5° racconto classificato di Maria Giulia Poggi – Sona (Vr)


Dietro la porta
Ciò che vorrei aprire per te



uno

Angiolina è morta dieci anni fa. Nessuno, eccetto la società lavoratrice degli insetti e dei ratti, è entrato qui dal giorno del suo funerale. Nessuno ha reclamato l’eredità. Il comune sta aspettando la scadenza del decennale per aprire lo stabile, valutare se sarà opportuno restaurare, destinare ad associazioni, creare appartamenti popolari o demolire. Entreranno come avvoltoi e faranno il loro pasto qui, fra saggi di portanza strutturale e disgusto per l’umidità. Poi distruggeranno il camino di Angiolina, butteranno nel fuoco i suoi mobili tarlati, frugheranno nelle poche carte ammuffite, nelle biancherie ingiallite a brandelli. Lei magari guarderà la celebrazione del suo ultimo anniversario a braccia conserte, con il grembiule da cucina, che forse indossava anche sulla camicia da notte, su un ventre esagerato per la sua corporatura minuta.
Usciva presto al mattino, lo stesso rituale stagionale all’alba. In estate annaffiava tre piante di gerani rossi, vecchi non si sa quanto, con gli steli marroni e stecchiti come quelli delle piante di pruno, induriti dagli anni e resi nodosi dalle potature sempre meno drastiche (“mi piace vedere che filano”, diceva), spazzava le poche foglie e i piccoli petali caduti, lasciando talvolta una scia di porpora sotto la scopa di saggina. Rientrava e usciva subito, sostituita la scopa con il portamonete di pelle nero solcato anch’esso dalle rughe degli anni. Quattro porte più in su il panificio: lì entrava, pochi convenevoli, un sorriso stampato, pane e latte. L’ho vista a terra, l’ho vista io, quando si fratturò il femore per essere caduta dalle ciabatte. Sì, dalle ciabatte, alte un dito da terra, ma inclinate sull’unica pietra sconnessa della strada a fughe larghe, perse per colpa di un passo troppo affrettato, meccanico, sicuro, quando nulla può mai essere fidato, neppure la via che ti trovi sotto i piedi e dentro al cuore per tutta la vita. I gerani in inverno finivano nell’androne d’entrata, buio, perfetto per conservare la vita nel letargo della vegetazione e lei usciva coperta solo di uno scialletto consunto, che le nascondeva sì e no i gomiti, un fazzoletto in testa come una mondina (l’avrà saputo che solo le mondine portavano il fazzoletto legato così?), neve acqua gelo senza importanza, il solito pane e via, dentro attaccata al camino. Lasciava la chiave nella toppa, non si sarebbe spostata dall’unica stanza calda per aprire la porta ai suoi ospiti occasionali. Quali ospiti chissà. Quando entravo in quella casa che sapeva sempre di fumo, così come i suoi vestiti, così come i suoi capelli coperti di fuliggine, la trovano sempre con i piedi sulla pietra del camino, tutta rannicchiata sui ferri da maglia, intenta a confezionare coperte, sciarpe, maglie. Ma per chi? I suoi ferri da maglia erano buffi, non erano ferri. Negli anni settanta, quando si diffuse l’idolatria del progresso per la plastica, persino i ferri per la maglia erano di plastica. Nessuno ha poi pensato di chiamarli plastici da maglia, non ci si sarebbe più intesi su che cosa fossero e a che cosa servissero quei due segmenti da quaranta centimetri di spessore variabile per far passare gli inverni alle massaie, alle nonne, alle vecchie sole e abbandonate. Angiolina ne aveva un paio verde bandiera, “grossi un dito” diceva lei, “ci crescevano le maglie che non si sa”. Non so se vendesse quel che lavorava sui suoi plastici verde bandiera, forse era solo una Penelope che aveva tanto freddo in inverno sulle ginocchia, tanto freddo di solitudine dalla testa ai piedi. Via degli Oleandri numero 1. Angiolina Antici.
No, non v’ingannate: lei non sapeva neppure chi fosse Adelaide, non era nobile lei. A Recanati gli Antici sono come le mosche: mica tutte le mosche son parenti!

Due

“Vero che le rondelle son come brillanti nel legno? Mi chiamano Jo Pomodoro. Scolpisco il legno col ferro arrugginito, recupero tutto, combino le forme sbagliate nelle giuste geometrie, creo gli incastri nei vuoti, svuoto i volumi. Ribalto anche gli angoli se necessario, inverto la misura scombinando proporzioni. Nelle mie opere tutto è superbamente imbrattato, incrostato, scalcinato, con gli anni del vissuto nei cardini, con viti e bulloni fitti a tenere insieme anche l'irrecuperabile recuperato. Tutto verde di vita, vita senile, ma vita. Lavoro nei cantieri, estraggo dal fuoco quello che gli altri operai scartano come rifiuto inservibile e ne faccio decori. Il più bello, quello che amo di più, me lo sono portato a casa. Trovo che mi somigli. La mia vita è un insieme di cianfrusaglie, dentro e fuori. Vigoroso ma secco, direbbe di me Cervantes, gobbo, con la mania di grandezza nella miseria. Una casa di scarabattole, che nessuno più reclama, una vita solitaria, che nessuno ha mai condiviso. Sì, ero innamorato della Lina, ma lei m’ha preferito Cesare che faceva l’usciere al palazzo comunale, lavorava in divisa: forse gli lustrava solo le scarpe al mattino e lo buttava fuori di casa con una severa spazzolata al blu della giacca. Con me avrebbe fatto vita grama: sempre color del cemento, la mia faccia e i miei abiti, mani sanguinanti la sera a rischio tetano continuo, tosse, tosse e ancora tosse con la testa sul cuscino. Eh no, cara Lina, con me non avresti certo dormito!
Questa settimana m’han proposto di vendere la casa. Un’immobiliare vuole acquistare tutto il quartiere, ne vuol fare appartamenti per studenti o per turisti (non ho ben capito) perché Leopardi attira sempre tanto! C’è poco posto qui in centro per fare altre speculazioni, non si può costruire, occorre recuperare. Recuperare che? E poi bisogna essere pronti per il bicentenario, l’Accademia, i festeggiamenti… Ma che si festeggia in un borgo selvaggio? Il prete in chiesa dice che dobbiamo essere orgogliosi di un concittadino simile anche se Nemo in patria profeta est e di certo il conte Giacomo non lo fu. Chi sia questo Nemo e che abbia a che fare con Leopardi non saprei, non mi intendo di latino, ma che il Conte gobbo ci odiasse tutti lo so. E aveva ragione. Ora che la mia schiena è curva per il troppo peso sollevato, scaricato, scariolato, guardano anche me come lui. Mi credono scemo perché sono una foglia accartocciata, sporco e non conoscono nemmeno più il mio vero nome: Nanni, Giovanni Rapetti. La Lina aveva un modo dolce di pronunciare il mio nome, facevo finta d’esser sordo per farglielo ripetere ancora e ancora. Poi mi avvicinavo e le dicevo: ‘Dimmelo in un orecchio, piano piano’. Lei sussurrava un non so che di profumato e io le stampavo un bacio sulla guancia e scappavo prima di ricevere il giusto premio alla mia sfrontatezza. Una volta mi prese e mi regalò le cinque dita in pieno viso: le ho portate con orgoglio almeno un giorno intero, sicura testimonianza del mio essere temerario. Ricordo la sua risata e la sua corsa fino in fondo alla mia via, strada Giambattista Vico. Belle le sue caviglie allo svolazzare della sottana. Divino quel seno prosperoso mosso da un mare di respiri affannosi… Ah, che donna la Lina, che delizia non hanno mai toccato le mie mani! Cesare, come ti odio. Odio te e tutti i commessi comunali…”

tre

Era qui? Non me la ricordo chiusa. I battenti erano sempre addossati alla cornice in pietra serena, han demolito anche quella, e sopra, legate ad un anello fissato al laterizio, due tovaglie di cotone, bianche di bucato, pulite e stirate ogni mattina. E poi c’era l’insegna, “Tonino”. Che si vendeva lo sapevano tutti, proprio tutti e poi non c’era equivoco nemmeno per il passeggero: quelle due ali bianche appese ad altezza d’uomo, a mo’ d’angelo crocefisso, sono le stesse dall’Alpi alle Piramidi, direbbe mia nonna. La nonna Clorinda negli ultimi tempi ci andava solo per le frattaglie per il gatto, lei di carne non ne poteva sentire nemmeno l’odore. Ma il nonno Oscar ci stazionava ogni mattina, ispezionava i quarti di bue, gli occhi dei conigli nostrani, il colore vivo del macinato e poi gli diceva “Delinquente, damme qualche chilo de salcicce bone da mette’ sott’olio”. Pane caldo, olio e salcicce del nonno tagliate a metà, che colazione! Lui e Tonino, al pomeriggio, si giocavano i Boeri al bar di Vilibaldo (mi sono sempre domandata da dove venisse tutta questa fantasia nei nomi, se non dalla speranza che qualcuno pensasse già ai motteggi in ottava alla nascita dei bambini, in paese). Da quando i medici avevano proibito ad entrambi il vino rosso, soprattutto fuori pasto, s’erano dati ai Boeri, magra consolazione alcolica per bevitori d’annata…
C’era una sola stanza nella bottega, bianca, rivestita di piastrelle dieci per dieci fin quasi al soffitto. Il pavimento, invece, era color rosso intenso, con qualche piastrellina bianca due per due a sfalsare gli allineamenti verticali e creare così un poco di fastidio all’occhio abituato alla simmetria. Le macchie di sangue dei quarti di bue appesi alle pareti con quei ganci a doppio uncino, che mi sembravano più lunghi del mio avambraccio, non si nascondevano in quel rosso di ceramica, né si rapprendevano a causa del freddo e dell’umidità del locale. Dietro il banco un’enorme porta, con una sciabola di metallo a mo’ di maniglia, lasciata sempre al massimo della tensione per procurare, ad ogni apertura, il tonfo di ritorno che pareva suggerire “vado dentro e ti cerco qualcosa di speciale”. Furbo Tonino. I tagli migliori erano fuori, ma quelli da smaltire erano i pezzi da novanta da centellinare… Il nonno non si faceva fregare, gli faceva aprire gli incarti già confezionati all’uscita dal frigorifero… “Delinquente! Guarda che i soldi te li faccio vedere, mica te li incarto!”
“ ’Sta carne puzza de freschino! Che.tte venisse ‘n colpo! Non m’hai da frega’, delinquente!”. Questo era il ritornello. Nonna Clorinda sorrideva e io con lei: il pomeriggio del giorno prima il nonno era tornato senza Boeri…

quattro

No! L’hanno intonacata! Come ci sono riusciti? Non c’era forse il vincolo dei Beni culturali su quelle pietre? Sono stupefatta. Magari Eraldo Camerini m’ha solo preso in giro per tutta la vita. Guardando di faccia la sua casa, si lamentava sulla pubblica via perché quelli del Comune non gli permettevano d’intonacare ‘la su’ bicocca’ perché c’erano le pietre dei Tedaldi con iscrizioni del Settecento. Ma che c’entravano lì le pietre dei Tedaldi poi… Seduta sui gradini della casa di fronte quando ancora con le gambe allungate non arrivavano a toccare il lastricato della strada, avevo sentito per la prima volta la storia del Castello dei Tedaldi, bombardato in cima alla collina a Badia, nella provincia d’Arezzo. L’aeroplano, il sibilo, l’esplosione, le pietre che rotolavano a valle e si tuffavano nel Marecchia, la lenta migrazione delle macerie nel fiume verso valle, la raccolta sotto Ca’ Raffaello, il trasporto con i muli e la ricostruzione della casa del Camerini coi materiali di riuso. Non era un ladro, Eraldo aveva salvato un monumento nazionale! I Tedaldi erano estinti, chi avrebbe mai ricostruito il castello dopo la guerra? C’era da pensare ai vivi, non alle glorie del passato. E i vivi erano tutti senza casa, a pancia vuota: s’erano mangiate tutte le bestie nella stalla per passare la guerra, erano sfollati ed erano tornati con addosso solo zecche e pidocchi. Tutto quel che c’è si usa in questi casi, tutto quello che non c’è si cerca e non si inventa. Magari lo si trova lontano e non si sta a guardare per il sottile se è nostrano oppure no. E quei fornici di pietra scolpita non erano della nostra terra, non c’entravano proprio niente col giallo ocra, col colore del mattone delle nostre fornaci. Di un verde salvia sbiadito nel grigio, raccontavano altre storie, altri colori, altri boschi e profumi, ma ci stavano bene, davano un tocco esotico di distinzione alla monotonia delle murature calde di via Oriani. A dir la verità quel verde mi diceva che ero tornata a casa, all’altezza giusta per entrare nel portone di fronte e ritrovare l’odore della minestra che mi saturava il naso ma non lo stomaco (eppure la guerra era finita da molto, no?).
Eraldo e Primetta sono morti nello stesso anno, prima lui, nel sonno, poi lei, caduta dalle scale mentre scendeva per la colazione. Un colpo secco e via, spazio agli eredi. Bella donna lei, Antonietta, la figlia; un pidocchio da sfollati il genero, medico della società di calcio di Terni, grande conoscitore di bar della zona. Hanno deciso di venire a vivere qui e vendere la casa giù alle falde della collina nella prima periferia. Hanno impiegato tre anni per restaurare ‘la bicocca’, hanno fatto posare pavimenti di botticino, riportare a vista le travi dei soffitti, rendere abitabile la mansarda. Hanno cambiato tutto, persino la posizione delle finestre, hanno coperto con l’intonaco la vergogna di pietre toscane in terra marchigiana, hanno steso una bella tinta rosa pastello che fa tanto nobile e disponibile. Manca solo la nuova porta. Ancora per poco si vedranno scolpite nel legno le unghie del randagio che ha reclamato la ciotola di Primetta per molti giorni dopo il suo volo dalle scale.

cinque

Non so se guardare e credere di scorgere oltre sia giusto o faccia bene. Non so, é come una zecca che ti si attacca alla pelle, si infiltra e non riesci a snidarla così come lei, la zecca dico, non molla facilmente la presa. Mi hai insegnato a chiedermi i perché e non riesco a smettere. Forse questo non é indice di intelligenza (aveva ragione Zefferino, sì, proprio quel personaggio o figuro come vuoi definirlo, - fallo tu tanto io non ci riesco, ma nemmeno mi importa di farlo - quando mi disse, "i geni a trentasette anni sono morti, proprio come Raffaello. Tu goditi quest'anno comunque, anche e soprattutto se sopravviverai...") ma non ne posso fare a meno. Mi chiedo se questo mio cercare (sto parlando del significato delle porte che avevo usato pochi giorni fa come metafora) é malato o no, se vedo solo ciò che voglio vedere, solo quello che spero di vedere, quello che sogno di notte.
Ti chiedo scusa se ho interpretato segni al solo mio modo di vedere, se ho colto quello che speravo di leggere al di là delle immagini, se ti ho investito ancora una volta di speranze mie e significati miei. Penso così col cuore e con lo stomaco che immagino un significato univoco nelle cose, una restituzione vicendevole, uno scambio continuo, intimo e esclusivo fra noi e mi dico "ha capito e mi rimanda il segno che mi dice che ha capito".
Forse era giusto che ti dicessi, al di là di ogni possibile interpretazione "le tue fotografie di Recanati, che mi é cara, tanto cara, sono per me come la pasta col pomodoro che mi piace più di ogni altro primo piatto. Ha il sapore antico di quando ero piccola. Domani, a mezzogiorno, preparerò per me sola il pranzo del mio compleanno: un etto scarso di pasta col pomodoro".
Grazie per avermi lasciata aperta la porta della tua oscurità. Senti cosa dice Nietsche nella seconda delle Considerazioni inattuali, scritta fra il 1873 e il 1875:

"Immaginatevi, l'esempio estremo, un uomo che non possegga affatto la forza di dimenticare, che sia condannato a vedere un divenire dappertutto: un tale uomo non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l'una dall'altra in punti mossi e si perderebbe in questa corrente del divenire: infine, come un vero discepolo di Eraclito, quasi non oserebbe più alzare il dito. Ad ogni azione occorre l'oblio, come alla vita di tutto ciò che é organico occorre non solo la luce, ma anche l'oscurità".

Alla vita l'oscurità serve, esattamente come ai gerani di Angiolina. Come la noia. Come il dolore. Come lo sconforto. Come i sogni. E tutto é fuori dal flusso, lo stesso Eraclito diceva che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e quindi, in quello stesso fiume, certo non ci si può rimanere. Il divenire non mi sarà condanna se non perderò l’oscurità dietro la tua porta, se potrò ancora pensare che dietro l’affanno della mia memoria rimanga l’oblio.

Non ho mai creduto di essere un genio, ma domani compirò esattamente due anni da quando ne ho avuto la certezza. Anche Giacomo aveva trentanove anni quando ci ha lasciato, due gradini oltre il limite della dimenticanza.

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