8° racconto classificato di Simona Gauri –
Comun Nuovo (Bg)

Via Margutta


Giunse in una sera d’autunno, insieme alle foglie ramate nel vento di ponente. Girava su se stessa tra le tavole, attenta a non urtarle nella calca, tenendosi stretta in quel suo lungo cappotto beige, con quegli occhi scuri avidi di colori e quei riccioli ancor più scuri che volavano ribelli fuori dal foulard, solleticati dal maestrale. Via Margutta era un tripudio di visitatori, una lunga scia di persone che scorreva ondeggiante sui sampietrini, tra le strette pareti degli alti palazzi romani. A Via Margutta il sole tramontava sempre prima, prima che su Piazza del Popolo, con le sue fonti e la sua stele trionfale, prima che sugli argini del Tevere, prima che su Roma intera. Via Margutta restava in ombra ed il vespro ricopriva gli artisti e le loro tele con un velo di dolce malinconia, come polvere su oggetti dimenticati. Via Margutta la sera aveva il fascino di una vecchia fotografia sgualcita in bianco e nero, dove il tempo si fermava e tutto, nonostante la folla, restava immoto.
Così la vidi, come una macchia di colore tra toni stinti, in quella fredda sera d’autunno. Si fermò davanti a una tela, la vidi immergersi in quel paesaggio che avevo creato anni addietro, delicato e sfuggente come il battito d’ali di una farfalla. La potevo vedere sulla barchetta rosa che avevo dipinto, ormeggiata nell’ansa verde di un fiume, all’ombra di un bosco di betulle simili a ninfe leggiadre che tendevano le braccia aggraziate verso l’alto, adorne di veli di cortecce bianche. Io lo sapevo, quel luogo non era reale. Era un luogo solitario della mia fantasia, un fiabesco rifugio della mia mente. Sino ad allora, a me solo era appartenuto. In molti lo avevano visto, confuso tra mille altri paesaggi reali, ma lei era stata la prima ad entrarvi. Scrutava assorta i riflessi dell’acqua, e io scrutavo lei. I suoi occhi scuri tracciavano linee invisibili sulla tavola e io potei vederla ridisegnare il contorno della barchetta, che parve staccarsi dalla tela e poi prendere a rollare. Non so come, eravamo finiti nel quadro, o forse era il quadro stesso ad aver preso vita: lei, come una fata aggraziata, si era alzata la gonna sopra al ginocchio ed era salita barcollando sulla mia barchetta rosa, mi aveva teso la mano. La barca rollava e io non ero riuscito che a sfiorarla. Ma poi all’improvviso tutto era sparito in una vertigine e lei era lì, che mi stava guardando con i suoi occhi neri spalancati. La gente se n’era andata quasi tutta, lasciando carte che rotolavano sulla strada sospinte dal vento, e gli artisti stavano ritirando le tele e chiudendo i chioschi. Via Margutta stava tornando deserta e abbandonata. Mi guardai attorno, spaesato, e lei con tono divertito mi chiese quanto costava il quadro. Le risposi che non era in vendita, ma che poteva venire a vederlo ogni volta che voleva. Alla mie parole si accigliò molto e con fare dispiaciuto mi disse che non poteva, era solo di passaggio. Viveva lontano, forse troppo. Mosse le labbra esitando, poi disse che quel quadro era bellissimo, e mi ringraziò. Capii che stava per andarsene, ma non potevo perderla così. Non so dove trovai il coraggio: la invitai a cena, pur sapendo di non avere un soldo in tasca. Sorprendentemente lei accettò, regalandomi il sorriso più dolce che io avessi mai ricevuto. Ancora non sapevo che la magia di quel primo incontro sarebbe durato per tutta una vita.

Ci sposammo sei mesi dopo, a primavera, in una chiesetta umbra, su una verde collina in fiore. Lei era una fata bellissima in quell’abito bianco e io ero solo un artista con tanti sogni. Ma per lei ero pronto a lasciare ogni incertezza e quel mio mondo sino ad allora incompleto. Venivo dal Sud bruno e terrigno, mentre lei era una limpida stella del Nord. Eravamo giovani e innamorati, non importava dove saremmo finiti, ci bastava un punto da cui iniziare. Decidemmo di stabilirci al Nord, dove c’erano maggiori opportunità di lavoro e dove, a distanza di due anni l’una dall’altra, nacquero le nostre due figlie. Furono tempi felici, anche se di ristrettezze economiche. Ci si accontentava di poco, l’importante era stare insieme, noi e le nostre bambine. Prima di allora non avrei mai pensato di poter diventare un banchiere. Pensavo di essere uno spirito libero, un giullare dell’arcobaleno che viveva di cose semplici e genuine, un osservatore avido di particolari, un essere speciale a cui era dato acchiappare sguardi effimeri in istanti fugaci. Via Margutta era sempre nei miei pensieri, ogni volta che il cielo era grigio e cupo, ad ogni sferzata di vento gelido, ad ogni attimo passato in coda sulla tangenziale, ad ogni vetro attaccato a una cornice di cemento, ad ogni passo nella nebbia e ad ogni colpo di tosse tra lo smog cittadino. Le facce allegre e ciarlone di un tempo avevano lasciato il posto a volti tesi e ingessati, l’atmosfera senza tempo delle bancarelle di quadri si erano sostituite al ticchettio e ai battiti frenetici dell’orologio, le pacche sulle spalle e le risate con gli amici davanti ai vassoi di abbondanti amatriciane erano come svanite in quell’aria umida che rendeva gli umori caustici. Eppure, ogni volta che aprivo l’uscio di casa rientrando dal lavoro, il calore delle mie tre fanciulle mi faceva dimenticare ogni malumore e il mondo tornava a riempirsi di colori, sentivo di avere tutto ciò che desideravo. La voglia di tornare a dipingere era tanta, anche se il tempo era poco, pochissimo. Con l’aiuto di mia moglie riuscii tuttavia a ritagliarmi uno sgabuzzino per le tavole e i colori, un posticino dove poter vagare con la fantasia di tanto in tanto, ricordando le sere romane. Ricordo le tele fresche chiazzate di peli di gatto e colori colati, strisciati dalle manine curiose delle bambine; ricordo mia moglie che raccontava le favole nelle sere di pioggia, dolcemente accucciata su un soffice cuscino tondo accanto al mio treppiede, cullando la più piccola per farle prendere sonno... ricordo abbracci speziati di una dolcezza infinita, ricordo le notti quando, avvolti teneramente tra le lenzuola, la sua testa sul petto, ci si sussurrava di un futuro fatato che non si sarebbe mai realizzato. Ricordo che ero felice.

E mentre la notte tentavo di liberare i luoghi imprigionati nella mia fantasia, di giorno spalmavo numeri al posto dei colori. Presi a farlo con tanto zelo, che ben presto riuscimmo a lasciare il nostro appartamentino vecchio e scrostato, rigorosamente in affitto, e a comprarci una casa più grande. Ora avevamo un grande salotto con il camino, due stanze per le bambine, una cucina grande e luminosa, e persino uno studio tutto mio per dipingere. Doveva essere la casa dei nostri sogni…
Ora che le bambine erano cresciute, anche mia moglie riprese a lavorare. Voleva contribuire al bilancio familiare e così rinunciò a passare parte del suo tempo con le nostre figlie affinché potessimo avere una vita con meno preoccupazioni. E pure io presi a lavorare ancora di più, perché le bambine crescevano e le rate del mutuo erano da pagare, come pure le bollette e la spesa di ogni giorno. I bigi cieli prealpini presero presto a susseguirsi giorno dopo giorno, eterni, uguali, spossanti. Pioggia, nebbia, freddo, umidità, smog e routine cominciarono a fiaccare i nostri animi, tingendo anche tutta la nostra vita di una patina grigia e monotona. Spesso, quando tornavo a casa dalla banca, trovavo lei così pallida e smunta, con negli occhi il desiderio di vedere un cielo azzurro e terso, nelle narici i profumi della terra, nell’aria le parole allegre dei dialetti ciancicati del Centro… avrei voluto fare qualcosa, ma senza un vero motivo ci lasciammo trascinare dalla sicurezza del solito tran-tran, cercando di scegliere ciò che era più logico nella frenesia delle giornate, stando attenti a ciò che ci dava più garanzie. La vita era un vortice che roteava incessantemente attorno al lavoro, alle rate, alle mille scadenze. I colori di Via Margutta sbiadirono lentamente dalla mia mente, le tele rimasero bianche e io non riuscii più a tracciare nemmeno una linea. Le ragnatele invasero presto il mio studio e la patina grigia riempì anche il tempio dei miei colori. In un batter di ciglia, senza che me ne accorgessi, passarono dieci anni.

Fu un giorno come un altro, grigio e piovoso, che la trovai seduta in un angolo, con le gambe rannicchiate al petto e lo sguardo perso chissà dove, nell’oscurità della sera che si affacciava alla finestra. Le bambine stavano disegnando sdraiate sul tappeto, circondate da colori di cera e fogli sparsi. C’era qualcosa di diverso, quella sera. Le bambine erano innaturalmente tranquille, con uno sguardo consapevole e malinconico che fuggiva di tanto in tanto verso la madre. Con gli anni si era fatta più silenziosa, più sottile. Aveva l’aria stanca, pensai. Mi fermai sulla soglia ad osservare la sua immagine riflessa nel vetro, immobile, ed il tempo parve fermarsi, come in un quadro. La raggiunsi lentamente e mi accucciai davanti a lei, con l’impermeabile che gocciolava sul parquet e la 24 ore abbandonata in un angolo. Quant’era che non parlavamo? Quando l’ultimo bacio? Che cosa stava mai pensando? Mi resi improvvisamente conto che non sapevo più nulla di mia moglie. Mi sforzai di ricordare l’ultima volta che l’avevo vista ridere, ma non riuscii a far affiorare nemmeno un sorriso nelle ultime due settimane. Mi sentii terribilmente in colpa. Deglutii e restai in attesa di una sua parola. “Ho un tumore” mi disse. E distolse lo sguardo dalla tenebra in cui era sprofondata, guardandomi all’improvviso con quei suoi occhi scuri, grandi, troppo grandi, tanto grandi che ci vidi dentro un universo di paura e di terrore nel quale rischiai anch’io di annegare. Rise, mentre una lacrima le scendeva sul viso. Rotolò giù, sul pavimento, andandosi a mischiare alle gocce del mio impermeabile. Ero pietrificato. Con tre parole mi aveva sprofondato in un abisso. Come avevo fatto a non accorgermi di nulla? Come era potuto succedere? Tutto quello che avevo fatto, lo avevo fatto per lei, per noi. Ma che cosa avevo fatto in dieci anni? Cercai disperatamente di ricordare, ma non mi venne in mente nulla. Il vuoto parve inghiottirmi, finché i ricordi, i ricordi di quel primo giorno in via Margutta, lentamente riaffiorarono. La guardai, per la prima volta in quegli ultimi dieci frenetici anni con attenzione, osservando le piccole rughe ai lati degli occhi e agli angoli della bocca, le sue sopracciglia sottili, la linea delicata del mento, le deliziose fossette incavate tra le guance morbide. Capii che avevo sbagliato tutto, che avrei dovuto portarla con me nel mio mondo spensierato di colori, quello che l’aveva fatta innamorare di me sin dal primo momento, quello in cui era entrata quel giorno, nel nostro quadro. Lei voleva essere portata via, e io invece l’avevo riportata nella sua grigia prigione.
Le presi le mani tra le mie e in un sussurro le dissi “Andiamocene”.
Annuì.

La nostra partenza creò un autentico trambusto. Per le bambine fu uno strazio separarsi dalle amichette, dalla scuola, dai loro luoghi quotidiani e dalle piccole cose di tutti i giorni. I miei suoceri mi diedero del pazzo e dell’irresponsabile, accusandomi di non pensare al meglio di mia moglie, dicendo che la volevo privare delle migliori strutture ospedaliere che avevamo a disposizione al Nord. Mi diedero anche del cialtrone, perché lei avrebbe avuto bisogno di cure costose e tranquillità, mentre io stavo abbandonando tutto per portarla chissà dove, in quella terra di mezzo a lei tanto estranea. Ma non era di ospedali e stanze asettiche che aveva bisogno lei, e tantomeno di denaro. L’avevo capito tardi, troppo tardi, e forse non potevo più rimediare. Ma dovevo comunque tentare.
Giungemmo nella capitale in una splendida giornata di sole, in una fresca mattina di febbraio. Avevo ottenuto il trasferimento nella sede centrale della banca, e avevo chiesto di usufruire di tutte le ferie arretrate, così avrei potuto dedicarmi interamente a lei e alle bambine per oltre due mesi. Prendemmo temporaneamente un appartamento in affitto in centro, con una bella terrazza da cui si poteva vedere la cupola di San Pietro. La casa era fresca e luminosa, e tutto il mondo mi parve essere tornato a colori, anche in quel momento difficile.
Lei, però, non riuscì a goderla, la nostra nuova casa. Fu trattenuta in ospedale per una lunga serie di esami ed accertamenti: i medici dissero che avrebbero tentato un intervento, e poi si sarebbe iniziato un primo ciclo di chemioterapia. Con un po’ di fortuna, avevano detto, nel giro di un mese sarebbe potuta tornare a casa, e avrebbe potuto recarsi in ospedale solo periodicamente, per le singole sedute di chemio. Vista la situazione, mi parve già una notizia positiva e cercai di farmi forza anche per lei. Le dissi di non preoccuparsi: alle bambine avrei badato io. Lei doveva solo pensare a guarire. Le dissi che era forte e che doveva farcela. Per le bambine e per me.

Iniziai così la mia esperienza di mammo a tempo pieno. Devo ammettere che ero completamente impreparato ad affrontare di punto in bianco quel compito, ma ero più che mai deciso a mettercela tutta per le mie due piccole. La primogenita, che aveva ormai 13 anni, fu inizialmente triste e spaesata, ma non diede mai a vedere che soffriva il distacco dalla madre e dal suo mondo. Iniziò anzi, a poco a poco, a manifestare una certa curiosità per i luoghi nuovi, per il modo di fare delle persone, per la diversità. Le portavo spesso fuori, per mostrare loro le bellezze della città, raccontando loro le storie delle strade, dei muri, dei monumenti. A lei piaceva passeggiare per Roma, ed era affascinata dai grandi parchi e dagli spazi aperti. Spesso, la sera, mi chiedeva di parlarle di più del Colosseo e delle vecchie rovine di cui aveva studiato a scuola, sui libri. Ai suoi occhi la nuova città era un grosso serbatoio di sorprese e di storie. Questo aiutò molto anche me e ci rese molto più vicini, più complici… per la prima volta stavo imparando a conoscere mia figlia: mi piaceva moltissimo che si confidasse con me, che mi svelasse i suoi pensieri, le sue paure. Giorno per giorno appresi tutte quelle piccole cose che solo una madre conosce.
La piccolina invece faticò molto ad ambientarsi e credo che non riuscì mai ad accettare la nuova situazione. Semplicemente vi si rassegnò, reagendo sempre con rabbia. Verso di me, credo. A volte mi guardava con occhi carichi d’odio e disperazione: si trincerava dietro a silenzi ostinati e bronci che duravano intere giornate. Capii che mi riteneva responsabile di tutto quello che stava accadendo e tra noi scese un velo di distacco che per lunghi anni non sarei riuscito a perforare. I suoi unici attimi di tregua con il mondo erano la sera, quando andavamo in ospedale a trovare mia moglie. Le bambine erano impazienti di rivederla, e io le lasciavo sole, accoccolate sul letto bianco accanto alla loro mamma. Lasciavo che le raccontassero tutti i loro piccoli grandi segreti e che trovassero conforto nelle sue delicate carezze. Presto sarebbero tornate sui banchi di scuola e tutto sarebbe stato più difficile per entrambe. Mi sentivo in colpa per averle sradicate all’improvviso dalla loro città, ma speravo che un giorno avrebbero capito e mi avrebbero perdonato. Dopo che la mamma le aveva tranquillizzate sopendo le loro paure, come solo una madre può fare, le mandavo alle macchinette nel corridoio per comprare qualcosa, e veniva il mio turno per stare con lei, per ascoltare finalmente le sue giornate vuote, le sue paure. La rassicuravo, le dicevo parole dolci e di conforto, e le promettevo che sarebbe uscita presto, anche se dubitavo io stesso delle mie promesse. E lo sapeva anche lei. Giorno dopo giorno il suo volto si era fatto scavato, la sua pelle aveva assunto un colorito cinereo e l’espressione nei suoi occhi si era fatta vacua. Vederla così mi straziava l’anima, mi sentii impotente, fragile e al tempo stesso arrabbiato. Con gli altri, con il mondo, e con me stesso, perché ero colpevole di essermi svegliato un giorno ed aver capito che non ero stato capace di leggere l’anima di colei che amavo, di aver ignorato il suo disagio, di non averle regalato la vita che avrebbe voluto, di essermi lasciato sfuggire gli anni tra le dita senza fare nulla di diverso per cambiare. Tutto era rimasto grigio e indefinito per troppo, troppo tempo. E perché? Perchè??

Arrivò anche la vigilia dell’intervento. Si era ormai a inizio marzo, e l’inverno sembrava ormai in procinto d’andarsene per lasciar posto alla rifioritura primaverile. Quella sera, dopo aver messo a dormire le bambine, uscii di casa, senza una destinazione precisa. Avevo bisogno di schiarirmi le idee, di farmi forza, forse solo di fare due passi in compagnia di me stesso. Non riuscivo a non pensare a lei, nella sua stanza d’ospedale. Che cosa stava pensando? Aveva paura? Sì, aveva paura. Non poteva non averne. Eppure accettava tutto questo con una serenità d’animo di cui io non sarei stato capace. Era forte, e coraggiosa, nella sua tranquillità. Molto più di me. Giunsi quasi per caso a piazza della Minerva, e mi ritrovai davanti al portone della chiesa di Santa Maria. Non ero un cattolico praticante, anzi, erano anni che non entravo in una chiesa. Ricordo che quand’ero ragazzo, non mi dispiaceva entrarvi, di tanto in tanto, quando non c’era messa. Mi facevo trovare davanti all’altare da don Mimmo, un saggio omino dall’età imprecisata, che era amico della gente prima che amico di Dio. Don Mimmo… a vederlo così, non gli si dava una lira. E invece, di qualunque problema, aveva la soluzione in consigli semplici. Era uno che parlava con il cuore. E sapeva infondere speranza in ognuno, così, come se tutto ciò che sarebbe accaduto dipendesse da noi soli, dalla nostra disposizione d’animo.
Forse fu proprio sull’onda dei ricordi di Don Mimmo che mi azzardai ad entrare. Tuttavia speravo che la chiesa fosse deserta, forse per avere un dialogo privilegiato con Dio, un segno diretto della sua presenza o forse una piccola rassicurazione intima che Lui era lì, che mi ascoltasse, che sapesse che cosa mi affliggeva. Ma invece Dio aveva deciso che non mi avrebbe concesso udienza provata, non quella sera: dentro c’erano altre due donne, inginocchiate sulle panche di legno, che stringevano convulsamente in mano il rosario, e che stavano in silenzio, a capo chino. Esitai un istante sulla porta. Con una rapida occhiata notai anche un clochard, che se ne stava seduto in un angolo. Quando vide il mio sguardo su di sé abbassò gli occhi e chinò anch’egli il capo, come a scusarsi della sua stessa presenza, della sua misera esistenza. E invece ero io quello che avrebbe dovuto chinare il capo. Era vero, chi pensavo dunque di essere, per stare al centro del mondo? Non ero l’unico ad avere problemi, ad avere bisogno del conforto del Signore. Entrai. Mi inginocchiai in uno degli ultimi banchi, immerso nella penombra e sfiorato dal riverbero delle candele. Giunsi le mani in preghiera e, per la prima volta dopo tanti anni, piansi. Piansi e implorai il perdono al Signore per tutte le volte che non le avevo dato un bacio, per tutte le volte che non le avevo detto quanto l’amavo, per tutte le volte che ero stato irritabile, per ogni secondo in cui l’avevo lasciata sola, per tutti i cieli azzurri ed i raggi di sole che aveva perso a causa mia, per tutte le volte che non l’avevo capita… Implorai il Signore di concedermi un altro po’ di tempo, non per me ma per lei, per farla felice, e per le bambine, che avevano un disperato bisogno della loro mamma più che di un padre distratto e che aveva da recuperare molta strada. Quando me ne andai, in chiesa era rimasto solo il clochard, addormentato nel suo freddo angolo di pietra.

Il Signore, infine, dimostrò di essere stato benevolo e compassionevole: l’intervento andò bene e mia moglie poté tornare a casa in breve tempo. Dapprincipio era molto debole, ma molto lentamente iniziò a riprendersi. Le bambine erano più allegre e serene ora che c’era di nuovo lei in casa, anche se la più piccola tornò semplicemente ad ignorarmi. Nel frattempo avevo ripreso anche il lavoro, ma mi guardai bene dall’anteporlo alla mia famiglia. Cercai di essere presente più che potevo, tenendomi aggrappato saldamente a quel legame tutto speciale che avevo instaurato con la primogenita, e senza smettere mai di tentare ad avvicinarmi alla piccola, sebbene con scarso successo. Affrontammo insieme lo strazio delle prime sedute di chemio, il penoso rituale della perdita dei capelli e della spossatezza di mia moglie. Riuscivo solo a immaginarmi l’immensa solitudine che doveva sentire, il disagio bruciante che una donna ancora giovane e bella doveva provare nel guardarsi allo specchio e vedersi sfiorire giorno dopo giorno. I suoi bei capelli ricci si diradavano inesorabilmente e lei prese l’abitudine di avvolgersi il capo ormai quasi calvo in grandi e briosi foulard, anche quando si coricava a letto. Io, da parte mia, cercai di non lasciarla mai sola, di affrontare con lei l’argomento tabù… pensavo che avesse bisogno di sfogarsi, per doloroso che fosse. No, ignorarla o fingere di non accorgersi di ciò che le accadeva non sarebbe servito a nulla, lo sapeva anche lei. Questo ci aiutò a stare uniti, sempre. Il ciclo di chemio cessò, e la vidi rifiorire pian piano, mentre la sua pelle tornava rosea e le piccole rughe sul suo viso la rendevano una donna sempre più affascinante. Questi cicli si ripeterono a scadenze periodiche, e noi tutti imparammo a conviverci, a scherzarci. Mi sembrava impossibile che avessimo accettato la difficile convivenza con la malattia, che pure non era stata sconfitta. Un paio d’anni più tardi decidemmo di comune accordo che arrivato il momento di ritirarci a una vita più tranquilla, di realizzare il nostro sogno di tornare dove tutta la nostra vita insieme era cominciata. Con i risparmi di una vita acquistammo una grande casa sulla cima di una collina, in Umbria. Un posto soleggiato, da cui si dominavano i dolci declivi verdeggianti tutt’attorno. Niente più smog, niente più cicalecci… ora avevamo un grande giardino dove le ragazze raccoglievano i loro animali, un dondolo di legno sotto al porticato, un piccolo campo coltivato ad ulivi, un orto a cui io mi dedicavo, ed un forno a legna dove lei cucinava deliziose focacce con gli ingredienti naturali della nostra terra. Nella mansarda del casolare avevo ripristinato il mio studio di pittura, il mio regno luminoso fatto di tele e colori, dove ripresi a dipingere. Mensilmente tornavo a via Margutta ad esporre i miei lavori, mentre le ragazze accompagnavano la madre in ospedale per le abituali sedute di chemio. Fummo felici, vivendo gli uni degli altri, anche se un po’ isolati dal resto del mondo. Credo che le nostre figlie capissero il perché di quell’isolamento, a differenza dei miei suoceri.

Quell’ultimo anno prima che l’incantesimo si spezzasse, fu un ricettacolo incredibile di ricordi. Sapevamo che tutto stava per finire. Lei voleva che io conservassi più ricordi possibili di lei, di noi due insieme. E lo volevo anch’io, disperatamente. Fu così che con quel che restava dei nostri risparmi, compatibilmente con le sue sedute di chemio, iniziammo una lunga serie di viaggi per il mondo. Volle vedere la Grande Muraglia ed il Tempio del cielo, ed io la portai in Cina. Volle vedere gli spazi aperti della Nuova Zelanda, i geyser dell’Irlanda, il sole e le onde dell’Australia, il deserto bianco della California, il parco di Yellowstone, l’Oceano indiano ed il Colorado… il ricordo di lei, di noi insieme, è ovunque, ovunque si posi lo sguardo. Sui mobili, per le strade di Roma, per i grigi grattacieli del Nord, in tivù quando danno il telegiornale, in un qualsiasi documentario… una pena bellissima e atroce allo stesso momento.
Quell’ultimo anno, fece in tempo a vedere la nostra prima figlia sposarsi, in un abito celeste come il cielo a primavera. Questo, lo sapevo, fu per lei una gioia immensa. La piccola, invece, più di tutti soffriva di una solitudine che non l’aveva mai abbandonata… prima la sorella maggiore, poi noi, che sempre più spesso non eravamo in casa. Passava lunghi periodi solitari nella nostra grande casa vuota, con i suoi quattro enormi gatti e tutti i suoi animali raccolti per strada. Mi inteneriva il cuore, ma non riuscivo a capire come aiutarla, come esserle più amico. Sapevo che non era di me che aveva bisogno. Mi scansava. Sapevo che pensava al dopo, quando… quando non saremmo rimasti che io e lei in quella grande casa. Ci pensavo anch’io, più spesso di quanto lei non immaginasse.

Infine, successe. Era maggio. E mi sentii incredibilmente perso. Improvvisamente non mi apparteneva più. Lasciai che i miei suoceri riportassero le esequie al Nord, dove l’avrebbero poi seppellita, lontano da me e dalla mie figlie. Lasciai che si occupassero loro della cerimonia funebre, lasciai che le luci si spegnessero nella nostra grande casa, lasciai che una macchina nera se la portasse via per sempre… aveva solo cinquant’anni.
Occhi rossi e lacrime. E’ tutto quello che ricordo delle mie figlie, abbracciate una all’altra nel vedersi portar via la madre dai becchini, prima che il cuore mi andasse definitivamente in frantumi. Il giorno seguente intraprendemmo il viaggio verso nord per andare a raggiungerla nella chiesetta di quartiere dove lei era cresciuta da ragazza. Il percorso in autostrada fu lungo e silenzioso, ma quieto. Aspettavo che mia figlia, la piccola, avrebbe prima o poi fatto esplodere la sua rabbia nei miei confronti. Ma non accadde. Tenne un’espressione dura in volto per tutto il viaggio, gli occhi rossi e le labbra ostinatamente serrate. Non aveva nemmeno l’aria di chi resta estenuato e senza fiato dopo un lungo pianto liberatorio… no. Ne ebbi paura. Avrei tanto voluto che invece si sfogasse, tirasse fuori tutto… magari toccasse il fondo, per poi risalire finalmente libera, libera da tutto questo. E invece no. Ebbi paura che le si fosse seccato il cuore. Mi aspettavo da un momento all’altro di sentire come uno scricchiolio di vecchi cocci crepati e già me lo vedevo, quel pugnetto rosso che batteva tra i polmoni, collassare d’un tratto e restare lì, rinsecchito e rigido. Ancora una volta non riuscivo a capirla, era completamente al di fuori dalla mia portata. Mi chiesi come sarebbe stata la nostra vita ora, quando presto sarebbe ricominciata la vita di tutti i giorni, senza intermediari tra noi. In un certo senso l’ultimo viaggio di mia moglie fu anche il primo vero contatto che ebbi con quella figlia che era sempre stata più sua che mia.
Il cielo del Nord graziò la cerimonia di mia moglie con un cielo limpido e quieto, in una serena giornata di sole. Ho un ricordo offuscato di quanto avvenne in chiesa. Ma ciò che di più nitido rimane nel mio cuore di quel giorno, siamo io e le mie due figlie stretti in un abbraccio in coda alla bara, poco prima che partisse il carro per la processione tra le vie della città, verso il camposanto. Nella brezza di maggio, strinsi a me le mie figlie e feci il primo, penoso passo dietro a quello che era, ancora per poco, poco, maledettamente poco, l’ultimo scorcio visivo reale della mia unica ragione di vita, lei. Prima che sparisse per sempre… ma quanto è lungo “per sempre”?

Via Margutta non è cambiata. Sono il più vecchio, qui, ormai. E sto sempre allo stesso banco, con il mio quadro non in vendita in bella vista. Io nemmeno, sono cambiato. A parte qualche ruga in più e la testa canuta, continuo a dipingere e a passare le sere con gli amici caciaroni davanti ai vassoi di amatriciane. Solo, ora, dipingo volti di donna. Di lei, che è sempre nel mio cuore e che mi sorride, lo so, in attesa che la raggiunga anch’io. Ma non ora. Mia figlia è qui, con me. Ho scoperto che non mi ha mai odiato. Solo, ha deciso di dare a ciascuno di noi lo stesso tempo. Prima a lei, che aveva più fretta, e ora… ora a questo vecchio artista dall’animo romano. Sono certo che ancora un po’ di tempo, in via Margutta, me l’abbia concesso lei.

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