9° racconto classificato di Giuseppe Rosato – Lanciano (Ch)

LA CITTA' MALIOSA

 


Finalmente la città era in vista. All’improvviso, anzi, gli si era parata davanti, con le guglie delle sue cattedrali e gli svettanti fastigi dei palazzi e le torri, all’improvviso dopo che la strada s’era inarcata per approdare ad un breve pianoro: e la città adesso era là, appena oltre la stretta valle che si lasciava intuire al termine del breve rettifilo. A quel punto la strada avrebbe piegato a destra, per scendere fino alle case della cinta esterna. Finita così, di colpo, la pena del viaggio, e l’angoscia che come sempre gli aveva causato quel doversi mettere in macchina, ormai dal mattino, verso una meta sconosciuta: fosse pure la straordinaria città, che tutti gli avevano magnificato, è vero, che per lui restava però pur sempre l’ignota meta da raggiungere con un fastidioso viaggio e poi da affrontare, nel senso proprio di trovarsene a fronte, entrarvi, penare per individuarne le strade, fino a quella che l’avrebbe portato a destinazione.

La città la vedeva adesso come se fosse cosa da potersi toccare, nitida e calda nelle forme distinte dei suoi edifici, con le due grandi cupole che la facevano splendere contro il sole pomeridiano e le merlature di acceso marrone che s’affacciavano al di là di alti caseggiati bianchi. Non restava a dividerne che un breve tratto di strada. Ora piegava bruscamente a destra costeggiando la lunga collina prospiciente l’abitato. Tutta la pena del viaggio si scioglieva, facendo luogo ad un sottile piacere. Tra poco la città lo avrebbe accolto nel cuore delle sue bellezze, e a quel punto (ma già stava accadendo) avrebbe perduto ogni senso il dubbio che per così lungo tempo lo aveva tenuto nel dilemma, se farlo o no quel viaggio, se tentare un’esperienza tanto sicuramente positiva ma foriera al tempo stesso – prima che decidesse di renderla concreta – di preoccupazione, di sgomento addirittura.
Quante volte, ora ricordava godendo per converso del sollievo che la mutata condizione gli procurava, quante volte aveva patito un vero e proprio colpo al cuore non appena il pensiero gli fosse corso a quel viaggio, quindi alla prospettiva di affrontarlo. Quante volte l’immagine ancora vaga, perché mai direttamente esperita, della città maliosa gli aveva provocato una fitta ansietà tremenda, tale da bloccargli il respiro, come gli accadeva ogni volta al pensiero di un traguardo meraviglioso e lontano, che mai avrebbe avuto la forza di raggiungere, ma che l’immaginazione gli disegnava e ridisegnava, soprattutto in certe sere di invincibile inerzia, in ogni sua più minuta grazia. Trovarsi – fra poco, non appena la strada si fosse portata al termine della discesa, prima di volgere a sinistra – dentro il caldo respiro della città, distendersi sul letto dell’albergo prima ancora di cambiarsi, come a far durare ogni momento dell’approdo, e poi ben riposato scendere in strada, al primo sentore del buio della sera, e dare inizio alla scoperta, strada dopo strada, e rientrare con il petto gonfio di sensazioni e di impensabili suggerimenti, da far crescere nel sonno per riaverli limpidi, nella loro maturata, piena disponibilità, domani mattina…

La bella, impenetrabile (fino a ieri, fino a questa mattina quando aveva vinto ogni residua resistenza mentale e s’era messo in viaggio), rosso-calda città gli offriva adesso l’intero fianco della sua architettura compatta, la vedeva montare dalla base del lungo pendio parallelo a quello su cui la strada correva, la strada che ormai aveva cessato di scoscendere e s’era messa in piano. Sicuramente in fondo al breve rettifilo avrebbe curvato a sinistra, per entrare nell’abitato. Non vedeva cartelli indicatori, né incontrava – e solo adesso se ne stava accorgendo perché all’improvviso gli era venuto di pensarci – traffico di nessun genere. Non un autoveicolo, non un viandante. Pensò che fosse l’ora, quell’ora così sempre neutra di un primo pomeriggio che sconforta dal muoversi, benché la stagione non fosse più proprio calda, e la vegetazione stenta sui pendii dichiarasse vistosamente l’inoltrarsi dell’autunno.
Finito il rettifilo la strada anziché volgere a sinistra piegò sia pure non in modo deciso verso destra, aprendosi in un nuovo e più lungo tratto diritto. Evidentemente circonvallava, fino a condurre ad un comodo accesso. Intanto già l’alta fiancata delle mura non era più alla sua sinistra, per scorgerla doveva voltarsi quasi indietro. E la strada proseguiva rettilinea senza avvisaglia di curve, né di deviazioni. Decise tuttavia di proseguire, tenendo gli occhi bene aperti. Che gli fosse sfuggito l’imbocco della strada di raccordo, mentr’era preso dallo spettacolo delle mura? A questo pensiero s’arrestò. Del resto si era allontanato di molto, sicché sceso dalla macchina per guardarsi attorno aveva faticato a rintracciare le chiazze color mattone dell’abitato, al di là della folta boscaglia che si era interposta e che invadeva l’intero pendio. Attese se qualcuno dovesse mai sopravvenire, cercò una casa, il segno di una presenza. Poiché nulla accadde, si rimise in macchina, manovrò invertendo il senso di marcia e si diede a ripercorrere la strada già fatta, lentamente, guardando con paziente meticolosità da un lato e dall’altro, se una indicazione gli fosse pocanzi sfuggita, se una qualunque via, o sentiero, si dipartisse dalla strada maestra per puntare verso la città.

La strada lo ricondusse sul pianoro dal quale con tanta intrattenibile gioia aveva visto farglisi incontro il disegno gentile e possente della meta, le cupole e le torri e gli alti edifici li aveva rivisti sfilare alla sua destra fino a ritrovarseli alle spalle. Non poteva esservi più dubbio che l’accesso andava cercato altrove. Di sicuro l’avrebbe trovato andando oltre lungo la strada dalla quale insensatamente aveva avuto fretta di venire indietro. Non sapeva per quale motivo, difficoltà o convenienza, la strada si portava lontano dall’abitato, sicuramente però vi sarebbe poi confluita, fino ad entrarvi. Manovrò perciò per rimettersi nella direzione precedente di marcia, che gli parve la sola logica. Una fretta lo sospingeva, come se una qualche stringente ragione l’obbligasse a ripercorrere nel minor tempo possibile la via poco fa percorsa, in modo da portarsi a … Ma non era già un affiorante timore, questo che gli metteva ansia di arrivare? Arrivare dove, se la strada continuava a divaricarsi dal paese e non un incrocio s’incontrava, non un cartello se ne faceva annuncio?
Ma, finalmente, eccola all’improvviso la curva a sinistra, decisa, quasi a gomito. In breve, pensò, la strada si sarebbe rifatta sotto alle mura della città, quindi vi si sarebbe indirizzata senz’altre divagazioni. Già al di sopra della boscaglia poteva scorgere i pinnacoli, poi i tetti dell’abitato. Alla luce diversa del pomeriggio ormai inoltrato, che anzi – e se ne accorgeva con una stretta di indecifrabile angustia – denunciava di aver compiuto di già (ma quando, e quanto rapidamente?) il valico dell’ora del tramonto, sparito il sole visibile, a quella luce non più tagliente la bella città si mostrava cambiata, le sue opere murarie erano un ammasso uniforme come una sorda barriera, sempre più densa e più alta man mano che la strada vi puntava contro. Era quella la parte vecchia della città? Era forse (e gli venne in mente senza però farlo sorridere un modo di dire del suo vecchio amico scrittore) il suo panorama di servizio? Poteva esser bastato un semplice mutare di luce, e il sopravvenire rapido del bruno colore dell’aria che faceva presentire il buio, a determinare la metamorfosi? Non più il balenare delle cupole, nessun acceso scintillio di fastigi. Terrea, grigia, fredda si avvicinava l’accozzaglia informe degli edifici, senza che una luce, almeno elettrica, venisse in aiuto perché li si potesse distinguere.

La strada li costeggiava adesso alla ricerca ancora di un varco che non si annunciava, circonvallava pedantemente l’abitato mostrandolo da vicino nella sua miseranda essenza, non potendosi più pensare che fosse invece parvenza falsata da quell’infittirsi del buio. Arrestò l’automobile e provò a tendere l’orecchio. Il silenzio era assoluto, se ne sentì succhiato come da un vuoto d’aria. Rabbrividendo si affrettò a riaccendere il motore, spaventato dal repentino dubbio che mai più potesse riguadagnare almeno quel rumore, che infatti immediatamente lo confortò, mentre altro sollievo gli veniva dall’essersi rimesso in movimento. Ebbe la sensazione che dopo tanto aver girato la strada fosse a quel punto prossima a completare il periplo dell’abitato, perciò alla luce dei fari scelse di procedere anziché tornarsene indietro, caduta ormai ogni ipotesi di entrare nella città. Il rettifilo in salita che gli si presentò davanti lo convinse di non aver sbagliato, ecco ancora una curva a sinistra e subito il raccordo, a destra, con la strada dalla quale era venuto. La imboccò senz’altro.
Quando n’ebbe percorso un buon tratto, e con sollievo man mano crescente, sentì il desiderio di guardarsi indietro. Da qualche istante sullo specchietto retrovisore lo aveva attratto un riflesso di luce che s’era fatto presto tanto forte da infastidirlo. Accostò come se volesse lasciarsi sorpassare, ma non era luce di fari quella che sembrava stesse straripando alle sue spalle. Uscì dall’abitacolo. Vide quel fulgore effondersi al di là del lungo vallone dal quale la strada era risalita uscendone con quel teso braccio rettilineo. Immerse nella grande luce poteva distinguere, fulgide e bellissime, le cupole e le torri dell’impenetrabile città, mentre il disegno leggiadro dei suoi alti edifici si lasciava individuare in ognuno dei suoi segmenti. Era così vivida quella luminosità che non poté fare a meno di immaginarla sonora. Chissà quali meravigliose melodie la città stava in quel momento sprigionando.

Restò a guardare per un tempo che gli parve lunghissimo. Aveva sentito riaccendersi e bruciare fino al culmine il desiderio di esser dentro quella incommensurabile felicità e farla infinitamente sua, finalmente, dopo che tanto l’aveva sognata, inseguita, temuta, amata: ma poi tutto quel fuoco s’era fatto cenere, spento dal repentino insorgere, come l’arrivo di un gelido soffio, della lucida consapevolezza dell’esperienza da poco amaramente vissuta. L’intera avventura di una vita s’era specchiata in quel fulmineo inarcarsi e poi cadere della parabola, per consumarsi allo stesso modo. Perciò quel tempo gli era parso lunghissimo ed era stato invece un niente, il volgere di un pensiero concluso in pochi istanti. Quando si rimise alla guida e guardò nello specchio retrovisore, la grande luce di poco fa gli sembrò già meno forte, sicuramente non più insopportabile; e dopo che l’automobile aveva appena ripreso la strada non altro che un chiarore in rapido disfacimento egli avvertiva di lasciarsi alle spalle, finché il buio non vi si richiuse del tutto.

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