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7° racconto classificato di Tarozzi Marco - Bologna Arcądi
Proprio una questione di memoria. Di cervello. Chissà che cervello doveva avere, Arcàdi, quand'era giovane. Che so, cinquant'anni fa. O sessanta. Quando aveva la mia età, insomma. Perché io mica l'ho capito quanti hanni ha sulle spalle, Arcàdi. Novantasei, dicono qui alla casa protetta. Sarà. Io lo guardo negli occhi e non gliela saprei dare, un'età. Sono azzurri azzurri, gli occhi. Troppo chiari, liquidi. E pieni di storie che ti ci perdi. Finisce sempre che ci resto incantato dentro, finché lui non se ne accorge. "Gioca", mi dice. "Che se no perdi anche questa". Gioco, gioco. Tanto, per quel che serve. Arcàdi con quella testa avrebbe potuto inventarsi qualunque mestiere. Invece ha fatto il fornaio tutta la vita. Panettiere, dice lui. Preferisce. Finché un giorno non ce l'ha più fatta a stare là dentro, in quel forno giù in città dove aveva passato una vita. Le gambe cedevano, la vista si annebbiava, il cuore andava via per conto suo. Fibrillazione, la chiamano i dottori, che è poi una specie di campanello che ti avvisa quando la benzina sta finendo. Così, quando ha preso a suonare il campanello di Arcàdi, qualche parente - figlio o nipote o chissà che altro - l'ha mandato qui in paese, alla casa protetta. Chissà che tipi sono, i suoi parenti. Non li ho mai visti, da quando sono arrivato. Mai venuti nemmeno a trovarlo, quindici anni che è qui e loro spariti. Vai a capire. La casa protetta è un vecchio casone di campagna ristrutturato, appena fuori dal paese. Dedicata a un tipo che studiava le parole, gli correva proprio dietro. Credo che si dica filologo, roba del genere. Fa niente, io sono qui da sei anni. Sono arrivato in paese che ne avevo trentacinque e non sapevo nemmeno più dove andare. E' stata quella faccenda del lavoro che mi ha fatto partire con la testa. Il lavoro e forse anche Silvia. Arcàdi dice che fa mica bene pensare troppo alle donne, erba cattiva dice. Lui lo sa, di Silvia. Gliel'avrò raccontata cento volte, quella storia. Una volta alla settimana andiamo giù alla bottega per comprare il Ferrochina. Lui mi racconta del forno, dell'anima che devi tirar fuori tutte le volte che ci lavori. Perché, dice, se non c'è il pane manca la vita, e allora devi farlo bene, metterci l'anima. Lui mi racconta del forno e io gli parlo di Silvia. Andavo forte anch'io. Perché anche a scrivere devi spendere del tuo. Anche se parli di storie di tutti i giorni, di storie da niente. Arcàdi non li ha mai amati molto, i giornali. Neanche a incartare il pane, vengono buoni. Lo sporcano. Io picchiavo duro, questo me lo ricordo. Trecento, quattrocento righe di roba al giorno. Storie, più o meno importanti. Più o meno vive. E sempre l'anima dentro, almeno un po' di anima. Pivetti, il capo della redazione, ogni tanto mi chiamava di là per farmi i complimenti. Però non fare troppo l'artista, Terzani. E via così, con quel sorriso stretto che mi metteva angoscia, a volte. Me lo dicevo anch'io, se è per questo. Michele, servono a poco gli artisti. Gente che non cresce, resta bambina. Che ha il colpo di genio, magari, ma poi si lascia andare troppo spesso. Come tutti i tuoi idoli, Michele. Vedi come bevono, come si rovinano? Vedi come barcollano intorno alla vita? Ride, Arcàdi. Esce dalla bottega con la bottiglia di Ferrochina, che ormai in paese la fanno venire apposta per lui. E ride. Ma che Silvia, ma che arte. "Te la sei poi sposata, la Simona?". No, niente. E' andata via. E poi si chiamava Silvia, non Simona. Si chiama. "Se è andata via, si conosce che non ha capito". Cosa, Arcàdi, cos'è che doveva capire? "Quello che capisco io, che ho fatto la terza elementare e il pane per tutta la vita". Cos'è che doveva capire? "Che sei ancora qui a parlare di lei, che ci hai messo l'anima anche te. E se uno ci mette l'anima, è nel giusto. Diglielo, alla Simona". Silvia, si chiamava. Si chiama. E hai voglia, dirglielo. Hai voglia, vederla. Silvia. Il sorriso ogni tanto salta fuori ancora adesso. Magari me lo trovo disegnato nel vetro di una finestra della casa protetta, magari un giorno che piove e non c'è altro da fare che guardare fuori verso il paese. Le case grigie, gli alberi piegati. I bambini che escono da scuola di corsa e sotto l'ombrello sono tutti uguali, uguali anche le macchine su cui salgono per andare a casa. Macchie scure, inutili, e il sorriso di Silvia. Così poi succede che resto lì mezz'ora, inchiodato a guardare il vetro e piango, se capita. E gli altri mi girano intorno e non sanno più cosa dire. E guai, Michele Terzani, guai se pensi che lei sia tutto, perché come fai a dire che una donna è tutto? Pensa a te, piuttosto, ricostruisci. Gli amici. Avevano ragione, gli amici. Ma io ero andato, e allora ciao. Bere e ancora bere. Altro che Ferrochina. Scrivere, scrivere e bere. E poi qualcosa per tenersi su. Pillole. Colorate, anche allegre da guardare, in fondo. Poi me le hanno date alla clinica, le pillole. Il sonno, anche. La cura del sonno. Quindici giorni che non vivi e non sai, che quando ti svegli hai la bocca impastata e hai dimenticato come ti chiami e di chi sono quelle facce che hai davanti, che ti studiano. Io, poi, di facce intorno non ne avevo nemmeno più. Me l'ha spiegato il dottor Gori che forse era meglio così. Per tutti. Magari anche mamma si vergognava un po', lei che aveva raccontato a tutti di quel figlio che scriveva sul giornale. Certo, è mio figlio, ma lei lo legge o no il giornale? O forse non si vergognava, lei no. Ci stava soltanto male a vederlo così, il famoso figlio giornalista. Occhi fissi nel vuoto, senza espressione. "Dai giovanotto, che adesso arriviamo nella tana e ci facciamo una partita". Arcàdi cammina svelto, per uno della sua età. Tiene il sacchetto di carta con la bottiglia sotto il braccio destro e non vuole che l'aiuti. "Finché tiro il fiato non ho bisogno. Finché sto cànchero non si mette a scantonare". Fibrillazione, si chiama. Ogni tanto arriva. Mica ho sempre voglia di farmi battere da questo vecchio che si tracanna una boccia di Ferrochina ogni sette giorni. Dovrebbero dargli una medaglia, quelli dell'azienda. Per la fedeltà al prodotto. Andiamo, panettiere, andiamo a giocare. Ecco, è così che poi sono finito qui. Alla casa protetta. Una specie di lavoro, perché a questi nonni qui dentro piace che io sia in mezzo a loro, Lavorante o paziente, non so dire. Arcàdi è mio amico. E io sono quello che ha dormito quindici giorni e quindici notti, tutti in fila, e non si ricorda più niente. Così dicono, e pensano. E io lascio che dicano, che pensino. Invece me lo ricordo quando picchiavo sui tasti del computer e dicevo questa è la mia fottuta vita, dicevo. Me li ricordo Silvia e il suo sorriso, e i suoi occhi al tramonto che mandavano quella luce così intensa. E lei che non ha retto, che tutto era diventato così pesante, anche io che ero il suo cosiddetto re. Che chissà dov'è e con chi e sai mai se ogni tanto le succede di ricordare. Magari anche le cose buone. Silvia, che io lo so dov'è. Nei giorni di pioggia sta oltre i vetri della finestra e io la vedo ma non lo dico a nessuno, neanche ad Arcàdi. E poi devo anche star qui, a far finta di non avere ricordi. Ne ha più lui di me, ecco tutto. Ricorda, Arcàdi. Anche le carte che ha giocato, che ho giocato io, che restano in mano. Anche quei parenti di cui non parla mai, che in quindici anni non si sono più fatti vedere e chissà se ricordano che lui è qui. Chissà se ricordano, i miei. Mia madre. Ogni tanto penso se è ancora al suo posto, nell'angolo della cucina seduta su una sedia scomoda a guardare il telegiornale e a fumare quelle nazionali senza filtro che poi la facevano tossire fino a notte fonda. Ogni tanto. Ma in fondo va bene, se pagano la retta vuol dire che qualcuno c'è. Il resto me lo procuro con i lavoretti per i miei amici qui intorno. Mi basta poco, io non bevo neanche il Ferrochina. Al massimo una bottiglia di spuma bionda ogni tanto. C'è anche quella in bottega. Stessa marca che bevevo da piccolo. Mi basta poco, l'uomo senza ricordi non ha più troppa voglia di uscire. Esco solo finché c'è Arcàdi e finché la distilleria che produce il Ferrochina continua a lavorare per lui. Che poi, lo so già come va a finire. Va bene, avrò anche fatto la cura del sonno ma il cervello non me lo sono bruciato del tutto. E lui ha pur sempre questi novantasei anni. Arcàdi Francesco, è così che si chiama. Arcàdi Francesco, panettiere che si riposa, finalmente. Il mio amico che mi batte a briscola, vecchio maledetto. Lo so come va a finire. Una di queste volte lui non uscirà da quella stanza, è così che va il mondo. Che è piccolo e quel giorno mi sembrerà così grande da non sopportarlo. Infinito, immenso, cupo. Tornerà a farmi paura. Perché anche se ci sono i ricordi, a cosa servono qui dentro? Il fatto è che siamo soli, io e questo vecchio che prima o poi si saprà quanti anni ha di preciso sul groppone, perché qualcuno lo scriverà su un foglio di carta prima di portarlo via. Tornerà
a farmi paura, il mondo. Perché a pensarci è proprio
così, adesso mi è rimasto solo Arcàdi. Quello
che faceva il pane con l'anima. Perché, dice, il mondo non
funziona se non ci metti l'anima. |