noi. Antonio Ernandez guardava verso me dalla sua barca, mentre il cappello diventava floscio, sporco di sangue e sale e, nonostante fosse così lontano, sentivo i suoi occhi nei miei, immaginando un’esortazione muta che in realtà non mi fece mai:
“Avanti, che aspetti, vieni da me...”
Ed io fermo, aggrappato ad una specie di coraggio che non avrei mai sospettato di avere, scossi la testa in segno di diniego.
Ho la certezza che in quel momento abbia capito che conoscevo la verità.
Si passò una mano tra i capelli ed abbassò lo sguardo, le braccia penzoloni lungo i fianchi a sottolineare un avvilimento profondo che pareva fiaccarne ogni membro. Si voltò di schiena, mettendosi a sedere con le braccia sulle gambe ed il capo chino. Uno dei suoi uomini recuperò il cappello e lo appoggiò sulla barca con muto rispetto.
Il rais non parlò mai di quanto era accaduto e quella definitiva distanza, che io stesso avevo stabilito tra noi, rimase il nostro segreto, l’unico che avremmo mai condiviso. Da quel momento non feci che aspettare di diventare adulto, per andarmene via e cercarmi un’altra vita, in un posto lontanissimo, dove avrei avuto un’altra casa, un nuovo nome ed un altro viso: un viso da uomo ed una grande casa in un palazzo di città, senza più odore di pesce e di mare. Andai via a vent’anni, trovai lavoro a Milano e da allora mi faccio chiamare Filippo. E’ il nome del nonno materno, che non ho mai conosciuto.
Rientro in casa scrollandomi dagli occhi la tristezza e c’è un buon odore di ragù di mare; il sorriso sdentato di mia madre ha la stessa malinconia degli anni giovani, accresciuta dalla rassegnazione al tempo evidente che passa sui nostri visi ridimensionando le questioni della vita, via via che ci avvicina alla morte. I piatti in tavola sembrano quelli della festa, ma non ci sono mai state feste in questa vecchia casa e si vede che ci sentiamo imbarazzati: non sappiamo muoverci tra le cose e gli arredi in una situazione così, non siamo abituati. Attraverso il salone: il rais è lì in poltrona. Respira piano, gli occhi socchiusi ricordano due feritoie, nascosti dietro la piega cadente delle palpebre avvizzite, il corpo ormai gracile si intravede a stento sotto il plaid di lana sottile, tirato su fino al mento... in una sera d’estate piena, lui ha freddo. Gli passo accanto pianissimo: mi mette a disagio il pensiero che stia morendo, ma più ancora mi sgomenta l’idea di non riuscire ad ammettere di provare pietà. Vorrei essere immateriale, inconsistente, per il tempo di quei quattro passi che mi porteranno in cucina, vorrei riuscire ad ignorare la sua presenza e che lui stesso ignorasse la mia. Mi auguro stia dormendo. Invece sento improvvisamente la sua mano nodosa, ruvida di vita e vecchiaia, fermare la mia all’altezza del polso e quel contatto mi fa sobbalzare. Alzo lo sguardo nei suoi occhi liquidi, fatti di pasta viscosa, tinta di una tonalità grigio – verde in assenza di luce. Mi viene fuori una specie di sorriso, una smorfia innaturale, senza confidenza. Lui mi tira il braccio in basso: è uno strattone debole, ma suscita una reazione involontaria che mi costringe a piegarmi sulle gambe, accosciato davanti alla sua poltrona come uno dei calciatori della nazionale, in prima fila per la foto di rito. Prende il cappello dalla testa di mio figlio e lo poggia sulla mia, con un colpo netto, forte come erano un tempo le sue mani, poi fa uno sforzo sovrumano spingendosi in avanti per appoggiare le labbra secche e scabre sul mio orecchio.
“Questo è mio figlio” mormora in un fiato che a me sembra un grido, un ultimo, disperato tentativo di riannodare il filo delle nostre esistenze divise, mentre stringe le mani alla mia giacca, scuotendomi piano. Ecco. È andato a cercarsi nella memoria il nostro unico momento d’amore ed io mi sento crudele perchè non riesco ad avere la forza di ricordare solo questo, mentre gli leggo negli occhi smarrimento per non saper trovare le parole adatte a dire che forse vorrebbe un’altra vita o tempo, soltanto un po’ di tempo ancora, per diventare un uomo diverso. Non riesco a perdonargli vent’anni di violenze in cui invece avrei voluto soltanto qualcuno accanto che mi aiutasse a diventare un uomo e, di fatto, condannarlo consapevolezza di avermi fatto troppo male rende evidente che non ho saputo diventare una persona migliore di lui.
Guardo fuori ed è già quasi sera... il crepuscolo assomiglia all’agonia quanto il buio ricorda la morte. Dolce, la notte sull’isola stingerà il nero con la sua calma rassicurante di argento lunare, ma io continuerò ad avere in petto questo dolore lento, simile a nostalgia... nostalgia per qualcosa di indefinito. Ed ho paura che mi resti dentro per sempre.
Non riesco a dire una parola ma trovo il coraggio di fargli una specie di carezza; incerta, impacciata, la mia mano si ferma sul suo viso mentre faccio su e giù con la testa, annuendo alla sua preghiera muta. Forse il silenzio sarà nostro alleato almeno stavolta e sapremo parlarci, senza bisogno di parole.
“Quanto siete buffi!” ride mio figlio, strappandomi il cappello... la sua voce acuta è un urlo di innocenza universale.
Abbassa gli occhi il rais e, senza vergogna, confessa la sua umanità proprio a me che sono stato insieme il suo rimpianto, la sua vergogna e la sua dannazione:
“Lorenzo...” mi dice in un soffio, stringendomi la mano “ho paura. Una maledetta paura di morire.”
Adesso non mi preoccupo più di nascondere le lacrime, strette tra le mie ciglia scure, disperate e salate come l’acqua di un mare di tanti anni fa: anche il rais sta piangendo... Il Re è nudo.
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