4° racconto classificato di Giuseppe Frattaruolo - Paola (Cs)

... ed è subito sera


A volte, alzando gli occhi durante l’ora d’aria, ho fissato l’azzurro del cielo fino alla vertigine, fino a sentirmi una goccia sospesa su quel pozzo senza fondo e pareti.
Il sole sta calando dietro l’alto muro di cinta. Lo sguardo, libero da timori, si sposta rapido in quell’arco di cielo e di tempo nel vano tentativo di coglierne il divenire in un’unica percezione rivelatrice. La ricchezza di quella stimolante visione si sta consumando, come sabbia stretta nel pugno, lentamente e inesorabilmente. Un leggero tepore scalda ancora un lato del mio viso, che l’altro già comincia a cedere il suo.
 “Nicola, Nicoliiino!”, il richiamo secco e perentorio risuonò come una fucilata col suo eco prolungato, il mio amichetto, senza dire una parola e con un guizzo, scivolò giù veloce e in quattro balzi raggiunse l’uscio di casa. In effetti, anche io dovevo tornare, era tanto che mancavo, un intero memorabile pomeriggio.
 Dalla mia postazione, sul robusto ramo di fico, avevo assistito per tutte quelle ore al rumoroso andirivieni del trattore. Il grande aratro d’acciaio, affondata la lama, aveva fatto letteralmente a pezzi tutta la terra li intorno. Ora i grandi ulivi sembravano andare alla deriva su piccole zattere verdi in un mare di scure zolle in tempesta. Quello scenario di distruzione, così diverso dal solito, era reso ancor più inquietante dalle lunghe ombre del tramonto, ma come non addentrarsi, almeno per un po’ e per qualche metro, in quel nuovo territorio tutto da esplorare.
Frammenti di prato, come tessere di un puzzle scompaginato, puntavano verso il cielo. Fili d’erba e rari fiori, indifferenti all’accaduto, mantenevano ostinatamente la loro posizione ora irreale. Svelato il sottosuolo, la terra appariva scura, umida e ancora viva: insetti fuggivano sconvolti fra le nude radici e vermi strisciavano lenti a riconquistare l’oscurità perduta. La luce del sole basso penetrava in quelle profonde ferite arrossandole e mostrando quanto fossero recenti. Io v’ero piantato dentro fino alle scarne ginocchia, fino agli esili fianchi e poi accovacciato, invisibile a tutti, ad ascoltare il mio respiro e quello della terra col suo alito forte, che ero certo, mi sarebbe rimasto attaccato addosso. Emersi da quell’intimo e caldo abbraccio, per arrampicarmi sulla zattera più vicina e ritrovare terra compatta sotto i piedi. Tenendomi dall’estremità di un ramo basso, sferrai un calcio alla zollosa onda che stava per frangersi avanti a me disperdendola in mille schizzi polverosi.
 Desiderio di mare! Ma l’estate era ancora lontana, così come la casa di nonna dove ci accampavamo per le vacanze: due stanze, tutto compreso, che davano direttamente sulla strada; bastava spostare la pesante tenda di corda, barriera alle mosche, per passare dalla fresca ombra dell’interno all’accecante bagliore dei muri calcinati.
La casa di nonna, con a cento metri quel binario che moriva proprio lì e sul quale rare volte era comparsa, senza scopo apparente, una nera locomotiva a vapore, esemplare di una specie ormai estinta. Si mostrava per qualche minuto nervosa e ansimante a riempire l’aria di un candido vapore dall’odore di carbone e poi via, via da un tempo che non era più il suo, emettendo un ultimo forte e accorato richiamo… proprio come quello che adesso giungeva da mia madre, era il momento di rincasare.
La voce di Mohamed è forte, cantilenante e ripetitiva mentre la sento avvicinarsi e poi farsi lontana: “Socialità, preparare socialità, tra cinque minuti ritiro socialità, socialità…”. Chi era interessato doveva scrivere su di un foglietto il nome ed il numero di cella di chi voleva come ospite o di colui che lo avrebbe ospitato; ancora cinque minuti per definire quell’impegno sociale, evento mondano delle serate in carcere, rigido protocollo, rituale consolidato di chi in carcere ci sapeva stare!
Cinque minuti di margine, ancora cinque minuti di attesa e sarei sprofondato nel comodo sedile del bus che mi riaccompagnava a casa. Un’ora abbondante di viaggio da trascorrere appisolato come buona parte dei passeggeri, un pendolare sa cogliere ogni occasione per recuperare energie, ed energie ne avevo spese un bel po’ quel pomeriggio.
Avevo lasciato l’ufficio con una mezz’ora di anticipo per raggiungere velocemente, in sella alla mia Guzzi, quel pezzetto di sogno che ero riuscito a far diventare reale: poco più di duemila metri quadri di castagneto sui quali poter sfogare la mia voglia di plasmare il mondo, e non metaforicamente.
Solo un pezzetto di bosco abbandonato, che negli anni era diventato un groviglio di rami impenetrabile. Dopo una prima pulizia, stavo eliminando gran parte dei giovani candidati ad un posto al sole, cresciuti filiformi tra i fratelli maggiori. Occorreva consentire allo sguardo di penetrare tra quelle ombre per ideare e progettare. Senza troppo stravolgere: avrei tracciato un sentiero, creata un’area di sosta, impiantato nuovi alberi, arbusti, forse fiori. Il risultato doveva riuscire ad esprimere il mio senso estetico conservando l’armonia naturale di quell’ambiente. Avevo tagliato, trascinato e accatastato senza alcun inconveniente, alimentando quella fatica con profonde inspirazioni d’aria satura di fragranze di bosco, le tre ore che potevo concedermi erano trascorse, dovevo tornare. Nell’attraversare il vicino paese, mi sarei fermato al forno per fare la consueta scorta di calde pagnotte di pane casereccio; mi piaceva tornare a casa con del cibo, “…femmina e piccoli aspettavano il ritorno del cacciatore”.
Ero giunto con un po’ d’affanno e quel risicato margine alla fermata, sedevo sulla panchina, spalle alle vetrine ormai illuminate, a fissare il flusso d’auto sempre più intenso. Il sole del luminoso pomeriggio aveva ceduto rapidamente ad un livido cielo serale; foglie cadute, spinte da una leggera brezza, si rincorrevano ai miei piedi e l’aria a tratti pungente mi svegliava dal torpore in cui tendevo a cadere.
Sembrò che il giorno parlasse della sua stanchezza alla mia e con uguali parole, ci univa un senso di compiutezza e appagamento, non avevamo da chiedere altro.
In quel momento dell’anno ero io per primo, ancora buio, che lo sentivo arrivare: odore di giorno nuovo, e poco dopo potevo salutarlo dalla riva, quando vedevo riflesse nel lago le prime luci; ora quel brivido di freddo e la stanchezza che invadeva il corpo come una cupa melanconia, lasciandomi solo con la voglia di chiudere gli occhi ai pensieri, di tornare a casa.
Come tutti i giorni, avrei scorto intorno a me le nuche reclinate ciondolare mollemente, gli auricolari gemere squittii ritmati, gli occhi tristi delle studentesse (così simili a quelli della mattina), stanchi di immaginare il volto del prossimo amore, e poi gli occhi allegri e soddisfatti di chi anche quel giorno aveva fatto il proprio dovere, di chi si era costruito ancora un po’ e si sentiva già migliore, e visi per un momento vuoti d’espressione, in attesa che un pensiero suggerisse quale indossare.
Il fattorino, volto scarno scavato da profonde rughe, era l’unica attiva tra quelle vite in stand-by, preciso e compito porgeva le monetine di resto come desse la comunione, si vedeva che ricavava un sottile piacere da ogni transazione; dovevamo a lui, alle argute battute mattutine e al suo sorriso trattenuto, il buon inizio che nessun caffè avrebbe potuto donarci.
Lo spostamento d’aria portò con se un forte odore di pneumatici e gemito di freni, la porta scivolò lentamente di lato a mostrarmi i prossimi tre passi da fare.
Più di una volta mi è capitato di dire “casa” per indicare la cella, di quanto si può restringere il concetto-bisogno di spazio personale? Qui sembra di cogliere la risposta che lo spazio minimo può ben coincidere con quello che occupa il corpo, cosa che comunque sarà, six feet under.
Percepirlo intorno a se, farne misura e specchio della propria voglia di vivere; l’animo, fluido etereo, vive, si espande e cresce nella ricerca continua di nuovo spazio e forma.
Accaldato dalla lunga faticosa arrampicata, mi lanciai in una corsa folle sul crinale erboso tra le due vette, inebriandomi di profumi nuovi, di vertigine da aria rarefatta e silenzio, arrestandomi solo sul precipizio per guardare giù la stretta buia valle, col cuore che sentivo battere forte nel petto, perché era il fragore del vento a riempirmi le orecchie.
Ho un rimpianto, non essermi deciso mai a spiccare il volo, se non in sogno, regalo del mio amore di sempre: la piccola morte; emozione unica che ho cercato in altro, dispiegando le vele come ali, scivolando lieve e silenzioso sull’acqua in una lunga sensuale carezza o imbrigliando l’energia rabbiosa di una raffica, per sentire la mia piccolezza portata in trionfo sulla cresta dell’onda.
Salsedine ingannatrice, col senso di pelle avvizzita, mi facevi sentire già vecchio e sapiente.
C’è un prato fuori la finestra, oltre le sbarre, dove ho imparato a riconoscere dai rituali il sesso dei passeri, e l’aggressività territoriale delle lucertole nei loro furiosi e rapidi inseguimenti, dove i topi contendono il cibo ai piccioni con movenze di leoni a caccia nella savana, e i corvi si appostano in coppia, scuri e severi come carabinieri in servizio, dove, nella spazzatura lasciata cadere dalle finestre, ritrovo ancora una volta il segno dell’uomo.
Non si poteva considerare proprio un prato, l’erba non ci provava nemmeno più a crescere, se non ai margini, ma quello che allora chiamavamo campo, era l’arena in cui noi ragazzi dei viali scendevamo a giocare. Momentanea superstite del boom edilizio, era un’ampia area rettangolare,  compresa tra il viale e uno stretto vallone, in cui non era sempre l’acqua piovana che alimentava la crescita di un rigoglioso canneto. Sugli altri lati un grande condominio, dove mi ero trasferito da poco (perdendo nel cambio la vista sul golfo di Napoli), e una piccola graziosa palazzina inizio ‘900, dove abitava il mio compagno di giochi e di classe Paolo. L’attività era prevalentemente pomeridiana e variava con le stagioni: tornei di biglie, mazza e pivizo (lippa), figurine da contendersi nei modi più diversi, piripì zozzò (cavallina), ma anche pericolose battaglie campali con armi improvvisate e rischiose esplorazioni nel vallone dove oscuri cunicoli, si diceva, conducessero al mare. Il teatro della nostra vita fuori casa, spesso si allargava a comprendere l’intero quartiere; piccole costruzioni e villette tutte diverse formavano angoli accoglienti, divenuti col tempo punti di incontro dove giocare o semplicemente intrattenersi a parlare.
Ci scambiavamo le piccole scoperte, i sentito dire e le perplessità su quel mondo di adulti che, dai nostri undici anni, sentivamo ancora lontano, ma a cui eravamo comunque destinati. Era un po’, che i soliti giochi avevano perso il carattere d’interesse esclusivo. Con l’inizio della scuola media, la presenza delle “femmine” aveva acquistato un significato diverso che in precedenza, un’importanza non ancora ben qualificabile, che veniva però stimolata ed esaltata da quel tenerci in classi separate, su piani diversi dell’edificio ed alle estremità opposte in palestra. Una volta sono salito al piano di sopra, per qualcosa da riferire ad un bidello, tornando alla mia classe con la rivelazione per i compagni: ”Al piano delle femmine c’è un odore tutto diverso”!
Qualcuno, in occasione di un compleanno, cominciava ad organizzare festicciole in cui si poteva ascoltare musica, ballare e approfondire, con uno studio ravvicinato, la conoscenza di quelle creature così diverse. Era però necessario prepararsi.
 I passi del limbo-rock erano stati memorizzati, ed essendo una danza di gruppo non c’erano altre difficoltà, diverso era per il twist. Paolo propose di chiedere aiuto alla sorella più grande, quasi sedici anni.
Ero stato poche volte a casa sua, e anche quella volta restai disorientato dall’ingresso nel mondo di un’altra famiglia. Ogni cosa mi appariva diversa e degna di nota: il portoncino d’ingresso con la sua targa dorata, la disposizione delle stanze, i mobili, la luce filtrata dalle tende, i suoni ovattati per i tappeti. L’aria, pregna di odori in attesa di essere riconosciuti, si faceva respirare con cautela e diffidenza, la stessa di quando, in quelle occasioni, mi veniva offerto del cibo.
Gli oggetti raccontavano la propria storia restituendo gli odori assorbiti nel tempo e, mescolandosi con quelli della cucina, definivano l’impronta olfattiva di quella casa.
In una visita precedente, Paolo, profittando della sola presenza del nonno, mi aveva mostrato serio e solenne un cimelio a cui tenevano molto: una grande bandiera italiana, quella però di quando c’era il re.
Questa volta ci dirigemmo subito nella piccola stanza della sorella, che ci accolse con un sorriso malizioso e di sufficienza, penso dovuto ai nostri propositi e alla nostra età. Fece scivolare lentamente fuori dalla custodia un lucente disco nero e lo adagiò con cautela sul piatto della fonovaligia. Alle prime inconfondibili note del twist, iniziò a ballare dandoci istruzioni su come seguire e assecondare i suoi movimenti.
In breve l’imbarazzo raggiunse livelli record; per un verso mi rendevo conto della mia goffaggine nel seguire quei precisi ondeggiamenti a tempo di musica, per l’altro quel sospingersi e attrarsi dei corpi, pur senza contatto, suggerivano la presenza di una comunicazione in atto, il cui linguaggio però sfuggiva in parte alla mia comprensione, ma di cui avvertivo chiaramente gli accenti emozionali.
Una sensibilità nuova reclamava, ogni giorno in modo più palese e pressante, la sua parte di stimoli, chiedeva di essere alimentata, crescere, maturare. La stessa che già ad otto anni mi aveva fatto apparire una coetanea tanto irresistibile da spingermi a donarle un bacio, durante un gioco, e poi fuggire vergognoso. Da sempre frequentatore di cinema, in una recente occasione n’ero uscito come stregato dalla bellezza della protagonista, il suo viso per almeno due settimane continuò ad apparirmi davanti agli occhi. Qualcosa in quei lineamenti, nelle espressioni del volto e nel tono della voce, era stato capace, allora e solo allora, di provocare un senso di doloroso vuoto, d’anelito. Emozioni all’esordio, ma di cui riconoscevo già l’enorme potere; sentivo alternarsi, per quel nuovo sentimento, un’ipnotica attrazione e oscuri presagi di rovina, promesse di gioie inimmaginabili e timori di voragini di sofferenza.
Si, doveva essere proprio “l’amore”, quello che si annunciava nell’incomprensibile inquietudine del corpo e nello smarrimento dello spirito, che mi lasciava solo e disorientato in quel nuovo paesaggio dell’anima.
Paesaggio che trovai riflesso nel cielo, più tardi, di ritorno a casa. Il cielo ardeva con lunghe lingue di fuoco tra scure nuvole di brace rovente; come mai più, sentii il cuore del mondo battere all’unisono col mio.
Vita! ora “pascolo maledetto”*, dove l’antrace rende mortale avventurarsi e agonizzante il pensiero; sarà per questo che sono chiuso qui, a ruminare. Rigurgito porzioni di vita, rimastico, assaporo, e ingoio di nuovo; ma è cibo che non nutre, solo ricordi. E’ strano, come anche il presente non abbia più altro sapore.
Oltre l’alto muro di cinta, all’orizzonte, dove lo sguardo non può più arrivare, il sole è tramontato. Veloci nuvole diffondono dai monti sporcando il cielo di grigio, cancellando i tenui colori della fine che tutto addolciscono. Nuvole moleste rubano, forse ignare, la scena alla notte, oscurando anzitempo l’ultima luce, ma è solo la nera signora dei sogni che saprà farsi ascoltare, parlandomi con voce materna. Come è facile arrendersi a lei che tutti accoglie e ai suoi toni sussurrati che invitano a seguirla, a chiudere gli occhi, a terminare ciò che ha avuto inizio.
                                    

                                         “Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coltri in disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il “nulla”, prove che ogni notte non siamo già più…”     (M.Yourcenar: Memorie di Adriano)  

*) Così è detto il pascolo dove viene ritrovato un animale morto di carbonchio ematico. Le spore che si producono e diffondono permangono attive nel terreno per molti anni, rendendo inutilizzabile quel pascolo.

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