7°
racconto classificato di Maria Palladino - Biella
Ancora una prova
“Non ne posso più! Ogni giorno che passa diventa più insopportabile!”
“Chi?”
“Come “Chi?!”…Tuo padre, ovviamente!”
“Ancora?! Perché, che ha fatto ‘sta volta?”
“Che ha fatto?! E me lo chiedi! Tuo padre anche quando non fa e non dice niente è impossibile…Anzi: peggio! Perché non sai a cosa sta pensando, seppure sta pensando!”
“Non vuoi un caffè?!”
“Un caffè?...Ora? E ti sembra il momento?”
“Pensavo ti andasse…”
Mia madre mi guarda, mi scruta, mi smonta: “Non scherzare!...”
“Scherzare per una tazzina di caffè?!”
“E fallo questo caffè.”
Mia madre si alza dalla poltrona del terrazzo, sulla quale si era lasciata cadere pesantemente come fa, di solito, quando comincia a lamentarsi di mio padre, a raccontare di rinunce e sacrifici, di umiliazioni e di rancori repressi come se non da quarant’anni vivessero insieme, ma da quarant’anni si facessero la guerra.
Mi segue in cucina. Aspettando che la moka del caffè cominci a borbottare e spandere nell’aria il suo aroma pungente, lei riprende il discorso interrotto, cioè quello di sempre. Le braccia incrociate sul tavolo, parla della sua vita, delle occasioni perdute, della debolezza di mio padre. Il suo volto è imbronciato in una maschera di impazienza e rabbia
Mentre prendiamo il caffè, continua a parlare del suo mondo che giudica infelice perché fatto di frustrazioni e delusioni, che non hanno oltre tutto, e non avranno, mai fine, come se poi non fosse stata anche lei l’artefice primaria, preparandone come solo lei sa fare, l’esito voluto.
“Prendi questa casa, per esempio. Credi che io l’avrei voluta così?...E in un posto come questo?”
Vendila. E vendi anche il terreno.”
“Si poteva vendere, ma tuo padre si è opposto…”
“E’ stato previdente.”
“No, è stato un debole. Ha sempre avuto paura di prendere decisioni.”
Io non ho paura di prenderne: mi alzo infastidita e stanca da queste lagnanze che sento da una vita e che una vita non è riuscita a lenire. Mi affaccio alla finestra: devo distrarre l’occhio, la mente, il ricordo, il pensiero…devo respirare un po’ di me stessa, devo essere me stessa.
Vedo mio padre nel giardino, chino su un cespuglio di more dove, con pazienza e precisione ossessiva , strappa le erbacce che ne soffocano la crescita, asciugandosi di tanto in tanto il sudore dalla fronte con il palmo della mano e parlandosi addosso con quel frasario di monosillabi che nessuno ha mai decifrato, ma che dovrebbero essere di stimolo, di sprone, di consolazione. Si accorge della mia presenza. Alza la testa, mi chiede se ne voglio qualcuna, di quelle more. Dico di no con un sorriso.
Dunque, mia madre ha sposato quell’uomo, cioè un debole? E perché mai, se lei era così forte? Per dominarlo meglio, per tenerlo legato a sé, per sparlarne a piacimento, per farne quello che si dice “uno straccio di marito”? E mio padre, da parte sua, s’è mai sentito “uno straccio”, ma non dico di marito: ma di uomo?!...Già, parlo io, figurarsi!
Mio padre ha un modo tutto suo di vedere le cose, o di non vederle, e difatti nessuno riesce a capirlo veramente a fondo. Certo, è un uomo gentile, generoso, prodigo, bonario, accorto, saggio…tutto, tutto quello che un uomo debole non dovrebbe avere o mostrare, ma…Sì, devo riconoscere un limite, una pecca, una zona d’ombra: in lui, non so come, si agita, si anima una sorta di indifferenza, di distacco per il quotidiano, difficile da intendere, accettare, farsi coinvolgere. E questa indifferenza gli viene, secondo me, da quella che dovrebbe essere una sua peculiare caratteristica: la consapevolezza del transitorio. E’ difficile spiegare questa “consapevolezza del transitorio”: Mio padre, in altre parole, non aderisce di slancio a nessuna delle circostanze che pure lo colpiscono o lo affascinano. Deve assimilarle lentamente, deve trangugiarle come i bambini con gli omogeneizzati, deve nutrirsi di ciò che osserva e vive come se, passando nel suo corpo, acquistasse d’incanto una piccola porzione di eternità. Egli osserva con curiosità la vita, sfidando artifici e meraviglie e sembra che dica: “ Le cose sono sempre come ti si presentano all’improvviso”.
Più che debole, mio padre è un uomo semplice: non coltiva manie di grandezza, si accontenta di quello che il suo lavoro e le sue capacità gli hanno sempre offerto. E poi è così orgoglioso di questa casa! Le ha dedicato anni “infiniti” della sua vita, e ancora continua a rifinire, ad aggiungere, a togliere, a ritoccare, a magnificare qualcosa che era già eccellente.
La casa dei miei genitori è tra le più graziose di quelle che sono sorte in questo luogo di periferia da vent’anni a questa parte: non è appariscente ma ben divisa, ben fatta, rifinita con gusto e qualche tocco di originalità, come il vialetto che la circonda, un ulivo secolare che la incastona in un paesaggio da cartolina. E ti ispira, dall’esterno, una calma e una serenità che di rado ho trovato nelle sue stanze, sulle sue scale, in quella che era la mia camera. E sempre perché i miei genitori non mancavano mai di ricordarsi la diversità di carattere, di opinioni, di pensiero.
Mi sono sempre chiesta se si sono sposati perché si amavano o speravano che l’amore sarebbe venuto col tempo? Mia madre voleva veramente quest’uomo?...e se me le facessi io queste domande?
La guardo mentre lava freneticamente le tazzine del caffè, le mani agitate come le bacchette di un batterista che prepara l’ingresso in pista di un domatore di tigri.
All’improvviso si ferma, alza la testa, si asciuga le mani e dichiara decisa:
“Stavolta lo lascio!”
“Lasciarlo…come?!”
“Lasciarlo!”
“Vuoi dire: divorziare?”
Chiude il rubinetto, si volta e mi guarda stupita, come se mi vedesse per la prima volta, o se venissi da un altro mondo a infastidirla.
“Divorziare da papà, mamma?! Non si divorzia alla vostra età!”
“Proprio tu mi dici questo? Non hai sempre detto che non ci sono regole nella vita se non quelle decise da noi?”
“Sì, ma state insieme da quarant’anni!”
“Quarantuno! Ma questo che cambia?”
“E allora perché non lo hai fatto prima?”
“Prima era troppo presto…E poi la mia famiglia non avrebbe mai accettato un…una fine così.”
“E ora l’accetterebbe?”
“Ora sono tutti morti!”
Non riesco a crederci, tutto mi appare insensato, bizzarro, stravagante. E dire che questa mattina ero venuta con la voglia di godermi questo fine settimana in santa pace per tutta la fatica che ho accumulato in quest’ultimo mese, ma anche perché mi ero finalmente decisa a parlare con i miei genitori delle difficoltà del mio matrimonio e della decisione che io ho preso per provare ad essere almeno contenta di me stessa.
Le cose tra me e Paolo è come se si muovessero da sole, senza una mèta apprezzabile, in pratica non vanno più. Ho accettato per molto tempo le sue scappatelle continue, riscattate saltuariamente da confessioni insincere e promesse di circostanza: ma per Paolo non tradirmi era una vera debolezza, quasi un sacrificio. Ho nascosto, giustificato, mentito. Perché l’ho fatto? Per difendere me stessa da tutte quelle cose che mi avevano allontanata dai miei progetti…ma è stato sempre così?
Ecco perché mia madre non mi convince. E, furba com’è, lo ha già capito. Si aggira per la cucina evitando di guardarmi. Sposta una sedia, rinserra un rubinetto, poi lo apre, raccoglie l’acqua in un bicchiere, la versa nel vaso dei fiori dove l’acqua era già stata cambiata stamattina, scaccia un insetto che vede solo lei. E io aspetto, so che devo aspettare. Lei continua a tacere, a fuggire la fissità molesta del mio sguardo. Avrà finalmente capito che io mi aspetto dell’altro da lei? Che le sue giustificazioni per separarsi da papà mi sembrano e appaiono inconsistenti? Senza peso? Infantili? Certo che l’ha capito: ma mia madre non si è mai data il compito di rendere conto e ragione di se stessa, semmai di giudicare frettolosamente gli altri, tutti gli altri, a cominciare da me. A quel punto le chiedo: “Non vorrai farmi credere di avere un altro?”
Ecco, l’ho colpita. Si ferma, mi guarda, riflette. Un rossore, che non appartiene al suo patrimonio di sincerità, le avvampa le guance: “Un altro…Che ti salta in mente?”
“Perché no? Non c’è stato nessuno prima di papà?!”
“Carla…che domande!...E poi è passato tanto tempo.”
“Chi era?”
“Non lo conosci.”
“Non ne hai mai parlato, come mai?”
“Tu lo faresti?!”
“Dipende, dipende dalla situazione, da come ti senti, dall’uomo che hai accanto.”
“Ai tuoi nonni non piaceva ed io…”
“E tu…?”
“Lasciai correre.”
“Sicché non hai protestato? Non ti sei ribellata, non li hai convinti?”
“Mi sono disperata, li ho supplicati ma non è servito. Era molto bello…e così è rimasto.”
Si accorge di essere andata oltre con la confidenza, di avere esagerato forse per la prima volta con se stessa. Mi guarda con ansia. Ha paura che io possa demolire il suo buon nome di donna onesta? Che possa magari condannarla, giudicarla, screditarla per aver scoperto infine che cosa? Una colpa presunta e tardivamente sentita? O di essere spietata o crudele o ingenerosa come, più o meno, lei avrebbe fatto con me, come lei ha sempre fatto con me?
“L’ho rivisto un giorno, per caso…dopo tanti anni. Una sola volta. Ma non dirlo a tuo padre.” Poi si allontana da me e pensa ad altro, come se si fosse lasciata andare ad un banale pettegolezzo. Ma gli occhi si fissano in un’attenzione strana, le mani s’intrecciano e si lasciano ansiosamente. Qualcosa sta cambiando.
La guardo e non capisco la sua preoccupazione poi, con uno stupore che mi esalta più che confondermi, mi accorgo di avere davanti una persona nuova, diversa. Non quella madre severa, autoritaria, distante, che non mi ha mai dato consigli ma ordini, che mi ha sempre redarguita e, infine, disprezzata per le mie scelte, non quella che mi costrinse ad andarmene di casa, non quella che mi ha nascosto i suoi teneri segreti…Ora ho davanti una donna. Ora è uguale a me. Dove sono stata? In tutti questi mesi, in tutti questi anni non mi sono mai accorta che anche lei, come me, aveva la sua buona dose di infelicità nascosta, ben custodita? Volutamente nascosta da comportamenti legati al dovere, all’educazione, alla monotona vita familiare, come in una camicia di forza.
Ed ora eccomi qui, in questa casa, davanti ad una donna alla quale ho dato il solo ruolo che credevo possedesse: quello di madre. E verso la quale ho provato rancore per la sua poca attenzione, e quindi poco amore, verso di me. Mi sono sempre preoccupata di fuggire la sua rabbia e la sua infelicità. Di non farmi raggiungere. Forse sono stata ingiusta e crudele, ma le uniche difese che avevo contro una madre che non riconoscevo erano la freddezza e l’indifferenza. Credevo di essere sola. Ora credo di capire il suo stato d’animo. Quel male che ad una certa età ti da la sensazione che tutto sfugge tra le dita, non c’è nulla a cui afferrarsi, nulla che si possa trattenere. Lei cosa ha perso restando avvinghiata alle convenzioni, costretta per carattere e per educazione? E cosa ha ritrovato in quel breve, fugace incontro? E, ancora, che cosa può recuperare accanto a mio padre?
Ed io, che sono venuta con il proposito di rivelare la mia decisione di separarmi da Paolo, cosa posso ancora ritrovare, recuperare, salvare? Quello che sta succedendo, e il modo in cui succede, ha dell’incredibile, perché nessuna delle due si comporta come dovrebbe. Io mantenevo alcune convinzioni personali, maturate in me negli anni del mio difficile matrimonio, e per essere stata spettatrice del lento distruggersi del loro: io credevo con assoluta certezza che nel momento in cui fossi uscita dal mio matrimonio, nel momento in cui io avessi rinunciato a Paolo e ai suoi tradimenti, avrei risparmiato a me stessa di diventare una povera donna sofferente, nevrotica, infelice.
Erano pensieri che non rivelavo a nessuno, soprattutto a mia madre, perché se avesse saputo cosa c’era nella mia testa mi avrebbe creduta pazza: perché avrebbe detto che l’uomo è un tentatore per natura: perché avrebbe cercato di farmi cambiare idea. No, non avrebbe capito. Questo credevo.
Ora cosa devo fare? Cosa devo dire? Potrei convincerla a non lasciare papà, a non far finire tutto – ma è questo che vuole? – e dopo, come posso parlarle di quello che voglio far finire io? Se voglio che finisca. Lei ha capito, dal mio imbarazzo, la mia agitazione, il mio silenzio, che ho ancora qualcosa da dire.
Ora tocca a lei aspettare. Mi fissa con il suo sguardo implacabile, è tornata quella di sempre. Sicura di essere vicina al momento atteso. Come mi conosce bene! Come e quanto sa percepire e manovrare la mia ansietà, il mio riserbo, il desiderio di essere capita, stimata, amata. Mi scappa persino una lacrima, lei si avvicina, mi prende la testa tra le mani, mi guarda con tenerezza e mi invoglia a parlare. I suoi occhi, non so come, scrutano il fondo dei miei pensieri. Mi stanno chiedendo di me, di Paolo.
Questa è la parte più difficile: devo convincerla non tanto di una falsa verità, ma di quello che per me è sempre stata una speranza, un desiderio.
“Va tutto bene, mamma.” Mi sento dire.
“Ne sei sicura?”
“Sì. E a te?”
“Va tutto bene, Carla.” E stavolta mi abbraccia, mi stringe a sé, mi riempie di baci e vedo i suoi occhi umidi e languidi. Prendo la mia borsa, gli occhiali: ci salutiamo con gli sguardi, le promesse, le buone parole di chi parte e di chi resta. Passo per il giardino: mio padre è ancora lì, mi offre un mazzolino di fiori che ha confezionato per me.
Mia madre mi chiama, sorride e dice: “Potrei concedergli un’ultima possibilità. Una prova. Sei mesi di prova vanno bene?”
“Si mamma, vanno bene.” Sorrido a mia volta e guardo mio padre che ci osserva inconsapevole, stupito, silenzioso.
Arrivo alla strada, alla fermata dell’autobus e aspetto di tornare a casa, ma stavolta per cominciare un altro dei miei viaggi, per tentare una partenza e un ritorno, per fare ancora una prova: di un mese, di sei mesi, di una vita.
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