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8°
racconto classificato di Simona Gauri –
Comun Nuovo (Bg) Via Margutta
Ci sposammo sei mesi dopo, a primavera, in una chiesetta umbra, su una verde collina in fiore. Lei era una fata bellissima in quell’abito bianco e io ero solo un artista con tanti sogni. Ma per lei ero pronto a lasciare ogni incertezza e quel mio mondo sino ad allora incompleto. Venivo dal Sud bruno e terrigno, mentre lei era una limpida stella del Nord. Eravamo giovani e innamorati, non importava dove saremmo finiti, ci bastava un punto da cui iniziare. Decidemmo di stabilirci al Nord, dove c’erano maggiori opportunità di lavoro e dove, a distanza di due anni l’una dall’altra, nacquero le nostre due figlie. Furono tempi felici, anche se di ristrettezze economiche. Ci si accontentava di poco, l’importante era stare insieme, noi e le nostre bambine. Prima di allora non avrei mai pensato di poter diventare un banchiere. Pensavo di essere uno spirito libero, un giullare dell’arcobaleno che viveva di cose semplici e genuine, un osservatore avido di particolari, un essere speciale a cui era dato acchiappare sguardi effimeri in istanti fugaci. Via Margutta era sempre nei miei pensieri, ogni volta che il cielo era grigio e cupo, ad ogni sferzata di vento gelido, ad ogni attimo passato in coda sulla tangenziale, ad ogni vetro attaccato a una cornice di cemento, ad ogni passo nella nebbia e ad ogni colpo di tosse tra lo smog cittadino. Le facce allegre e ciarlone di un tempo avevano lasciato il posto a volti tesi e ingessati, l’atmosfera senza tempo delle bancarelle di quadri si erano sostituite al ticchettio e ai battiti frenetici dell’orologio, le pacche sulle spalle e le risate con gli amici davanti ai vassoi di abbondanti amatriciane erano come svanite in quell’aria umida che rendeva gli umori caustici. Eppure, ogni volta che aprivo l’uscio di casa rientrando dal lavoro, il calore delle mie tre fanciulle mi faceva dimenticare ogni malumore e il mondo tornava a riempirsi di colori, sentivo di avere tutto ciò che desideravo. La voglia di tornare a dipingere era tanta, anche se il tempo era poco, pochissimo. Con l’aiuto di mia moglie riuscii tuttavia a ritagliarmi uno sgabuzzino per le tavole e i colori, un posticino dove poter vagare con la fantasia di tanto in tanto, ricordando le sere romane. Ricordo le tele fresche chiazzate di peli di gatto e colori colati, strisciati dalle manine curiose delle bambine; ricordo mia moglie che raccontava le favole nelle sere di pioggia, dolcemente accucciata su un soffice cuscino tondo accanto al mio treppiede, cullando la più piccola per farle prendere sonno... ricordo abbracci speziati di una dolcezza infinita, ricordo le notti quando, avvolti teneramente tra le lenzuola, la sua testa sul petto, ci si sussurrava di un futuro fatato che non si sarebbe mai realizzato. Ricordo che ero felice. E
mentre la notte tentavo di liberare i luoghi imprigionati nella mia
fantasia, di giorno spalmavo numeri al posto dei colori. Presi a farlo
con tanto zelo, che ben presto riuscimmo a lasciare il nostro appartamentino
vecchio e scrostato, rigorosamente in affitto, e a comprarci una casa
più grande. Ora avevamo un grande salotto con il camino, due
stanze per le bambine, una cucina grande e luminosa, e persino uno
studio tutto mio per dipingere. Doveva essere la casa dei nostri sogni…
Fu
un giorno come un altro, grigio e piovoso, che la trovai seduta in
un angolo, con le gambe rannicchiate al petto e lo sguardo perso chissà
dove, nell’oscurità della sera che si affacciava alla
finestra. Le bambine stavano disegnando sdraiate sul tappeto, circondate
da colori di cera e fogli sparsi. C’era qualcosa di diverso,
quella sera. Le bambine erano innaturalmente tranquille, con uno sguardo
consapevole e malinconico che fuggiva di tanto in tanto verso la madre.
Con gli anni si era fatta più silenziosa, più sottile.
Aveva l’aria stanca, pensai. Mi fermai sulla soglia ad osservare
la sua immagine riflessa nel vetro, immobile, ed il tempo parve fermarsi,
come in un quadro. La raggiunsi lentamente e mi accucciai davanti
a lei, con l’impermeabile che gocciolava sul parquet e la 24
ore abbandonata in un angolo. Quant’era che non parlavamo? Quando
l’ultimo bacio? Che cosa stava mai pensando? Mi resi improvvisamente
conto che non sapevo più nulla di mia moglie. Mi sforzai di
ricordare l’ultima volta che l’avevo vista ridere, ma
non riuscii a far affiorare nemmeno un sorriso nelle ultime due settimane.
Mi sentii terribilmente in colpa. Deglutii e restai in attesa di una
sua parola. “Ho un tumore” mi disse. E distolse lo sguardo
dalla tenebra in cui era sprofondata, guardandomi all’improvviso
con quei suoi occhi scuri, grandi, troppo grandi, tanto grandi che
ci vidi dentro un universo di paura e di terrore nel quale rischiai
anch’io di annegare. Rise, mentre una lacrima le scendeva sul
viso. Rotolò giù, sul pavimento, andandosi a mischiare
alle gocce del mio impermeabile. Ero pietrificato. Con tre parole
mi aveva sprofondato in un abisso. Come avevo fatto a non accorgermi
di nulla? Come era potuto succedere? Tutto quello che avevo fatto,
lo avevo fatto per lei, per noi. Ma che cosa avevo fatto in dieci
anni? Cercai disperatamente di ricordare, ma non mi venne in mente
nulla. Il vuoto parve inghiottirmi, finché i ricordi, i ricordi
di quel primo giorno in via Margutta, lentamente riaffiorarono. La
guardai, per la prima volta in quegli ultimi dieci frenetici anni
con attenzione, osservando le piccole rughe ai lati degli occhi e
agli angoli della bocca, le sue sopracciglia sottili, la linea delicata
del mento, le deliziose fossette incavate tra le guance morbide. Capii
che avevo sbagliato tutto, che avrei dovuto portarla con me nel mio
mondo spensierato di colori, quello che l’aveva fatta innamorare
di me sin dal primo momento, quello in cui era entrata quel giorno,
nel nostro quadro. Lei voleva essere portata via, e io invece l’avevo
riportata nella sua grigia prigione. La
nostra partenza creò un autentico trambusto. Per le bambine
fu uno strazio separarsi dalle amichette, dalla scuola, dai loro luoghi
quotidiani e dalle piccole cose di tutti i giorni. I miei suoceri
mi diedero del pazzo e dell’irresponsabile, accusandomi di non
pensare al meglio di mia moglie, dicendo che la volevo privare delle
migliori strutture ospedaliere che avevamo a disposizione al Nord.
Mi diedero anche del cialtrone, perché lei avrebbe avuto bisogno
di cure costose e tranquillità, mentre io stavo abbandonando
tutto per portarla chissà dove, in quella terra di mezzo a
lei tanto estranea. Ma non era di ospedali e stanze asettiche che
aveva bisogno lei, e tantomeno di denaro. L’avevo capito tardi,
troppo tardi, e forse non potevo più rimediare. Ma dovevo comunque
tentare. Iniziai
così la mia esperienza di mammo a tempo pieno. Devo ammettere
che ero completamente impreparato ad affrontare di punto in bianco
quel compito, ma ero più che mai deciso a mettercela tutta
per le mie due piccole. La primogenita, che aveva ormai 13 anni, fu
inizialmente triste e spaesata, ma non diede mai a vedere che soffriva
il distacco dalla madre e dal suo mondo. Iniziò anzi, a poco
a poco, a manifestare una certa curiosità per i luoghi nuovi,
per il modo di fare delle persone, per la diversità. Le portavo
spesso fuori, per mostrare loro le bellezze della città, raccontando
loro le storie delle strade, dei muri, dei monumenti. A lei piaceva
passeggiare per Roma, ed era affascinata dai grandi parchi e dagli
spazi aperti. Spesso, la sera, mi chiedeva di parlarle di più
del Colosseo e delle vecchie rovine di cui aveva studiato a scuola,
sui libri. Ai suoi occhi la nuova città era un grosso serbatoio
di sorprese e di storie. Questo aiutò molto anche me e ci rese
molto più vicini, più complici… per la prima volta
stavo imparando a conoscere mia figlia: mi piaceva moltissimo che
si confidasse con me, che mi svelasse i suoi pensieri, le sue paure.
Giorno per giorno appresi tutte quelle piccole cose che solo una madre
conosce. Arrivò
anche la vigilia dell’intervento. Si era ormai a inizio marzo,
e l’inverno sembrava ormai in procinto d’andarsene per
lasciar posto alla rifioritura primaverile. Quella sera, dopo aver
messo a dormire le bambine, uscii di casa, senza una destinazione
precisa. Avevo bisogno di schiarirmi le idee, di farmi forza, forse
solo di fare due passi in compagnia di me stesso. Non riuscivo a non
pensare a lei, nella sua stanza d’ospedale. Che cosa stava pensando?
Aveva paura? Sì, aveva paura. Non poteva non averne. Eppure
accettava tutto questo con una serenità d’animo di cui
io non sarei stato capace. Era forte, e coraggiosa, nella sua tranquillità.
Molto più di me. Giunsi quasi per caso a piazza della Minerva,
e mi ritrovai davanti al portone della chiesa di Santa Maria. Non
ero un cattolico praticante, anzi, erano anni che non entravo in una
chiesa. Ricordo che quand’ero ragazzo, non mi dispiaceva entrarvi,
di tanto in tanto, quando non c’era messa. Mi facevo trovare
davanti all’altare da don Mimmo, un saggio omino dall’età
imprecisata, che era amico della gente prima che amico di Dio. Don
Mimmo… a vederlo così, non gli si dava una lira. E invece,
di qualunque problema, aveva la soluzione in consigli semplici. Era
uno che parlava con il cuore. E sapeva infondere speranza in ognuno,
così, come se tutto ciò che sarebbe accaduto dipendesse
da noi soli, dalla nostra disposizione d’animo. Il Signore, infine, dimostrò di essere stato benevolo e compassionevole: l’intervento andò bene e mia moglie poté tornare a casa in breve tempo. Dapprincipio era molto debole, ma molto lentamente iniziò a riprendersi. Le bambine erano più allegre e serene ora che c’era di nuovo lei in casa, anche se la più piccola tornò semplicemente ad ignorarmi. Nel frattempo avevo ripreso anche il lavoro, ma mi guardai bene dall’anteporlo alla mia famiglia. Cercai di essere presente più che potevo, tenendomi aggrappato saldamente a quel legame tutto speciale che avevo instaurato con la primogenita, e senza smettere mai di tentare ad avvicinarmi alla piccola, sebbene con scarso successo. Affrontammo insieme lo strazio delle prime sedute di chemio, il penoso rituale della perdita dei capelli e della spossatezza di mia moglie. Riuscivo solo a immaginarmi l’immensa solitudine che doveva sentire, il disagio bruciante che una donna ancora giovane e bella doveva provare nel guardarsi allo specchio e vedersi sfiorire giorno dopo giorno. I suoi bei capelli ricci si diradavano inesorabilmente e lei prese l’abitudine di avvolgersi il capo ormai quasi calvo in grandi e briosi foulard, anche quando si coricava a letto. Io, da parte mia, cercai di non lasciarla mai sola, di affrontare con lei l’argomento tabù… pensavo che avesse bisogno di sfogarsi, per doloroso che fosse. No, ignorarla o fingere di non accorgersi di ciò che le accadeva non sarebbe servito a nulla, lo sapeva anche lei. Questo ci aiutò a stare uniti, sempre. Il ciclo di chemio cessò, e la vidi rifiorire pian piano, mentre la sua pelle tornava rosea e le piccole rughe sul suo viso la rendevano una donna sempre più affascinante. Questi cicli si ripeterono a scadenze periodiche, e noi tutti imparammo a conviverci, a scherzarci. Mi sembrava impossibile che avessimo accettato la difficile convivenza con la malattia, che pure non era stata sconfitta. Un paio d’anni più tardi decidemmo di comune accordo che arrivato il momento di ritirarci a una vita più tranquilla, di realizzare il nostro sogno di tornare dove tutta la nostra vita insieme era cominciata. Con i risparmi di una vita acquistammo una grande casa sulla cima di una collina, in Umbria. Un posto soleggiato, da cui si dominavano i dolci declivi verdeggianti tutt’attorno. Niente più smog, niente più cicalecci… ora avevamo un grande giardino dove le ragazze raccoglievano i loro animali, un dondolo di legno sotto al porticato, un piccolo campo coltivato ad ulivi, un orto a cui io mi dedicavo, ed un forno a legna dove lei cucinava deliziose focacce con gli ingredienti naturali della nostra terra. Nella mansarda del casolare avevo ripristinato il mio studio di pittura, il mio regno luminoso fatto di tele e colori, dove ripresi a dipingere. Mensilmente tornavo a via Margutta ad esporre i miei lavori, mentre le ragazze accompagnavano la madre in ospedale per le abituali sedute di chemio. Fummo felici, vivendo gli uni degli altri, anche se un po’ isolati dal resto del mondo. Credo che le nostre figlie capissero il perché di quell’isolamento, a differenza dei miei suoceri. Quell’ultimo
anno prima che l’incantesimo si spezzasse, fu un ricettacolo
incredibile di ricordi. Sapevamo che tutto stava per finire. Lei voleva
che io conservassi più ricordi possibili di lei, di noi due
insieme. E lo volevo anch’io, disperatamente. Fu così
che con quel che restava dei nostri risparmi, compatibilmente con
le sue sedute di chemio, iniziammo una lunga serie di viaggi per il
mondo. Volle vedere la Grande Muraglia ed il Tempio del cielo, ed
io la portai in Cina. Volle vedere gli spazi aperti della Nuova Zelanda,
i geyser dell’Irlanda, il sole e le onde dell’Australia,
il deserto bianco della California, il parco di Yellowstone, l’Oceano
indiano ed il Colorado… il ricordo di lei, di noi insieme, è
ovunque, ovunque si posi lo sguardo. Sui mobili, per le strade di
Roma, per i grigi grattacieli del Nord, in tivù quando danno
il telegiornale, in un qualsiasi documentario… una pena bellissima
e atroce allo stesso momento. Infine,
successe. Era maggio. E mi sentii incredibilmente perso. Improvvisamente
non mi apparteneva più. Lasciai che i miei suoceri riportassero
le esequie al Nord, dove l’avrebbero poi seppellita, lontano
da me e dalla mie figlie. Lasciai che si occupassero loro della cerimonia
funebre, lasciai che le luci si spegnessero nella nostra grande casa,
lasciai che una macchina nera se la portasse via per sempre…
aveva solo cinquant’anni. Via
Margutta non è cambiata. Sono il più vecchio, qui, ormai.
E sto sempre allo stesso banco, con il mio quadro non in vendita in
bella vista. Io nemmeno, sono cambiato. A parte qualche ruga in più
e la testa canuta, continuo a dipingere e a passare le sere con gli
amici caciaroni davanti ai vassoi di amatriciane. Solo, ora, dipingo
volti di donna. Di lei, che è sempre nel mio cuore e che mi
sorride, lo so, in attesa che la raggiunga anch’io. Ma non ora.
Mia figlia è qui, con me. Ho scoperto che non mi ha mai odiato.
Solo, ha deciso di dare a ciascuno di noi lo stesso tempo. Prima a
lei, che aveva più fretta, e ora… ora a questo vecchio
artista dall’animo romano. Sono certo che ancora un po’
di tempo, in via Margutta, me l’abbia concesso lei. |