1°
racconto classificato di Roberta Lepri - Grosseto
Il bellissimo sogno di Blonde
“Mi creda, non è questione di prezzo. Non posso venderlo.”
Si girò verso l’uomo che era rimasto fermo, vicino alla porta. Entrare, o uscire. Questione di punti di vista. Come i soldi, o la vita. Avere o non avere. Possedere, anche. Lei non aveva, ma possedeva, ed era, a sua volta, posseduta. Si girò intorno, giusto un’occhiata soddisfatta alla propria miseria. In fondo, sull’unica parete priva di muffa, il dipinto emanava una luce diafana, di carne rosea e cielo azzurro. Carne rosa e cielo azzurro che accecava e rendeva liberi. Senza il tetto che gocciolava, ed il latte che non c’era, e le calze rattoppate. Certo, le sarebbe piaciuto potergli mettere una cornice. Se lo meritava, quel quadro lì. Forse Jacques avrebbe poi voluto bruciarla, per scaldarsi. Il dipinto no, quello non avrebbe avuto il coraggio di toccarlo. Amava sua moglie, e sua moglie amava quell’immagine perfetta. Più della sua stessa vita.
Come aveva fatto poi, quello lì, a saperlo, del quadro? Doveva essere stata quella serpe di Pauline, l’assistente sociale. Con la scusa di fare del bene, andava nelle case a spiare. Ad osservare. Ad essere felice di avere più di loro, per poi tornarsene la sera a casa, e dire al marito “Sono stanca morta”. Ma della miseria non ci si stanca, bella mia. Non di quella degli altri.
La donna aprì lo stipetto, ne tirò fuori due minuscoli bicchieri da intenditori, ed una bottiglietta di liquido verdognolo. L’odore invase la stanza, prima ancora che il tappo fosse uscito del tutto.
Assenzio. Anche quello un dono del maestro, e vecchio di anni, con ogni probabilità. Il gentiluomo non disse di no. Non disse di sì. Si guardò vagamente le ghette, ed accese una sigaretta, come fosse a casa propria. Il fumo stava decisamente bene con l’assenzio. Rendeva i pensieri ancora più lucidi, o un poco più opachi. Anche stavolta, questione di punti di vista. Doveva trovare il modo di piegarla. Sicuramente con le buone, lì non era il caso di fare pazzie e perdere la testa: i topi del quartiere sarebbero accorsi in frotte, alle urla della loro compagna, e lo avrebbero fatto a pezzi con piacere. Belle ghette e bel panciotto rosicchiato e strappato, lordo di quella miseria incancellabile. Non era davvero il caso. Nel suo mestiere, una regola su tutte: ogni cosa è in vendita. Gioielli, mobili, tappeti, quadri. Era bravo, a convincere la gente. Non temeva di affrontare baronesse decadute ed isteriche, bisognose di migliaia di franchi per le partite di baccarat, né giovani ladri inesperti, alle prese con opere troppo importanti per poter essere vendute. Era tenuto in gran conto dalle case d’asta, ma anche dalle compagnie di assicurazione, che si rivolgevano a lui per comprare a minor prezzo, quegli stessi oggetti che avrebbero dovuto risarcire ai derubati. Era onesto, prendeva un’eguale percentuale dal ladro e dal derubato. Bastava sapersi muovere.
Ma era nella caccia al tesoro, che dava il meglio di sé. Rintracciare un antico monile, seguire il percorso di un dipinto tra le nebbie del tempo e le mani di decine di avidi proprietari, era la sua specialità. Oppure convincere qualcuno a vendere. Come in questo caso.
La voce che il meraviglioso dipinto di Renoir fosse ancora in giro, circolava da anni. Pettegolezzo da sobborghi parigini. Poi quella donna appuntita e stretta, un’assistente sociale spiacevole come il suo nome - Pauline – si era presentata a lui, dicendo che aveva visto in una casa miserevole un dipinto, proprio uguale a quello che lui aveva esposto settimane prima in vetrina, grazie al prestito dei coniugi Clark, due eccentrici e ricchissimi collezionisti, suoi buoni clienti. “Ma quello che ho visto io è più bello” aveva aggiunto la donnetta saccente. Come se un Renoir potesse superare se stesso. Come se ne potesse esistere uno identico, ma “solo un po’ diverso”. L’aveva ringraziata con sguardo sornione e scettico, mettendole in mano un migliaio di franchi per il disturbo. Quella aveva stretto le spalle stizzita, ed era uscita con la punta del naso aguzzo bene alta verso il cielo. C’è gente che pensa di poter comprare tutto, aveva pensato Pauline disprezzandolo, mentre riponeva con molta cura i soldi nella tasca segreta del soprabito. Ma con la vecchia avrà un bel daffare, a portarle via il suo quadro. Aveva concluso tra sé, compiaciuta.
Si era lasciata dietro l’odore della miseria degli altri, solo quella.
Ma l’idea che ne esistesse un altro, una replica della meravigliosa bagnante dipinta da Renoir cinquanta anni prima, aveva preso a torturarlo, ed era finita sul fondo di ogni piatto, di ogni bicchiere, di ogni notte che aveva consumato negli ultimi tre mesi. Così aveva chiamato Henry, il canottiere, che girava con la maglia a righe anche in pieno inverno, e puzzava di Senna ed alcool, Senna e donne stanche. Fiume e ancora fiume. “Fammi sapere se c’è qualche poveraccio che tiene in casa un dipinto molto bello. Un grande nudo di donna.” Aveva tagliato corto. “E se lo trovo?” Aveva chiesto il canottiere, intendendo svolgere il proprio mestiere per bene. “Vieni a prendere duemila franchi ed una bottiglia di Napoleon”. Allora l’uomo aveva cercato di nascondere la propria soddisfazione, ed era uscito in fretta. Proprio come un topo di fiume.
La difficoltà dell’impresa all’antiquario era sembrata nulla - quella era una poveraccia ed avrebbe venduto subito- era stato proprio quel pensiero scontato a fuorviarlo, il primo che gli era venuto in mente, quando aveva visto lo stabile di Rue de Benancort, in cui l’aveva indirizzato Henry: una palazzina del secolo prima, cadente e marcia dal primo scalino all’ultima tegola. Gli affittuari, tutti poveracci sfrattati ed abusivi, assolutamente incerti del domani, e senza alcuna speranza. Sulle rampe dei diversi piani, bimbi mocciosi, gatti mocciosi, vecchi mocciosi. Un’umanità addolorata e spenta, assolutamente identica ad ogni altezza.
Mentalmente aveva calcolato quanto poteva offrire. Una cifra minima avrebbe indispettito la proprietaria. Una certa donna, di sicuro una di “quelle”, passato focoso annegato nel bere, una vecchia alcolizzata, artritica e mezza demente, a quanto aveva lasciato intendere Madame Pauline del servizio sociale. Una somma eccessiva, però, l’avrebbe insospettita, dandole un metro certo per valutare il suo grande tesoro. Doveva scavare, lavorare in profondità, analizzarne i bisogni. Cos’è che la gente vuole? Cosa vuole veramente? Il denaro? La salute? La giovinezza? L’amore?
C’erano tempi e modi che potevano rendere irrealizzabili a turno queste aspettative. Oppure c’era, al contrario, la maniera di far sì che tutto sembrasse possibile. La gente vuole sognare. Quello era il punto. Ed era il motivo per cui lui riusciva sempre a fare leva sugli altri, a convincerli.
Si girò intorno, cercando di non guardare il dipinto. Cosa quasi impossibile, perché emetteva una tale luce, un chiarore rosato diffuso che pareva intermittente, ma solo perché era insostenibile, per quanto era bello. Non trovò niente altro di appena decente, da guardare. Peccato, altrimenti avrebbe potuto incalzare la vecchia, facendo leva sulla sua vanità. “Bel paralume, signora. Un gusto squisito. Non sfigurerebbe nella mia vetrina in Place Vendome”.
Doveva trovare un altro modo. “L’assenzio apre la mente. Porta bei pensieri ed ottima meditazione. Non trova? ” Gli mancò la forza di chiamarla “signora”.
L’anziana donna portava uno zinale grigio cenere, consunto vicino alle tasche logore, e due ciabatte di pezza bucate sugli alluci. In testa, sui capelli stopposi e scarmigliati, una buffa papalina di lana celeste, simile a quelle che si usano per dormire. Unghie spezzate e pochi denti. Quanto di più lontano potesse esserci, da una signora. Ma lui fece uno sforzo. Cercò di immaginarsela bellissima. Era importante, che lei sentisse il suo apprezzamento, questo l’avrebbe convinta a vendere con più facilità. Fece uno sguardo ispirato, e cercò il giusto tono di voce, poco più di un sussurro.
“Mi vengono questi pensieri così chiari, nitidi. Una casa nuova con un giardino. Ci si possono coltivare i fiori, e sul retro farci un piccolo orto. Un cane è davanti quella casa. E lei ne è la proprietaria. Qualcosa di solo suo, che nessuno le potrà mai portare via. E dentro quella stessa casa, dispense piene di buon cibo, farina,
fagioli, uova. Già…bella invenzione l’assenzio. Fa sognare.” Mormorò lui guardandola dritta negli occhi.
Lo sguardo della vecchia vacillò appena. Non era il primo che ci provava, anche se erano passati anni, dall’ultima volta che un compratore si era fatto avanti, e quasi quasi aveva iniziato a sperare che si fossero scordati di lei. Costava fatica, dire di no.
Si tirò su dal tavolo perdendo l’equilibrio, ed andò arrancando ed un po’ ondeggiando, quasi fosse su una barca instabile, dritta verso il quadro. Il contrasto tra la sua bruttezza e la leggiadra perfezione del nudo, tra la sua vecchiaia e la sfrontata giovinezza della donna del dipinto, era quasi insostenibile, per l’occhio sornione dell’antiquario. Cercò di non fare una piega, mirando un punto del muro, nella direzione in cui si trovava la donna.
“Per piacere, non faccia finta di guardarmi” disse lei, ritrovando la voce di cinquanta anni prima.
“Come dici, scusa?” le aveva risposto Monsieur Renoir, con il pennello tra i denti. Lei era entrata per portargli la colazione. Non voleva assolutamente essere disturbato, per questo toccava sempre a Blonde, quel servizio. Lei era così brutta, da non costituire certamente una distrazione apprezzabile.
Gli era passata vicino, ed aveva intravisto l’occhio di lui, posarsi e togliersi immediatamente dalla sua persona. “Ho detto: per piacere, non faccia finta di guardarmi” aveva ripetuto lei, paonazza e livida insieme, una guancia rossa e l’altra color della cenere.
“..ma.. cosa?.” Il maestro aveva cambiato anche lui colore. Quella strana ragazza non aveva mai aperto bocca, ed era stato probabilmente un bene, fino ad allora. Aveva chiesto a sua moglie se per caso non fosse muta. Ma quella aveva risposto con il tono laconico delle creature perfette “No. E’ solo brutta. Credo si vergogni di se stessa. Per questo tace.”
Lui l’aveva trovata commovente, come spiegazione, perciò si faceva portare la colazione ogni mattina da quella strana e brutta ragazza. Brutta lo era per davvero. Gambe troppo corte rispetto al busto, aveva valutato lui con occhio esperto, anche attraverso il vestito. Caviglie grandi. Occhi inespressivi con taglio obliquo e triste. Denti radi e guasti. Capelli castani, del colore del topo. Pareva fatta per dispetto.
Il maestro era una brava persona, ogni tanto le allungava qualche franco, che lei prendeva con un inchino goffo. Non se lo aspettava, uno scatto del genere. Ma intanto quella si era pentita, si era messa in ginocchio vicino alla tela, e piangeva in silenzio.
“Benedetta figliola.. si può sapere…che ti piglia.. che accade…sù, sù, animo, animo Ti ha lasciato il fidanzato? Mia moglie ti tratta male?” Ma lei si soffiava il naso nello zinale, ancora più confusa.
Poi aveva alzato gli occhi sulla tela, e l’aveva presa la rabbia per tutta quella bellezza, e quelle forme, le stesse delle modelle stupende e sode, carni rosa e piedi perfetti, e gambe snelle, mani profumate. Le sentiva ridere, attraverso la porta, e la loro nudità attraversava l’aria, e pareva una promessa di felicità per tutti. Questo aveva detto lentamente al maestro, guardando la tela “Tutti dovrebbero essere felici”
Lui aveva annuito gravemente, e, posato il pennello su di uno sgabello, si era messo ad osservarla. Aveva capito il disagio. La bellezza può essere insopportabile, e dare la nausea. Come l’amore, che può uccidere, se è troppo. Lo sapeva bene, da quando a Roma aveva posato gli occhi sugli affreschi di Raffaello. Troppa bellezza, troppa, troppa, rende furiosi e pazzi, inconsolabili e pieni di dolore.
Lei attendeva con gli occhi bassi la punizione che meritava. L’avrebbero mandata via, avrebbe perso il lavoro in casa di Monsieur Renoir.
Lui invece le prese il mento, con dolcezza la costrinse a guardare dritto il dipinto. Il rosa la accecava, l’azzurro la accecava. I seni perfetti entravano nella sua carne inadeguata, il viola degli occhi della modella si annacquava nel nocciola dei suoi occhi scialbi.
“Guardati” aveva detto Monsieur Auguste. “Sei tu. E’ tutte le donne del mondo e non è nessuna. Lo sai perché? Semplicemente perché è perfetta. E non esistono donne perfette, solo uomini che le sanno sognare” Non aveva detto altro. Aveva tolto il quadro dal cavalletto, e guardato un’ultima volta la splendida giovane nuda in riva al mare, con gli occhi annegati di amore.
Dietro alla tela aveva scritto con il carboncino “Le baigneuse Blonde”, poi si era rivolto a lei con un gran sorriso “E’ il tuo nome: Blonde, non è così?” Lei aveva annuito, un po’ persa. “Bene, allora sei tu. Tu senz’altro. E il quadro è tuo.”
Aveva balbettato, no, non lo voleva. Per l’amor di Dio. Madame, madame sarebbe andata su tutte le furie, aveva provato per settimane, immobile e nuda. Una fatica insopportabile, così aveva detto alla sarta.
Monsieur le aveva strizzato l’occhio “Portalo via subito. Gliene faremo un altro identico, a Madame. Magari un po’ diverso…diciamo meno bello…”
“Come dice, scusi?” aveva chiesto l’antiquario decisamente stupito.
“Non faccia finta di guardarmi, e guardi lei, invece” riprese la vecchia “io non sono un bello spettacolo. Non ho neanche la scusa dell’età… ero decisamente brutta anche a venti anni” finì con un risolino divertito.
L’uomo si irrigidì, realizzando di istinto dal tono della donna che la conversazione stava per concludersi, e che non avrebbe mai potuto comprare il dipinto.
“Guardi” disse lei con tono di complicità. Staccò il quadro e lo girò. “Le Baigneuse Blonde”, la scritta era chiarissima, la calligrafia era quella di Auguste Renoir, ed anche sul retro c’era la firma.
“Vede? Una dichiarazione d’amore del maestro. No, non per me”
Si corresse “Non solo per me. Per tutte le donne. E comunque… io mi chiamo Blonde. Dunque, in fondo, questa sono davvero io. ”
Concluse sorridendo serena
“ Lei ce l’ha, per me, un sogno altrettanto bello?
L’antiquario si alzò, le fece un inchino guardandola dritta negli occhi, e se ne andò, chiudendo piano la porta.
Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto
Pierre Auguste Renoir “Le Baigneuse blonde” 1882, Olio su tela
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