9° racconto classificato di Minelli Marianna –
Minerbio (Bo)

Un Vecchio Bambino

 

Se ne stava accartocciato sull’autobus fradicio di affannosi respiri umani, cullato dal fragore del moto ondoso. Guardava quelle facce, vuote e smarrite, perdersi in lunghi pensieri che non avevano né capo né coda, appallottolati uno dentro l’altro in un gomitolo infinito e senza senso.
- Ehi, si fermi! Scusi!!! …Fermati, maledizione!!!
Il solito passeggero spazientito, il solito autista distratto, la solita fermata persa. La solita vita di tutti i giorni. E’ così che funziona qui, tutti sono insoddisfatti, frustrati, irascibili. Dalla vecchietta brontolona al teppistello di quartiere. Gira così la storia qui. Nel nostro mondo ricco.
Nel torpore, scruta i passeggeri ed emana sentenze intransigenti sulla loro ipotetica vita, dall’alto della sua superiorità. Ecco l’operaio in tuta blu, sporco e stanco, che scende dall’autobus e torna dalla moglie; ha una bella famiglia, due figli e un cane, dovrebbe esser felice, ma il lavoro non gli piace, i capi sono spocchiosi, i colleghi noiosi, la paga scarsa. La sera, poi, deve sorbire gli urli della moglie ai figli poco studiosi, il cane che è sempre in mezzo ai piedi, niente da guardare alla tv, la partita c’è domani.
Ora si alza, da uno dei posti centrali, la commessa del prestigioso negozio in centro. Scende, col vento che le scompiglia i capelli. Non c’è nessuno ad aspettarla a casa, non ha un fidanzato o un marito, non ha figli, solo un gatto che, come tutti i felini, è piuttosto indipendente. Anche lui, pensa, può fare a meno di me, come tutti del resto.
Scende la madre col bambino. La donna trascina pesanti sporte di spesa giù per gli scalini mentre il piccolo le si appiglia alla veste. Ama il suo piccolo,ma alla sera le riesce difficile essere accondiscendente con lui, le sembra che tra il lavoro e le corse alla materna e la spesa e le faccende domestiche questa non sia vita. Si sente insoddisfatta, trascurata, nessuno pensa a lei, ha tutto sulle spalle.
E’ il suo turno. Il professore universitario prenota la fermata. E’ stanco e confuso, è troppo preso dagli orari, dalla burocrazia, dalle proteste contro le riforme scolastiche. E’ un uomo colto, raffinato, di famiglia benestante, il suo sogno da bambino era di fare il pilota, ora ha perso anche la capacità di volare…con le ali della fantasia, col motore della curiosità. S’incammina verso una casa dove sa di trovare la vecchia madre, inferma da tempo e dipendente dalle sue cure. La ama ma a volte vorrebbe non fosse lì ad aspettarlo, sono pensieri cattivi, se ne vergogna. E’ ora di scendere.

La casa è in ordine,impeccabile come sempre. Al professor Gatti infastidisce ogni cosa fuori posto,ogni imprevisto, ogni indecisione. Il pavimento nocciola dell’ingresso profuma di lavanda, i mobili raffinati scricchiolano sotto il peso di vitrei soprammobili, nessun portafoto, nessun ritratto, nessuna traccia di vita umana. Ogni spazio, ogni oggetto,ogni odore di anni trascorsi sembrano intonsi da un’eternità. Il tempo, in questa casa, si è fermato.
Il professore sale le lignee scale superbe che portano il peso del suo animo e gli anni di molte generazioni. Quella casa è la più prestigiosa e la più antica della dotta città: situata nel caldo cuore della Bologna invernale, riprende lo stile d’un tempo, quando case così erano un lusso di pochi. La facciata perlata e fastosa ha reso l’edificio il sogno sfrenato di molti imprenditori che volevano farne uffici impeccabili e sontuosi. Tuttavia, la famiglia del professore era pronta a lanciare, in ogni momento, il proprio pugno di ferro contro la faccia tosta degli interessati acquirenti. La casa non si sarebbe venduta.
In cima alla scalinata, l’arcigna porta cigola,una leggera corrente, sbatte la vetrata di una finestra, ancora un cigolio e dei passi discendono. L’anziana padrona di casa sta dormendo, annodata tra le lenzuola. Il professore, dallo sguardo vacuo, inciampa in una logora cesta di vimini, posizionata nell’angolo adiacente ad un mobile. Sarà lì da almeno vent’anni, eppure fino ad ora il professore sembra non essersene mai accorto. Si china e scorge delle fotografie ingiallite, di quelle piene di gente morta che fan male solo a guardarle. Si rialza e va nello studio. Non è mai il momento dei ricordi.
La carne lattea di Nicoletta, inzuppata di lacrime, si ribella a ricordi che ormai sono inutili, il foglio dalle incise lettere nere della sua adolescenza e dai caratteri colorati e misurati della sua infanzia, è stato tempestivamente cancellato da dolore e gioia. Dolore è la ristrettezza di una vita di risparmio, la disoccupazione del marito, la tensione perenne tra di loro – corrente elettrica che genera scosse continue. Gioia è il suo piccolo Mattia, avuto a ventitré anni, inaspettato sorriso di una vita burrascosa – litigi in famiglia, fuga da casa, turbolenta riconciliazione, trasferimento da Spoleto a Bologna per motivi di studio. I cinque anni di vita di Mattia sono stati i cinque anni più pieni e vitali della sua vita, eppure a volte si chiede cosa sarebbe successo se non avesse incontrato George, se non fosse nato Mattia, se avesse compiuto scelte diverse, anticonformiste e rivoluzionarie come il suo temperamento, inusuali come i suoi occhi grigi ed i suoi folti ricci neri. Se avesse rincorso i suoi sogni, se avesse conseguito la laurea in Storia dell’Arte, se avesse viaggiato per il mondo, portata per mano dalla fremente curiosità bambina che l’ha sempre sollecitata; se avesse fatto tutto questo, che Nicoletta sarebbe ora? Si sente stupida a fantasticare su queste frivolezze, lei ha problemi ben più grandi da superare ed insaponare la sua vita di un sogno da ragazzine la fa arrossire. “Perché sei diventata tutta rossa, mamma? Sembri il muro della cucina!”La cucina è un fazzoletto scozzese rosso e bianco, sciupato dall’uso e dal ristretto spazio in cui è stropicciato. L’appartamento di Via Arancio, piccino ma deliziosamente illuminato, rispecchia più la speranza che l’effettiva condizione degli inquilini. Un vaso di girasoli, d’estate, ed uno di rosse stelle di Natale, d’inverno,non mancano mai nell’ingresso fantasioso arredato da Nicoletta. All’entrata, un attaccapanni di legno bianco e giallo prelude ad una casa dai toni energicamente variopinti. Una riproduzione di Van Gogh, Girasoli, dalle forti pennellate espressive, non può che essere immancabile nel nido di Nicoletta, innamorata dell’appassionato e drammatico pittore olandese e dalla sua Arte Viva. Questo suo amore non è mai stato condiviso dal marito che cantilenando le ripete sarcasticamente che l’Arte non porta il pane a tavola. Mattia, al contrario, è incantato da quel quadro su cui si sofferma interi minuti a fantasticare, a viaggiare lontano. Chissà a cosa pensa ogni volta, si chiede Nicoletta, orgogliosa del trasporto del figlio e convinta della sua indole creativa.
Il corridoio filiforme si dirama in tre ambienti, la cucina, il microscopico bagno e la camera matrimoniale che, nonostante il suo spazio sottovuoto, ospita sia i coniugi che il figlioletto, costretto in uno di quei lettini richiudibili. Dalla cucina, uno squisito profumino di brioche calde, i risolini impertinenti di Mattia, una brezza sottile che entra discreta dalla finestra dipinta di rosso. Ride, Mattia, ride di cuore,con quel suo naso all’insù immerso nel paffuto designe del suo viso. Ride, per lui la vita ha un buon sapore,latte e miele, ed il mondo è ricoperto da quella crosta dorata di magia che solo i bambini sanno vedere. Si diverte , il bel signorino – adulto in miniatura con quel suo gilet testa di moro e quella camicia cremisi – si diverte e, chiacchierone, descrive i suoi mille viaggi fiabeschi alla madre che lo contempla, illuminato dalla beffarda luce mattutina e dalla sua spensieratezza, come sei bello piccolo mio.
E’ per lui che Nicoletta si sforza di non lasciar trapelare nessun segno di stanchezza sul proprio volto, è per lui che fa di tutto per fermare il tempo, per eternizzare ogni attimo, evitare che compaiano le prime rughe di un’esistenza non voluta, non vuole invecchiare ora, più tardi, quando il suo bambino sarà più grande. Ora deve ancora riuscire a guardare il mondo con gli occhi di suo figlio, cambiare occhiale per guardare la vita con più equilibrio, serenità, felicità. Cos’è la felicità? In fondo, è equilibrio, è atarassia, aponia…solo questo? Sì, solo questo, pensa il professor Gatti, che altro potremmo desiderare? La felicità è assenza d’ogni dolore, a che scopo affannarsi per inutili ideali, sogni impossibili?I giovani d’oggi non lo capiscono, bisogna sapersi accontentare, anche se sulle prime non ci sembra di aver raggiunto la felicità,o almeno non quel che credevamo essere la felicità – ebrezza,libertà, fervente e creativa possibilità, morbida seta orientale. No, la felicità in fondo è una fuga dalla vita, più gli anni passano e più il professore se ne rende conto, occorre distaccarsi dalla vita, guardarla con l’aria di superiorità e di consapevolezza di chi osserva la merce proposta, di bassa qualità e spacciata per autentica, dal venditore che tampina di richieste affinché la si compri… Evelina ne sapeva qualcosa, lei era riuscita in questo distacco, un levar le tende, il suo… Se n’era andata per sempre, in cerca di qualcosa di migliore. Una tragedia shakespeariana, la sua morte o, forse, la sua vita. Era una bambina gracile ma dalla viva intelligenza, un’adolescente malinconica e tormentata, ma nessuno, in famiglia, le aveva dato peso. A volte, il piccolo Gatti, minore di tre anni, aveva come l’impressione che la sorella si sentisse una malattia, di quelle neanche tanto gravi, peraltro, poiché nessuno vi prestava grande attenzione. In effetti, da quando ricordava, era lui il prediletto della madre e la felice eredità maschile di suo padre. Evelina, con i suoi silenzi, la sua solitudine, le sue incomprensibili turbe, era un punto interrogativo scomodo per quella famiglia ancora così attaccata alle etichette ed ai sensi comuni. Evelina si sentiva (e forse era?) un fastidio, così, prese coraggio e si ribellò tacitamente a tutto questo: all’età di quindici anni, si buttò dalla finestrella della soffitta, sul fare della sera. Uscendo dalla porta sul retro sembra di scorgere ancora la sagoma di un corpo sull’erba - rinsecchita in quel punto - ma forse è solo un’impressione del professore.. Il corpo lo ritrovarono tre giorni dopo e lo scandalo che provocò all’interno della famiglia sembrò ancor maggiore del dolore. Da quel momento, la cruda sofferenza per la morte della sorella e la rabbia nei confronti della gelida indifferenza della famiglia ruppero il cordone che univa Gatti a quel mondo, che cominciò a guardare con un certo distacco.

Mattia, con quei suoi occhi bruni e quel visetto sgualcito dal torpore mattutino, guarda in su, ancor più piccino di quanto sia, rispetto all’imponenza della grande villa. Come l’incresparsi d’un’onda, così freme in lui il capriccio, vorace di sogni e di grandezza, lui è grande, anche se gli adulti si ostinano a non riconoscerlo. Lui è grande e quella casa sarà sua. Il capriccio assume toni lividi nel momento in cui si scontra con la realtà, imperioso “no” materno, andiamo a casa, Mattia, non fare storie. Non è giusto, sei cattiva, non capisci niente!Mattia frigna, lacrime salate sulla ferita aperta. Un signore dal viso plasmato da frequenti bronci e silenzi disarmanti, esce dalla lignea porta massiccia, laccata ed impeccabile (come sempre, al professor Gatti infastidisce ogni cosa fuori posto). La sua superiorità intellettiva ed i suoi anni,la sua esperienza ed il suo autocontrollo, lo legittimano a passare avanti a queste scene inutili e bislacche, come se la famiglia, i rapporti umani e i sentimenti fossero terreni a tal punto da non essere degni della sua conquistata onnipotenza. Speriamo solo la smettano di fare questo maccheronico baccano, c’è gente seria che lavora, qui. Ah, la signora Nicoletta, mi dovrò fermare a salutarla, speriamo che non cominci con la sua irritante parlantina! Chiacchere inutili, le sue, come inutile è la sua vita, il suo essere intero! Si può essere così scialbamente in balia della vita? Non è mai riuscita ad ottenere niente di quel voleva, non si è mai imposta.
- Buongiorno Nicoletta, il tempo migliora, non trova?
- Sì, sole tiepido, ma pur sempre sole!
Santo cielo, ci mancava solo quell’uomo spocchioso, sempre che si possa definire uomo, glaciale com’è! Tutta forma e niente sostanza, si può vivere così?
- Mattia adesso smettila! Le prendi!
- Mah, mamma! Voglio giocare lì!
- Mattia, ora basta, quella è la casa del professore e non si può!…Vero, professor Gatti,che non si può?
- Ci mancherebbe altro! Giovanotto, comportati decorosamente, gli uomini non frignano!
Mattia rimane accalappiato dal modo di fare imperioso del professore: ricorda i personaggi di certe fiabe, il moschettiere impavido al servizio del dovere, il re burbero e tuonante…Il bambino rimane stupefatto, la bocca piccola e rotonda appena socchiusa. Non ci vogliono più di due secondi, però, per riprendersi, svincolarsi dalla morsa della madre e zampettare qua e là dirigendosi in quel regno fiabesco ed eroico.
- Mattia, fermati! Torna qui!
Parole inutili, superflue, il piccolo gigante ha già spinto la massiccia porta semiaperta e corre per la casa.
- Sono desolata, professor Gatti!
- Ah, lasci perdere, ormai è qui! Bella educazione date a vostro figlio! Poi ci si lamenta che il mondo degenera!
- Alfonso! Alfonso! Chi è che fa tutto questo schiamazzo?
- Non è nulla, mamma, ora se ne vanno! Non è vero, Nicoletta?
Le ultime parole non fanno in tempo ad ottenere il loro effetto che Mattia già sale le scale, frettoloso e trionfante, due gradini per volta, con evidente e pomposo sforzo. La manina paffuta arranca per acchiappare la maniglia, la porta della stanza da letto si spalanca ed una voce senile trema nel buio:
- Beh, tu chi sei? Cosa ci fai in casa mia?
- Sono Mattia! Perché sei al buio? Fuori c’è il sole!
- Ah, queste sono cose da vecchi, non ti devono interessare! Dov’è tua madre?
- Sono qui, mi spiace di averla disturbata, signora Gatti. Ce ne andiamo immediatamente.
- Lei chi è?
- Sono Nicol…
- Lei è Nicoletta Lanfranchi, la nostra vicina di casa che è entrata per sbaglio e che gentilmente toglie subito il disturbo!
- Ma no, Alfonso, come parli? Non si ricevono così gli ospiti! Ad ogni modo, il bambino mi è simpatico, resterà qualche ora qui da noi, se alla signora non dispiace…
- No, si figuri! Avrò tempo di fare la spesa e qualche faccenda…
- Mah, mamma, tu sei malata!
- Ma non sono ancora morta! Occupati del bambino mentre mi vesto!
Alfonso scende le scale, seccato accompagna alla porta Nicoletta. La mamma è da anni in stato vegetativo, si lamenta di continuo delle mie cure ed ora basta che un piccolo moccioso le entri in casa perché riprenda a vivere!Roba da pazzi! – pensa il professore. Lo infastidiscono queste attenzioni della madre per il bambino, ha sempre reputato una sciocchezza ritenere che la vecchiaia renda follemente malinconici e sentimentali. L’austera, critica signora Gatti era sempre stata una madre intransigente, seppur orgogliosa di suo figlio. Vederla mutata in tal modo lo rende inquieto, scioglie un poco quel bambino di un tempo, assiderato dal ghiaccio degli anni. Si può essere gelosi di un bambino all’età di sessant’anni?”Che incredibile idiozia!”-scatta, irato, il professore.
- Cos’è…idiozia?
Gatti si stupisce del suo mancato controllo e dell’impertinenza di Mattia.
- Niente che ti riguardi!
- E queste cosa sono?
- Cosa?
- Queste! – Mattia punta il ditino su alcune fotografie ingiallite in una cesta di vimini nell’angolo.
- Niente! Lascia stare!
Non l’avesse mai detto! Mattia si precipita a capofitto sulla carta ammuffita e con le manine impazienti e curiose stropiccia qualche ricordo.
- Ehi! Fai attenzione, non sono tue!
- Chi sono?
- Quello è Federico, un mio vecchio amico, e quella èAnna.
- Chi è Anna?
- Era la mia fidanzata. Adesso basta, ti ho già detto abbastanza. Rimetti a posto quella roba.
- E questi chi sono?E quella?
Il professore rimane paralizzato dal tempo, aggredito da emozioni vissute ed abortite. Le fotografie erano solo fotografie, lo sono state per anni e anni e anni, ed ora… ora s’incarnano e ritornano persone, gioie, rancori. Il professore non si muove per sette lunghissimi e faticosi minuti, preda di una raffica di analessi, scatenata dalle noncuranti domande del bambino. Finalmente Alfonso si risveglia dal suo viaggio nel tempo: appare più segnato di prima, nuovi solchi sul suo viso rivelano almeno dieci anni di più. Si accorge della presenza del piccolo, fa fatica a ritornare qui ed ora, si guarda attorno, tentando con fatica di abituarsi, come colui che, immerso nell’oscurità, riemerge alla luce. Si siede insolitamente per terra, accanto a Mattia e comincia a raccontargli la sua storia, balbettando inizialmente, come un bimbo che prova a ripetere una parola nuova. Più che narrare a Mattia, sembra narrare a se stesso…


- Anna era la ragazza più energica, vitale, instancabile che avessi mai conosciuto. Non era una gran bellezza, eppure aveva quell’innata capacità di far innamorare schiere di uomini dalle età più disparate. Fascino inconsueto di un carisma eccezionale, Anna era amica, sorella, compagna, condiscepola – con me- delle più grandi avventure letterarie e delle più vivide fantasie. Stare in sua compagnia significava tendere la mano al demonio, irriverente e fervida com’era, non ammetteva che chi le fosse accanto non avesse il suo stesso incosciente coraggio d’incenerire tabù ed ordine precostituito. Era figlia della curiosità, amante della sapienza, arricchiva la sua vita di suppellettili concettuali provenienti da ideologie stravaganti, indecenti per l’epoca. Oggi diremmo che aveva un mentalità aperta, a quel tempo si diceva che era una sconsiderata, a testa in giù in questo mondo ordinato dal giudizio sociale. Era uno scandalo, era il mio piccolo scandalo. Non avevo mai incontrato una donna come quella, indifferente all’estetica, indignata dinnanzi a “discorsi da signorine”. Io volevo una donna così, e l’ebbi, per un certo periodo. Amici d’infanzia, ci fidanzammo appena terminai l’università, ricordo che lei frequentava la mia stessa facoltà, Lettere e Filosofia, e le mancava ancora una decina di esami alla laurea. In quel periodo ci sentivamo due personaggi di un libro dalla spessa crosta polverosa del tempo, immersi in un mondo surreale, esorbitante, seducente. Tendevamo la mano alla Felicità, convinti di un progresso continuo in vista di una Gioia suprema non ancora raggiunta; potevamo fare grandi cose, smuovere il mondo con le sole nostre quattro mani. Poveri illusi! Non fu affatto così.
- E perché? – Già, perché? Perché appare scontato il finale della storia, l’illusione immancabile?
- Che vuoi capire, tu? Sei appena un marmocchio! Quando sarai grande capirai molte cose, anche che non ci si può mai fidare degli altri, nemmeno dei piccoletti come te!
- Io sono grande!!
- Ah sì? E credi di sapere tutto, eh? Hai un amico?
- Sì, Mario!Mario è mio amico, Mario!
- Ebbene, neanche di questo Mario ti devi fidare!
- E perché?
- Perché? Ora te lo dico io, perché… Anni ed anni fa, quando avevo ancora tutti i capelli in testa e, non per vantarmi, avevo un discreto successo con tutte le più belle ragazze di Bologna…beh, all’epoca, dicevo, conobbi un giovane chiamato Federico, durante il servizio militare. Divenne in breve tempo il mio amico più caro, uscivamo spesso insieme, con le ragazze facevamo faville…finché, un giorno, decisi di presentargli la mia nuova fidanzata, Anna appunto. Lui fu molto felice di conoscerla…così felice da rubarmela!
- E perché? – Già,perché? Fu un dispetto, come lo interpretò tempestivamente il professore? Non poteva semplicemente essersene innamorato anche lui? Ed Anna, in tutto questo, che ruolo aveva?Anna gli era stata rubata, sosteneva il professore…Anna era un oggetto?Il professore non s’interrogò mai su questo e nemmeno gli interessò mai il “perché”, ma soltanto il “cosa”: era stato tradito dal suo migliore amico e dalla donna che amava.
- Ma che domande fai?Sei proprio un bambino!Che domanda insensata! Ad ogni modo non importa, quel che è fatto è fatto.
- E poi?
- E poi cosa?
- Poi cos’è successo?
- Poi basta. Cos’altro doveva succedere?
- Tu ti rimettevi con lei e vissero per sempre felici e contenti!
- Ma l’hai scambiata per una fiaba?? Guarda che questa è vita vera! Ti accorgerai quant’è lontana dalle storielle!
Già, com’è lontana dalle fiabe, dai sogni, dalle ideologie giovanili…Cosa ne sa un bambino di cinque anni o un ventenne ancora pungolato dall’acne? Che ne sa la maggior parte della gente di quel che è la vita, la sopravvivenza quotidiana? Sopravvivere a se stessi, al proprio passato ed alla propria presente routine: questa è la vita, il professore non ha dubbi. D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Non c’è via di scampo, Evelina l’aveva già capito, ancor prima dell’età matura. Non accettava la passiva subordinazione all’ordine immutabile che era la vita degli adulti e, in vista di un futuro così cupo, perché mai continuare?Cara, dolce Evelina, anche lei, come Anna,lo aveva abbandonato, come tutti. No, alla fine, era lui che aveva deciso razionalmente di abbandonare tutti, di chiudersi e distaccarsi dal mondo,o almeno questo è quello di cui in quei trent’anni si era convinto.Lui era padrone della sua vita, da sempre, mai è scappato. D’altronde, cosa avrebbe potuto fare, per Evelina, per Anna? Comprensione, suppliche e delirio come nei film sdolcinati o nei frivoli libri d’amore? Che sciocche smancerie! Ci si può abbassare a tanto, sputare sulla propria dignità umana? Come perdonare l’affronto, piegarsi davanti ai vincitori, confessare il mea culpa. Indecenze! Il professore si era comportato come conveniva ad un uomo – si conformava, così, per ripudio di Anna, all’etichetta che per Evelina aveva strappato…Ma poco importa, l’unica cosa che doveva fare era non fare assolutamente nulla. Ed in questo si mostrò un vero talento.

Tic tac tic tac. Mattia è tornato a casa, nel suo tempo, tra i suoi giocattoli e i baci della mamma. Il professore,invece, è in un tempo diverso, con un piede nel passato ed uno nella dimensione amorfa dove ha sempre vissuto in tutti questi anni. Tic tac tic tac. Il tempo di Mattia è fecondo, curioso, in costante movimento; il tempo di Alfonso Gatti inesorabile, stanco, così lento e fotocopiato che spesso appare interminabile, una pena da scontare nell’eternità. Tic tac tic tac. La voce gutturale degli orologi, la loro agonizzante sincronia spaventava il piccolo Gatti, ricordandogli che prima o poi l’idillio fanciullesco sarebbe terminato; al vecchio Gatti, invece, questo lamento preciso e meccanico suggerisce una monotona ciclicità che non avrà mai fine. Tic tac tic tac. Mattia nemmeno si accorge del bisbiglio del tempo che giunge alle sue orecchie: queste hanno ben altro cui far caso, ed il tempo è così dilatato, un pallone disteso di una mongolfiera, un cielo blu, violaceo, azzurro, rosa…Tic tac tic tac. Il professore è ancora nella medesima posizione in cui ha salutato il piccolo saggio, portavoce di una verità così semplice da essere rifiutata e banalizzata: la vita fatta di semplicità, di affetti, di sorrisi, di serena spontaneità. Le domande ingenue (eppure argute…) del piccolo Mattia lo avevano spiazzato: gli aveva posto quesiti così elementari, eppure come bruciavano!– ferro rovente su cui poggiamo la mano. Mattia aveva aperto le carni ustionate, noncurante dell’atroce agonia del sofferente. Come un medico esperto, si era fatto strada con le sue domande all’interno della ferita, aveva tentato di purgarla, disinfettarla e suturarla. Il tempo avrebbe decretato il destino del paziente: sarebbe guarito –lentamente, con cure adeguate ed una buona dose di pazienza – oppure sarebbe morto di una cancrena che oramai non si poteva più fermare, nemmeno amputando arti alla sua vita. Forse per il moribondo professore non è ancora detta l’ultima parola… Può un bambino di cinque anni indebolire la possente muraglia eretta per far fronte alla nemica vita?Alfonso, che mai ha voluto ascoltare consigli e subordinarsi ad esperienze altrui, ora si ritrova allievo di un bambino dalla vita dodici volte più corta della sua. Un piccoletto ancora dipendente dalle altrui cure, capriccioso, chiassoso, era diventato il suo professore e lui, inevitabilmente, l’allievo. Il bambino non gli aveva imposto nulla, non sedeva su un pulpito distante e magistrale, aveva solo pungolato il suo senso critico, la sua intelligenza nell’analizzare la questione, e aveva solamente fatto una semplice osservazione…non è forse l’accezione più pura d’insegnamento, questa? In Alfonso Gatti, pian piano, cominciò a smuoversi qualcosa, come cumuli di neve allo sciogliersi dei ghiacci: rigagnoli d’acqua scendevano dalle cime aguzze, chi conosceva il professore non avrebbe mai pensato di rivedere sul suo volto delle lacrime, inghiottite con la giovinezza. Piangi, professore, piangi…

Il Vecchio e il bambino s’incontrano spesso nei giorni seguenti,solleticati da una curiosità reciproca: Mattia non ha mai conosciuto un personaggio del genere, serietà imbarazzata, cerimoniosa solennità; dal canto suo, il professore non si ricorda di aver mai provato curiosità nei confronti di una persona dal tempo della sua morte sentimentale. I due si ritrovano in Piazza Maggiore, dove vuoi andare Mattia? Il piccolo intravede un’insegna giocosa tra la folla e trascina il vecchio in quella direzione: sono davanti ad una labirintica libreria per ragazzi. Non è troppo piccolo per leggere? – si chiede Gatti, mentre il bambino gli stropiccia il cappotto per condurlo all’interno di quel magico mondo colorato. Mattia lascia ora la manica del professore e corre nell’ultimo scaffale scorgibile dall’entrata, si mette a sedere per terra, gambe incrociate, prende il libro dalla copertina più luminosa – sfumata in giallo, arancio, rosso – e il suo visetto vivace s’incanta, paralizzato davanti a figure vive e mobili che, al bisbigliato sfogliare delle pagine, saltano al di qua del foglio, in una danza tridimensionale da togliere il fiato. Giocolieri, trapezisti, orsi e tigri: l’alone di mistero, luci e folla sprofonda Mattia nell’universo circense. Mattia ora non è più qui. Il professore lo guarda stupito: non aveva mai riscontrato un interesse del genere nemmeno da parte dei suoi allievi universitari…figurarsi da un bambino di cinque anni! Tuttavia, ora che ci pensa lui non si è mai interessato ai bambini,li credeva carta bianca di un’ingenuità quasi stupida, questa era l’unica opinione che aveva di loro. Da qualche giorno Alfonso si accorge di aver vissuto di pregiudizi, fossilizzazioni ed indifferenza a tutto ciò che non girava attorno a se stesso. Prova una fitta lacerante a questi pensieri, la cieca inutilità della sua vita in gran parte non vissuta lo getta nella disperazione. Eppure, se guarda Mattia – qualsiasi suo gesto, sguardo, capriccio – si sente in pace con i suoi fantasmi e con il mondo intero, si dissolve la disperazione come si dissipa una fitta nebbia.
Mattia chiude il libro. Si volta in cerca del professore, lo scorge, un sorriso suggerisce al vecchio di avvicinarsi. Il piccolo si aspetta che il vecchio si sieda a gambe incrociate, vicino a lui. Il vecchio è un po’ imbarazzato, un uomo della sua età e dignità…sedersi per terra…Alla fine cede e prova l’ebrezza di una giovanile trasgressione, rapito dalla spontaneità. Il libraio li osserva mentre ripone alcuni libri, vede che il vecchio legge una fiaba al bambino, pensa siano nonno e nipote, sorride.

Se ne stava accartocciato sull’autobus fradicio di affannosi respiri umani, cullato dal fragore del moto ondoso. Guardava quelle facce, vuote e smarrite, perdersi in lunghi pensieri che non avevano né capo né coda, appallottolati uno dentro l’altro in un gomitolo infinito e senza senso.
- Ehi, si fermi! Scusi!!! …Fermati, maledizione!!!
Il solito passeggero spazientito, il solito autista distratto, la solita fermata persa. La solita vita di tutti i giorni. E’ così che funziona qui, tutti sono insoddisfatti, frustrati, irascibili. Dalla vecchietta brontolona al teppistello di quartiere. Gira così la storia qui. Nel nostro mondo ricco.
Nel torpore, osserva bonariamente i passeggeri interrogandosi sulla loro ipotetica vita, animato dalla sua ritrovata curiosità. Ecco l’operaio in tuta blu, sporco e stanco, che scende dall’autobus e torna dalla moglie; ha una bella famiglia, due figli e un cane, dovrebbe esser felice, ma il lavoro non gli piace, i capi sono spocchiosi, i colleghi noiosi, la paga scarsa. La sera, poi, deve sorbire gli urli della moglie ai figli poco studiosi, il cane che è sempre in mezzo ai piedi, niente da guardare alla tv, la partita c’è domani.
Ora si alza, da uno dei posti centrali, la commessa del prestigioso negozio in centro. Scende, col vento che le scompiglia i capelli. Non c’è nessuno ad aspettarla a casa, non ha un fidanzato o un marito, non ha figli, solo un gatto che, come tutti i felini, è piuttosto indipendente. Anche lui, pensa, può fare a meno di me, come tutti del resto.
Scende la madre, senza il bambino, stavolta. Ha trovato un aiuto inaspettato che le ha infuso speranza: se è avvenuto questo miracolo ad opera del suo piccolo, allora non vede perché porsi ancora limiti mentali su ciò che può o non può accadere. La donna trascina pesanti sporte di spesa giù per gli scalini, ma stavolta si sente viva. Si volta e con un cenno saluta il professore.
E’ il suo turno. Alfonso Gatti prenota la fermata. E’ stanco e felice, indaffaratissimo tra università e famiglia…ora si occupa lui di portare e ritirare il bambino da scuola e di tenerlo quando la madre è troppo occupata. Il suo piccolo Mattia è come un nipotino e pian piano, attraverso i suoi vispi occhietti infantili, il professore ha potuto riposare le proprie palpebre pesanti e lasciarsi ammaliare da un caleidoscopio di cui non conosceva l’esistenza. E’ ora di scendere.

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