8° racconto classificato di di Paola Rambaldi – Monte S.Pietro (Bo)

I giorni della campanéra

“Arriva il morto!...” aveva urlato la sorellina Teglia, bussando alla porta della latrina coi suoi colpi leggeri. “See…” aveva sbuffato Misana, che ancora non aveva finito.
“C’è il morto… c’è il morto!” aveva urlato più forte suo fratello Rino. Misana aveva dovuto alzarsi in fretta, rassettandosi il grembiulino alla meglio. Aveva ripiegato la pagina dell’Uomo Mascherato, nel punto in cui l’Ombra che cammina libera Diana Palmer dai pigmei e se lo era ficcato in tasca.
Di corsa si era diretta al portone principale della chiesa di San Giacomo, a pochi metri di distanza. Aveva accennato una genuflessione, mentre la mano in tasca continuava a stringere il giornalino a fumetti, e si era avviata veloce alla torre campanaria.
Le quattro corde ondeggiavano piano. Si era attaccata a quella col nastro nero e la campana aveva mandato un sordo rintocco e poi subito un altro. Suonare la campana le piaceva.
Non le piaceva per niente, invece, portare la bicicletta del sacerdote fino al cimitero per farlo rientrare a fine cerimonia. Quella bicicletta era troppo alta per lei e visto che non riusciva a salirci sopra, era costretta a spingerla a mano. La cosa la imbarazzava, soprattutto quando doveva passare davanti alle ultime case del paese, dove abitavano alcuni suoi compagni di scuola.
Quando era uscita sul sagrato, la messa era appena incominciata e il parroco, un uomo asciutto di un metro e novanta, aveva attaccato col solito monocorde “Siamo qui riuniti per…”.
La bambina era passata da casa, a prendere il cappotto e il suo berretto brilliperi. Nelle due misere stanze, ricavate dal granaio della canonica, che il prete aveva loro affittato, faceva un freddo tremendo. Aveva attraversato la cucina, gettando un’occhiata al camino desolatamente spento e si era affacciata alla camera da letto. I due letti matrimoniali e il lettino dove dormivano in sette: padre, madre, quattro figlie femmine e un figlio maschio, erano in perfetto ordine.
Dallo squarcio nel muro, lasciato un anno prima da un fulmine, passava la voce di Don Dino. Stava ancora elencando le virtù del defunto.
La folgore, entrata da un finestrone del santuario, aveva colpito la nicchia con la statua di San Giacomo, facendola rovinare, insieme a parte del muro, nella loro camera da letto. Da allora la scultura stazionava, eretta, tra i letti e la famiglia si era adattata a dormire sotto allo sguardo benevolo del santo.
La madre ogni sera pregava per i suoi fioretti, e i bambini lo baciavano prima di dormire.
Tutti pensavano con dispiacere al giorno che avrebbero dovuto restituirlo alla chiesa. Il muro, prima o poi, sarebbe stato riparato e la famiglia non avrebbe più potuto assistere alle messe da casa.
Prima di uscire, la bambina aveva preso l’untuoso cartoccio con la sua merenda.
Non aveva bisogno di aprirlo per sapere che dentro c’era la solita polenta col pesce gatto. Mentre i genitori erano al lavoro, Don Dino, coinvolgeva la ragazzina e i suoi fratelli in piccoli lavori per la parrocchia. La sorella diciassettenne Anselma lavorava come perpetua, Rino faceva il chierichetto, le piccole Fausta e Teglia raccoglievano le offerte e lei suonava le campane per funerali e matrimoni.
Alle cinque, di quel nebbioso pomeriggio di fine ottobre del ‘43, la strada per il cimitero appariva deserta. La visibilità era talmente ridotta che non si vedevano nemmeno i cipressi sui bordi del fossato. Misana canticchiava un motivetto sentito alla radio, per tenersi compagnia, e ripensava a tutti i morti che aveva visto da quando faceva la campanéra (1).
Quello che l’aveva più impressionata era stato il motociclista decapitato alla festa della Celletta, prima della guerra.
Era un ragazzo giovane e bello, uno dei pochi ad avere una moto in paese in quegli anni. Non sapeva del cavo metallico, teso lungo la strada per transennare la corsa ciclistica per la festa del 19 marzo, e quando era arrivato, a tutta velocità, non si era accorto di nulla. La gente aveva urlato per l’orrore, nel vedere la testa coi bei riccioli castani rotolare sul selciato, mentre la moto proseguiva la sua corsa e il sangue schizzava dappertutto.
Nella bara esposta in chiesa, la testa con un’espressione meravigliata era stata riaccostata al torace in una postura innaturale. Tutti i paesani curiosi, a turno, erano andati a guardarla.
Con quei cupi pensieri, la bambina era arrivata al cimitero e aveva spinto la bicicletta fino alla cappella.
Le cime delle lapidi emergevano dalla bassa foschia, insieme alle statue severe degli angeli, che vegliavano sulle tombe dei bambini. Quella più inquietante era una scultura alata in marmo grigio, con la faccia maligna, che si ergeva davanti a una tomba di famiglia, che nessuno curava più da anni. Dalla porta socchiusa si intravedevano due sepolcri di pietra consunta e resti d’ossa sparsi sul pavimento.
Quel posto le metteva i brividi, ma doveva restare a sorvegliare la bicicletta del prete fino all’arrivo del funerale.
Cominciava a fare scuro e il parroco era in ritardo. Seduta contro al portone della cappella, aveva ripreso a leggere il suo fumetto e a sbocconcellare pezzetti di polenta, presi dal cartoccio appoggiato al gradino. Dopo, avrebbe ricordato di aver udito scricchiolare la ghiaia sul vialetto, ma di avere alzato gli occhi soltanto quando si era accorta della sparizione del suo involto col cibo.
Lo stupore iniziale, aveva lasciato posto allo sgomento. Una macchia d’unto sul marmo era tutto quel che restava del suo pasto.
Investita da un tremito, si era alzata di scatto, facendo cadere la bicicletta tra i sassi ed era corsa fino al cancello, proprio mentre Don Dino entrava col corteo. Il prete perplesso, l’aveva vista sparire nel buio del viale, senza nemmeno salutare.
“Dev’essere stato un cane!…” si era detta, cercando di ragionare, a casa, mentre pregava davanti alla statua di San Giacomo.
Gli occhi del santo che la fissavano con infinita dolcezza, sembravano voler confermare i suoi pensieri.
Solo più tardi si era accorta di non avere più con sé il fumetto, che aveva preso a prestito da una compagna di scuola e che avrebbe dovuto restituire l’indomani.
Così il mattino seguente, di malumore, si era dovuta alzare presto per ritornare al cimitero.
All’alba, il camposanto, era rischiarato dalla pallida luce azzurrina di un debole sole autunnale.
“Odio questo posto!…” ripeteva sottovoce, avvicinandosi alla cappella.
Si guardava intorno nervosamente, sforzandosi di ricordare “Dev’essere caduto qui!…” Ma per terra non c’era niente.
Lo scricchiolio della ghiaia e una voce maschile alle sue spalle, l’avevano fatta girare di scatto.
“Cercavi questo?”
Era un ragazzo alto e magro, coi capelli bagnati di guazza, si era piegato sulle ginocchia per porgerle il giornaletto dell’Uomo Mascherato.
Doveva essere un soldato. Indossava pantaloni da civile sopra a degli anfibi militari, ed era tutto intabarrato in una mantella infangata.
Misana, dopo un attimo di stupore, era balzata in avanti per riprendersi il giornalino.
“Allora me l’hai mangiata tu la polenta!” Aveva urlato.
“... Non volevo spaventarti… ma avevo molta fame…” aveva sospirato il ragazzo, con un forte accento veneto, senza smettere di sorridere. Aveva le guance scavate e non si era trattenuto dal chiederle subito, ansioso: “Hai con te qualcos’altro da mangiare?”
“Che faccia tosta!” aveva pensato la ragazzina, rimettendo il fumetto nella cartella e avviandosi di buon passo verso l’uscita. Se lui avesse accennato a seguirla, si sarebbe messa a correre, e nella corsa non la batteva nessuno.
“Non andartene! … Il giornalino te l’ho ridato!… Mi è piaciuto sai!...” Il ragazzo sperava che lei restasse, era tanto tempo che non parlava con qualcuno.
Misana, con le gambe tremanti, aveva rallentato l’andatura solo dopo aver superato e chiuso la cancellata del camposanto.
Quando si era voltata a guardarlo, lui, appoggiato all’inferriata, aveva mimato un’espressione patetica.
“Adesso sono in gabbia… e non posso farti paura…”
“Io non ho paura!…” Aveva mentito Misana, poi mossa a compassione, aveva estratto il suo panino dalla cartella e lo aveva posato vicino alle sbarre.
“Ehi! …Tornerai anche domani?“
“Nemmeno ringrazia…” aveva pensato la bambina, scuotendo la testa, mentre camminava all’indietro per osservarlo meglio.
“Forse…”
“E mi porterai qualcosa da mangiare e da leggere?...” Le aveva urlato ancora lui. E così quella storia era andata avanti per settimane.
Lei gli portava pane, mele, avanzi di cibo e un po’ di vino, quando lo trovava.
Quando arrivava al cimitero, al mattino presto, lui si faceva trovare vicino al cancello.
Aspettava che lei entrasse per stirarsi pigramente e sciacquarsi diligentemente sotto all’acqua gelata dell’unica fontanella.
Aveva una bella faccia, dai lineamenti gentili, incorniciata da una folta chioma di capelli neri che contrastavano con gli occhi molto chiari.
Gli zigomi erano sempre arrossati per il freddo, come quelli dei montanari.
Quella volta, lei gli aveva portato una giacca di lana, levata a un morto a cui aveva fatto il funerale.
“Hai patito freddo stanotte?”
“No… non tanto…” Dormiva nella cripta dell’angelo grigio.
“Posso dirmi fortunato… qui ho un tetto, l’acqua, e quando fa buio ci sono le luci dei lumini…”
“C’hai coraggio a stare qui di notte…” aveva detto lei, guardandosi intorno.
“C’è da avere più paura dei vivi… che dei morti! …Ma qui, a parte te, non ci viene mai nessuno…” aveva detto lui, facendosi cupo.
Un lunedì, l’aveva avvertita che sarebbe partito.
“Ma dove andrai?” aveva chiesto lei, intristita, ormai si era affezionata a quel ragazzo.
Lui aveva fatto un segno vago nell’aria, doveva raggiungere dei compagni che avevano bisogno di lui, nelle valli.
La guerra non era finita.
Prima della partenza, lei gli aveva portato un salame e un po’ di pane. Il salame lo aveva sottratto a Don Dino, quando lo aveva accompagnato nella Benedizione delle stalle per Sant’Antonio.
Anche quell’anno i contadini avevano lasciato molte offerte, e Misana aveva aiutato il prete a portare due pesanti borse ricolme di caciotte, uova e salumi.
Prima di partire il ragazzo l’aveva abbracciata forte e aveva pianto come se lasciasse una di famiglia.
Quel giorno la bambina gli aveva portato un anello d’argento con un teschio, che Don Dino aveva tolto a un tedesco che aveva seppellito.
Il prete aveva gettato lontano il monile, recitando “Via questi segni del demonio…e riposa in pace”.
”Questo è l’anello dell’uomo mascherato…” aveva detto la bambina al ragazzo.
Lui, incantato, lo aveva infilato all’anulare. Era uguale a quello dei fumetti.
“Ostrega! E’ proprio bello!… Così se do un pugno a uno… gli lascio lo stampo!”
Gli occhi del soldato luccicavano e Misana, in quel momento, aveva pensato che quello era l’uomo più bello che avesse mai visto.
Mentre lo guardava allontanarsi tra i cipressi, le era venuto da piangere e quando lui si era voltato ancora una volta per salutarla, non si era trattenuta dal corrergli incontro per riabbracciarlo.
Lo aveva baciato con impeto sulle labbra, lasciandolo disorientato, e poi tutta vergognosa era corsa via.
“Ostrega!...” aveva detto lui, balbettando “Quando finisce stà guerra torno a cercarti…”
“Davvero tornerai?... Promettilo!” Aveva urlato lei
“Si!... Ci vedremo ancora, bella!”
Lo aveva detto con lo stesso tono che usava suo padre, quando prometteva qualcosa che non avrebbe mai mantenuto, pur di tenerla buona.
“Si!… Si…” aveva ripetuto lei, tra sé, scuotendo la testa.

Era la primavera del ‘45 e Misana aveva appena compiuto 14 anni.
Si era fatta alta e graziosa. Aveva un faccino selvatico punteggiato di lentiggini, capelli ramati e lunghissime gambe.
La chiamavano “La cavalletta… la valchiria…” e lei sapeva che erano complimenti.
Adesso, quando portava la bicicletta di Don Dino al camposanto, ci andava a testa alta.
Arrivava a stento alla sella, ma riusciva a poggiare egualmente le punte dei piedi ai pedali. Mentre pedalava le sottane si alzavano svolazzando e gli uomini si voltavano a guardarla.
Lei fingeva di ignorarli, assumendo un broncetto sdegnoso, non privo di una certa malizia.
“La s’è fàta eh!... La Misanéla! Vaca boia, àc pèz ad sturnéla! (2)”
Don Dino scuoteva la testa, ormai aveva rinunciato a riprenderla sul suo contegno, tanto lei non ascoltava.
Quell’inverno, dopo che gli ultimi bombardamenti americani avevano distrutto la chiesa di S. Giacomo e la canonica, il prete e la famiglia di Misana da Argenta erano sfollati a Campotto.
Adesso il sacerdote diceva messa alla Pieve. Una chiesetta romanica piccolissima, con una sola campana, che Misana riusciva a suonare ugualmente con intonazioni diverse, a seconda dell’occasione.
Anche se ormai, da troppo tempo, si celebravano solo funerali.
Quel giorno la ragazza aspettava, seduta sull’unica panchina davanti alla Pieve, l’arrivo di una nuova salma.
“C’è il morto… C’è il morto!” L’aveva avvertita Teglia.
“See!...” aveva sbuffato Misana, senza nemmeno alzare gli occhi dal giornalino di Mandrake.
Narda e Lotar si erano messi in un bel pasticcio!
“Appena arriva vado!” aveva aggiunto, accorgendosi solo in quel momento che il morto era già arrivato, senza l’abituale corteo.
Due uomini trascinavano una bara scoperchiata, sopra a un carretto.
“Ench quést a l’avé truvè in gùlena? (3)” aveva domandato il prete.
“Sé! Puràz! …I gà stachè la testa cùn na baiunéta! (4)”
Un altro decapitato. Misana non aveva resistito dall’avvicinarsi per dare un’occhiata.
La faccia tumefatta e lorda di sangue era resa irriconoscibile dal fango. Qualcuno gli aveva arrotolato uno straccio scuro intorno al collo e gli aveva bloccato la testa con delle pietre, in modo che non si muovesse.
“L’ira di nostàr!…(5)” aveva constatato il prete, mentre gli incrociava le braccia sul petto.
Era stato allora che Misana si era accorta dell’anello col teschio.
Don Dino aveva tentato di toglierlo per buttarlo via, ma l’anello incastrato nel dito gonfio non usciva, e glielo aveva dovuto lasciare.
“Cosa guardi?... Non sono spettacoli per una ragazzina… vai subito a suonare le campane, che sei in ritardo!” Irritato per non essere riuscito a togliere l’anello, il prete, l’aveva allontanata malamente e la ragazza era scappata via piangendo.
“Ha ragione… non sono begli spettacoli!” aveva sospirato il sacerdote, scuotendo la testa, scoraggiato.
Misana non era più tornata indietro, e le campane, quel giorno, le aveva suonate la sorellina Teglia.

Una settimana dopo sarebbe stato il 25 aprile 1945…

Note:
(1) La campanara
(2) “Si è fatta grande eh!... la Misanella!... Vacca boia, che bel pezzo di ragazza!”
(3) “Anche questo lo avete trovato in riva al fiume?”
(4) “Si! Poveraccio!... Gli hanno staccato la testa con una baionetta!”
(5) “Era dei nostri!...”

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