8° racconto classificato di Manuel Masia – San Clemente (Rimini)

Le memorie di San Briaco


A San Briaco c’è una specie di castello, vecchio, scrostato e all’arrocco su uno sperone che ha mancato di essere un uncino per un soffio, quattrocentosettantadue metri dichiarati sul livello del mare. E il mare da quella vecchia rocca è una densa striscia azzurra all’orizzonte e, nelle giornate davvero limpide, quando il mondo si fa tutto palpabile alla distanza di un braccio, i più emotivi hanno la suggestione di scorgere di nuovo la terra di là dal mare. Ma, nitide terre slave a parte, in settecento anni, la rocca ne ha viste di cose tutte intorno: guelfi, ghibellini, banditi, guardie, partigiani, nazisti, turisti, sindaci, assessori. Quasi non ne può più e dà l’idea, ora, di volersi lasciare morire, di cedere alle lusinghe dell’abbandono.
A San Briaco ci sono piccole chiese dove la messa non si dice più, ma che con la loro umile dignità racimolano sempre qualche innominepatris e hanno affreschi che un tempo sono stati stupendi, ma che ora sono tanto sbiaditi che la gente neppure li nota.
A San Briaco ci sono viali lastricati con grossi massi, e altri fatti a sampietrini scalcinati, ci sono le mura poderose e gli stemmi dei nobili casati decaduti, risorti e succedutisi. Hanno significati reconditi, ma nessuno li intende più. C’è il paese medievale e quello rinascimentale, quello moderno e quello futuro che è fatto di una gru, un po’ di impalcature e qualche cristo per sostegno. E il vecchio e il nuovo stanno insieme in un fazzoletto di terra tutto a greppi e fossi.
A San Briaco c’è la parrocchia, il bar, due alimentari, un’edicola, un parrucchiere che fa anche la barba, un ristorante, un’osteria che vende vini costosi, qualche bugigattolo di artigiano, una banca con un impiegato, una farmacia, il municipio con le bandiere, il convento con le monache. Basta. Per il resto bisogna scendere a valle. Ci vuole al massimo mezz’ora e lo stomaco da tornante.
A San Briaco ci sono piante, bestie e cristiani, di cui vecchi, giovani, bambini e ancora vecchi, maschi, femmine e indecisi, di destra, centro, sinistra e sfumature, beghine, reverendi e bocche da bestemmia, sportivi, grassi e rachitici, umanisti ed onanisti, svegli e rintontiti, placidi e polemici, pratici e sognatori. C’è poco, ma ce n’è un po’ di tutto, e c’è pure la casa di Briaco, non quella del santo: quella di un uomo soqquadrato nell’animo, che i genitori, per va a capir che devozione, hanno battezzato Briaco Barzilai. E pure da casa sua si vede il mare. E dentro la casa al momento c’è lui, Briaco Barzilai, che dorme. E per svegliarlo c’è voluta una campana a morto. Il che è tutto dire. Perché, se non capita da nessun’altra parte, capita a San Briaco che qualunque nuova sia buona nuova, dato che raramente accade qualcosa.
Barzilai sfarfalla le palpebre nella penombra, ché il buio pesto le persiane non l’hanno fatto mai. E comunque, da quando sua moglie l’ha lasciato vedovo, un po’ di luce a riempirgli l’altro lato del letto l’ha sempre lasciata entrare.
Si tira su seduto e ravana con gli alluci a cercare le pantofole. Poi infila la rampa di gradini e mentre scende dabbasso ripete quello che diceva sempre la sua povera Bianca quando c’era ancora: «Pare che queste scale si allunghino, ogni anno si allunghino.» E se lo recita in dialetto, con un filo di voce, quasi fosse uno scaccia malocchio alle ginocchia: «E’ pèr che ’sti schéle li si slonga, ogni an li slonga, ogni an li si slonga… E’ pèr che ’sti schéle li si slonga…» e via così.
Pane nel latte, acqua sul viso, un po’ di ricordi quando chiude gli occhi e a cui abbandonarsi come ad una corrente, un vestito dignitoso (ma che sarebbe ora di rinnovare) e Barzilai è per strada a ciondolare con le mani in tasca, quieto sotto la tesa del cappello che lui si leva di dosso solo una volta raggiunto il sagrato della chiesa.
«Di chi è il funerale?» Chiede al vecchio Camlèt, dopo uno scambio di alzate di mento che stavano al posto del buongiorno.
«Come, non lo sai?» Gli fa Camlèt. «La moglie di quello, che poi è la figlia di quell’altro, che stanno tutti vicino a quello…» Perché a San Briaco è difficile dare coordinate assolute, si è tutti relativi come il tempo.
Barzilai non entra in chiesa. Si infila di nuovo il cappello e tira lungo, verso il bar. Deve andare in bagno e ci riesce solo lì. Ma Gambón questo non lo sa, e solo per abitudine gli fa trovare il caffè già pronto sul bancone. Barzilai può bere in fretta e andare subito all’attacco con il giornale sotto braccio.
Quando esce è un po’ più ciarliero e attacca bottone con Gambón: «Altro funerale. San Briaco se lo sta mangiando la terra.»
«Finché la raccontiamo.»
«Se lo sta davvero mangiando la terra.» Ripete Barzilai e si lascia soffiare via i pensieri da immagini strane, di mondi sotterranei, capovolti e, mentre Gambón parla, Barzilai gli lascia lì a morire tutte le parole, senza un orecchio che le raccolga. Forse gli risponde qualcosa, ma mica pensandoci. Pensa al sole invece, che di notte, ingoiato dal vecchio pozzo che c’è dietro l’entrata delle mura, faccia giorno per tutto il San Briaco passato a miglior vita, laggiù da qualche parte, faccia giorno per la povera Bianca e per Geppo, il cane lagotto che aveva da ragazzo, per don Castagna che tirava tozzoni a mano aperta se ti scappava di sacramentare e per il maestro Cavalli che dopo due anni dalla licenza elementare già non si ricordava più dei suoi studenti, per suo babbo che diceva di non avere pianto mai, neanche quand’era nato, e per sua mamma che gli occhi se li era spremuti.
Saluta Gambón poco sicuro di non essere stato scortese, ma che importa? Avanza per la piazza e si accosta alle mura del borgo. Mette la testa oltre l’orlo del pozzo e guarda il suo riflesso spuntare come un’ugola in quel gargarozzo buio. E prima che possa accorgersene il cappello decide di scapuzzargli via di testa e di lasciarsi ingoiare dal pozzo in un boccone e, se in quel momento don Castagna fosse stato lì, allora avrebbe preso Barzilai per un orecchio e lo avrebbe rintronato a mano tesa di riffo e da raffo perché intanto è tutto uno smoccolare tra le labbra: non era un cappello nuovo, ma era l’unico che aveva. E soprattutto è andato giù a picco come fosse di ghisa. E a ripensarci Barzilai si concede ancora qualche cristo e un paio di madonne.
Lo sconforto lo riaccompagna a casa e gli toglie la voglia di fare le pulizie. Sospira forte con il naso, cerca di calmarsi e pensa che la casa sta andando a ramengo nella sporcizia e non vuole fare la fine di Ciav­dén che quando gli è morta la moglie ha smesso pure di lavarsi e un giorno s’è trovato i bigatti tra le dita dei piedi. A pensarci gli vengono i brividi e i brividi gli mettono voglia di muoversi, così si cambia di vestito, tira su la scopa e quando il campanile batte mezzogiorno Barzilai ha già dato anche lo straccio a terra e pensa a cosa può cucinare. E mentre ci pensa decide di cambiare le lenzuola, ché è ora. Sale in camera da letto (…e’ pèr che ’sti schéle li si slonga…), apre l’armadio e qualcosa di scuro gli cade all’improvviso davanti al volto e un mezzo spaghetto gli corre per la lisca.
«Che mi venga un colpo!» Dice guardando a terra. «E questo da dove scappa fuori?» E tira su tra le mani un cappello nuovo di pacca, pare appena scartato, se lo rigira da tutti gli angoli e quando l’ha analizzato da cima a fondo decreta che è identico a quello che ha appena perso nel pozzo, non fosse che quello era tutto logoro dentro e sbiadito fuori, questo invece è una bellezza.  
San Briaco a volte se lo frega il deserto, specie alla domenica, all’ora di pranzo. Pare un coprifuoco: scappano tutti come ladri. Magari si sente qualche profumo, qui e là, di ragù, o brodo di gallina e di magro, o carne alla griglia, ma Barzilai, mentre avanza spedito per la strada, lui quegli odori non li sente. Si passa un’idea da una parte all’altra del cervello, come fosse una caramella in bocca. Tra le mani stringe una gerbera bianca, che poi era il fiore preferito dalla sua povera moglie, l’unico per fortuna che Barzilai sa coltivare, riesce pure a farlo fiorire in inverno, gliel’ha insegnato Bianca. È un poco appassito, ma fa ancora la sua figura.
Arriva dinnanzi al cerchio del pozzo, guarda di nuovo la sua testa a forma di ugola, poi getta giù la gerbera, la lascia volare come fosse una colomba. Si sentiva di dover ringraziare Bianca per quello che è successo e ora lo ha fatto. Ché lui di certo quel cappello non l’ha mai comprato: e allora solo Bianca, pensa, bene accorta com’era, solo lei può avergliene messo uno da parte.
Torna sulla via di casa leggero, il suo cappello nuovo pare sollevarlo da terra. E Barzilai pensa proprio a questo: cappelli dirigibili e aerostatici. Cappelli dalle forme le più strane che ti sollevino per il capo come dita di giganti. Bombette all’inglese con le quali lasciarsi fluttuare dolcemente a terra sin dalla cima del campanile, pagliette da rivista per saltare a piedi pari i recinti dei cortili, donne volanti con cappelli ornati di lunghe piume.
Atterra in casa sereno e fissa il vaso di gerbere. Strano, pensa, mi pareva fossero due, una l’ho presa, l’altra l’ho lasciata. Ne rimane una, e pure appassita.
E invece dalla terra ora ne spuntano quattro (un due tre e quattro) e sgargianti che quasi accecano.
Barzilai si siede tranquillo. Lascia sgranchire un po’ le gambe all’orologio e rimane lì, a fissare le gerbere. Gli è persino svanita la fame. Poi si alza, passeggia, va in cantina e si mette a riordinare. Torna a guardare il vaso di gerbere che oramai si è fatto buio. Ci scommetterei su la buccia, pensa: quel vaso quando sono uscito non era così.
Niente, non gli tornano i conti, ci vuole la prova del nove. Tira fuori da una cassa una giacca vecchia che pare scucirsi a guardarla. Sta un po’ a pensarci, poi dentro al taschino ci infila una piccola foto della sua Bianca, una foto da patente, di quelle fatte in serie, ne ha un sacco di copie in giro per i cassetti. Ora stringe in mano la giacca, in mezzo al crepuscolo, per strada, ancora diretto al pozzo. Qualcuno lo nota, gli fa cenno e gli dice qualcosa. «Mamma mia Briaco, c’hai una ciurma!» Gli fa la Marula per via della sua strana espressione. Ma Barzilai la guarda appena e tira diritto. È di nuovo dinnanzi al parapetto del pozzo e, senza starci troppo a pensare, alza la giacca all’aria e la butta giù. È buio e non vede quel che capita in basso, ma non gli interessa, è convinto di saperlo già.
La gente lo guarda tornare indietro veloce. Lui tranquillizza tutti con dei sorrisi. Ma poi una volta in casa incomincia a far volare per aria le cose, rovista negli armadi, guarda nei cassetti, scende in cantina (…e’ pèr che ’sti schéle li si slonga…), sale in soffitta (…ogni an li si slonga…), torna dabbasso (…ogni an li si slonga…).
E alla fine la trova, immobile, stesa fra due grosse coperte di lana. È la giacca, è lei, ne è sicuro, solo immacolata, non un filo fuori posto, non una fodera sdrucita, non un orlo consumato.
Barzilai ora c’ha il fiato corto, un po’ a causa dei gradini e un po’ no. Gli tremano le mani, ma si dice fra sé che è già tanto non andare a gambe per aria.
E, con quella stessa mano che non vuole stare ferma, si insinua tra il petto della giacca e infila le dita nel taschino. E sospira. Cerca bene. Sospira di nuovo. Abbandona le spalle sconsolato. La fotografia non c’è più.
Così perde l’appetito ancora una volta. Si sforza di mangiare del salame, un po’ di pane, qualche foglia di insalata. E oramai è notte quando esce di casa per andare al bar. Passando dinnanzi al pozzo gli getta un’occhiata sconsolata. Ha bisogno di berci su, ché rinunciare a una seconda giovinezza non è roba da tutti i giorni. Però mica si può partire così, senza nemmeno un bagaglio.
Si stringe nelle spalle e tira avanti. Al bar c’è Camlèt che lo saluta con il solito cenno del capo e così fa anche qualcun altro. I ragazzi più giovani nemmeno lo vedono passare sotto alla tesa del cappello.
«Gambón dammi una grappa.» Fa un poco amaro. «Dammi una grappa ché io il tempo lo lascio a ’sti ragazzi.»
Gambón ride, non sa cos’altro fare.
«Te Gambón camperesti altri cent’anni senza portarti dietro neanche un ricordo?»
Gambón alza le spalle, va a servire ai tavoli e lascia lì Barzilai a immaginarsi tutta la gente che rimbalza per San Briaco con in testa il proprio cappello aerostatico, sono tutti leggeri come nuvole, e come le nuvole non hanno un’idea di dove sono e di dove devono andare. Di tanto in tanto qualcuno si scappella e allora cade giù con uno schianto, pensa Barzilai, la terra se lo ingoia e in quel punto ci nasce una gerbera, una di quelle gerbere che crescono solo a San Briaco, dove le campane suonano quasi sempre a morto, i pozzi sono bocche affamate e l’acqua è piena di ricordi.


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