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racconto classificato di Maria Giulia Poggi – Sona (Vr) Dietro la porta
uno Angiolina è morta dieci anni fa. Nessuno, eccetto la società lavoratrice degli insetti e dei ratti, è entrato qui dal giorno del suo funerale. Nessuno ha reclamato l’eredità. Il comune sta aspettando la scadenza del decennale per aprire lo stabile, valutare se sarà opportuno restaurare, destinare ad associazioni, creare appartamenti popolari o demolire. Entreranno come avvoltoi e faranno il loro pasto qui, fra saggi di portanza strutturale e disgusto per l’umidità. Poi distruggeranno il camino di Angiolina, butteranno nel fuoco i suoi mobili tarlati, frugheranno nelle poche carte ammuffite, nelle biancherie ingiallite a brandelli. Lei magari guarderà la celebrazione del suo ultimo anniversario a braccia conserte, con il grembiule da cucina, che forse indossava anche sulla camicia da notte, su un ventre esagerato per la sua corporatura minuta.
Due “Vero che le rondelle son come brillanti nel legno? Mi chiamano Jo Pomodoro. Scolpisco il legno col ferro arrugginito, recupero tutto, combino le forme sbagliate nelle giuste geometrie, creo gli incastri nei vuoti, svuoto i volumi. Ribalto anche gli angoli se necessario, inverto la misura scombinando proporzioni. Nelle mie opere tutto è superbamente imbrattato, incrostato, scalcinato, con gli anni del vissuto nei cardini, con viti e bulloni fitti a tenere insieme anche l'irrecuperabile recuperato. Tutto verde di vita, vita senile, ma vita. Lavoro nei cantieri, estraggo dal fuoco quello che gli altri operai scartano come rifiuto inservibile e ne faccio decori. Il più bello, quello che amo di più, me lo sono portato a casa. Trovo che mi somigli. La mia vita è un insieme di cianfrusaglie, dentro e fuori. Vigoroso ma secco, direbbe di me Cervantes, gobbo, con la mania di grandezza nella miseria. Una casa di scarabattole, che nessuno più reclama, una vita solitaria, che nessuno ha mai condiviso. Sì, ero innamorato della Lina, ma lei m’ha preferito Cesare che faceva l’usciere al palazzo comunale, lavorava in divisa: forse gli lustrava solo le scarpe al mattino e lo buttava fuori di casa con una severa spazzolata al blu della giacca. Con me avrebbe fatto vita grama: sempre color del cemento, la mia faccia e i miei abiti, mani sanguinanti la sera a rischio tetano continuo, tosse, tosse e ancora tosse con la testa sul cuscino. Eh no, cara Lina, con me non avresti certo dormito!
tre Era qui? Non me la ricordo chiusa. I battenti erano sempre addossati alla cornice in pietra serena, han demolito anche quella, e sopra, legate ad un anello fissato al laterizio, due tovaglie di cotone, bianche di bucato, pulite e stirate ogni mattina. E poi c’era l’insegna, “Tonino”. Che si vendeva lo sapevano tutti, proprio tutti e poi non c’era equivoco nemmeno per il passeggero: quelle due ali bianche appese ad altezza d’uomo, a mo’ d’angelo crocefisso, sono le stesse dall’Alpi alle Piramidi, direbbe mia nonna. La nonna Clorinda negli ultimi tempi ci andava solo per le frattaglie per il gatto, lei di carne non ne poteva sentire nemmeno l’odore. Ma il nonno Oscar ci stazionava ogni mattina, ispezionava i quarti di bue, gli occhi dei conigli nostrani, il colore vivo del macinato e poi gli diceva “Delinquente, damme qualche chilo de salcicce bone da mette’ sott’olio”. Pane caldo, olio e salcicce del nonno tagliate a metà, che colazione! Lui e Tonino, al pomeriggio, si giocavano i Boeri al bar di Vilibaldo (mi sono sempre domandata da dove venisse tutta questa fantasia nei nomi, se non dalla speranza che qualcuno pensasse già ai motteggi in ottava alla nascita dei bambini, in paese). Da quando i medici avevano proibito ad entrambi il vino rosso, soprattutto fuori pasto, s’erano dati ai Boeri, magra consolazione alcolica per bevitori d’annata…
quattro No! L’hanno intonacata! Come ci sono riusciti? Non c’era forse il vincolo dei Beni culturali su quelle pietre? Sono stupefatta. Magari Eraldo Camerini m’ha solo preso in giro per tutta la vita. Guardando di faccia la sua casa, si lamentava sulla pubblica via perché quelli del Comune non gli permettevano d’intonacare ‘la su’ bicocca’ perché c’erano le pietre dei Tedaldi con iscrizioni del Settecento. Ma che c’entravano lì le pietre dei Tedaldi poi… Seduta sui gradini della casa di fronte quando ancora con le gambe allungate non arrivavano a toccare il lastricato della strada, avevo sentito per la prima volta la storia del Castello dei Tedaldi, bombardato in cima alla collina a Badia, nella provincia d’Arezzo. L’aeroplano, il sibilo, l’esplosione, le pietre che rotolavano a valle e si tuffavano nel Marecchia, la lenta migrazione delle macerie nel fiume verso valle, la raccolta sotto Ca’ Raffaello, il trasporto con i muli e la ricostruzione della casa del Camerini coi materiali di riuso. Non era un ladro, Eraldo aveva salvato un monumento nazionale! I Tedaldi erano estinti, chi avrebbe mai ricostruito il castello dopo la guerra? C’era da pensare ai vivi, non alle glorie del passato. E i vivi erano tutti senza casa, a pancia vuota: s’erano mangiate tutte le bestie nella stalla per passare la guerra, erano sfollati ed erano tornati con addosso solo zecche e pidocchi. Tutto quel che c’è si usa in questi casi, tutto quello che non c’è si cerca e non si inventa. Magari lo si trova lontano e non si sta a guardare per il sottile se è nostrano oppure no. E quei fornici di pietra scolpita non erano della nostra terra, non c’entravano proprio niente col giallo ocra, col colore del mattone delle nostre fornaci. Di un verde salvia sbiadito nel grigio, raccontavano altre storie, altri colori, altri boschi e profumi, ma ci stavano bene, davano un tocco esotico di distinzione alla monotonia delle murature calde di via Oriani. A dir la verità quel verde mi diceva che ero tornata a casa, all’altezza giusta per entrare nel portone di fronte e ritrovare l’odore della minestra che mi saturava il naso ma non lo stomaco (eppure la guerra era finita da molto, no?).
cinque Non so se guardare e credere di scorgere oltre sia giusto o faccia bene. Non so, é come una zecca che ti si attacca alla pelle, si infiltra e non riesci a snidarla così come lei, la zecca dico, non molla facilmente la presa. Mi hai insegnato a chiedermi i perché e non riesco a smettere. Forse questo non é indice di intelligenza (aveva ragione Zefferino, sì, proprio quel personaggio o figuro come vuoi definirlo, - fallo tu tanto io non ci riesco, ma nemmeno mi importa di farlo - quando mi disse, "i geni a trentasette anni sono morti, proprio come Raffaello. Tu goditi quest'anno comunque, anche e soprattutto se sopravviverai...") ma non ne posso fare a meno. Mi chiedo se questo mio cercare (sto parlando del significato delle porte che avevo usato pochi giorni fa come metafora) é malato o no, se vedo solo ciò che voglio vedere, solo quello che spero di vedere, quello che sogno di notte. "Immaginatevi, l'esempio estremo, un uomo che non possegga affatto la forza di dimenticare, che sia condannato a vedere un divenire dappertutto: un tale uomo non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l'una dall'altra in punti mossi e si perderebbe in questa corrente del divenire: infine, come un vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare il dito. Ad ogni azione occorre l'oblio, come alla vita di tutto ciò che é organico occorre non solo la luce, ma anche l'oscurità". Alla vita l'oscurità serve, esattamente come ai gerani di Angiolina. Come la noia. Come il dolore. Come lo sconforto. Come i sogni. E tutto é fuori dal flusso, lo stesso Eraclito diceva che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e quindi, in quello stesso fiume, certo non ci si può rimanere. Il divenire non mi sarà condanna se non perderò l’oscurità dietro la tua porta, se potrò ancora pensare che dietro l’affanno della mia memoria rimanga l’oblio. Non ho mai creduto di essere un genio, ma domani compirò esattamente due anni da quando ne ho avuto la certezza. Anche Giacomo aveva trentanove anni quando ci ha lasciato, due gradini oltre il limite della dimenticanza. |