2°
racconto classificato di
Carlo Felice Tassini –
Finale Emilia (Mo)
“FISA”
A
mio padre:
grande musicista
ottimo pescatore
irriducibile bugiardo
La tromba…
Qualcuno aveva pensato che, nel silenzio della notte,
una tromba potesse essere udita in molte parti del piccolo
paese. Così, al posto della sirena d’allarme rotta
durante l’ultimo attacco aereo inglese, capitava di sentire
la “ritirata” militare suonata più volte, verso
i
quattro punti cardinali, con il timbro squillante di una
tromba. L’esecuzione era perfetta, il musicista prendeva
molto sul serio il proprio lavoro. Allora non aveva
ancora compiuto tredici anni. Allora il suo soprannome
non era ancora “Fisa”.
Il ragazzino era facilmente riconoscibile: d’estate
usava indossare una canottiera bianca e dei pantaloncini
di fustagno marrone; d’inverno un paio di maglioni
infilati uno sopra l’altro ed un piccolo tabarro grigio di
cui andava particolarmente fiero. I calzoni lunghi sarebbero
arrivati solo qualche anno più tardi, una volta
scartati dal fratello maggiore. L’irriducibile ciuffo di
capelli neri lo rendeva inconfondibile, ma più di tutto
ciò, era conosciuto per la sua spropositata passione per
la musica. Aveva iniziato a studiarla prestissimo, da
bambino, e subito si era rivelato un talento naturale,
impressionando per la velocità con cui imparava e
suonava correttamente anche partiture complesse,
d’impronta classica. In verità erano altri i generi musicali
che preferiva: in particolare era rimasto folgorato
dai “nuovi suoni” d’oltre oceano. Tra i suoi idoli
c’erano
i musicisti delle grandi orchestre americane, da
Duke Ellington a Louis Amstrong, da Cole Porter a
Glenn Miller. Personaggi di cui non riusciva neppure
ad immaginare la vita quotidiana, eroi che nella mente
si figurava sempre e solo vestiti in smoking, alle prese
con la musica, con lo swing, il jazz. Forse quando non
suonavano neppure esistevano…
Qualche volta durante gli allarmi usava prodursi in
strane personalizzazioni musicali, e allora, in coda alla
ritirata non era difficile riconoscere qualche nota di
“Moonlight serenade” o di “In the mood”; musica
decisamente proibita in quel periodo. Qualcuno aveva anche notato
che in qualche occasione alle note della
tromba non seguiva nessun’incursione nemica. Il giovane
musicista si giustificava vagheggiando errate comunicazioni
d’attacco da parte del personale di vedetta, ma c’era
chi sosteneva che gli attacchi, quelli veri, fossero solo di voglia
di suonare. Alla scuola di musica che frequentava era il migliore.
Il saggio pubblico quadrimestrale cui lo sottoponeva il maestro non
era mai particolarmente difficile, solo lo imbarazzava il fatto d’essere
l’unico della sua età a suonare con musicisti adulti,
persone con le quali condivideva la gran passione per le note ma nessun
altro interesse. Uomini di cui percepiva ammirazione e invidia insieme,
perché lui… era semplicemente il più bravo.
Divideva il suo tempo tra la musica e un’altra passione:
la pesca. In quel periodo la pesca nei fiumi non
la si considerava solo un passatempo, ma quasi una
necessità e a casa le cene a base di pesce erano frequenti.
Nei suoi racconti i pesci catturati sarebbero poi
cresciuti di dimensione in proporzione al numero degli
ascoltatori. No, non migliorava le proprie imprese per
fare lo spaccone: semplicemente le raccontava come
lui stesso le riviveva nella propria mente, rielaborate
da una fantasia accesa. Il fine era di rendere più interessante
il racconto di momenti della propria vita, una
vita fatta di privazioni e sacrifici. Una vita da infiocchettare per
essere resa più sopportabile, più bella.
L’inclinazione alla bugia, con il passare del tempo, si
sarebbe trasformata in una sorta d’automatismo utilizzato
soprattutto nei periodi critici dell’esistenza. In
molte occasioni senza ritegno...
I dodici giorni di coma, seguiti da quattro mesi di
convalescenza a causa di una pesantissima pleurite
con complicazioni polmonari, allontanarono il bambino
per un periodo troppo lungo dalla tromba. Perdette
il “labbro”, il callo che si forma sulle labbra a causa
della pressione esercitata dal bocchino, e si rese conto
che per rieducare i polmoni a soffiare nello strumento
nel modo giusto avrebbe impiegato molto tempo e forse
non ne sarebbe mai stato capace. Si ripromise di ricominciare
a suonarlo non appena possibile. Non lo
avrebbe fatto mai più. La tromba ben lucidata e splendente
fu posta in mostra, ritta in piedi, tra una piccolo
lampadario a gocce ed uno stampo di rame per dolci,
nella vetrina del rigattiere del paese. Rimase lì per
mesi; a volte cambiava collocazione, ripiano, ma era
sempre ben visibile anche dal lato opposto della strada,
da dove era facile controllarne la presenza. Poi un
giorno scomparve, venduta a chissà chi. Di certo ad un
prezzo d’occasione. Il dolore provato dal ragazzino
nell’accorgersi del fatto fu talmente grande da stupire
anche se stesso. In fondo si era convinto che non l’avrebbero
mai venduta la sua tromba, che sarebbe rimasta su quel ripiano per
sempre. Gli altri oggetti… quelli
sì erano destinati a cambiare. Quale cliente abituale
di un ferrovecchio avrebbe mai comprato o in ogni
modo poteva permettersi una tromba? E poi non le
avevano viste quelle piccole incisioni da temperino?
Le sue iniziali… sì, proprio sui tasti dei pistoncini…
La fisa…
Quanti anni erano passati dall’ultima volta che aveva
suonato uno strumento? Quattro? Cinque? La musica
non sembrava interessarlo più. Insieme ai pantaloni
lunghi era arrivato anche il lavoro ed il tempo libero
era svanito come d’incanto, inghiottito dalla fatica di
lunghi viaggi alla guida di un grosso camion. Viaggi
che lo tenevano lontano da casa per giorni interi. Una
mattina accanto all’officina meccanica dove aveva dovuto
fermarsi per una riparazione all’automezzo, vide
la vetrina di un negozio d’articoli per la musica. La sua
attenzione fu attratta da un libro posto in bell’evidenza,
semiaperto, in modo da rimanere verticale sul piano
d’appoggio. Il titolo della copertina era: “La storia
e le
musiche di Glenn Miller”. L’artista era morto in un incidente
aereo da più di un lustro, ma la sua musica era
viva più che mai ed era ancora proposta sia dalla radio
sia nelle feste danzanti. La possibilità d’avere tutti
gli
spartiti del grande musicista raccolti in un volume fu
una tentazione troppo forte; entrò e fece l’acquisto.
Sedutosi su una panchina proprio davanti al negozio cominciò
a sfogliare il testo. Si accorse subito di essere
in grado di leggere la musica come sempre, ad una prima
occhiata, e fischiettando suonò tutti i pezzi dell’americano
senza sbagliare una nota, esattamente com’erano
scritti. Le dita della mano destra producendo piccole
compressioni ritmiche sulla gamba, si muovevano
come se stessero spingendo nuovamente i tasti della
sua vecchia tromba. Eseguita la battuta finale dell’ultimo
pezzo, alzò gli occhi in direzione della vetrina del
negozio; non poteva più solo fischiettare, doveva suonare
davvero, stringere lo strumento nuovamente tra le
mani. Lo notò solo allora: in esposizione c’erano unicamente
fisarmoniche… Il viaggio di ritorno lo fece in
compagnia di una splendida fisarmonica a tastiera cromatica, con 120
bassi, come nuova. Una bellissima
“EXCELSIOR” del ’46.
“Blue Star” fu il nome del quintetto con cui cominciò
ad esibirsi durante le feste danzanti. Serate in cui i ragazzi
si presentavano impomatati dall’immancabile
Linetti, brillantina che andava per la maggiore, e le ragazze
rigorosamente accompagnate dalle madri. Non
di rado l’invito maschile ad entrare in pista per ballare
era seguito da un’occhiata di consenso o di diniego
proprio delle mamme, le quali sapevano riconoscere a
fiuto un buon partito da uno scavezzacollo. Fuori del
locale trovavano parcheggio soprattutto biciclette.
Contrabbasso, batteria, pianoforte, voce femminile e
fisarmonica: non era un’orchestra di molti elementi, e
questo consentiva al gruppo di compiere numerose serate.
La loro vera forza non risiedeva tanto nell’essere
realmente bravi, quanto piuttosto nel fatto che essendo
in pochi l’ingaggio risultava particolarmente conveniente.
Il repertorio proposto passava attraverso valzer,
mazurke e polke che, seppur ridotte al minimo,
accontentavano gli irriducibili del ballo liscio, e per il
resto solo musica americana o sullo stesso stile.
Swing, swing e ancora swing. Al termine della serata
l’orchestra suonava sistematicamente due bis: il “bis
veloce” e il “bis lento”.
Il pezzo veloce doveva risvegliare le ultime energie
del pubblico riempiendo nuovamente la pista; quello
lento avrebbe dovuto permettere lo scambio degli ultimi
baci. Nell’insieme le serate che i Blue Star proponevano
erano sempre gradevoli e ben presto le balere
della zona presero a contenderseli. Solo il “Gran Ballo
la Baia” riuscì ad averli, praticamente in esclusiva,
tre
volte la settimana per quasi quattro mesi. Allora si disse
che il fatto che il proprietario del locale fosse anche
il macellaio del paese, era stato l’elemento decisivo
per la firma del contratto: a casa dei musicisti aumentò
in modo esponenziale il consumo di carne e d’ogni tipo
d’insaccato… la fame patita durante il periodo bellico
era ancora un vivido ricordo.
Inizialmente “l’EXCELSIOR” gli sembrò un
poco rigida,
meno malleabile rispetto alla tromba. Il passaggio
da uno strumento a pistoni, il cui suono è il risultato
di pressioni modulate con sensibilità e gusto, ad un
altro con una voce decisamente meno elegante e con
un mucchio di tasti da gestire anche con la mano sinistra,
non fu facile. Ciò nonostante, di lì a poco, la maestria
con cui avrebbe suonato la fisarmonica, la “fisa”,
gli sarebbe valsa lo stesso nome.
Quando Fisa, una volta sedutosi sulla sedia, allargava
le gambe e vi appoggiava sopra lo strumento, guardava
se tra il pubblico ci fosse qualche bella ragazza e,
se ne individuava una girata di spalle, non esitava a
fare emettere alla fisarmonica qualche strano suono in
modo da farla girare. Questo era l’unico momento in
cui mostrava qualche interesse per ciò che gli accadeva
intorno, poi un’occhiata distratta all’attacco del batterista
gli era sufficiente per entrare in sintonia con
l’orchestra. Una volta iniziato a suonare pareva estraniarsi
da tutto e da tutti. Fissava un punto a mezz’aria,
tra l’orchestra e il suo pubblico, con uno sguardo apparentemente
assente. Poteva succedere di tutto intorno, non se ne accorgeva. Al
più lasciava partire solo qualche fulminea occhiata in direzione
di uno dei musicisti,
a rilevarne i rari errori d’esecuzione… lui no, lui
non sbagliava mai. Sembrava partire per un viaggio in
cui la mente si staccava dal corpo. Forse, fluendo attraverso le dita,
entrava nella fisarmonica e si collegava
con chissà quali meccanismi, chissà quali terminazioni;
nuove ed incredibili connessioni che gli permettevano
di diventare una sola cosa con lo strumento. Poteva
capitare di vederlo inclinare leggermente la testa
all’inizio del movimento d’apertura o di chiusura del
mantice; movimenti appena accennati, ma intrisi di
una ritmicità esplosiva e precisa fino a sembrare un’espressione
matematica.
Nei primi mesi d’uso della fisarmonica, Fisa si limitò
a suonare in modo corretto le sue partiture. L’obiettivo
era di prendere confidenza con lo strumento e nulla
più. Poi accadde ciò che gli altri componenti del
gruppo sapevano sarebbe prima o poi avvenuto: cominciò
a metterci del suo. Iniziò ad utilizzare più spesso
la mano destra per produrre accordi da opporre o accompagnare a quelli
ottenuti con la sinistra. Ciò dava l’impressione che
a suonare le stesse note fossero due fisarmoniche diverse; il “volume
di suono” occupato dallo strumento ne risultava in pratica raddoppiato.
La fisa cominciava a prendere più spazio in orchestra…
Alla fine di una serata risultata un poco monotona, i
Blue Star stavano per finire il bis lento che richiedevano
loro con maggiore frequenza: “Polvere di Stelle”. In
quell’occasione a Fisa l’accordo di Do prolungato che
lo spartito gli comandava come ultimo, dovette sembrare
troppo noioso. Chi l’avesse guardato con attenzione
forse si sarebbe accorto che qualcosa stava per
accadere. La mano destra del musicista vibrò per un
attimo, quasi si trattenesse dalla tentazione di esagerare…
poi esplose sette brevi note, secche come colpi di
frusta: Do, Do, Si, Si, Si bemolle, Si bemolle, La, quest’ultima
confluente in un accordo di Do maggiore.
Una sequenza perfetta, incastrata esattamente in uno
spartito che, a quel punto, sembrava solo incompleto.
Una “chiusura jazz” per Polvere di stelle: niente di più
strano ed insieme accattivante si potesse inventare.
Alla fine del brano, i ballerini spiazzati dalla novità
guardarono Fisa: non poteva essere stato un errore, eppure il bis
lento non l’avevano mai sentito finire così;
poi rivolsero lo sguardo verso gli altri componenti del
gruppo che, a loro volta sorpresi, sorrisero annuendo
in direzione del fisarmonicista, e lo guardarono nuovamente.
Non era ancora tornato dal suo viaggio, ancora
fissava il suo punto inesistente. Forse non si era neppure
accorto di ciò che le sue mani avevano aggiunto
al pezzo di Charmaicael. Il fatto certo era che, in ogni
caso, finito così piaceva di più e comunque Fisa non
avrebbe dato grandi spiegazioni: era un uomo silenzioso,
abituato a parlare poco.
Le “svisature” (chiamava in questo modo le improvvisazioni
in cui si produceva) aumentarono man mano
che cresceva la confidenza con la fisarmonica. Ormai
non c’era brano in cui il musicista non si proponesse in
qualche più o meno esteso assolo, ma sempre senza
essere eccessivo: il virtuoso della piccola orchestra era
senz’altro lui, ma i suoi interventi erano sempre ben
calibrati, mai invadenti o troppo lunghi. Il suo “gusto
musicale” non glielo avrebbe permesso.
Nonostante i brani americani che i Blue Star proponevano
fossero quasi tutti pezzi creati per big band
con sezioni di fiati da almeno quindici elementi, tale
caratteristica non appariva come un limite: Fisa rappresentava
tutta la sezione fiati della piccola orchestra,
un compito difficile che però espletava egregiamente.
Anche se un piccolo aiuto gli era offerto dallo strumento
che, dotato di vari registri, era in grado di emettere
suoni dai timbri più o meno squillanti, il vero punto
di forza era il suo modo d’interpretare le partiture. Il
musicista si “immedesimava” a tal punto nello strumento
di cui stava suonando la parte, da essere capace
di esprimerne l’essenza, il ruolo nell’orchestra. Un uso
sapiente del volume, il perfetto controllo dei movimenti
del mantice ed un metronomo nella testa, erano i
suoi veri segreti. Uscendo dalla balera dove avevano
suonato i Blue Star, non si aveva l’impressione d’aver
visto all’opera un complesso di soli cinque elementi,
ma sembrava d’avere sentito clarini, saxofoni e trombe
darsi voce ed inseguirsi per ore.
I Blue Star erano molto bravi, Fisa lo era maledettamente…
La tromba…
Il caldo di quella serata era insopportabile. Nonostante
i musicisti suonassero all’aperto, l’afa li costrinse
a numerose pause. La gente preferiva chiacchierare
seduta, sorseggiando qualche bicchiere di vino fresco.
Solo in pochi ballavano. Il palco aveva la forma di
un’enorme ostrica aperta, un’improbabile bivalve dal
colore azzurro cielo. La grancassa della batteria, vista
da lontano, ne sembrava la perla.
Poco dopo la mezzanotte, quando ormai non mancavano
che i due bis finali, Fisa fu avvicinato da un signore,
il quale, alzando l’indice della mano destra e accompagnando
il gesto con uno sguardo interrogativo,
gli chiese se poteva ascoltare ciò che aveva da dire.
Capitava spesso che qualcuno si avvicinasse al palco
per chiedere l’esecuzione di qualche brano in particolare,
ma quella volta la richiesta non fu di quel genere:
- Senta scusi, ho qui mio figlio che le vorrebbe chiedere
una cosa…
In parte coperta dalla figura del padre e male illuminata
dalle luci provenienti dalla pista da ballo, la sagoma
del bambino non era ben definita; considerata l’altezza
complessiva della figura, pareva avere qualcosa
in mano di piuttosto ingombrante. Avvicinatosi il più
possibile al palco domandò se poteva salire per suonare
un brano insieme a lui.
- Che strumento suoni? - gli chiese.
- La tromba - rispose.
- Che pezzo vuoi eseguire?
- Estrelita… la conosce?
- Estrelita?! Certo che la conosco, certo…
Dopo essersi consultato con il resto del complesso
Fisa annuì in direzione del padre del piccolo musicista.
Di lì a poco il figlio sarebbe salito sul palco. Proposti
anche gli ultimi due bis la cantante si avvicinò al
bambino e parlottò per qualche momento, poi lo invitò
a salire. L’inusuale intermezzo sfuggì a pochi e la curiosità
e l’attesa crebbero quando il bambino, finalmente
illuminato dalla luce del palco, fece vedere il
proprio strumento. Dimostrava dodici o tredici anni al
massimo, magro come un chiodo, capelli a spazzola,
biondi, e con un paio d’occhiali tondi che lo rendevano
decisamente simpatico.
- Signori e signore questa sera, in via del tutto eccezionale,
vi proponiamo un ultimissimo brano. Sarà
eseguito da un giovane ma talentuoso musicista, accompagnato
solamente dalla nostra fisarmonica. Vi
prego di considerare che il pezzo in questione non è
mai stato provato dai due musicisti insieme…
Signori…: Estrelita!
Detto ciò la cantante si accinse a sistemare il microfono
sull’asta all’altezza dell’esecutore, il quale,
con
un movimento leggermente esagerato dell’indice della
mano sinistra, le fece capire che l’amplificazione non
era necessaria. I due musicisti rimasero soli sul palco,
uno seduto sulla destra e l’altro in piedi al centro, troppo
piccolo per essere preso sul serio e troppo dolce
per non fare tenerezza.
Fisa conosceva perfettamente Estrelita. Un pezzo
difficile da suonare anche per un adulto: dopo poche
note c’era un La soprarigo difficilissimo da eseguire.
L’aveva studiato a lungo per uno dei suoi ultimi saggi,
quando ancora suonava la tromba. Era un brano per
virtuosi, un “pezzo da soddisfazione”, come usava definire
gli spartiti difficili. Incrociando lo sguardo del
ragazzino sorrise e si preparò ad ascoltare un’esecuzione
che immaginava tutt'al più buona, ma certamente
“scolastica”. A braccia conserte sulla fisarmonica
poggiata sulle gambe, guardava i gesti impacciati del
giovanissimo musicista, il quale a sua volta cercava
tra il pubblico lo sguardo rassicurante del padre.
Avrebbe voluto dirgli di stare tranquillo, che tutto sarebbe
andato bene, di non avere paura e che anche lui
tanti anni prima aveva suonato la tromba e aveva avuto
le sue stesse incertezze… poi… Poi fu un attimo,
quando lo vide chinare in avanti il viso a cercare il
contatto con il bocchino della tromba tenuta volutamente
rivolta verso il basso, parallela allo sterno, e poi
umettarsi le labbra e poggiarle nuovamente sul bocchino…
nel momento in cui scorse con quale agilità le
dita provavano i movimenti schiacciando i tasti… riconobbe
la sicurezza che un tempo era stata sua e capì
d’essere davanti ad un musicista vero. Una “giovane e
promettente tromba” come lui stesso era stato più di
dieci anni prima ormai. A quel punto chiuse gli occhi
in una leggera smorfia di dolore e quando li aprì il ragazzino
lo fissava da dietro i suoi occhiali con aria interrogativa;
poi, con lo sguardo superbo e al contempo
puro del vero artista, gli diede l’attacco schioccando le
dita. Fisa non aveva mai avuto paura di sbagliare.
Quella fu la prima volta. Chiuse nuovamente gli occhi,
per pochi istanti, alla ricerca della massima concentrazione, ma non
servì. Lo sguardo in continuo movimento non riusciva a trovare
il suo solito polo d’attrazione: il punto immaginario posto
tra lui e il pubblico. Fortunatamente una volta iniziato il brano,
gli automatismi dell’esperienza gli vennero in soccorso; ma
no, non riuscì a partire per il suo solito viaggio: la tensione
per l’attesa dell’attacco dell’altro strumento sulla
sua introduzione
non glielo consentì. Poi un suono continuo e
finemente modulato affiancò per qualche secondo
quello più greve e sgarbato della fisarmonica. Quando
il La soprarigo della tromba sovrastò ogni rumore proveniente
dalla pista da ballo, Fisa si sentì arpionare lo
stomaco: quello era il suono giusto! Quello lo strumento
legittimo per suonare quella musica, non il suo!
Gli sembrò di morire, e forse qualcosa in lui si spense
per davvero quella sera. Il suo strumento era stato ricacciato al
suo posto, di colpo, senza poter lottare, incapace d’opporsi.
Senza battaglia. E il vincitore? Ignaro
d’essere in guerra, ignaro d’averla stravinta…
- Esecuzione perfetta! Bravo!... bravi!! Questo si
sentì gridare da qualcuno tra la gente, alla fine del brano,
e lo erano stati davvero, entrambi impeccabili.
Il ragazzino guardò Fisa e chiese:
- Sono stato bravo?
- Sì, lo sei stato - questa fu la risposta.
Il piccolo musicista corse dal padre saltellando, tornando
ad essere il bambino che era.
Con movimenti lenti e misurati, Fisa chiuse il suo
strumento e lo appoggiò a terra, a fianco della sedia.
Alzatosi in piedi si spostò al centro del palco. La tromba
era ancora lì, apparentemente dimenticata, agganciata
all’asta del microfono. L’ottone, colpito dalla luce
dei fari che illuminavano il palco, luccicava mandando
deboli riflessi color oro. Fisa la prese in mano. Le dita
trovarono subito la presa giusta. Si umettò le labbra e
le appoggiò allo strumento. A quel punto, poco distante
dalle sue spalle, una voce squillante chiese:
- Signore mi dà la tromba per favore? Devo andare a
casa - e ancora…
- Signore? Per favore…
Fisa si girò verso il bambino e gonfiando esageratamente
le gote finse di soffiare nello strumento. Incrociando
lo sguardo sulla punta del naso, si produsse in
una smorfia che riuscì nell’intento di farlo sorridere.
Poi fece per passarglielo. Nel compiere quel movimento
gli parve di vedere un paio di sottili segni proprio
sui primi due tasti. Cercò un punto più luminoso
sul palco e guardò meglio. Si leggevano due lettere,
erano delle iniziali. Segni fatti con un temperino…
La fisa…
Alla fine di quell’estate Fisa vendette la fisarmonica:
il fratello aveva contratto un forte debito che bisognava
assolutamente saldare…
Alla fine di quell’estate Fisa vendette la fisarmonica:
comprò la sua prima macchina, una 850 FIAT grigio
scuro… ed ebbe modo di pagare le prime rate…
Alla fine di quell’estate Fisa vendette la fisarmonica:
le spese per il matrimonio lo costrinsero ad una scelta
dolorosa…
Oggi Fisa ha 75 anni. Ha mantenuto il soprannome
nonostante non abbia più suonato una sola nota da quasi
cinquant’anni.
Quando al laghetto per la pesca sportiva gli amici gli
chiedono il peso dell’esemplare dell’ultima cattura,
tutti sanno esattamente di quanto devono ridurlo per risalire
al dato reale, ma quando nonostante sia passato
tanto tempo, qualcuno ancora gli domanda quale delle
versioni conosciute del perché smise di suonare è
quella vera, Fisa lo fissa con occhi furbi ed un sorriso
sornione, poi può capitare di sentirlo accusare il fratello,
la FIAT, o la moglie in equa rotazione.
Fisa ha smesso presto di suonare; con la pesca ha
continuato, anche con le frottole pare…
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