4° racconto classificato di Fiorella Borin - Venezia

Il sonno di Ernesto


“Hai preso la medicina?”
“Sì, Eva.”
“Le gocce le hai contate bene?”
“Mi sono messo gli occhiali, per non farmene scappare neanche una. Venticinque. Ne ho fatte cadere venticinque nel bicchiere, ho aggiunto due dita d’acqua e ho bevuto d’un sorso. Mi è rimasto in bocca un sapore di frutta; vuoi sentire?”
“Sì. Diamoci un bacio e spegni la luce. Buonanotte, Ernesto.”
“Buonanotte, Eva.”
“E speriamo che stanotte tu riesca finalmente a dormire. Sono sessant’anni che mi fai tribolare: tutto un girarsi nel letto, un agitarsi, un soffiare…”
“Sono i ricordi, Eva. Quelli arrivano senza essere invitati. Non è colpa mia; tu neanche ti immagini quanto mi piacerebbe riuscire a farmi un sonno lungo, dritto e nero, senza scalmane, senza trovarmi seduto a gridare…”
“Lo so. Non è colpa tua. Dammi un altro bacio, su.”
“Buonanotte, Eva.”
“Buonanotte, amore.”
Le fessure della tapparella lasciano filtrare tre righe di luce giallo-rosata: il lampione della strada e l’insegna rossa dell’Hotel De Luxe. Ernesto chiude gli occhi, confortato dal respiro placido della moglie, che appena posa la testa sul cuscino si addormenta come una bambina dopo un pomeriggio di corse nei campi. La sua bambina di ottantadue anni.
Sente un benefico torpore, gli arti pesanti, e s’illude che questa sia la volta buona: la nuova medicina funzionerà e non dovrà aspettare di morire per conoscere la beatitudine di un sonno vero.


Erano allineati nel cortile. Tutti. Zoccoli di legno e casacche a righe e un numero ciascuno. Quattro cifre per riassumere un destino.
“... sechs, sieben...” (Non io Signore ti prego fa’ che non tocchi a me) “... acht, neun..." (Tu che hai posto un angelo al fianco di ciascuno di noi) "... zehn!"
Dieci. Toccava a lui. Il manico di un frustino premuto contro il suo cuore. Il cuore di Ernesto, vent’anni. Venti primavere ed Eva-il-primo-bacio e quattro numeri tatuati sulla pelle e mordere l'aria, farla a pezzi e sputare ribellarsi cadere in ginocchio... “Zehn!" ripeté il soldato, "Zehn!" e oltre il filo spinato il cielo pareva un sudario, "Zehn!”, dieci!, e lui era il decimo e il suo angelo era volato lontano da lui.
Annaspare brancolare cadere in ginocchio rincorrere quella frase troppe volte gridata, "... Um Gott... Um Gotteswillen..." per pietà per pietà per pietà, balbettare e rantolare e allungare le mani e congiungerle e sbarrare gli occhi, "Um Gotteswillen!"
Il soldato gli riempì la bocca con un pugno e: "Wird’s bald? (Ti muovi?)" gli ringhiò in faccia mentre lo afferrava per il bavero obbligandolo a rimettersi in piedi.
"Um Gotteswillen" ripetè ancora Ernesto, per pietà per pietà per amor di Dio... ma Lui se ne era andato altrove: schifato dagli uomini o invece stanco, o malato, o forse morto. Chissà. Niente Dio, in quel recinto di filo spinato. Al suo posto, il Comandante 'Due Cani'.
"Spute dich! (muoviti!)" gl'intimò il soldato indicandogli l'alloggio del Comandante di Campo; e ci mise in aggiunta una pedata e uno spintone, affinché lui capisse che il suo destino non era - per quel giorno - un muro o un cappio o il fumo della ciminiera, no, il suo destino era ‘Due Cani’.
Zoppicava, Ernesto, cercava di correre, Ernesto sollievo-e-paura, arrivò dinanzi a quell’uscio, Ernesto Dio-abbi-pietà.
Bussò.
“Herein! (avanti!)” gorgogliò la voce che aveva fatto fuggire gli angeli oltre il filo spinato.
Abbassò la maniglia, entrò.
Lui era là, oscenamente grasso e roseo, sprofondato nella sua poltrona di cuoio marrone, gambe aperte e ventre gonfio di birra, gli occhi due lame sottili, infide e chiare come l'acqua di uno stagno. (Di stagno è il soldatino e il soldatino va alla guerra, mamma che cosa vuol dire stagno?, mamma avevi promesso che avresti pregato per me...)
Erano accucciati sul tappeto, i due cani, pelo-lucido e denti-aguzzi, pastori-tedeschi, due cani feroci e ben pasciuti, fedeli feroci cani assassini. Lo squadrarono, riconobbero l'odore acido di fame e sporco e orina secca e croste e pulci e pidocchi e paura e richiusero gli occhi, tutti e due richiusero gli occhi, schifati da quell'uomo che era più bestia di loro. Ernesto pochi-anni e una sorte da bestia.
Il Comandante congiunse le mani sul ventre e ruttò.
"Grande baldoria, questa notte... Lustigkeit, sì, tu capisci Lustigkeit?” Ernesto capiva: baldoria, che tu sia maledetto, tu i tuoi cani e la tua infame baldoria.
“Cani animali molto saggi: economici, sì. Molto grande economici. Loro mangia, e se mangiato troppo loro butta fuori da bocca. Butta fuori, sì. Però... Però dopo, dopo sì?, loro rimangia. Niente va sprecato con cani. Perché loro molto economici: loro niente sprecato. Non come voi, bocche inutili."
Ernesto teneva gli occhi bassi. Ma il suo sguardo strisciava sul pavimento, zoccoli tappeto stivali, zampe musi code e pavimento lustro, strisciava lo sguardo di Ernesto, ferito ammaccato carponi, strisciava come uno schiavo obbligato a rimestare la fogna. Si fermò in un angolo, lo sguardo muto di Ernesto.
"Però a me parsimonia di cani fa schifo!” gridò il Comandante assestando un pugno al bracciolo; ruttò ancora, forte, un trionfo di cibo mal digerito, un’apoteosi di bevande mischiate, vino birra cognac caffè, uno schiaffo sul volto di Ernesto zuppa-di-patate-marce e mele-raggrinzite, "Es ekelt mich! (mi fa schifo!)” gridò ancora mentre Ernesto non riusciva a scollare gli occhi da quell'angolo, lì dove c’era...
"Miei cani molto beneducati. Miei cani gentiluomini. Ripeto a te bocca inutile: essi molto bene educati. Loro non mangia schifezze."
... c'era una pozza di vomito, nell'angolo. C'era. Immonda acida giallognola pozza di vomito. C'era. Andava pulita.
"Tu pulire. Tu obbediente servitore di miei due gentiluomini."
Ed Ernesto si guardò intorno, cercando un secchio di segatura uno straccio un pezzo di carta una spugna, qualcosa... Niente.
"Con tua casacca."
Così. Denudarsi davanti a chi ha stivali e pistola e pancia piena, davanti a due cani sonnacchiosi, sfilarsi via l'ultimo straccio, l'ultima reliquia di un'umanità che fu. Via quel cencio ruvido di strappi e macchie e brividi impigliati nella stoffa, via, un gesto, con decisione, un gesto solo. Bastò.
Un uomo a torso nudo davanti a tre animali.
"Beeile dich! (spicciati!)"
S’inginocchiò sul pavimento, Ernesto costole-aguzze, appallottolò la casacca, Ernesto braccia-scarnite, pulì tutto, Ernesto, pulì per bene, Ernesto voglia-di-piangere.
"Sehr gut. (Bene.)"
Si rialzò, torso nudo e casacca fra le mani, mordendosi le labbra, tornò davanti al suo Comandante.
"E adesso rimettiti tua camicia."
Così. Anche questa corona di spine, Signore. Quando i quattro chiodi, Signore? Quando la Resurrezione? Verrà mai, Signore degli innocenti, quel giorno?
"Schnell! (Subito!)"
Ruvido disgustoso fetore umidiccio sul viso e sulle braccia e lì dove un tempo aveva creduto fosse alloggiato il cuore. (Mamma vuoi sentire la poesia che ci ha insegnato oggi la maestra: o Valentino vestito di nuovo come le brocche del biancospino...)
"E adesso: hinaus! (fuori!)"
Fuori. Incontro al filo spinato e al cielo greve come un sudario. Fuori. Lì dove si era smarrito il confine tra gli uomini e le bestie. Fuori, sì.
Abbassò la maniglia, spalancò la porta. Era ancora presto per morire.

Dalle fessure delle tapparelle trapelano le solite tre righe di luce giallo-rosata, ed Eva dorme serena. Questa volta Ernesto non ha gridato, ma ugualmente è coperto di sudore dalla testa ai piedi. Vorrebbe alzarsi, camminare a piedi scalzi sul pavimento freddo, aprire la finestra e il grido che gli è rimasto in gola scagliarlo addosso ai tetti, i camini, le antenne, il sonno degli altri. Ma riesce a controllarsi; si gira piano piano sul fianco e ascolta. Toc, toc, toc… sul lucernario del corridoio cadono le prime gocce di pioggia.

Le fessure sul tetto della baracca lasciavano passare l’acqua, quando veniva giù in quella maniera furibonda, da fine del mondo. Ernesto si passò le mani sulla fronte bagnata, cambiò posizione e si raggomitolò tutto sulla destra della stia per polli che i Tedeschi chiamavano dormitorio. Lì almeno il pagliericcio era asciutto. Sporco-duro-puzzolente, ma asciutto. C’era ancora qualche boccone di tempo per chiudere gli occhi e sperare di riaddormentarsi.
Si spalancò la porta. Non era il vento. Erano due soldati.
“Sieben! Ce ne servono sette.”
E cominciarono ad abbrancare spalle braccia teste, tutto ciò che di umano sporgeva da quella catasta di legno-cenci-dolore, a scuotere, svellere dal loro rifugio putrescente quegli scheletri con poca carne sopra e tanta paura dentro. Sette scheletri dagli occhi sbarrati che i soldati raggruppavano verso la porta colpendoli con i calci dei mitra.
Ernesto era uno dei sette.
Vennero spinti fuori, incolonnati sotto un diluvio di acqua gelida, una cortina plumbea che misericordiosamente cancellava le altre baracche e il muro di cinta del lager. Il cortile era un pantano e a Ernesto non avevano concesso neanche il tempo di calzare gli zoccoli.
Li stavano portando da ‘Due Cani’.
Perché a quest’ora di notte, Angelo di Dio che sei il mio custode?, si domandò Ernesto.
Lo spinsero dentro con furia, ultimo di quel corteo di scheletri.
La faccia di ‘Due Cani’ era spaventosamente gonfia a sinistra e l’asimmetria la rendeva ancora più mostruosa di quanto già non fosse. Aveva le orbite fonde e scure, quasi nerastre, e gli occhi lucidi di febbre. Anche uno stupido avrebbe capito che era tormentato da un insopportabile mal di denti: di sicuro un ascesso, una sacca di pus che preme sui nervi e quelli tirano calci, staffilate che trapanano il cervello e farebbero venire voglia di pestare la testa contro un muro.
Si aspettavano di sentirlo parlare: ‘Due Cani’ adorava tenere discorsi. Ma evidentemente doveva avere lingua gonfia e palato infiammato, e persino articolare qualche sillaba gli avrebbe accentuato il dolore.
I due soldati afferrarono il primo che venne loro a tiro e lo gettarono su una sedia. Lo assicurarono con delle cinghie, in modo che non potesse muovere il busto, le braccia e la testa.
‘Due Cani’ levò da un cassetto una tenaglia e fece un cenno ai due scherani. Questi subito aprirono la bocca del prigioniero e il loro comandante si chinò a esaminarla. Grugnì soddisfatto.
Afferrò con la tenaglia un incisivo.
E cominciò a togliere. Togliere denti sani. Uno dopo l’altro.
Solo per il gusto di tirare mattina giocando al dentista.

Ha smesso di piovere. (Appena tornato in Italia, l’umiliazione di dover cercare un dentista prima di cercare Eva, per non spaventarla con quella bocca vuota, avvizzita, da vecchio. Il medico era un uomo comprensivo, lavorò tutta la notte per adattargli la dentiera di un maggiore tedesco crepato d’itterizia, e non gli chiese un soldo. Eva non baciarmi se ti faccio schifo, Eva non baciarmi per compassione, Eva ho in bocca la dentiera di un morto, Eva amore mio non piangere, non ho neanche un fazzoletto pulito per asciugarti il viso…)
Sono le sette; la città comincia svegliarsi e il respiro di Eva è impercettibile. Ernesto si gira verso di lei, nella penombra ritrova il viso tanto amato; allunga la mano a cercare la sua, la stringe e senza parole si dicono buongiorno.
Eva ha lo sguardo di sempre. Il placido, materno, immutabile sguardo tiepido come una carezza.
"Non mi sembra vero che tu sia riuscito a farti un sonno come si deve. Sembravi un bambino, sai Ernesto?"
Ernesto la guarda e avrebbe voglia di baciarle la fronte e le labbra, ma non lo fa; per pudore o per timidezza, si accontenta di baciarla con gli occhi mentre dice la sola frase che lei voglia sentire, lei Eva-tutto-l’amore-del-mondo.
“Sapessi come ho dormito bene. Senza sogni e senza ricordi.”

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