10°
racconto classificato di Santini Andrea - Bergamo
Il sospeso
«C’è
un sospeso per me?» chiese timidamente Antonio avvicinandosi
al bancone. Lo sguardo scuro del barista bastò più di
tanti discorsi. Riavviatosi verso l’uscita, il bar perse interesse
verso di lui e riprese il suo pigro brusio. Ormai conosceva i cento
modi discreti che i baristi usano per dire no. Negli ultimi anni era
stato fatto accomodare all’uscita in tutti i dialetti d’Italia.
La novità questa volta era il silenzio, il barista stava zitto
e scuoteva la testa senza parlare. Uscì dal bar rattristato,
stiracchiandosi si grattò un ginocchio attraverso uno dei tanti
buchi nei pantaloni. Sospirò e si avviò verso la stazione.
Da qualche anno girava l’Italia in un modo inconsueto per un
ex imprenditore. Esplorava, suo malgrado, solo la parte riservata
a quelli come lui. Un’Italia fatta di freddo, di cibo trovato
nei rifiuti, di case grandi e comode quanto scatole di cartone. Era
un habitué delle stazioni. Centrali o termini che fossero,
l’importante era la grandezza: più vasta era la stazione,
più facile risultava mimetizzarsi dentro di essa.
Era arrivato da pochi giorni a Napoli Centrale via Roma Termini da
Milano Centrale. Cominciava a fare freddo e Antonio, come le rondini,
era migrato verso sud nel tentativo di ritardare l’inverno.
Napoli possedeva un’attrattiva in più: il rito del caffè
sospeso. Purtroppo però aveva sbagliato epoca, sarebbe dovuto
diventare povero almeno trent’anni prima. Il gusto di lasciare
un caffè pagato per i più bisognosi era andato perduto.
Poi ci si mettevano anche i baristi che non volevano più farli
entrare per una questione di ‘look’.
« Scusami non è per te, è che mi rovini il charma
del pub» erano arrivati a dirgli pur di farlo uscire rapidamente.
“Sembrano diventati tutti robot” pensava Antonio accovacciato
a terra guardando i viaggiatori affannarsi per salire e scendere dai
treni, “ormai non camminano più, minimo vanno al trotto,
la maggior parte galoppa; non hanno tempo per bersi un caffè
figuriamoci per lasciare un sospeso ad uno come me!”
Antonio era consapevole che la mentalità stava cambiando. “Sono
tutti troppo indaffarati a lavorare”, rimuginava “a guadagnare
e a fallire o a farsi licenziare.”
«Correte, correte» urlava sarcastico «tanto poi
finite come me! » Frasi che cadevano nel vuoto. Antonio sapeva
che in quelle urla sfogava tutta la rabbia verso un sistema che prima
lo aveva esaltato e poi schiacciato. A lui che era stato uno importante.
Aveva avuto fino a settanta dipendenti, aveva un fatturato. “Ah,
il fatturato!” pensava, e si perdeva nei ricordi di quando era
stato premiato alla camera di commercio; ormai secoli prima. Poi riapriva
gli occhi e cominciava a ridacchiare amaramente pensando che, quando
era dall’altra parte della barricata, aveva sempre avuto un
modo odioso di evitare ogni minimo contatto con i barboni : tirava
dritto, fingeva di non aver visto, cercava di rimuovere, ma il terrore
di trovarsi un giorno nella stessa situazione rimaneva a lungo. La
stessa tattica che ora gli si ritorceva contro.
“Ma tu guarda come ragionano ‘sti coglioni”, pensava
contrariato, “mettono la testa sotto la sabbia come gli struzzi
e la paura rimane.”
Il risultato delle sue analisi economico-antropologiche, Antonio lo
verificava nel cappellaccio delle elemosine sempre più magro.
A parte le monetine-esca che metteva lui al mattino, ben poche se
ne aggiungevano durante la giornata; le banconote poi non planavano
nel suo cappello ormai da anni. Se avesse tenuto un grafico, come
ai tempi in cui il lavoro era l’unico scopo della sua vita,
si sarebbe vista l’impennata di elemosine dopo l’introduzione
dell’euro perché molti non avevano ancora capito il reale
valore di quelle monete, ma ora i prezzi erano aumentati, le fabbriche
volavano via in oriente e si faceva fatica a tirare fine mese. Da
due anni il grafico delle elemosine era in picchiata disastrosa. “L’avvento
dell’euro” pensava “era stata la bolla speculativa
della carità.”. Antonio aveva notato che le stazioni
si stavano lentamente popolando di nuovi ‘colleghi’. Li
riconosceva subito dallo sguardo. Si aggiravano per la stazione con
il volto abbassato, si guardavano attorno spauriti. Erano ancora schiavi
delle vecchie abitudini: al momento dei pasti, rovistando nei cestini,
sognavano l’happy hour ed il tempo andato degli assaggini, degli
antipasti e del giro di formaggi. I vestiti erano solo un vago ricordo
della passata floridezza ma, ormai logori e sporchi, non facevano
più lo stesso effetto di un tempo.
Ci sono tanti modi per arenarsi, mille storie di difficoltà
psichica che portano alla stazione, storie di lotte tra parenti, di
gente interdetta che magari aveva i miliardi. Questa era invece un’infornata
di barboni diversi, impoveriti in poco tempo; l’unica loro colpa
era quella di non essersi accorti che la situazione economica stava
cambiando, erano falliti.
Sarebbero voluti tornare alla vita normale ma avevano perso proprio
tutto, amici compresi. Dietro un barbone c’è sempre qualcuno
che volta lo sguardo dall’altra parte.
Lui ormai era un barbone d’annata e riusciva a tenere un atteggiamento
di mistico distacco. Vedeva scorrere ogni giorno mille facce mute
che raccontavano tutte la stessa cosa: stress, paura, depressione,
Moment 2000, Valium. Era uscito dal mondo del lavoro appena in tempo:
la domanda più frequente in ufficio era se qualcuno avesse
un Aulin o del Maalox da prestare. Avevano tutti degli strani mal
di testa o sospette acidità di stomaco, sintomi curabili secondo
lui con un po’ di riposo; ma non si fermava nessuno, accumulavano
ferie non godute e permessi. Si dimenticava che, da bravo padrone,
aveva imposto lui quei ritmi. Aveva reso la vita impossibile a lui
e a tutti i suoi dipendenti. Ora era quasi felice di essere tornato
a provare sensazioni più vere: fame, freddo, sporcizia, libertà.
Paura no, la paura non la provava più da anni. Poi aveva scoperto
certe piccole gioie come quella di trovare un quotidiano nel cestino.
“Forse è meglio non avere nulla da perdere”, meditava
“oggi vado sul golfo a vedere il tramonto. Io me lo posso permettere.”
“Il golfo è bello perché è gratis”
ironizzava “ in pochi possono goderselo come riesco io: Non
posso perdere le chiavi dell’auto né il portafoglio,
non mi scade il parcheggio, non perdo il treno, non ho multe e bollette
da pagare e non aspetto telefonate seccanti anche perché non
ho più il cellulare. Al massimo posso perdere questo sacchetto
del supermercato pieno di stracci, ma chi potrebbe essere così
disperato da rubarmelo?”
“Sono ricco!” rideva mentre il sole sembrava rallentare
la sua corsa verso il mare “posso permettermi il lusso di annoiarmi.”
Eppure sentiva il desiderio di avere almeno i soldi per un pranzo
ogni tanto, niente di più. Effettivamente il giovedì
sera c’era quel gruppo di volontari che portava thermos di caffè
e the per tutti. “Ma vuoi mettere il caffè del bar?”
Annusando gli ultimi raggi del sole, Antonio sprofondò in uno
stato di rilassatezza totale e passò in rassegna tutti i metodi
possibili per fare due soldi. Si ricordò che a Milano aveva
visto un tipo di elemosina estrema: gente che stava ore inginocchiata
nei mezzanini del metrò dove tirava un vento gelido. Di solito
avevano in mano un cartoncino con scritte che impietosivano, raccontando
concisamente di disastri familiari o tragedie etniche che avevano
colpito luoghi perlopiù sconosciuti. A Napoli non si era ancora
diffusa questa moda di elemosina “no-limit” così
sperava di poter contare sull’effetto sorpresa. La mattina seguente
di buonora, si era già piazzato in prossimità dell’uscita
principale della stazione. Le vetrine illuminate dietro di lui, colme
di manichini vestiti di tutto punto, fornivano un ottimo contrasto
con la sua misera sagoma inginocchiata; di lì sarebbero transitate
centinaia di persone ogni ora, era certo che per pranzo avrebbe mangiato
al ristorante. Prese il pezzo di cartone con scritto: “Sono
di Moldavia, tre figlio con fame, tu aiuta grazie”. Poi si commosse
pensando ai suoi figli di cui non sapeva più nulla. Il cartello
non era poi così falso. Ritrovò un po’ di sollievo
solo quando si ricordò che non avrebbe più dovuto incontrare
la sua ex moglie.
Dopo
tre ore aveva accumulato venti centesimi di euro ed un dolore lancinante
alle ginocchia. Vedendolo la gente accelerava e voltava lo sguardo,
alcuni addirittura cambiavano percorso per evitarlo. Il progetto era
fallito. “La visione di un uomo in ginocchio amplifica il disagio
e spinge alla fuga anziché alla solidarietà!”
sentenziò, “i pochi che mi hanno guardato avevano sguardi
glaciali. La pietà è morta, strozzata dalla paura.”
Rialzandosi da quella scomoda posizione non riuscì a trattenere
un gemito di dolore. Con una smorfia stampata in volto incrociò
uno sguardo riflesso nella vetrina. Faticò un poco a riconoscere
quel volto ma alla fine dovette ammettere che era proprio il suo:
gli mancavano due denti, i lineamenti del viso erano annegati nella
barba incolta, i capelli sporchi e ingrigiti non conoscevano la forbice
di un barbiere da lungo tempo. Sotto quella barba avrebbe potuto esserci
chiunque. Sconvolto dalla scoperta cercò istintivamente di
nascondersi ai passanti, abbassò la testa e si rintanò
nel bavero del cappotto. “Tutta fatica sprecata” realizzò
dopo pochi secondi, “io qui sono trasparente!”. Vagò
avvilito per la stazione. Doveva cercare di reagire. Non poteva abbattersi.
Continuava a ripetersi che giorno si sarebbe potuto pagare un pranzo,
ed alla fine un caffè corretto grappa, senza patemi di come
trovare i soldi.
Il pomeriggio il buonumore era già tornato ed insieme ad esso
anche un briciolo di serenità necessaria per riprendere a pensare
alle strategie per nuove elemosine. Dai tempi del lavoro gli era rimasta
una piccola deformazione professionale: vedeva chiunque come un potenziale
cliente. Così decise di sedersi su una panchina ad osservare
chi gli passava davanti. I pensieri si affollavano mentre continuava
le sue ‘indagini di mercato’. “Un cliente ha bisogno
di merci o di servizi.” rimuginava “Io di merci non ne
ho più. Rimangono i servizi. Di cosa ha bisogno un viaggiatore
frettoloso che non ha neanche un minuto da perdere?”. “Cosa
sapevo fare bene un tempo?” si interrogava, “cosa mi dicevano
i dipendenti, gli amici, che mi diceva mia mamma?” Si ricordò
dei test psicologici a cui si era sottoposto nei numerosi colloqui
di lavoro prima di mettersi in proprio. In particolare l’immancabile
richiesta: “descriva almeno tre suoi pregi e tre suoi difetti”.
Aveva sempre fatto fatica a descrivere i pregi mentre coi difetti
era difficile fermarsi a tre. Stava cominciando a rilassarsi, lentamente
perse il contatto con il mondo circostante, dentro la sua anima era
sceso un caldo silenzio, la gente ora scorreva davanti a lui come
in un film muto. Era immerso in questo stato mentale da diversi minuti,
spolverava i ricordi, li abbelliva un pochino e poi li rimetteva via.
D’un tratto, ebbe l’intuizione che aspettava. Si ricordò
di un pregio unico. Un pregio che però non serviva spesso nel
mondo dove abitava prima. Balzò in piedi con un grugnito di
esultanza. Qualcuno infastidito si voltò a guardarlo, ma lui
si allontanò velocemente. Aveva da prepararsi accuratamente.
Il progetto doveva essere studiato nei minimi dettagli. Non c’era
tempo da perdere.
L’indomani mattina la stazione si svegliò in un modo
diverso. La gente lanciata nella pazza corsa quotidiana alzava lo
sguardo e rallentava, alcuni si fermavano un momento, qualcuno rideva,
altri parlavano sottovoce, diversi scuotevano la testa e si allontanavano
rapidamente. Tra il distributore di lattine e quello di merendine
c’era un uomo in piedi, sbarbato di fresco coi capelli raccolti
in una coda. Sembrava un santone. Guardava i viaggiatori sorridendo
pacatamente, con le braccia spalancate che spuntavano da una tunica
bianca molto semplice. Appeso al collo un cartello che recitava: “DISTRIBUTORE
AUTOMATICO DI ABBRACCI, 1.00 €”.
Antonio guardava soddisfatto lo spettacolo davanti a lui realizzando
che almeno un risultato l’aveva ottenuto: non era più
invisibile. O meglio era sempre stato terribilmente visibile ma almeno
ora aveva abbattuto una barriera. Le prime ore passarono senza che
nessuno osasse avvicinarsi al ‘distributore’. I bambini
in transito cercavano di frenare i genitori ma venivano trascinati
via piangendo. Curiosamente si erano fermati in molti ma sostavano
ad una discreta distanza. Alcuni guardavano l’orologio fingendo
di aspettare qualcuno, altri facevano surreali chiamate al cellulare,
ma tutti in realtà osservavano la situazione al distributore.
Lentamente le persone si moltiplicarono e si compattarono sempre più
vicino a lui senza che nessuno si azzardasse a parlagli. “Evidentemente”
pensava “il termine automatico li mette un po’ in crisi.”
Notò che le donne, come al solito, erano più curiose
degli uomini, si avvicinavano e lo guardavano negli occhi. Antonio
sorrideva sornione.
Aveva fischiettato quella mattina radendosi. La scheggia di specchio
posata sulla fontanella aveva riflesso l’araba fenice: dalla
barba rasata era riaffiorato un volto sereno in cui splendeva un sorriso
che un tempo poteva definirsi attraente.
Cominciando a sentire un lieve imbarazzo con tutti quegli occhi puntati
addosso, iniziò a simulare un abbraccio mulinando le braccia
nell’aria con gesti robotici, intanto con la bocca faceva improbabili
rumori meccanici, la gente ridacchiò con sollievo.
Antonio però cominciava a preoccuparsi, mezzogiorno era alle
porte ma nessuno aveva ancora richiesto il suo intervento. Aveva notato
però una donna minuta che lo guardava fisso negli occhi. Lui
le rispose sorridendo e fissandola a sua volta. Dopo qualche istante
cominciò a perdere la spontaneità del sorriso ma non
voleva mollare; finalmente la donna decise di toglierlo dall’imbarazzo
uscendo dal gruppo. Si avvicinò e andò a sistemarsi
proprio davanti a lui.
Lo fissò negli occhi e sorrise timidamente accorgendosi di
quanto fosse piccina rispetto alle ampie spalle di Antonio. Arrossendo
chiese: «quanto dura il….il…..ehm….. servizio?
»
«Quanto basta!» le sussurrò lui, i rumori della
stazione coprirono la loro conversazione, provocando la curiosità
di tutti quelli che si erano fermati ad osservare. La donna si decise,
frugò nella borsa, tirò fuori il borsellino dal quale
estrasse una manciata di monetine. Le consegnò al distributore
che subito le infilò in tasca.
Ora veniva il difficile. Si guardarono negli occhi imbarazzati. Antonio
allungò la mano fino a stringere quella di lei. I finti movimenti
da robot diventarono subito più umani; la accostò a
lui. La gente cominciò a mugolare nervosamente, sembrava fossero
spettatori di uno spogliarello in un locale squallido. All’inizio
non fu un vero abbraccio ma piuttosto un guardarsi da molto vicino,
poi lentamente lui cominciò ad avvolgere, a stringere, ad accomodare.
Dal pubblico arrivarono urla sguaiate. Il respiro divenne più
calmo per entrambi. Gli ululati nervosi dei passanti scemarono. Tutti
si trovarono senza difese in quel silenzio assurdo osservando quella
strana cosa. Si sentivano solo gli annunci dei treni in partenza.
La donna era ormai sprofondata tra le sue braccia e aveva chiuso gli
occhi, lui la coccolava felice, in fondo erano anni che non abbracciava
più nessuno, figurarsi una donna. Dalla borsetta partì
lo squillo del cellulare, e istintivamente lei staccò la testa
ma, incontrando gli occhi di Antonio, si bloccò immediatamente,
gli fece un piccolo sorriso, richiuse gli occhi e sprofondò
di nuovo nelle enormi spalle. Rimase avvolta nelle sue sensazioni
fino a quando il cellulare si stancò da solo del suo gracchiare.
Lentamente i respiri si erano accordati diventando sempre più
profondi mentre l’abbraccio andava intensificandosi. Avevano
trascorso circa un minuto in totale silenzio, immersi in un abbraccio
sconfinato. Antonio pensava di aver finito il suo lavoro e tentò
cortesemente di staccarsi ma si accorse di essere in una morsa che
gli impediva di liberare l’abbraccio. Il respiro di lei stava
cambiando, cominciò a sussultare e singhiozzare; non voleva
staccarsi. Anche Antonio stava cominciando a provare qualcosa e proprio
per questo voleva terminare l’abbraccio. Improvvisamente la
donna si staccò bruscamente e corse via a testa bassa bucando
la folla che scoppiò in una enorme risata isterica.
«Ehi bella» urlò uno, «se vieni a casa mia
ti faccio vedere io che abbracci, anche gratis».
L’atmosfera si era guastata e tutti ridevano sguaiatamente.
Antonio avrebbe voluto ringraziare la donna per aver parlato con lui,
per averlo trattato come un essere umano, per averlo riportato nell’altro
mondo. Riprese a roteare le braccia a vuoto felice perché il
tabù era rotto. Dal gruppo chiassoso si staccò un'altra
donna un po’ più anziana dal viso tozzo e rovinato, continuava
a ridere in modo sguaiato, «Robottino! Robottino, abbracciami
che sono tutta un fuoco! » diceva avvicinandosi mentre ostentava
una moneta sul palmo della mano. Antonio senza perdere il suo aplomb
lasciò fare; sorrise e si preparò al contatto. Urlando
volgarità la donna lo avvinghiò furiosamente; dopo pochi
istanti stavano mimando un amplesso, la smorfia della donna poco si
accordava con l’espressione leggera di Antonio. Più che
un abbraccio sembrava ora un tango ballato con l’eleganza di
due elefanti zoppi. Alla fine della recita, la donna si divincolò
urlando a tutti che l’avrebbe consigliato alle amiche. Partì
l’ennesima risata.
Antonio ebbe giusto il tempo di riprendere fiato poi l’attività
ricominciò in modo insperato. Si formò una piccola coda
di tre donne. Anche un uomo fece per mettersi in fila ma, avendo incrociato
lo sguardo di un conoscente, cambiò direzione per la vergogna.
Poi il flusso dei pendolari cominciò a diminuire. Lentamente
la stazione si era svuotata. Per quel giorno poteva bastare.
La
mattina dopo il risveglio fu brusco. Raggiungendo la sua postazione
vicino ai distributori notò prima uno, poi un secondo e infine
un terzo personaggio che avevano lo stesso cartello e si muovevano
come lui. C’era anche un discreto gruppo di passeggeri che li
circondava. Cercò di indagare e scoprì che erano tre
immigrati, probabilmente albanesi che cercavano di invogliare la gente
in un italiano stentato. Spiazzato e indeciso sul da farsi cominciò
a cercare in giro se ci fosse un posto idoneo dove continuare il suo
mestiere. Andò verso i binari ma si accorse subito che una
piccola fila di uomini spuntava dalla toilette. Avvicinandosi incuriosito
fece una scoperta sbalorditiva, evidentemente la sua idea era stata
notata da troppi occhi. Una ‘signorina’ in abbigliamento
succinto proponeva abbracci tailandesi di ogni genere per diverse
tariffe.
“Faccio tendenza!” pensò stupefatto. Perlustrò
l’intera stazione con un brutto presentimento ma fortunatamente
gli imitatori erano finiti. “Ho più tentativi di imitazione
della Settimana Enigmistica” rimuginò risollevato. Decise
di rischiare il tutto per tutto, si portò verso la nuova fontana
vicino ai binari. Di lì il passaggio era sicuro ma allo stesso
tempo più esposto ai poliziotti e certe attività è
meglio farle senza dare nell’occhio. Si mise subito in posa
dopo aver sistemato la scritta che ora recitava “L’ORIGINALE
DISTRIBUTORE AUTOMATICO DI ABBRACCI, 1.00 €”.
La sera al self-service, in mezzo a pochi svogliati personaggi sparsi
ognuno su un tavolo diverso, ce n’era uno con lo sguardo sognante.
Mentre si gustava il primo pasto caldo dopo diversi mesi, Antonio
ripensava alla giornata appena vissuta. Si sentiva come se fosse appena
uscito da una serie di massaggi rilassanti. Era un piacevolezza fisica
e mentale allo stesso tempo, il contatto con tutta quella gente, alla
lunga lo aveva ripulito di tutte le magagne che si portava dentro.
Era sparito quel dolorino alla schiena, e sentiva la mente sgombra,
con i pensieri che fluivano leggeri. Si sentiva come un lenzuolo lavato
e profumato steso ad asciugare su una collina. Sorrideva pensando
alle strane situazioni che si erano susseguite nel corso della giornata.
In particolare pensava a quel bambino che aveva preteso di farsi abbracciare
scatenando un litigio in tutta la sua numerosa famiglia. I suoi cinque
fratelli avevano richiesto di essere abbracciati anche loro, ma i
genitori non avevano la minima intenzione di spendere sei euro per
un motivo così futile. «Abbracciatevi tra di voi! »
era stato il commento della mamma. I bambini si erano subito ammutinati.
Alla fine i genitori si erano arresi ma erano riusciti ad avere uno
sconto comitiva del 50%. Vedere quei sei bambini impazienti, in fila
per ricevere l’abbraccio, in rigoroso ordine d’età,
l’aveva commosso. Il più piccolo l’aveva dovuto
sollevare da terra e mentre lo abbracciava aveva sentito lo schiocco
di un bacio sulla sua guancia. Fu un minuto di gioia interminabile.
Poi la comitiva di giapponesi l’aveva scambiato per una mascotte
della città, una specie di benvenuto messo lì dal comune;
entusiasti, si erano fatti fotografare tutti mentre lo abbracciavano
ridendo. E poi tutte quelle facce anonime che si erano sovrapposte
lungo la giornata, tutti gli odori, i diversi modi di abbracciare
e le sensazioni provocate da ognuno. Terminato il pasto Antonio si
alzò e mise il vassoio sull’apposito carrello pieno di
vassoi sporchi. Uscì nel buio della strada si guardò
intorno ed entrò nel bar dove c’era il barista muto.
Ordinò un caffè corretto grappa. Il barista, riconoscendolo,
lo fissò con sospetto ma esegui l’ordine. Antonio eseguì
con leggerezza ogni gesto del rito. Poi chiuse gli occhi e assaporò
le note del cucchiaino che mescolava lo zucchero e il misto di profumi
del caffè e della grappa . Infine sorseggiò goccia a
goccia il caffè. Posò la tazzina vuota, salutò
il barista che non rispose e si diresse alla cassa. Tirò fuori
una banconota da cinque euro ed esclamò ad alta voce: «pago
un caffè corretto grappa e lascio un sospeso! ». Prese
il resto, tornò al bancone e lasciò dieci centesimi
di mancia. Mentre metteva la moneta nel piattino squadrò il
barista con aria di sfida costringendolo ad abbassare lo sguardo.
Uscendo per strada si fermò dopo pochi passi, sentiva le viscere
che iniziavano a ribollire, la grappa cominciava a fare il suo dovere.
Mentre annusava l’aria intorno, con un gesto automatico che
riemergeva dal passato cercò istintivamente in tasca le chiavi
di casa; sorpreso dal gesto scoppiò in una fragorosa risata,
“la mia casa è sempre aperta” pensò divertito
e si avviò placidamente verso la stazione.
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