6°
racconto classificato di Claudia Calvi – Varedo (Mi)
SCENE
E’
che il comune non ha ancora deciso cosa fare di questa area morta.
Scena.
Uno spiazzo enorme, devastato.
Lì era la fabbrica.
Le ruspe hanno lasciato tutti i capannoni tranciati a metà.
Le strutture sezionate, aperte.
Così
il lavoro delle ruspe si è troncato.
E’
quasi un simbolo.
Scena.
Certi villaggi rasi al suolo, le donne incinte i guerrieri le lasciano
lì, sventrate, con il feto sulla pancia, per dare il senso
della fine di una razza.
E’
che certe volte mentre si pensa le immagini vengono così da
sole, senza che noi lo si voglia.
Scene.
Come al cinema.
E’
il deserto.
Silenzio. Un silenzio assoluto.
Poi il tempo che è il cigolio lento di un’insegna.
Da quella scritta in legno capisci che sei nel west.
C’è un pistolero, immobile, che aspetta.
Immobile, come il paesaggio.
Arriva il treno.
La locomotiva si ferma e violenta il silenzio.
Poi si sente un’armonica.
Un suono delicato sopra il deserto.
La sparatoria dura un attimo.
Il pistolero resta a terra.
Allora il campo si allarga, la camera sale e noi possiamo vedere ciò
che è dietro la stazione e adesso quella casa di legno accanto
ai binari non sembra più sola al mondo ma anzi ci pare una
realtà sempre più piccola, una minuscola e insignificante
parte di esso.
Dietro la stazione è la gente che cammina, i carri pieni, le
botteghe, le case.
Dietro la stazione insomma si dipinge la vita.
E il tempo non è più il lento ballonzolare di un legno,
ma la frenesia di mille respiri sovrapposti, le voci, i rumori.
Il correre violento di una nuova città.
Quel
che più conta di un film è il discorso, diceva sempre
mio padre.
Ma le scene che mi vengono davanti agli occhi, sono solo scene o l’inizio
di un discorso?
******
A volte vengo qui, davanti al nulla.
A volte vengo qui, davanti al nulla. A quel nulla che è ora
la fabbrica.
A quel nulla che è rimasto dei posti della mia vita.
E ricordo.
E ricordare è solo disegnare scene nella mente.
Scena
I capannoni ancora in piedi, vivi, sgargianti. Scatole lucide d’azzurro,
tanto nitide e brillanti che sembrano immagini del futuro.
E’ che si viene qui, e si ricorda.
E spesso penso a mio padre.
Che in questa fabbrica ha vissuto, lavorato, combattuto.
Penso
a mio padre.
Ricordo.
E cerco il discorso.
Scena.
Quel giorno che l’ho accompagnato per la sua ultima volta al
cancello.
Quel giorno non indossava la tuta azzurra con la scritta bianca sulla
schiena, ma la giacca e cravatta perché era atteso su, al personale.
Per un attimo si è girato verso di me, e ancora una volta ho
notato come stava cambiando.
Il suo viso bianco, il suo corpo sempre più magro.
Il
sabato prima eravamo andati a vedere quel western italiano.
Quando siamo usciti lui ha finto un duello con me.
Intorno
a noi non c’era il deserto del film, c’erano solo pozzanghere
che scioglievano il chiarore dei lampioni nell’asfalto.
Io gli dico:
“Intorno alle nostre vite ci vorrebbe quel deserto, che bella
quella sabbia rossa. Che belli quei posti.”
Mio padre si fa serio:
“Un film non sono solo scene, quello che conta è il discorso
che fa.”
Io
lo guardo, ma non lo capisco.
Dei film mi rimangono solo le scene.
Ed emozioni. Qualche emozione.
Glielo dico.
“Questo
film spiega che era arrivato il tempo delle macchine, dei treni. Si
uccideva in grande e non c’era più spazio per i vecchi
banditi.”
Poi d’improvviso guarda verso l’insegna del cine, la luce
intermittente che colora di rosso quella pioggia fine. Mormora:
“Come adesso. E’ finita l’epoca di noi pistoleri.”
Scena.
In quel suo ultimo giorno in fabbrica, lui al di là della serranda
in giacca e cravatta, e la sua figura esile e grigia che sembra travolta
da quel blu elettrico di cui sono vestiti i capannoni.
Io sto pensando alla sua malattia, quando lui d’improvviso si
volta di scatto e con le dita fa una pistola fingendo di spararmi.
E’
finita l’epoca di noi pistoleri.
Io allora avevo colto il suo tono triste ma non avevo capito quella
frase.
E neanche il discorso di quel film.
Adesso
forse sì.
******
Ogni
sabato sera mio padre mi portava al cinema.
Con lui ho visto l’Italia a poco a poco colorarsi.
E lo sapevo se un film gli piaceva, lo capivo dall’espressione
del suo volto colorato dalla pellicola.
Scena.
Noi che usciamo. La gente che ci spinge e intorno il caldo polveroso
di fine luglio, aria pesante che sa di fabbriche che chiudono, di
creme da sole, di spiagge stracolme e assolate.
Mio padre che sta zitto, pensieroso, e neanche pare accorgersi della
gente che lo spinge.
Alla
fine si ferma. Si ferma a guardare il nostro condominio, un caseggiato
popolare formato da mille finestre aperte.
Ascolta le voci che parlano, che ridono, che litigano. Le Tv accese
e le musiche distorte.
Guarda e ascolta quella casa come se fosse la prima volta.
“Vedi, se questo fosse un film dietro ogni finestra sarebbe
una scena. Ma il discorso, qual è il discorso?”
Sospira
“Non ti invidio. Davvero non ti invidio per quello che verrà”.
******
Un
paese della bassa, il viale porticato.
Un carro cammina nella via, ci sono dei cadaveri bruciati su di esso,
e intorno tutte le finestre delle case sono chiuse.
Loro camminano, ci sono tutti i vecchi socialisti del paese dietro
quel carro.
Ma sono pochi.
La donna davanti grida.
Grida il nome di quelli bruciati dai fascisti.
Dei vecchi, che erano lì nella casa del popolo incendiata.
Grida disperata, uno ad uno, quei nomi.
E grida anche arrabbiata, perché lei sa che dietro le finestre
il paese c’è ancora.
Urla.
Urla che quei vecchi sono stati uccisi dai fascisti.
Poi si sente una musica, lontana.
Arriva la banda, e tante altre persone.
I contadini di tutti i paesi intorno camminano lenti, vestiti dai
mantelli e dai fazzoletti rossi.
E’ una marcia lenta, malinconica.
E’ inverno, si vede il fiato spesso, e intorno la nebbia, leggera.
Ma le finestre restano chiuse, e poi ancora c’è silenzio.
E davanti a quel carro con dei vecchi bruciati, e a tutta quella marcia
silenziosa, all’inverno e al silenzio anche se c’è
la banda che suona e tanta gente tu intuisci che è la fine,
che adesso è veramente la fine.
La fine di una cosa grande.
O di un sogno, forse.
Scena.
Una bandiera rossa bordata d’arcobaleno che è ancora
lì a scolorirsi sulle colonne del cancello.
Oggi non c’è vento, la tela pende stanca e immobile.
Chissà
perché le ruspe l’hanno lasciata lì, quella bandiera.
Volevano dare il senso di una fine?
Ma
forse dietro alle cose non ci sono così grandi ragionamenti.
Forse non ci sono così grandi discorsi.
Le cose succedono per caso, e basta.
Quella bandiera è rimasta lì a consumarsi per caso.
Una scena, e basta.
******
Scena.
Il dopoguerra, mio padre ragazzino. Non ho foto del suo volto da bambino
e allora in questa scena lui è solo una sagoma magra, pantaloncini
corti nel gelo dell’inverno, che sta camminando.
Mio
padre ha conosciuto la fame.
Poi in fabbrica le prime lotte dure.
Ha visto il cancello della fabbrica chiudersi in faccia molte volte,
e non è mai stato sicuro che per lui si aprisse ancora.
Noi no.
Scena.
Noi in tuta davanti al cancello, in posa, e le telecamere di una televisione
locale che percorrono i nostri volti.
Ad
un certo punto quasi si credeva che bastasse iniziare una lotta per
avere una conquista.
Ma tutto è franato.
Noi ci siamo salvati, ma poi tutto è franato.
Non
c’è stato molto di traumatico, nella chiusura di questo
posto ormai distrutto.
Due assemblee, tre scioperi, poi l’accordo.
Noi più anziani prepensionati, i più giovani trasferiti
nello stabilimento nell’altra parte della città.
Adesso c’è crisi, dicono che forse chiuderanno anche
quello, ma non ci sono più dentro a certe cose.
*****
Scena.
I capannoni sventrati sembrano una casa di bambole, quelle che si
aprono per permettere di giocare.
Vedo in sezione le scale e la mensa al primo piano.
In bilico davanti al baratro è rimasta ancora qualche sedia.
Lì
c’erano gli armadietti.
Lì c’erano gli spogliatoi.
Scena.
Io davanti al tornio che incrocio con lo sguardo gli occhi di Bernini
all’altro tornio.
Un sorriso appena accennato, per salutarsi.
Le
parole le trovavamo dopo, all’osteria.
Una
partita di pallone nel deserto.
E loro che in quel giocare ritrovano poco a poco quel che erano.
E anche quello che hanno perso.
E la fine della partita è quasi una foto, loro sudati ma che
sembrano nuovi da tanto sorridono.
E uno non è più ingegnere, l’altro non vende più
le macchine, persino i due che sembrano odiarsi perché se le
sono date per una ragazza si abbracciano.
Sì. Sono felici nel deserto.
Lì loro sono felici.
Forse proprio perché hanno perso ciò che erano in città.
O forse hanno ritrovato ciò che erano stati prima, in quella
città.
Io
e Bellini le nostre parole le trovavamo dopo, all’osteria.
Scena.
L’osteria. Io e Bernini che parliamo fitto, nel fumo, tra le
partite a carte.
Parliamo del calcio, delle donne, delle giostre e la balera, e di
quella strada sterrata dove tutto prima o poi doveva accadere.
Lì
raccontavi, bevevi e ascoltavi le canzoni.
Scena.
Bernini che suona la chitarra.
Un
giorno Bernini è scivolato sotto una pressa.
E non ha più cantato.
Della
guerra c’è solo quella scena finale.
Loro devono conquistare le trincee.
Il resto del film è i giorni prima che hanno passato nel deserto.
Sono soldati ma tu da quei giorni hai imparato che sono solo giovani
che aspettano altri giorni.
Giovani, che attendono una vita, e non una fine.
E nella scena finale loro escono dalla trincea e non possono fare
altro che morire.
Ci sono le mitragliatrici che sparano.
Loro avanzano perché devono avanzare, e ad uno ad uno cadono.
La musica che accompagna quelle scene è un adagio.
Quel galleggiare cadenzato e armonico è messo lì come
a dire che in fondo non è eccezionale ciò che sta accadendo,
ma che anche quello è il senso tragico e normale della vita.
La fine inevitabile di un’attesa.
Quell’adagio è rendere normale quel momento, uguale a
tutti gli altri momenti.
E’ rendere normale la fine di quell’attesa. Uguale alla
fine di ogni altra attesa.
L’adagio è rendere quella fine uguale a tutte le altre
fini. A tutte le altre morti. A qualsiasi altra morte.
Non è così?
Non fa quello l’adagio?
Quell’adagio a contrasto con quelle scene?
Sì, lo fa.
*****
Quando
ho visto il film sulla guerra lo avevo accanto per gli ultimi giorni.
Non sapevo se le scene di quel film lo stessero portando a pensare
alla sua fine.
A
me, sì.
Ho guardato mio padre, e ci ho pensato
Scena.
Il suo volto, sempre più scavato.
Le sue mani, sempre più bianche.
Ma
io dico, quando uno se ne va è la fine di una scena, o di un
discorso?
Ma io dico, andarsene è davvero uguale per tutti?
Andarsene, è veramente poi così normale?
C’è
quella bambina col cappotto rosso che cammina fra i soldati tedeschi
e fra i cani lupo che abbaiano.
Cammina fra molti altri, che vanno verso i treni.
La bambina scarta, riesce a nascondersi. All’inizio si salva.
Ma forse il regista ha messo lì quelle scene proprio per farti
avere quella sensazione.
Per un attimo farti credere che qualcuno in fondo si possa salvare.
Ma poi lei e il suo cappotto rosso li vedì lì, in mezzo
ad un mucchio di altri cadaveri.
Morta in mezzo ad altri morti.
E tu provi ancora più dolore, molto di più che se non
l’avessi vista viva e non avessi sperato che si salvasse.
Quel cappotto e quella bambina alla fine sono una macchia rossa fra
i cadaveri.
Sono solo morte, in mezzo ad altra morte.
Perché quello era il destino di tutti, bambina col vestito
rosso o uomini in bianco e nero.
Quello era il destino, anche se loro, con noi, fino alla fine speravamo
che non lo fosse.
Per
la malattia mio padre ha smesso all’improvviso di andare a lavorare.
Per qualche mattina l’ho visto sforzarsi d’uscire come
avesse da fare, ma aveva lo sguardo vinto, quasi si sentisse in colpa
per non avere un suo futuro da darci, e da darsi.
Poi
ha smesso di varcare quella porta.
Ha smesso d’uscire.
Ha
aspettato.
Semplicemente ha atteso.
E
il discorso, lì, dov’era?
Il
replicante è una specie di robot che però è fatto
di carne.
Per alcuni il fulcro è la colomba che tiene in mano.
Per altri la cosa più importante sono le parole che dice.
Ma per me sono la stessa cosa sia le parole che la colomba, la stessa
identica cosa.
Vogliono dire che lui non è più un robot, è un
uomo perché sa inventare le poesie e ha un’anima che
quando muore vola in cielo.
Ma è bella quella scena, quella pioggia che lenta cade a scrivere
il cielo, e non sembra più quel mondo caotico e sporco del
film, ma tutto è più nitido, più pulito.
Il replicante era il killer spietato.
Il cacciatore quello che doveva fare giustizia.
E’ il cacciatore, alla fine, quello che rimane vivo.
Ma rimane vivo solo perché il replicante l’ha salvato.
Il cacciatore è vivo solo perché il replicante gli ha
donato un suo gesto e, con esso, la vita
E l’anima del replicante è quella colomba che vola in
cielo, insieme ai suoi ricordi.
Vola in cielo, fra quella pioggia e in quel mondo finalmente puliti.
*****
Scena.
I compagni che salutano la bara di mio padre alzando il pugno.
Erano
molti ad accompagnarlo, quando se n’è andato.
C’era la sezione.
C’era tutto il reparto.
I capiturno. E anche dei dirigenti.
Forse era tutta una generazione.
In
quella bara se ne sono andate le lotte, e quei pugni chiusi a poco
a poco si sono aperti.
Delle
volte mi chiedo chi ci sarà quando mi saluteranno.
A volte mi chiedo cosa rimanga.
E
a volte, qui in questo deserto distrutto che era la nostra vita, mi
sento sconfitto.
******
Scena.
L’osteria come assediata, una vecchia casa ad un piano soffocata
dagli enormi condomini costruiti attorno.
Noi
pensionati continuiamo ad andare all’osteria.
Si gioca, si parla, si ricorda.
A
volte si va in città, o a fare qualche giro.
Ma di solito noi pensionati stiamo tutti i pomeriggi all’osteria,
giochiamo a carte, a bocce, e anche certe volte vado ad aiutare mio
cugino che lavora al mercato.
All’osteria
si gioca. Si parla. Si ricorda.
Scena.
La sirena suona. Il cancello si apre, gli operai in tuta blu che entrano
sono una marea. Li si sente parlare, ridere, e s’ incrociano
con quelli di fine turno che stanno uscendo, e anche loro parlano,
e ridono.
Li
all’osteria si gioca. Si parla. Si ricorda.
Forse
si attende.
Semplicemente, forse, si attende
******
Scena.
Il muro della fabbrica, i corvi che beccano il cemento del cortile
spaccato dai cespugli di erba selvatica e dall’abbandono. Sullo
sfondo è il capannone mezzo crollato, e al di là il
correre dell’autostrada sporcato appena dalla nebbia.
A
volte mi sento sconfitto.
Anche se non so bene il perché.
Penso
che in fondo noi abbiamo soltanto un percorso da fare.
E’ come una passeggiata, una semplice passeggiata.
Vediamo
delle cose belle e delle cose brutte.
Ma noi della mia generazione abbiamo avuto la fortuna che nei nostri
anni le cose brutte non lo sono state poi così tanto.
Eppure
ogni volta, davanti a questo silenzio, davanti a questi ricordi, mi
sento sconfitto.
E
alla fine, in mezzo a tutta quella sabbia, loro ritrovano l’amico.
L’amico ha un sogno, trovare l’acqua in quel deserto,
e lì, in quel deserto, coltivare arance.
Un sogno assurdo e inutile forse.
L’amico ha comprato una trivella.
Piano piano, tutti si mettono a lavorare con lui.
La musica è la stessa della partita di pallone.
All’inizio non esce niente, qualche sputo di sabbia, tanto che
a poco a poco lentamente tutti delusi si allontanano.
Poi però l’acqua arriva.
Ma mentre quello spruzzo esce alto e potente verso il cielo, già
non conta più niente.
Quello che conta è l’entusiasmo che cresce nei volti,
perché c’è un sogno che si avvera in quel sorriso
e in quel trionfo.
Un segno che forse non tutto della loro generazione e dei loro sogni
è andato veramente perduto.
Questa
fabbrica morta non era il mio sogno, mi dico.
Ma davanti ai capannoni crollati, a questo volare di fogli ingialliti
e foglie appassite, è come mi sentissi sconfitto.
Questa
fabbrica morta non era il mio sogno, mi dico.
Sì, ma forse era il mio discorso.
E il sogno segue sempre un discorso.
Scena.
C’è la nebbia, io e mio padre usciamo dal cinema.
Io lo guardo, sento il suo respiro affannato.
E’ l’ultimo film che abbiamo visto insieme.
Nella
nebbia fitta non riesco a leggere i particolari del suo volto. So
però che mi sta fissando.
“E’ stato un bel film” dico io
“Quale
scena ti è piaciuta?”
Io rimango lì silenzioso, perplesso, intanto guardo le nuvole
di foschia che sembrano travolgerlo, avvolgendolo.“Non lo so,
però in fondo mi è restata dentro una gran malinconia,
una tristezza.”
Allora lui ride.
“E’ quello il segreto di ogni bel film” dice “mettere
insieme tante piccole scene e farle sembrare un solo discorso. E alla
fine lasciarti un sentimento, che in fondo è solo parte del
tuo sogno da inseguire.”
E
adesso, mentre semplicemente sto attendendo, sento spesso un sapore
amaro.
A volte lo chiamo malinconia, altre volte sconfitta ma chissà
quale è il suo vero nome...
******
Scena.
L’appartamento. La porta chiusa della stanza. Da lì sentivo
il respiro di mio padre quando si riposava dopo il turno.
Adesso
nella mia casa tutto è cambiato.
Diversi sono i mobili, diversa anche la famiglia che mi circonda
Ma
anche guardare quella porta mi dà il senso della sconfitta.
Forse
oltre quella porta c’è lo stesso baratro che tronca i
capannoni sventrati.
Perché in fondo il discorso di mio padre quando potevo non
l’ho mai veramente ascoltato.
Adesso
forse vorrei, ma c’è solo silenzio in questi paesaggi
troncati, tra questi ricordi che mi affollano e in questa vuota attesa
che è la vita della mia generazione.
Saper
mettere insieme, forse solo quello è il discorso di mio padre.
Provare a mettere insieme, forse solo quello era il sogno di quella
gente.
Saper mettere insieme, mettere insieme persone.
Perché
in fondo anche ogni discorso è solo la volontà di mettere
insieme piccole cose.
Mettere insieme tante singole e semplici parole
Che sarebbero inutili, se da sole.
Insieme.
Solamente quello.
Insieme.
Insieme.
Come le scene.
In un film.
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