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poesia classificata di Paolo Sangiovanni – Roma
UN ALBERO SUL TETTO
Ci
siamo appollaiati finalmente
in quest’alba che sa di primavera
su questo poggio di prime viole.
E
tu mi parli della giovinezza.
Io
non ti ascolto,o peggio,fingo di
non ascoltarti. Perché mi deprime
questo cercare indietro lucidando,
indorando la parte che è passata
della nostra esistenza perché quella
che ci resta si sa che non migliora.
Mi
parli della nostra giovinezza.
E,come
tutti in questi casi,menti.
Non
fu come tu dici una gran cosa.
Era
l’età delle provocazioni,
delle esasperazioni.Tu cantavi
canzoni sconce a squarciagola per
vedere se la gente per la strada
si infastidiva.Io portavo spesso
una camicia sporca e ripetevo
ai quattro venti che non mi lavavo
da venti giorni e più. Ma dentro,dentro
una ferita sanguinava. Noi
eravamo degli orfani. Non ora,
ma
allora. Dell’esistere,del fare
riferimento a una divinità
che non era feroce e primitiva.
Era l’età di Pasolini,di
Bellezza,dei poeti americani
tradotti in modo sconcio per sembrare
maggiormente aggressivi.Non l’età
di Sandro Penna che non ebbe mai
una sua età perché troppo preciso
e misurato:troppo sobrio.
E infine
si è corso:Si è giocato coi libroni
di Marx senza capirne quasi niente.
Si
è consumata quella giovinezza
di cui tu parli con incantamento
in un modo comunque equivalente
a quelle di altri secoli. Correndo.
E
non giungendo in nessun luogo. Mai.
Naturalmente
l’ordine dei vili
ci ingoiò tutti. Senza umanità.
E
vili siamo noi mentre cresciamo
e passiamo di moda. E nulla più
ci è perdonato come nel passato
inutilmente.E non siamo felici.
Le
partite a tressette coi bottoni
o col rilancio che non vada mai
oltre mezzo centesimo dei vecchi
deposti al sole come frutta secca
ci fanno una retorica pietà.
E
quando siamo soli lacrimiamo.
Come le femminucce di Mastriani.
Così
parlando della giovinezza
e intessendo curiose infiorescenze
di un morto morto tanto tempo fa
tu ti senti al di qua di quella sponda
come tanti altri della quarta età.
E
i grandi stupratori nel frattempo
fanno la Storia con le figurine
a punti e i sentimenti prestampati
sui rotocalchi o alla televisione
da impiegati zelanti
e senza fantasia
che ogni mese ogni giorno,ogni anno e più
copiano la velina precedente
Mentre
il mondo si illude di girare.
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