6° racconto classificato di di Luciano Rossi – Brugherio (Mi)

MADRI





“  GIULIA  E  GEMMA “

E’ ben strano – pensava Giulia – rimanere in silenzio mentre accompagno la mamma al treno che la riporterà a casa con un viaggio di ore, pensose e solitarie.
D’altronde, che dire quando tutto, o quasi, è stato detto con gli sguardi, coi gesti.
Camminavano piano controllando i numeri delle vetture del lungo convoglio per individuare il posto prenotato, girando attorno ai carrelli delle bibite e dei giornali, evitando la fretta dei viaggiatori senza prenotazione e gli accompagnatori, fermi sul marciapiede per gli ultimi saluti ai partenti affacciati ai finestrini. Giulia reggeva la maniglia della grossa borsa dal lato che più greve. Nonostante ciò, il peso piegava la madre come quando, un tempo, nelle strade di Trieste doveva procedere fino alla scuola della figlia, curva contro la spinta della bora, tenendo per mano, ben stretta, la piccola Giulia…
 “ Arrivederci, mamma. Buon viaggio. Un bacio a papà “.
Gemma si arrestò così repentinamente che un giovane con lo zaino non poté evitarla. Le sfuggì la maniglia della borsa e con un gesto distratto rassicurò il giovane che si stava scusando in una lingua straniera.
“ Mi hai detto la verità, Giulia ? Veramente non hai avuto fino ad ora rapporti intimi con Luca ? “
“ Spostiamoci, mamma, sta piovendo dalla pensilina “. La madre non si mosse.
“ Rispondimi Giulia. Dì la verità a tua madre “.
“ No, mamma. Ancora non siamo arrivati a tanto “.
“ Forse allora la situazione è ancora rimediabile “.
“ Mamma… via ! Non capisci ? Sono io che non ce la faccio più a resistere !”.
“ Controllati, Giulia ! Se nulla è successo fino ad ora…”
“ E’ come se già lo fosse, mamma. Negli ultimi commiati, poco lontano da casa, il bacio d’addio di Luca, il suo abbraccio, non erano più quelli d’un caro amico.
“Nei nostri ultimi incontri, proprio temendo di non poterci controllare, abbiamo volutamente speso il nostro poco tempo nel ripeterci ciò che sentiamo e sappiamo senza più alcun dubbio.
“ Passeggiamo senza meta. Seduti nella sua vettura quando piove, controlliamo continuamente il tempo che ci rimane: io con rabbia silenziosa, lui con discreta e apparente noncuranza. Sappiamo entrambi che un nulla ci fermerebbe ormai dall’avviarci, appena incontrati, al suo appartamento dall’altra parte della città. Luca attende che io sia pronta “.
“ E tu lo sei veramente, Giulia ? Sei consapevole delle conseguenze ? “
“ Ora lo sono, mamma. Con Franco non c’è più alcun legame ma solo repulsione. La sua vicinanza ormai è insopportabile come la sua abituale indifferenza nell’attesa dell’ora di coricarci. Quando poi mi nego, il suo maldestro desiderio è ancora più insopportabile e non capisce…non capisce. Fa il broncio come un bambino senza dire nulla, senza nulla chiedere e s’addormenta subito mentre io mi rigiro a volte fino all’alba “.
“ Spero, spero tanto cara, che ci rivedremo presto. E Alfredino ? “
“ Crescerà. Crescerà con me e con Luca anziché con Franco. Nel cambio Alfredino ci guadagnerà certamente “.
“ Non parlare così di tuo marito: sei ingiusta. Franco è un bravo ragazzo, un lavoratore onesto, dedito alla sua famiglia “.
“ Non l’ho mai negato, mamma. Questo era il mio cruccio più grande finché non mi  resi conto di pagare un prezzo insostenibile mentre il mio matrimonio man mano perdeva ogni significato o, meglio, si rivelava ciò che era stato fin dall’inizio: una inesperta accettazione, da parte mia almeno, di quell’allegria festosa dei lanci di riso, dei barattoli legati dietro la vettura degli sposi verso quel destino che ho visto negli occhi delle mie amiche d’infanzia dopo pochi mesi dalla festa presto dimenticata. Sì, mamma: quasi tutte. Ormai sono certa che Luca è l’uomo della mia vita che non posso gettar via solo perché Franco è un bravo ragazzo, un uomo-bambino di trentacinque anni che a volte mi sembra quasi un vecchio. Non mi è possibile continuare a mentire solo perché la sua ingenuità non gli consente di intuire la realtà. Non si accorge neppure del mio crescente disagio, dei miei imbarazzati rinvii, del mio negarmi con mille scuse.
“ Tu stessa ti sei accorta che  non rappresento più nulla per lui se non la persona a cui deve provvedere, così come al bambino, in una routine depressa dalla noia causata dalla sua insensibile indifferenza verso qualunque cosa che non riguardi le necessità materiali, il suo lavoro e le sue esigenze sessuali nelle sere in cui non vi siano partite di calcio alla televisione “.
“ Chissà che dirà papà !”
“ Fra trent’anni, mamma, Franco sarà come papà. Anzi, già oggi lo è. Io invece sono come rinata, mi sento viva ora. Sono innamorata, mamma. Soltanto ora so che cosa significhi. Il giudizio di papà sarà comunque del tutto negativo.
“ Continuerete a volermi bene, mamma ? ”
“ Figlia mia, come puoi dubitarne ! Ma papà sarà sconvolto dal fallimento del tuo matrimonio. Lo sono anch’io d’altronde “.
“ Non dirgli nulla per ora. Telefonerò io a voi dopo aver parlato con Franco che non sarà meno sconvolto di papà, perché non ha capito nulla di ciò che tu, in una settimana da noi, hai intuito con sicurezza…”
“ …e che ho sopportato con imbarazzo ed ansia crescenti, con un comportamento che mi rimprovero, quasi una complicità.
“ Quando poi, in apparenza per caso, m’ hai fatto incontrare Luca, quando ho notato i suoi gesti, sorpreso i vostri sguardi, mi fu tutto chiaro nonostante la vostra disinvoltura piuttosto forzata: siamo amici per la comune passione di accaniti lettori e ci prestiamo spesso i libri che ci sono piaciuti. Così ti sei espressa a voce un troppo alta e ridendo.
“Sono spaventata dal futuro, Giulia. Mi chiedevo, in queste notti agitate ed insonni, se me ne avresti parlato. Luca è certamente affascinante e persona dai molti interessi, dall’ esperienza vivace, dalla professionalità impegnata, ma Franco è tuo marito, Giulia. E’ il padre del tuo bimbo !”
“ Andiamo a prendere il tuo posto, mamma. Ti aiuto coi bagagli. Telefono non appena ho parlato a Franco.
“ Rimango sul marciapiede. Mancano pochi minuti alla partenza. Affacciati al finestrino “…
“Quando parlerai a Franco ? “
“Forse questa sera. Forse mi serviranno altri giorni. Smanierà, implorerà, mi urlerà della figura che gli faccio fare presso i parenti, i colleghi dell’ufficio - figurati che m’importa ! - e dei miei doveri verso nostro figlio. Non parlerà d’amore di cui nulla sa, di cui mai ha parlato. Accetterà l’affidamento a me di Alfredino.
“ Hai visto che non gioca mai col bambino e lo zittisce quando è accesa la televisione. Che accetti o meno la separazione consensuale, io comunque gli dirò la verità ma solo dopo aver preparato i bagagli. Con l’educazione che m’hai dato, mamma, con le letture, tu hai inconsapevolmente voluto per me ciò che non hai potuto avere per te. Le ragazze sognano: poi, si sposano“.
“ Ora dovremmo pure  sentirci in colpa, papà ed io !? “
“ Ma no, mamma ! Tu e papà mi avete dolcemente spinto in un porto sicuro, tranquillo, senza bufere. Ora però ho visto il mare aperto. La vita che ho sognato è possibile. Ho sofferto tutto quello che potevo sopportare nell’intuire che ciò che mi appariva come un sogno perduto, poteva invece essere realizzato. Io amo Luca, mamma e Luca mi ama con la sicurezza della maturità, con la costanza dell’irrequietezza, il brio dell’ imprevedibilità e dell’invenzione. Luca è un creativo; Franco, come papà, un contabile, anche in camera da letto”
“Questo giudizio non ti compete e rispetta tuo padre!”
“ Hai ragione, mamma. Scusami. Ormai ho visto gli spazi aperti, l’orizzonte infinito, le grandi onde dell’oceano e parto, mamma, anche se ignoro quale sia la destinazione.
“Non so rinunciare a questo viaggio reale e fantastico, con l’uomo reale che può darmelo. E’ qui; esiste e mi ama. Tranquillizzati mamma e tranquillizza anche papà che non capirà.  Credo che tu abbia capito. E’ giusto che tu torni da papà e che io mi faccia carico delle mie responsabilità con dolorosa onestà “.
“ Onestà ? Stai per tradire tuo marito, Giulia !”
“ Non è vero, mamma. Sto per lasciarlo. Non posso invece tradire me stessa fino all’ autoannullamento e soffocarmi fino allo spegnimento.
“ Non ce la faccio più…
“ Ho bisogno di un  favore mamma. Lasciami le chiavi della  casetta a Miramare e fa in modo di non venirci fin quando non ti avvertirò, tenendo lontano anche e soprattutto papà “.
“ Appena avrai parlato con Franco, telefonami e vieni subito da noi con Alfredino.
“ Lascia un filo di speranza a Franco o, almeno, un minimo di tempo per rendersi conto di ciò che gli succede. Una settimana coi genitori non te la potrà negare.
“ Allora ti darò le chiavi della casetta ma avrò già parlato con papà. Posso capirti, posso essere anche tua complice nel silenzio che mi imponi ora ma non fino al punto da procurarti il rifugio discreto in cui iniziare il tuo sogno senza rivelarlo a papà. Mi auguro che tutto ciò non distrugga te e non danneggi il bambino “.
Un fischio acuto fa agitare i fazzoletti dell’ultimo saluto .
“Arrivederci, mamma, buon viaggio “.
“ Ciao, Giulia. Se hai bisogno che ti raggiunga, telefona e correrò ma preferisco che venga tu con Alfredino “.
 “ Grazie, mamma “
La madre si gira quasi a scrutare verso la direzione in cui il convoglio s’avvia.
L’aria comincia a scompigliarle i capelli.
Giulia rimane ancora, ferma sul marciapiede. Lenta agita la mano.
“ Senza occhiali, ormai, non mi distingue più…Come sono bianchi ora i suoi capelli. Non me n’ero accorta in questi giorni “.
“ Ha parlato a me, signora ? Mi perdoni ma sono un po’ sordo“
Un anziano gentile è al suo fianco, inavvertito.
“ No, mi scusi. Stavo pensando ad alta voce “.
La nebbia sta invadendo la stazione. I vapori mossi dall’accelerazione del convoglio, si richiudono sul vagone di coda con volute sferiche e pigre ed ingoiano il rosso segnale intermittente…
Gemma non ha nessun desiderio di riprendere in treno la lettura del romanzo iniziato partendo da Trieste e interrotto durante la permanenza nella casa di Giulia. Si rimprovera, ogni volta, l’abitudine di andare a scorrere le ultime pagine dei libri, subito dopo aver letto alcune pagine all’inizio, ma non può farne a meno. La storia intricata di quel libro, un amore contrastato, sembrava interessante ma il lieto fine  sembra melenso e falso.
Ora poi ha ben altro su cui meditare.
Gli altri tre passeggeri dello scompartimento non l’avrebbero disturbata con le chiacchiere banali che aiutano il trascorrere del tempo di viaggio. Una suora legge di fronte a lei: una figura in bianco e nero. Alla sua sinistra, una signora della sua età sta lavorando concentrata con gli aghi ad un maglione dai colori vivaci. Ogni tanto, con una mossa repentina, che ora Gemma nervosamente s’attende quando il filo s’accorcia, svolge la lana da una borsa che nasconde il gomitolo.
Nell’angolo opposto al suo, un tipo corpulento dorme, il viso nascosto dal cappello che, spostato dal peso del capo sul poggiatesta,  gli copre anche il naso. Il respiro calmo, le mani intrecciate sul ventre che s’alza e s’abbassa come un mantice, l’uomo tiene nel taschino della giacca, sporgente ed evidente, il biglietto di viaggio.
Quando, poco dopo, il controllore entra, sfila con un sorriso il biglietto, lo fora e lo infila dov’era spingendolo quasi tutto nella tasca. Con un cenno alla visiera, terminato il suo lavoro, saluta i passeggeri ed esce in silenzio.
Gemma sospira e guarda l’orologio, un regalo di Giovanni per il loro anniversario di matrimonio. Il marito è davanti al televisore. Previsione facile: lo accende fin dal mattino e lo spegne andando a letto il più tardi possibile per non essere disturbato dalla lampada di Gemma che legge a lungo appoggiata ai cuscini sovrapposti.
All’esterno, l’ hinterland scorre veloce e dà l’impressione che la grande città non finisca mai. Un tratto buio rivela a Gemma la sua immagine riflessa dal cristallo del finestrino. Sembra che quella settimana a casa di Giulia l’abbia invecchiata di anni. Apre la borsa e la mano corre alla cerniera a lampo della tasca interna dove sa di trovare lo specchietto. Le dita toccano quel foglio che ben conosce ed allora il ricordo torna come un film nitidissimo e non più, come un tempo le succedeva, come uno sfocato fotogramma, una carezza improvvisa, un istante di rimpianto sorridente.
Come se la figlia fosse ancora con lei, le venne del tutto naturale parlarle con la mente, nel silenzio dello scompartimento, la voce interiore cullata dal battito costante del moto del treno.
“Giulia, figlia mia, quanto sono stata tentata di parlarti la sera prima del tuo matrimonio, incapace di lasciarti nell’ultima notte nella tua camera di ragazza, sedute in silenzio sul tuo letto, la mano nella mano, quasi più amiche che madre e figlia.  Avrei voluto raccontarti la storia senza storia della mia passione nascosta e repressa. Non ho osato. Temevo di apparirti così diversa dalla mamma rassicurante che conosci.
“ Ero sposata da sei anni. Avevo allora immaginato di avere un appuntamento con Lorenzo alla casetta presso il castello di Miramare. Non ti ho mai detto chi fosse né voglio dirtelo ora.  
“ Chissà dov’è.
“ Chissà se è vivo e che fa.
“ L’hai anche incontrato più volte, alla passeggiata sul lungomare, ma non puoi ricordartene: avevi quattro anni. Alla casetta andai sola, lasciandoti presso la nonna e dicendole che desideravo cucire e montare le tende nuove mentre papà era assente per lavoro. Una sorpresa per lui al suo ritorno. Come vedi, anch’io, come tutte, non ero poi così sincera con mia madre e con tuo papà.
“ Alla casetta, acceso il riscaldamento, mi sedetti sulla sedia a dondolo del nonno davanti alla finestra chiusa, come sempre facevo la sera al riparo dalle prime raffiche che annunciavano che la bora stava rinforzando. Forse non era così; di solito al tramonto il vento cala. Quel turbine però l’avevo dentro di me, nel battito frequente del cuore, in una calma apparente del viso. Un’anta sbatteva al piano delle camere. Sembrava che qualcuno bussasse. La mia immagine, illuminata dalla lampada a stelo, si rifletteva nel vetro della finestra a mare, proprio come ora al finestrino del treno rigato dalle gocce che, sospinte dall’aria, salgono oblique, vincendo la gravità. Un riflesso strano, boreale, illuminava appena le nuvole basse e grevi che, veloci, s’accavallavano contro la costa alta che le fermava come pecore spaventate dal tuono. Spruzzi d’acqua arrivavano fino ai vetri, sollevati dal vento.
“ Rimasi nella casa per due giorni, sola e come in attesa. Inutile attesa: sapevo che Lorenzo non sarebbe venuto. Non avevo certo osato proporglielo. Neppure Lorenzo mi aveva mai parlato della sua evidente passione per me e che lo faceva alzare quasi con uno scatto dalla sedia, al tavolino del chiosco del bar che sempre occupava attendendomi all’inizio del lungomare. Mai ci eravamo dati un appuntamento esplicito. Non aveva mai osato chiedermelo. Semplicemente aveva appreso le mie abitudini e mi attendeva all’inizio della passeggiata. Chissà quante volte mi ha atteso invano !
“ L’unica volta che Lorenzo osò rivelarmi il suo amore, la sua appassionata attrazione, lo fece con dei versi.  Ricordo a memoria quella poesia che  Lorenzo aveva nascosta tra le pagine del carteggio tra Sibilla Aleramo e Dino Campana che m’aveva portato pregandomi di accettare quel regalo che mi sconvolse quasi quanto i suoi versi. Non poteva saperlo, ma quello era anche il nascondiglio più sicuro: papà non ha mai aperto un libro.
“ Da anni tengo quel foglio sempre con me. E’ ancora il foglio originale. La calligrafia è di Lorenzo, così nitida ed elegante…

L’ ATTESA
Quando lontana
tu sei da me
vedo al mio fianco
il profilo ondulato
del bianco tuo corpo.
Lieve il respiro solleva
appena il petto dorato.
Le sciabole d’oro
dei raggi del sole
segnano il tempo,
tracciano, lente,
il passar del meriggio
sulla bianca parete
ai piedi del letto;
accendono, vive,
la rosa che colsi
stamane per te.
Lente le ore
allungano l’ombra
di trepida attesa.
Il battito lieve,
pendola antica,
scandisce i secondi,
mille e poi mille,
che mancano ancora
al dolce rumore
della chiave che apre
la porta di casa…
Fingerò di dormire.

“Sono tornata a casa, rassegnata, oppressa dalla rinuncia che Lorenzo non avrebbe mai fatto. Speravo così di ingannare me stessa: non ero stata io a rinunciare ma le circostanze ad obbligarmi. Appena a casa, ho gettato nel camino i quaderni su cui avevo scritto poesie fin dai sedici anni. Quel fuoco, ti confesso ora, bruciò i miei sogni ed il resto dei miei giorni e li spense.
“ Avevo deciso, in quel momento e per sempre.
“ Non me ne sono pentita, tu però diresti che sono vissuta nel rimpianto, come sonnambula, giorno dopo giorno. Non è vero, cara figlia. Quand’ero giovane io, il prezzo da pagare per spezzare un legame coniugale, senza alcuna colpa visibile da parte del coniuge,  era  insopportabile.
“ Ed oggi ? Non puoi saperlo. Non ancora.
“ Inoltre avevo te e ti vedevo crescere.
“ Ricordi, Giulia, quando premevo perché tu ti iscrivessi al Liceo Classico ?  Mi dicevi: Mamma, tu pretendi sempre dolcemente da me che io realizzi i tuoi sogni, le tue ambizioni.
“ Chissà! Forse ora realizzi il mio sogno più grande e più pericoloso.
“ Che Dio ti protegga, figliola, e protegga il tuo bimbo “ .
A Gemma sembrò di aver dormito. Forse aveva sognato ad occhi aperti. La sua voce sorprese gli altri passeggeri, ma non svegliò l’uomo addormentato:
“ Vi disturbo se faccio una breve telefonata ?“                
Alzarono gli occhi, sorpresi.
Nessuno rispose.
Il telefono suonò a lungo. Poi rispose la segreteria: la voce di Giulia.
Gemma spense il cellulare. Sorrise: il futuro era forse cominciato, denso di incognite.
L’uomo grosso uscì in un rumoroso sospiro prolungato. Con l’indice sotto la tesa rialzò il cappello e strizzò gli occhi alla luce.
Poi sbadigliò come un ippopotamo.
“ Oh! – disse Gemma – forse l’ho svegliata, mi perdoni ! “.
L’uomo cercò nelle tasche, trovò le sigarette e l’accendino.
Gemma non osò fargli notare il divieto di fumare.
La donna che faceva la maglia, svolse il filo con un gesto questa volta più stizzito che rapido. La suora alzò lo sguardo al fumatore al di sopra degli occhialini e diede alcuni colpi di tosse, innaturali e secchi.
L’uomo si alzò, lasciò sul sedile il cappello, uscì e richiuse la porta scorrevole con un colpo secco e violento.
Nessuna delle passeggere approfittò del momento per iniziare una qualunque conversazione.
Il battito regolare del rumore delle ruote sulle giunzioni delle rotaie ed il lieve rollio del vagone, indussero Gemma ad adagiarsi più comoda nell’ampio sedile.
“ Fingerò di dormire !”, pensò sorridendo mentre riponeva nella tasca della borsa quei versi così lontani nel tempo, così estranei alla sua quotidianità.
Chiuse gli occhi.
Si accorse delle lacrime inavvertite solamente quando il loro gusto giunse alle labbra.

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