6° racconto classificato di Matteo Alberghini – Pieve di Cento (Bo)

Mio Padre

Mi ero impegnato a fondo per raggiungere il mio obiettivo. Alla faccia del tasso di disoccupazione crescente, della povertà nel mondo e della mia ormai cronica mancanza di liquidità, ero finalmente riuscito a licenziarmi dal mio posto di lavoro facendo passare la cosa come normalissima, anzi, portando a sostegno del mio gesto presunte velleità di miglioramento professionale e personale. Avevo calcolato tutto al secondo. Eravamo alla fine di giugno, per cui secondo le mie intenzioni, mi aspettava un’intera estate all’insegna del fancazzismo e dell’autocommiserazione. Che bello! Un eroe romantico degli anni duemila! Con tanto di leggera tendenza a sbevazzare e con un indiscutibile fascino decadente. L’unica incognita era costituita da mio padre… Quella vecchia volpe ne sapeva una più del diavolo, e nonostante i suoi settant’anni non era per niente rincoglionito; anzi, più di una volta mi aveva incastrato, tanto che ero arrivato a pensare che in gioventù avesse potuto essere un poco di buono, uno di quelli che ai propri figli non aveva mai raccontato tutto, con qualche bello scheletro nell’armadio che era meglio non andare a disturbare…
Per i primi tempi le cose andarono secondo i piani. Mi svegliavo non prima di mezzogiorno con quel piacevolissimo cerchio alla testa alcolico ricordo dei bagordi della sera precedente. Il pomeriggio volava veloce tra la visione di un porno, (sempre e comunque di classe, devo ammetterlo), l’ascolto di buona musica d’autore, così, tanto per farmi il viaggio, e la lettura di qualche libro scritto da spiriti che ritenevo quasi alla mia altezza: Bukowski, Céline, Dostoevskij, Fante. Mi facevano davvero compagnia! Era bello sentirsi parte di una ristretta cerchia di eletti! Naturalmente approfittai dell’aumento di tempo libero per dedicarmi ad una delle mie passioni preferite: la gnocca. Devo ammettere che non dovetti faticare più di tanto per farmi una serie positiva di belle scopate: bastava recitare la parte del bello e dannato, qualche citazione colta qua e là, un po’ di esistenzialismo da quattro soldi e il gioco era fatto. Nel giro di poco tempo mi ritrovai fra le gambe di due o tre ragazzette ben contente di farsi penetrare dal genio letterario del nuovo millennio. Ed è qui che commisi il fatal errore…
Una sera più ubriaco e stanco del solito invece di proporre alla verginella di turno la classica sveltina in macchina, la portai a casa. Entrando nel soggiorno vidi mio padre in mutande intento a versarsi un bicchiere d’acqua dal frigo. Salutò cortesemente la mia vittima mentre a me riservò uno sguardo minaccioso e sardonico insieme. Mi affrettai a salire al piano superiore verso la mia camera prendendola per un braccio, ma dentro me sentivo già l’inquietudine salire… Quella sera non scopai tranquillo… L’incubo stava per cominciare…
Il giorno dopo a pranzo partì l’attacco. Avevo gli occhi ridotti a due fessure, i rumori attraverso le orecchie mi giungevano ovattati, il mio stomaco era ribaltato ed implorava un po’ di tregua. Per buona parte del pasto non alzai gli occhi dal piatto, se non per annuire stancamente a qualche felice notizia del Tg che ci informava del numero delle vittime dell’ennesima guerra preventiva, o del solito caso di malasanità italiana. Mia madre serviva a tavola con timore reverenziale. Anche lei era consapevole che si trattava di una falsa quiete fra padre e figlio.
Fino al caffè non successe nulla di importante, pensavo già di essere riuscito ad evitare lo scontro, ma… L’ammazzacaffè fu decisivo; mio padre si alzò da tavola, si diresse verso il mobiletto e terrorizzato lo vidi prelevare il famigerato nocino della nonna. Se non avete mai bevuto superalcolici non potete capire. A me personalmente ne bastavano due dita per affrontare l’esistenza con un sorriso ebete stampato in volto. Appoggiò rumorosamente la bottiglia sul tavolo, tolse con uno schiocco il tappetto di sughero e se ne versò una abbondante dose nella tazzina ancora sporca di caffè. Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi…
- Te ne verso un po’, vero? – Era stata formulata come una domanda, ma solo per la grammatica, in realtà era una minaccia.
- Non tanto, per me. – Risposi tremante. Una frazione di secondo dopo la mia tazzina era quasi debordante.
- Ah, il nocino della nonna è sempre qualcosa di speciale, eh? – E così dicendo se lo scolò tutto d’un fiato. Sentivo i suoi occhi grigio-verdi posati pesantemente su di me. Non potevo più evitarli. Era uno sguardo d’attesa. Sapevo benissimo quello che dovevo fare.
- Sì, sì, e quello di quest’anno è proprio fuori dal comune. – Chiusi leggermente gli occhi e cercai di non respirare, mentre me lo ingollavo tutto con un unico gesto. Lo sentii nello stomaco come una bomba. Simultaneamente il cervello fu stimolato da un’ondata di neurotrasmettitori. In pratica ero completamente in balia di mio padre.
- Allora… Ho notato che hai un po’ più di tempo libero ultimamente. Mi chiedevo se non potevi aiutare questo povero vecchio a fare qualche lavoretto… Così, per la casa… - Cercai la forza di rispondere senza vomitare. Riuscii a bofonchiare:
- Va bene, però spero nulla di troppo lungo, sai ho bisogno di tempo per cercare lavoro… - Tentai inutilmente una ridicola difesa…
- No, non ti preoccupare, vedrai, un ragazzo giovane e forte come te, avrà tutto il tempo che vuole per i propri impegni… - Stavolta il sarcasmo, volutamente, non era neanche mascherato.
- D’accordo allora, tra un’oretta ti chiamo che si comincia. Vado a fare la pennichella. E si alzò lentamente da tavola.
- A dopo. – Conclusi io con il tono di voce del condannato a morte. Mia madre dall’altro lato del tavolo mi osservava con quello sguardo che solo le mamme italiche hanno: rassegnato e amorevole, consapevole dell’imminente tragedia che stava per colpire il figlio in partenza per la guerra. Avevo a disposizione un’ora per rimettermi in sesto e presentarmi di fronte a lui con la parvenza di un essere umano.
Mi coricai sul letto della mia camera, alla ricerca di forze, ma il nocino della nonna stava facendo effetto, la stanza mi ruotava attorno come se fossi in giostra. Non riuscii ad addormentarmi e l’ora concessami da mio padre volò via troppo presto. Sentii la sua voce fuori dalla porta che mi chiamava:
- Allora, sei pronto? Ti aspetto davanti a casa, dai! – Non c’erano dubbi, ero condannato.
Mi infilai in fretta un paio di pantaloncini e barcollante lo seguii. Lui era vestito da battaglia: cappellone di paglia in testa, braghe alla zuava, scarponcini militari. Uscimmo, e a piedi, nel più assoluto silenzio, raggiungemmo la casa di campagna di mio nonno. Un brivido mi percorse la schiena; eravamo fermi davanti al capannone degli attrezzi. Vidi mio padre uscirne fuori con due strani strumenti appoggiati sulle spalle. Uno me lo porse. Io lo osservai come si guarda un’opera di arte astratta di cui non si conosce e capisce il senso: era composto da un lungo manico di legno al termine del quale stava infilata una lama acuminata e orientata perpendicolarmente al manico stesso. Più tardi imparai a mie spese che quello strumento di tortura era comunemente conosciuto col nome di zappa.
Bene figliolo, - attaccò placido – vieni con me in mezzo al campo di barbabietole che ti spiego… - Arrivammo a margine di un appezzamento. Mi giocai il tutto per tutto con la carta dell’ironia:
- Lo so cosa stai per dirmi, “vedi ragazzo un giorno tutto questo sarà tuo…” - Mi osservò pateticamente e senza ridere riprese:
- Probabilmente un giorno davvero tutto questo sarà tuo, ma sinceramente spero che sia il più tardi possibile. Per il momento invece verrai con me a zappare le erbacce. -
Partimmo dividendoci in parti uguali il terreno. Io non ci capivo un accidente, alle volte tralasciavo pericolosissime infestanti, altre colpivo con una rabbia feroce povere bietole con un fulgido futuro da bustina di zucchero davanti. Dopo un certo periodo che mi parve interminabile trovai la forza di alzarmi dalla posizione a 90° e quello che vidi fu sconvolgente: mio padre era già arrivato alla fine della sua parte e sorseggiava un bicchiere di acqua fresca all’ombra di un enorme platano! Non ci potevo credere! Doveva per forza aver barato, ma osservando il suo lavoro lo trovai perfetto, nessuna erba cattiva era sopravvissuta alla sua mortifera falce! Mi voltai e mi resi conto che invece non potevo dire altrettanto di quanto avevo prodotto io. Sconsolato e affaticatissimo giunsi anch’io alla fine e mi sedetti accanto a lui.
Mi riempì mezzo bicchiere e me lo porse. Lo bevvi in due secondi e feci per chiedergliene un altro ma già aveva messo via la bottiglia dentro l’apposita borsetta refrigerante. Basta così, aveva definitivamente chiuso i rubinetti. Mi guardò e proruppe:
- Figliolo, non mi sembra proprio tu abbia fatto un buon lavoro. Non noti la differenza fra la mia parte e la tua? Come pretendi che delle povere pianticine crescano bene con la compagnia di certe brutte facce? Su, forza, ricomincia da capo, io per aiutarti starò qui a sedere all’ombra e ti indicherò dove è meglio che intervenga! – In quel momento pensai a Pietro Maso. Mio padre doveva aver fatto un patto col diavolo. Non era possibile che a settant’anni avesse tutta quella forza fisica. Io ero distrutto e per giunta la pappina della sera precedente cominciava risalire lo stomaco fino a titillarmi la gola. Tentai quindi la carta culturale:
- Ma papà, scusa, io avrei cose di più alto livello a cui pensare… Progetti, creatività, letteratura… Insomma ho letto Nietzsche, non posso perdere troppo tempo in cose di questo tipo… -
- Mi lanciò uno sguardo annoiato:
- Nietzsche hai detto… Hai scelto un buon mentore… Non era lui quello del “ciò che non uccide fortifica?” Bene allora rafforza il tuo spirito e finisci degnamente la tua parte. Non preoccuparti, vedrai, io ti guiderò da qui. Per esempio proprio dietro di te, c’è un farinaccio che va assolutamente eliminato. Puoi cominciare da lì. -
Ero senza parole. Mi aveva messo in buca con una semplicità e una classe degna del miglior Humphrey Bogart. Non potevo ribattere. Chinai la testa e posso solo dire che passai le seguenti due ore piegato, alla ricerca di qualsiasi forma di vita vegetale che non fosse bietola. Mio padre mi guidava dalla sua zona d’ombra e mi pareva anche di scorgere sulla sua faccia un’espressione vagamente divertita. In quel lasso di tempo provai un fortissima vicinanza spirituale coi negri delle piantagioni di cotone, e non a caso da quel giorno il mio interesse per la musica black crebbe a dismisura.
Inseguito dalle incitazioni del mio vecchio riuscii a portare a termine la mia mission impossible. La gola bramava un sorso d’acqua ma lui “stranamente” l’aveva già finita, così che buttai a terra la zappa e di corsa, come un folle, arrivai a casa e mi gettai rumorosamente sotto il lavandino dove quella martire di mia madre stava ancora lavando un Everest di mutande e calze. Lei si spostò solo all’ultimo momento, giusto in tempo per non essere travolta dalla mia pazzia. Furono i momenti più goderecci della mia esistenza. Credo che la società per la distribuzione dell’acqua avrebbe avuto molto da ridire riguardo al mio atteggiamento nei confronti dell’uso consapevole delle risorse naturali…
Mio padre arrivò dopo un quarto d’ora, fresco e riposato come al solito, con un’aria noncurante di normalità. Io ero stravaccato sul divano del soggiorno, nel tentativo di recuperare le forze per la serata con gli amici. Lui mi vide e semplicemente mi disse:
- Beh, cos’è… Non mi dirai che sei stanco! Guarda quel vecchio decrepito di tuo padre com’è sereno… - Fanculo – Pensai io. Mi vuoi prendere per sfinimento, eh? Beh allora chi l’ha dura la vince! – Ero un povero illuso.
I giorni seguenti furono sulla falsariga del primo e forse anche peggiori; nel giro di poco tempo liberai dalle infestanti il campo di grano, (divenni un esperto conoscitore di termini a me fino ad allora sconosciuti come stoppione, taccamani, correggiola, amaranto e così via), guidai il trattore per spostare le balle di paglia, ruppi in pezzetti minuti le pietre che dall’alto del capannone in costruzione cadevano dal tetto per far sì che il cemento del marciapiede potesse far presa degnamente… Il tutto sotto la supervisione del mio caro papà, il quale non sembrava accusare minimamente la fatica. Per quanto mi riguardava, invece, ero ridotto ad una ameba. I miei amici mi chiamavano ed io ero costretto a declinare qualsiasi invito: il letto era la mia meta più ambita.
Dopo circa tre settimane di vita d’inferno mi resi conto che se non mi fossi deciso a dare una svolta la mia vita sarebbe stata segnata per sempre dalla sofferenza. Misi da parte l’orgoglio che fino a quel momento mi aveva sostenuto, e nell’ennesimo pomeriggio di rottura di pietre, durante il quale mi paragonavo ad un detenuto americano condannato ai lavori forzati, (ormai mi pareva davvero di sentire le voci dei secondini coi fucili in mano che mi prendevano per il culo), tentai di impietosirlo. Mi sedetti all’ombra di un albero e vidi che subito mi si avvicinava con quel suo passo da cow-boy: - Cosa c’è figliolo, non mi dirai che sei stanco, vero? Abbiamo ancora quei tre mucchi di pietre là in fondo da sminuzzare, non vorrai mica abbandonarmi alla fatica? – Era evidente la provocazione. Io però non avevo più la forza di reagire e distrutto ribattei: - Papà, non prendermi in giro. Lo sai benissimo che sono a pezzi. Va bene, hai vinto tu. Cosa vuoi da me? Non hai un po’ di spirito caritatevole cristiano? – Passò qualche lunghissimo secondo prima che mi rispondesse, poi con la bocca ferma se ne uscì malevolo: - Spirito cristiano…? Certo! Alzati e cammina quindi! – Lo avrei strangolato. Bestemmiando fra i denti afferrai con rabbia il piccone al mio fianco e con una furia bestiale presi a distruggere quelle pietre bastarde immaginando che fossero le varie ossa del mio caro genitore. In men che non si dica conclusi il lavoro. Appoggiai il piccone per terra e senza voltarmi me ne tornai a casa. Come al solito quella sera non uscii, ma ne approfittai per studiare un piano d’azione, non potevo continuare così! Mi resi conto che l’unica possibilità di salvezza paradossalmente consisteva nel ritornare a lavorare, quindi dal giorno seguente, utilizzai tutto il tempo libero che mi rimaneva dopo aver spaccato legna, potato alberi, spostato sacchi di cemento a mano, alla ricerca di un posto, qualunque posto, pur di non essere tra le grinfie di quel negriero senza morale che cominciavo davvero a considerare un mostro di cattiveria.
Fui fortunato: grazie all’intercessione di un amico che lavorava già da parecchio tempo in una di quelle fabbriche di inquietudine ed insicurezza che sono le società di lavoro interinale, riuscii a strappare un contratto, (logicamente a tempo determinato e solo per una sostituzione causa ferie del personale di ruolo), in una ditta di spedizioni, con la qualifica di impiegato.
La sera precedente l’inizio del mio lavoro, a cena aspettai al varco l’orco cattivo, desideroso di sbattergli in faccia violentemente la novità. Con fare indifferente abbozzai:
- Sai papà, credo che domani dovrai fare a meno di me per costruire il muro di recinzione davanti a casa… - Lui mi guardò incuriosito:
– In che senso, scusa? – Reagì lui. -
- Nel senso che ho trovato un posto da impiegato per circa tre mesi, e domani alle sette e mezza devo essere a Bologna per cominciare. – Gli sputai addosso la notizia tutta d’un fiato. Volevo vedere la sua reazione, ero in febbrile attesa… Ma invece… Niente di niente… Una statua di cera. Concluse semplicemente con:
- In tal caso farò da solo, o al massimo chiamerò tuo cugino che ha finito la scuola… Se ha un po’ di tempo e voglia di tirar su due soldi… - Poi basta. Si versò un’abbondante bicchiere di bianco di Custoza aggiungendovi tre cubetti di ghiaccio e non tornammo più sull’argomento fino al termine della cena. Incredibile! L’unica cosa che mi parve notare era un velato senso di sollievo che sembrava emanare…
Mia madre faceva finta di niente, ma intravidi una stilettata di sguardi fra loro piena d’intesa. Lì per lì non capii, ma le cose mi si chiarirono il giorno dopo.
Arrivai a casa per cena dopo il primo giorno di lavoro e la metamorfosi era già compiuta: per la prima volta dopo tre settimane, (quelle durante le quali mi aveva distrutto), vidi mio padre seduto a capotavola stanco. Gli occhi no. Quelli brillavano sempre di una luce furba e vitale, ma le membra… Insomma si vedeva proprio che aveva accusato il colpo. Improvvisamente realizzai tutto: quel marpione mi aveva preso per sfinimento e una volta raggiunto il suo scopo si godeva il meritato riposo! Avrei avuto voglia di sfotterlo, ma non ce la feci, perché nel corso della cena raccontai del nuovo posto e lui mi ascoltava davvero interessato e sereno. Dopodiché andammo io e lui in salotto, prese un liquorino leggero e me ne versò, uscimmo e ci sedemmo fuori in giardino a chiacchierare. Lui non parlava molto, più che altro interveniva con domande curiose riguardo all’azienda, ai colleghi e a i superiori. Ci fu un attimo di silenzio prima che si alzasse e dicesse:
- Beh, ora vado a letto, sono proprio stanco. È meglio che tu faccia l’impiegato… non avrei retto ancora per molto… Mentre mi parlava lo osservai negli occhi. Erano occhi da genitore. Lo sentii davvero MIO PADRE. Non seppi che rispondere, mi aveva del tutto spiazzato. Semplicemente rimasi ancora un po’ fuori da solo a finire il mio bicchierino, che però non riusciva ad attutire un piacevolissimo groppo in gola.


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