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racconto classificato di Grabiele Veggetti – C. di Serravalle
(BO)
GIORNO
DI FESTA
Aveva passato da poco i quarant'anni, ma non li dimostrava, di aspetto
piacevole ed elegante, potremmo dire anche attraente, se non fosse
per una macchia color caffe latte a metà della fronte, un ricordo
spiacevole di un parto travagliato.
Con gesto studiato e ripetuto intinse il pettine nel bicchiere e lo
passò più volte sul capo rilucente di brillantina; guardò
la sua immagine a mezzo busto nell'ovale dello specchio accarezzando
i baffi con un minuscolo pettine e contraendo la bocca in una piccola
smorfia simile al disappunto.
Non vi era la minima sgualcitura sulla camicia fresca di bucato e
il nodo alla cravatta era confezionato con estrema perizia, a metà
cravatta un piccolo fermaglio in oro con inciso un leone rampante
incoronato.
I capelli erano di un nero corvino e la pelle leggermente ambrata,
gli occhi scuri con folte sopracciglia.
- Penso proprio che farò il cammino più lungo per andare
alla messa oggi- disse tra sè aggiustando il già perfetto
nodo della cravatta.
- Il barbiere, già il barbiere. Una bella ripassata alla barba
a fil di rasoio.-
Gli piaceva terribilmente il rituale della barba, le pezze calde,
lo sciabordio della lama sul cuoio per l'affilatura e quel profumo
intenso e dozzinale di dopobarba alcolico alla lavanda.
- Chissà le fesserie che mi racconterà oggi il barbiere!
- pensò accarezzandosi dolcemente il mento - Quello sa sempre
tutto di tutti, mi piacerebbe essere una mosca quando me ne sono uscito.
Chissa cosa dirà di me quella bocch'emmerda?
Ma sì! Che parli pure se gli fa piacere.
Non più di dieci, quindici minuti al massimo, che già
ora è tardi. Poi prenderò la via dell'Annunziata, con
tutti i suoi portoni e tutti quei gatti.
La percorrerò con passo lento, fino a che vedrò davanti
a me aprirsi la porta della casa di Maria; farò finta di niente
e toccandomi la falda del cappello saluterò Maria e quella
chiattona presuntuosa e ignorante di sua madre.
Poi svolterò subito per il vicolo del Volto Santo, stando ben
attento ad allungare il passo per non incrociare don Quirino che esce
di casa; quei soldi che mi deve stanno diventando sempre più
una cosa seccante,
quel suo farfugliare scuse, quel suo volermi sempre baciare la mano.
Che fetenzia d'uomo, mamma mia!-
Faceva sempre così prima di uscire di casa la domenica mattina,
ripercorreva mentalmente il cammino breve ma ricco di fermate che
lo portava in chiesa.
- Gli amici al bar mi staranno aspettando al solito tavolino per il
caffè e lì, forse, avrò modo di vedere ancora
una volta Maria prima che entri in chiesa, però solo nel caso
che si fermi a salutare la fioraia.
La vedrò passare sotto braccio alla madre e, mentre non gli
staccherò gli occhi di dosso, mi guarderà arrossendo
per lunghi splendidi attimi.
Maria! Hai un viso da far invidia agli angeli.
Anche oggi mi siederò due file dietro di te in chiesa, dall'altra
parte della navata e, Gesù! quando ti volterai a guardarmi
mi sembrerà di morire, di tornare bambino.
Di fronte a te Maria non ho armi; non posso che arrendermi al tuo
incanto.-
Si allontanò un passo dallo specchio staccando dalla spalliera
della sedia il gilet, lo indossò con studiata lentezza e, aprendo
una piccola scatola d'argento sul comò afferrò i gemelli:
due gingillini in oro lavorato con un piccolo diamante al centro.
Guardò il sole della tarda mattinata entrare dalle persiane
accostate, attraversare le tendine di percalle e con piccole lame
di luce e pulviscolo colpire lo specchio. La sigaretta accesa nel
portacenere sulla specchiera creava silenziosi ghirigori di fumo.
La giacca era un rigatino grigio molto elegante, un vestito classico,
di quelli che non passano mai di moda; da un piccolo vaso sul tavolo
prese un garofanino color fucsia e lo inserì nell'occhiello
della giacca.
Nel sistemare il cappello leggermente obliquo sulla fronte, accarezzò
la falda destra, salutando con un pizzico di ironia la sua immagine
allo specchio.
Con passo deciso si avviò verso l'ingresso fermandosi davanti
alla porta, come se avesse dimenticato qualcosa, mentre gli occhi
gli si velarono di improvvisa tristezza.
Una grigia grata metallica gli sbarrava il cammino, al di là
di quella il viso di un uomo in divisa gli mostrava un sorriso amaro
con denti irregolari e giallastri.
- Ancora sogni, don Fifì ?! - gli sussurrò la voce oltre
le sbarre.
Dopo un attimo di sconcerto, arretrò di alcuni passi e guardò
verso la finestra, non vi era nessuna tendina di percalle. Sulla parete,
una piccola immagine della Madonna vicino ad una foto a colori del
Napoli dell'ultimo scudetto.
- Sì, ancora sogni. -
Si lasciò cadere pesantemente sulla branda guardando l'ingresso.
- Un'altra domenica sta passando.-
Si slacciò l'ultimo bottone della camicia e con infinita malinconia
allentò il nodo alla cravatta.
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