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racconto classificato di Giuseppe Rosato – Lanciano (Ch)
LA
CITTA' MALIOSA
Finalmente la città era in vista. All’improvviso, anzi,
gli si era parata davanti, con le guglie delle sue cattedrali e gli
svettanti fastigi dei palazzi e le torri, all’improvviso dopo
che la strada s’era inarcata per approdare ad un breve pianoro:
e la città adesso era là, appena oltre la stretta valle
che si lasciava intuire al termine del breve rettifilo. A quel punto
la strada avrebbe piegato a destra, per scendere fino alle case della
cinta esterna. Finita così, di colpo, la pena del viaggio,
e l’angoscia che come sempre gli aveva causato quel doversi
mettere in macchina, ormai dal mattino, verso una meta sconosciuta:
fosse pure la straordinaria città, che tutti gli avevano magnificato,
è vero, che per lui restava però pur sempre l’ignota
meta da raggiungere con un fastidioso viaggio e poi da affrontare,
nel senso proprio di trovarsene a fronte, entrarvi, penare per individuarne
le strade, fino a quella che l’avrebbe portato a destinazione.
La città la vedeva adesso come se fosse cosa da potersi toccare,
nitida e calda nelle forme distinte dei suoi edifici, con le due grandi
cupole che la facevano splendere contro il sole pomeridiano e le merlature
di acceso marrone che s’affacciavano al di là di alti
caseggiati bianchi. Non restava a dividerne che un breve tratto di
strada. Ora piegava bruscamente a destra costeggiando la lunga collina
prospiciente l’abitato. Tutta la pena del viaggio si scioglieva,
facendo luogo ad un sottile piacere. Tra poco la città lo avrebbe
accolto nel cuore delle sue bellezze, e a quel punto (ma già
stava accadendo) avrebbe perduto ogni senso il dubbio che per così
lungo tempo lo aveva tenuto nel dilemma, se farlo o no quel viaggio,
se tentare un’esperienza tanto sicuramente positiva ma foriera
al tempo stesso – prima che decidesse di renderla concreta –
di preoccupazione, di sgomento addirittura.
Quante volte, ora ricordava godendo per converso del sollievo che
la mutata condizione gli procurava, quante volte aveva patito un vero
e proprio colpo al cuore non appena il pensiero gli fosse corso a
quel viaggio, quindi alla prospettiva di affrontarlo. Quante volte
l’immagine ancora vaga, perché mai direttamente esperita,
della città maliosa gli aveva provocato una fitta ansietà
tremenda, tale da bloccargli il respiro, come gli accadeva ogni volta
al pensiero di un traguardo meraviglioso e lontano, che mai avrebbe
avuto la forza di raggiungere, ma che l’immaginazione gli disegnava
e ridisegnava, soprattutto in certe sere di invincibile inerzia, in
ogni sua più minuta grazia. Trovarsi – fra poco, non
appena la strada si fosse portata al termine della discesa, prima
di volgere a sinistra – dentro il caldo respiro della città,
distendersi sul letto dell’albergo prima ancora di cambiarsi,
come a far durare ogni momento dell’approdo, e poi ben riposato
scendere in strada, al primo sentore del buio della sera, e dare inizio
alla scoperta, strada dopo strada, e rientrare con il petto gonfio
di sensazioni e di impensabili suggerimenti, da far crescere nel sonno
per riaverli limpidi, nella loro maturata, piena disponibilità,
domani mattina…
La bella, impenetrabile (fino a ieri, fino a questa mattina quando
aveva vinto ogni residua resistenza mentale e s’era messo in
viaggio), rosso-calda città gli offriva adesso l’intero
fianco della sua architettura compatta, la vedeva montare dalla base
del lungo pendio parallelo a quello su cui la strada correva, la strada
che ormai aveva cessato di scoscendere e s’era messa in piano.
Sicuramente in fondo al breve rettifilo avrebbe curvato a sinistra,
per entrare nell’abitato. Non vedeva cartelli indicatori, né
incontrava – e solo adesso se ne stava accorgendo perché
all’improvviso gli era venuto di pensarci – traffico di
nessun genere. Non un autoveicolo, non un viandante. Pensò
che fosse l’ora, quell’ora così sempre neutra di
un primo pomeriggio che sconforta dal muoversi, benché la stagione
non fosse più proprio calda, e la vegetazione stenta sui pendii
dichiarasse vistosamente l’inoltrarsi dell’autunno.
Finito il rettifilo la strada anziché volgere a sinistra piegò
sia pure non in modo deciso verso destra, aprendosi in un nuovo e
più lungo tratto diritto. Evidentemente circonvallava, fino
a condurre ad un comodo accesso. Intanto già l’alta fiancata
delle mura non era più alla sua sinistra, per scorgerla doveva
voltarsi quasi indietro. E la strada proseguiva rettilinea senza avvisaglia
di curve, né di deviazioni. Decise tuttavia di proseguire,
tenendo gli occhi bene aperti. Che gli fosse sfuggito l’imbocco
della strada di raccordo, mentr’era preso dallo spettacolo delle
mura? A questo pensiero s’arrestò. Del resto si era allontanato
di molto, sicché sceso dalla macchina per guardarsi attorno
aveva faticato a rintracciare le chiazze color mattone dell’abitato,
al di là della folta boscaglia che si era interposta e che
invadeva l’intero pendio. Attese se qualcuno dovesse mai sopravvenire,
cercò una casa, il segno di una presenza. Poiché nulla
accadde, si rimise in macchina, manovrò invertendo il senso
di marcia e si diede a ripercorrere la strada già fatta, lentamente,
guardando con paziente meticolosità da un lato e dall’altro,
se una indicazione gli fosse pocanzi sfuggita, se una qualunque via,
o sentiero, si dipartisse dalla strada maestra per puntare verso la
città.
La strada lo ricondusse sul pianoro dal quale con tanta intrattenibile
gioia aveva visto farglisi incontro il disegno gentile e possente
della meta, le cupole e le torri e gli alti edifici li aveva rivisti
sfilare alla sua destra fino a ritrovarseli alle spalle. Non poteva
esservi più dubbio che l’accesso andava cercato altrove.
Di sicuro l’avrebbe trovato andando oltre lungo la strada dalla
quale insensatamente aveva avuto fretta di venire indietro. Non sapeva
per quale motivo, difficoltà o convenienza, la strada si portava
lontano dall’abitato, sicuramente però vi sarebbe poi
confluita, fino ad entrarvi. Manovrò perciò per rimettersi
nella direzione precedente di marcia, che gli parve la sola logica.
Una fretta lo sospingeva, come se una qualche stringente ragione l’obbligasse
a ripercorrere nel minor tempo possibile la via poco fa percorsa,
in modo da portarsi a … Ma non era già un affiorante
timore, questo che gli metteva ansia di arrivare? Arrivare dove, se
la strada continuava a divaricarsi dal paese e non un incrocio s’incontrava,
non un cartello se ne faceva annuncio?
Ma, finalmente, eccola all’improvviso la curva a sinistra, decisa,
quasi a gomito. In breve, pensò, la strada si sarebbe rifatta
sotto alle mura della città, quindi vi si sarebbe indirizzata
senz’altre divagazioni. Già al di sopra della boscaglia
poteva scorgere i pinnacoli, poi i tetti dell’abitato. Alla
luce diversa del pomeriggio ormai inoltrato, che anzi – e se
ne accorgeva con una stretta di indecifrabile angustia – denunciava
di aver compiuto di già (ma quando, e quanto rapidamente?)
il valico dell’ora del tramonto, sparito il sole visibile, a
quella luce non più tagliente la bella città si mostrava
cambiata, le sue opere murarie erano un ammasso uniforme come una
sorda barriera, sempre più densa e più alta man mano
che la strada vi puntava contro. Era quella la parte vecchia della
città? Era forse (e gli venne in mente senza però farlo
sorridere un modo di dire del suo vecchio amico scrittore) il suo
panorama di servizio? Poteva esser bastato un semplice mutare di luce,
e il sopravvenire rapido del bruno colore dell’aria che faceva
presentire il buio, a determinare la metamorfosi? Non più il
balenare delle cupole, nessun acceso scintillio di fastigi. Terrea,
grigia, fredda si avvicinava l’accozzaglia informe degli edifici,
senza che una luce, almeno elettrica, venisse in aiuto perché
li si potesse distinguere.
La strada li costeggiava adesso alla ricerca ancora di un varco che
non si annunciava, circonvallava pedantemente l’abitato mostrandolo
da vicino nella sua miseranda essenza, non potendosi più pensare
che fosse invece parvenza falsata da quell’infittirsi del buio.
Arrestò l’automobile e provò a tendere l’orecchio.
Il silenzio era assoluto, se ne sentì succhiato come da un
vuoto d’aria. Rabbrividendo si affrettò a riaccendere
il motore, spaventato dal repentino dubbio che mai più potesse
riguadagnare almeno quel rumore, che infatti immediatamente lo confortò,
mentre altro sollievo gli veniva dall’essersi rimesso in movimento.
Ebbe la sensazione che dopo tanto aver girato la strada fosse a quel
punto prossima a completare il periplo dell’abitato, perciò
alla luce dei fari scelse di procedere anziché tornarsene indietro,
caduta ormai ogni ipotesi di entrare nella città. Il rettifilo
in salita che gli si presentò davanti lo convinse di non aver
sbagliato, ecco ancora una curva a sinistra e subito il raccordo,
a destra, con la strada dalla quale era venuto. La imboccò
senz’altro.
Quando n’ebbe percorso un buon tratto, e con sollievo man mano
crescente, sentì il desiderio di guardarsi indietro. Da qualche
istante sullo specchietto retrovisore lo aveva attratto un riflesso
di luce che s’era fatto presto tanto forte da infastidirlo.
Accostò come se volesse lasciarsi sorpassare, ma non era luce
di fari quella che sembrava stesse straripando alle sue spalle. Uscì
dall’abitacolo. Vide quel fulgore effondersi al di là
del lungo vallone dal quale la strada era risalita uscendone con quel
teso braccio rettilineo. Immerse nella grande luce poteva distinguere,
fulgide e bellissime, le cupole e le torri dell’impenetrabile
città, mentre il disegno leggiadro dei suoi alti edifici si
lasciava individuare in ognuno dei suoi segmenti. Era così
vivida quella luminosità che non poté fare a meno di
immaginarla sonora. Chissà quali meravigliose melodie la città
stava in quel momento sprigionando.
Restò a guardare per un tempo che gli parve lunghissimo. Aveva
sentito riaccendersi e bruciare fino al culmine il desiderio di esser
dentro quella incommensurabile felicità e farla infinitamente
sua, finalmente, dopo che tanto l’aveva sognata, inseguita,
temuta, amata: ma poi tutto quel fuoco s’era fatto cenere, spento
dal repentino insorgere, come l’arrivo di un gelido soffio,
della lucida consapevolezza dell’esperienza da poco amaramente
vissuta. L’intera avventura di una vita s’era specchiata
in quel fulmineo inarcarsi e poi cadere della parabola, per consumarsi
allo stesso modo. Perciò quel tempo gli era parso lunghissimo
ed era stato invece un niente, il volgere di un pensiero concluso
in pochi istanti. Quando si rimise alla guida e guardò nello
specchio retrovisore, la grande luce di poco fa gli sembrò
già meno forte, sicuramente non più insopportabile;
e dopo che l’automobile aveva appena ripreso la strada non altro
che un chiarore in rapido disfacimento egli avvertiva di lasciarsi
alle spalle, finché il buio non vi si richiuse del tutto.
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