5°
racconto classificato di ZANCHI ENRICO –
Mozzi (BG)
Mi
e Si
Perché
deve sempre piovere quando le cose non vanno?
Sono in ritardo e corro a testa bassa.
L’unica cosa che mi passa per la testa è evitare le pozzanghere,
con il respiro corto per il correre e l’ombrello storto che
m’intralcia... penso solo all’asfalto. Piove.
Sembrano fatte apposta, ‘ste pozze maledette, ogni volta ci
benedici dentro scarpe, pantaloni e qualche bestemmia.
SPLASH
Non ho potuto farne a meno, o io o la carrozzella.
Correre tra i viali di un ospedale è sempre rischioso. Mi sono
buttato nella pozzanghera come un bambinetto per non andare addosso
alla carrozzella; io corro, quel ragazzo coi monconi di gamba, non
lo farà mai più.
Scarpe e pantaloni benedetti, Deo grazia, amen.
Continua a piovere.
Dai, ragazzi fate come me, volontari, sì, diventate volontari,
mollate droghe o serate da sballo ed andate a trovare un malato terminale...
la pubblicità progresso della mia quotidianità: ogni
7 e 30 del mattino, ogni 7 e 30 della sera di ogni giorno, due ore
con una signora col tumore all’intestino e la sua solitudine
col finissimo retrogusto di alcool etilico: mia madre.
Dai, ragazzi fate come me...
Ore
19 e 43. Sono in ritardo. E poi, piove.
Oncologia, primo piano, stanza 12.
Solo qualche passo, solo pochi gradini per entrare nell’unico
reparto dell’ospedale in cui il dolore è un tratteggio
di litografie di Monet su parete celeste, in cui il dolore ha le risate
delle infermiere che civettano sull’ultima eliminazione dal
Grande Fratello 3, in cui il dolore ha il volume dei televisori sintonizzati
su “Blob”, l’unico posto in cui il dolore è
cieco e come talpa, scava le rughe di mia madre. Solo qualche passo...
<<Ciao Letizia, sempre a lucidare il pavimento?>>
Non mi guarda, china sul suo spazzettone, come sempre. E’ suo
il primo piano, il più lucido piano d’ospedale che ci
sia...
<< Dooo r miiii>>
Risponde così, Letizia, cantando la stessa parola, stonando
la stessa parola, borbottando come sempre.
<< Dooo r miiii>>
E’ una poesia. Da sempre.
<< Auguri per domani, Letizia!>>
<< Dooo r miiii>> la sua risposta.
Auguri per i tuoi 40 anni, mia piccola Letizia.
Dicono che i Down non superino i 40 anni, ma lei...
MI
SI MI SI SI MI... mi gocciolano addosso solo due note. Ogni rumore
ha le sue note.
Continua a piovere. E tintinna il cielo sul vetro della stanza 12.
MI e SI. MI e SI. MI e SI. MI e SI.
Guardo fuori ma non vedo. Penso. MI e SI. Piango.
Quando piove contro ‘ste finestre anni ’60, le senti tutte
le i del tintinnio, TIC TIC, che sembrano proprio MI e SI; un solo
vetro sottile di quarant’anni che non smorza i rumori e che
non separa acqua piovana e lacrime.
MI e SI... mi gocciolano addosso e sulla faccia mi scorre pioggia;
e sale.
PIANGERE. Ogni rumore ha le sue note.
LA RE RE,
sono le mie note per piangere. So che non sono quelle giuste per suonare
questa parola, ma non sono un pianista. Sono solo un figlio fradicio
di pozzanghere e sconfitte.
Dalle note stonate di una sola parola, dal tintinnio di una vecchia
finestra d’ospedale, dal pianto di un figlio,
musica nasce e poi muore, nel tempo di quattro quarti.
E dopo c’è sempre silenzio. Silenzio.
Silenzio, nella stanza 12. Mamma non si è ancora svegliata.
E poi, qui, nel “regno” di oncologia nessuno può
fare melodie.
Si accettano solo stonature, qui; solo violinisti spaccatimpani, pianisti
burini, percussionisti sordi o “Farinelli con la raucedine,
sono ammessi, qui; qui, nell’orchestra “cacofonia del
pianto”. Cacofonia...Cacofonia...Cacofonia...Caco.
Cacofonia... col pensare di un bambino questa parola mi porta lontano,
sorrido e, d’incanto, mi ritrovo con in mano un caco... nella
stanza 12...
Ti
ricordi, mamma, quanto ridevamo a cantare “la terra dei cachi”?
O i cachi che rubai al signor Beretta, e che poi mi fecero star malissimo
perché quello scemo ci aveva spruzzato sopra il verderame?
Ti ricordi, mamma?
Arancio cacofonia, si dice no, mamma?
Arancio caco... è la tua urina quando va bene, mamma...
sennò è sangue... rosso sangue
arancio cacofonia
indaco livido...
indaco, le tue braccia con le flebo. Son talmente pochi i colori qui
dentro che non ci si riesce nemmeno a fare mezzo arcobaleno. Continua
a piovere.
<< E’ ora di uscire!>> teutonica come sempre, la
capo infermiera “Rottermayer”, d’incanto, mi spiaccica
tutti i cachi in faccia. Stanza 12. Ore 21.30.
<<Orario visite parenti terminato, javol!!!>>
Usciamo tutti di fretta dai nostri pianti; non è da adulti
farsi vedere con le lacrime addosso, ma nel corridoio dei Monet, gli
occhi arrossati tradiscono i colori dei nostri arcobaleni a metà.
E si scappa, con le tasche bagnate dal dorso della mano o dalle pozzanghere,
si fugge verso le scale, chi con l’oboe, chi con la chitarra
a tracolla. Nessun bis dai “cacofonia del pianto”.
Stanza 8. Due figli non se ne sono ancora andati. Piangono. Lo faranno
tutta la notte, lì.
Lì, dove la loro mamma è appena morta, lì, dove
stasera stonare sarà un sommesso requiem, lì, dove non
c’è “Rottermayer” che tenga, lì, a
due passi dalla stanza 12.
Mamma non si è ancora svegliata.
<<Dormi, mamma>>. Buonanotte.
<< Dooo r miiii>> DO e MI.
E’ una poesia... ogni poesia ha le sue note...
Ore 21.42. Lo spazzettone lucida per la quarta volta il primo piano
di oncologia.
<<Buonanotte Letizia>>
************
<< Dooo r miiii>> DO e MI.
E’ una ninna nanna.
Nella culla, Letizia chiude gli occhi con un sorriso che solo un neopapà
può vedere. Quanto è bella la mia bimba...
Piango, sì piango, nell’unico reparto dell’ospedale
in cui la felicità è un tratteggio di litografie dei
personaggi della Disney su parete celeste, in cui la felicità
ha le risate delle infermiere che civettano sull’ultima eliminazione
dal Grande Fratello 4, in cui la felicità ha il volume dei
televisori sintonizzati su “Uno Mattina”, l’unico
posto in cui la felicità ha le fossette di mia figlia.
Un anno ed un mese dopo la morte della mamma, un anno ed un mese dopo
la morte di Letizia, suona ancora, nei corridoi litografati di tutto
l’ospedale, quella stupenda melodia di donna, che con il suo
semplice esistere stonava con il mondo, che con il suo handicap faceva
poesia, che con il suo “Dormi” faceva vivere chi sognava
solo di morire...
Ehh bimba mia, hai il nome di una melodia bellissima: Letizia. Letizia,
che non guardava mai in faccia, ma che, nascosta agli occhi del mondo,
sorrideva ai “Monet” a rove-scio, riflessi nel pavimento...
sorrideva agli unici arcobaleni in grado di scavalcare il dolore,
ma che nessuno vedeva...
Corro
a testa bassa; so che correre tra i viali di un ospedale è
sempre rischioso, ma non posso fare tardi, al conservatorio, tra mezz’ora,
ho l’esame di solfeggio. Il primo di tanti.
Ci vorrà molto tempo, certo, ma un giorno, le note giuste per
piangere le scoprirò... e picchierò quei dannati tasti
bianchi e neri fino a spaccarlo, il pianoforte.
Sorrido, perché sento che DO e MI, sono le note giuste per
suonare la poesia di una vita.
“Doooooo r miiiiiii”
Conservatorio. Aula 12. Prima sessione d’esame.
Guardo fuori ma non vedo. Vetro anni ’60. Anche qui. Sorrido.
<<Magni? C’è il signor Carlo Magni?>>
Tocca a me. Giuro, lo spaccherò il pianoforte...
<<Prego, cominci pure…>>
Sul pentagramma da solfeggiare appaiono delle note:
MI SI MI SI SI...
comincia a piovere...
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