4° racconto classificato di GanFranco Venturato - Roma

Sguardi


Ho preso il tram stasera per venire in Centrale. Non lo facevo da molto e ne avevo nostalgia; uno di quei tram dei primi decenni del novecento che ancora circolano amichevoli per le strade di Milano. Dai suoi vetri spessi, attraverso la patina che il tempo ha reso definitiva, scorre davanti ai miei occhi una città che ha indossato il manto della prima brumetta di ottobre. Foglie gialle ai bordi dei marciapiedi e fanali accesi con l'effetto alone tutt'intorno. Nell'aria e per terra quel leggero bagnato che non viene dalla pioggia; e nel cielo, d'un azzurro increspato, l'ultima luce del giorno che filtra opaca fra le case. L'atmosfera lombarda è perfetta.
L'umidiccio si è trasferito anche sotto le grandi arcate. I suoni sono stranamente attutiti. Prendo comodamente posto in carrozza; nello scompartimento, che è già riscaldato, ho trovato una donna, più giovane di me, carina. Mi ha fatto un cenno col capo quando l'ho salutata. E' elegante ma senza ostentazione, capelli cortissimi, castano biondi, le mani curate. Da come accavalla le gambe rivela una educata femminilità. Veste una camicia azzurra, maschile, aperta sul davanti ed un cardigan nero di lana; pantaloni in tinta e ai piedi dei mocassini. Ha un modo di osservare rapidissimo, di chi non vuole darlo a vedere. Legge un femminile ma spesso s'interrompe e guarda fuori, come se aspettasse di veder comparire qualcuno. Sono le diciannove in punto, il convoglio si muove e lei pare quietarsi.
Osservare la gente è uno dei miei piaceri. E' vero però che quando salgo su di un treno, sollecitata da questa episodica seppur breve convivenza - e potendo circoscrivere la mia attenzione a coloro che viaggiano con me - divento più consapevole della straordinaria attenzione che dedico agli estranei che incontro: per strada o in un negozio o in un bar, sui mezzi pubblici. L'attività dei miei occhi ed il numero dei segnali che attraverso di essi giunge al mio cervello, è ininterrotta e a ben pensarci impressionante. Tutto ciò s'immagazzina, o poco alla volta si dissolve? E che cosa ne rimane in me, in noi?


1

Accumulo instancabile migliaia d'osservazioni; esprimo a me stessa giudizi e valutazioni critiche. Ne sono ripagata dalle più diverse suggestioni: la pena del vivere a volte, altre l'allegria o la tenerezza che suscitano i bimbi. Transito così, anche se il più dei casi solo in modo inconsapevole, attraverso il cambiamento dei costumi, delle mode, dell'ansia che fuoriesce da certi occhi, e non di rado dell'umana indifferenza. E' così che io guardo.

Muovendosi ancora lentamente il treno saltella rumoroso sui binari allorquando, inaspettatamente, di certo salito all'ultimo momento, fa il suo ingresso nello scompartimento un altro viaggiatore, un uomo. Siamo entrambe sorprese, io di più. Non ha bagaglio con sé, solo una piccola borsa di pelle; mormora un saluto, forse non è italiano, deposita il soprabito e si siede. Ha movimenti armoniosi.
Come d'abitudine, il mio studio del nuovo arrivato prende subito l'avvio; in apparenza distratta ma attenta invece, per quel tanto che la sua vigilanza me lo consente, valuto le sue reazioni all'ambiente, la disinvoltura che manifesta, il tempo e i modi tramite i quali si mette a suo agio, l'atteggiamento nei confronti degli altri viaggiatori, quale tasso di curiosità manifesta, se legge o lavora, se prende anch'egli o no - e come - le misure al contesto umano con il quale condividerà, così da vicino, qualche ora della propria vita.

Egli non si guarda intorno, è composto e rilassato, molto padrone di sé. Estrae quasi subito un'agenda dalla borsa, toglie la penna dalla tasca interna della giacca e comincia a leggere: i fogli sono fittamente scritti, la sua lettura è lenta, molto coinvolta, ogni tanto aggiunge un'annotazione sui bordi, quando lo fa esita per qualche istante e con un movimento lento del capo proietta lo sguardo fuori, nel buio, dove la campagna lombarda oramai è solo un'uniforme macchia nera che si srotola freneticamente, punteggiata qua e là dalle luci accese di qualche cascinale. L'ultimissimo riverbero del tramonto conferisce alle cose una dolcezza struggente, così intensa che se appena ne avessi l'ardire e non ne temessi il giudizio, mi verrebbe di parteciparla ai due, che sembra invece non avvertano la magia del momento. Di loro, è certamente l'uomo il soggetto interessante.
La situazione è adesso la più desiderabile per consentirmi di osservarlo. Anche l'altra persona, la donna che siede dalla mia parte e dalla quale mi separa un posto vuoto, pare assorta nella lettura.

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Nell'orientare inavvertita i miei sguardi, sono preda di una strana, emozione; non so spiegarmela, forse mi viene dalla consapevolezza di stare in qualche modo sbirciando nella vita altrui, ma si tratta di qualcosa che faccio pur sempre... da cosa mi scaturisce dunque questa insolita esitazione?
L'uomo ha due mani molto belle, l'intersecarsi delle vene risalta sul colore bruno della pelle; le muove adagio ma se ne sente l'energia. Ha capelli nerissimi e folti, l'attaccatura è alta e proietta una fronte ampia segnata dalle uniche rughe del viso, appena accennate; ha ciglia lunghe, non ne ho ancora visto il colore degli occhi né potuto indagare il carattere. Il naso è regolare, di quella forma che si apre sui due lobi laterali; le labbra sono straordinariamente piene, quasi femminili, e l'espressione che deriva dai suoi lineamenti gli genera sul volto un impercettibile sorriso involontario. Mi chiedo se la carnagione è tale per effetto dell'esposizione ai raggi ultravioletti, oppure se è così naturalmente. Veste di quell'eleganza morbida e un po' casuale, che Armani ha creato ma che solo alcuni possono ben indossare. Il primo elemento che fuoriesce dall'insieme è una sensualità proposta quietamente, dialogante. E' certo capace di una ferma concentrazione, qualcosa di così forte da consentirgli di precipitare in sé, rimanendo completamente solo ed isolato da noi due e dai suoni. Non riesco ad attribuirgli un'età, e la cosa mi sorprende. Debbo estendere l'ambito temporale entro cui tentare di individuargliela: dai trentotto ai quarantacinque. Ho la netta impressione che non si avverta delle mie occhiate.
Noto che anche l'altra passeggera ha preso ad osservarlo di sottecchi. Lo fa con una certa frequenza, badando anche a verificare se io mi accorgo della cosa. Mi chiedo chi egli sia, cosa fa nella vita, dove sta andando e da chi. Sono felice del suo essere 'assente': se non lo fosse temo che finirebbe certo per notare l'insistenza malcelata dei miei sguardi, che invece sono stati notati dalla donna che mi viaggia al fianco.
Si affaccia l'addetto del ristorante, l'uomo prenota la prima serie, facciamo entrambe la medesima scelta e nonostante avessi deciso prima di non cenare a bordo del treno. Sono stata precipitosa nel dare la conferma ed ora, nel ritirare lo scontrino, sporgendomi verso l'addetto, mi avvicino non poco a lui; nel riprendere la posizione i nostri sguardi si incrociano per un istante, ed è per me sufficiente. L'odore della sua persona investe le mie narici, è una fragranza aspra, verde e scura ai miei sensi, non ho mai sentito niente di simile.

3

Sono turbata, mi sto sentendo trascinare inspiegabilmente nell'ansia; i suoi occhi, scurissimi, è come se mi avessero attraversato in lungo e in largo, curiosi, introspettivi. Uno sguardo pulito il suo, forse ironico. Sono stata individuata? Ma per che cosa? Che senso ha? Perché ho del timore adesso? Di chi?
Decido bruscamente di cessare le mie ricognizioni, apro il quotidiano, i titoli sembrano venirmi incontro come proiettili sparati dalla carta: mi sfiorano per perdersi alle mie spalle. Non trattengo niente di quello che i miei occhi leggono. Che cosa mi succede? Sono paralizzata. Ho la sensazione che se mi guardasse, anche solo per un altro istante - e forse ora lo sta facendo! - scoprirebbe tutto di me, e non deve succedere. Ma tutto di che? Le mie braccia alzano comicamente il giornale sino a coprirmi il volto.

Il treno rallenta, stiamo per entrare in stazione a Brescia. Luci biancastre e pensiline quasi deserte, il vento scuote i cespugli: il vento gelido delle stazioni, mi rincantuccio. Ed è allora che... come scaturita dal nulla fa la sua apparizione una coppia; avanzano lentamente e si tengono per mano, nel loro agire c'è qualcosa di rigido, d'innaturale, che non so interpretare. Hanno più o meno la mia età, li vedo avvicinarsi e poi fermarsi esattamente davanti al nostro finestrino. Lei porta un elegante cappellino che pare uscito da un armoire del ventennio. Lui le parla, quietamente, lei trattiene a stento le lacrime; adesso mi sento come fossi a teatro, me ne vergogno ma sto osservando il labiale di lei, sta dicendo "no, non è così... non è così...". Improvvisamente egli le prende le mani e l'avvicina, lei fa resistenza, il capo chino... lui la stringe a sé ancora di più poi lascia i suoi polsi e con una mano le alza il mento mentre con l'altra le cinge il capo, si fissano intensamente mentre l'avvicina ancora al suo corpo e la bacia. Qualcosa nel mio stomaco si attorciglia, avvampo di rossore. Sono così vicini da farmi sentire complice e intrusa nello stesso tempo; ritorno con lo sguardo in scompartimento e... scopro che anche i miei due compagni di viaggio sono stati perfettamente catturati dalla medesima emozionante visione, l'imbarazzo adesso è collettivo. La ragazza mi dà un'occhiata, solo i suoi occhi sorridono complici; lui è serissimo, forse turbato, e ignora il mio sguardo.


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All'esterno i due continuano a baciarsi, e quando si ode il primo fischio che annuncia la partenza, la loro foga si fa frenetica. D'improvviso egli si slaccia da quell'abbraccio: quasi se ne strappa, ed è come se la robusta fune che li serrava, si frantumasse con uno schiocco tremendo: con un balzo è salito e lei ora è lì, pietrificata. Le sue mani calzano dei guanti neri di camoscio, con una trattiene le lacrime copiose: guarda il treno muoversi lentissimo, quasi che il suo dolore avesse la stupefacente energia di trattenerlo ancora, immobile su quel binario gelido. Controllo a stento l'emozione anch'io.
E' solo adesso che gli occhi del viaggiatore, per la prima volta e per un lungo istante, si fermano nei miei. Sul viso, lieve, l'amarezza. Per quella frazione di tempo la nostra complicità è stata assoluta: potremmo tentare invano di descriverla con le parole.
Improvvisamente si alza, lo fa senza guardarsi in giro, compie agilmente una mezza veronica ed esce dopo aver deposto l'agenda sul piano della poltrona, la penna a dividere i fogli. I miei occhi si fiondano su quelle due pagine aperte, lì, a disposizione. La buona educazione che credevo di possedere ha da essersi assopita, perché il mio corpo finisce per protendersi nel vano tentativo di leggere almeno qualcuna di quelle righe. Misuro la potenza della curiosità che si è impossessata di me e non mi riconosco. Riesco solamente a individuarne la calligrafia, ampia e leggibile.
Osservo l'altra viaggiatrice, vorrei non fosse qui, anche se sembra non badare ai miei movimenti; capisco d'improvviso che se fossi sola non saprei resistere alla tentazione di tuffarmi fra quelle righe. Il mio sconcerto aumenta, la consapevolezza della trasgressione di cui sarei capace mi dà il batticuore. Debbo fare qualcosa. Mi alzo ed esco anch'io, prendo decisa la direzione opposta alla sua ma me ne pento un attimo dopo: fossi andata verso di lui ne avrei potuto forse incrociare lo sguardo, a tu per tu, da sola...
Lo specchio della toilette mi restituisce un volto tirato e mi viene finalmente da ridere. Rido di me e delle mie pulsioni, mi sento come una liceale in vacanza ed è un sentire che non mi appartiene più da un tempo immemorabile. Da quando s'inizia ad invecchiare?


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Mi rifaccio il trucco, lentamente, con cura. I miei quarantadue anni non sono riconoscibili, la mia età bugiarda è tutta lì, davanti a me; donna adulta, moglie fedele e madre integerrima ma ancora 'ragazza' da qualche parte, nelle mie fantasie, quelle del pre sonno, nella scelta del vestiario e in quella delle amiche, nei piaceri minimi della vita.
Sono ritornata al mio posto, quasi contemporaneamente egli smette di leggere e proietta lo sguardo all'esterno, nel buio, e ce lo tiene come di chi intende darsi una pausa e riflettere. Ora si sta lasciando andare visibilmente nella poltrona, come sprofondando nell'oscurità del suo stesso cuore; dove sono fuggiti i suoi pensieri adesso? Quale direzione hanno preso, una donna? Davvero non si é accorto di me?
Leggo due iniziali in caratteri minuscoli sul fronte dell'agenda: a.v., è un oggetto prezioso. Vorrei averlo fra le mani. Il suo odore intenso è certamente trattenuto da quella pelle amaranto. Anche il mio sguardo fora adesso il buio, l'aria geme violenta sui finestrini, c'è qualcosa di paradossale e inumano nel nostro silenzio, in questo stare insieme e non conoscersi.

Devo ammettere che l'interesse che mi smuove costui è di un genere diverso, saprei rispondere a quale? Mi sento confusa, l'esercizio cui mi sono applicata mi sta conducendo in territori che non frequento. Che cosa mi attrae dunque in quest'uomo? Perché ne sono curiosa? Ed è solo curiosità la mia? Cosa succede nell'animo di una donna quando affiorano istinti così potenti? Come ho potuto non prevedere che una volta o l'altra sarei riuscita ad ingabbiarmi nella rete della mia stessa passione osservatrice?
Egli afferra d'improvviso il cellulare, che stranamente non ha squillato, e risponde. Nel farlo esce dallo scompartimento appoggiandosi con la schiena ad una delle due vetrate: è alto, la calma energia che lo pervade fuoriesce ancora di più, la sua voce non si percepisce, i pochi suoni udibili mi lasciano intuire che potrebbe trattarsi della lingua francese. La discrezione, i modi del parlare, mi suggeriscono che sta dialogando con una donna, forse per ragioni di lavoro... ma non è questa un'ora d'apertura degli uffici... forse la moglie... ma non porta anelli alle mani... Una donna, sì, è una donna...


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Ho bisogno di staccare, di andarmene da lì con la mente, di sentirmi rassicurata: la voce di mio marito compie il piccolo miracolo: "Tutto sotto controllo, stai tranquilla... sto preparando la cena per i ragazzi". "Va tutto bene anche qui Giulio, un piccolo ritardo ma recupera di sicuro". "Hai una voce strana Paola... stai davvero bene?" " Si, sto bene davvero, fra poco vado a mangiare un boccone.. ciao, a dopo...". Mi è sembrato di sentire gli odori di casa, la voce di Giulio è la porta d'ingresso della mia quiete, quella che si chiude alla spalle quando la famiglia è riunita e il mondo rimane fuori; è il divano sul quale sprofondiamo tutti assieme davanti alla tv, è il porto sicuro.

Spengo il cellulare e chiudo gli occhi: mi sembra così di escludere dalle mie emozioni quella frazione d'umanità che viaggia con me; di trattenere, custodire, come fosse nelle mie mani, la sensazione di sicurezza e di quiete buona che Giulio mi ha restituito. Capisco adesso che la mia curiosità, a volte febbrile, ha la licenza di manifestarsi proprio perché 'protetta' dalla sua presenza nella mia vita... non avrei mai acconsentito di prenderne atto... ma stasera lo debbo.
Durante la sosta a Verona siamo stati preavvisati circa l'inizio della prima serie. Non mi muovo. Lascio che lo facciano loro. Sino a pochi minuti prima avevo fantasticato sul come comportarmi e... prefigurato, lo confesso, un’opportuna modalità per consentirmi di prendere posto al suo stesso tavolo. Non più. Adesso me ne vergogno.
Entro nel vagone ristorante per buona ultima: finalmente delle voci. Lascio deliberatamente che sia il cameriere a decidere dove farmi accomodare. Ho lo sguardo basso, non voglio assolutamente accertarmi della sua presenza, mi sento fragile, vorrei non essere mai partita. Nell'attesa sono in piedi, e percepisco sulla mia persona sguardi maschili ammirati. In qualche modo la cosa mi rassicura.
Sono guidata ad uno di quei tavolini a due posti, di fronte ho una signora in età. Quando alzo lo sguardo incontro il suo: seduto a pochi metri di distanza, trasversalmente, mi sta osservando con tutto comodo, molto meglio di quanto avrebbe potuto in scompartimento. Non so più cosa fare, lo sfuggo precipitosamente impedendomi persino di interpretarlo; sono consapevole di averlo abbondantemente autorizzato a corrispondere i miei sguardi, ma sono quasi certa di non essere mai stata colta nel mio agire.


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Mangiucchio dei grissini e mi maledico per non aver portato con me il quotidiano o un libro, come l'anziana signora ha previdentemente fatto. Quando i miei occhi recuperano la panoramica della carrozza, costato che la sua curiosità si è già affievolita, ora sta dialogando con la donna che gli siede di fronte: la ragazza dai capelli cortissimi castano biondi.
Inspiegabilmente me ne sento disturbata; consapevole delle mie contraddizioni, brancico come nemmeno un cieco farebbe, poggiando le mani sulle pareti della mia mente confusa. Decido di non osservarli più, anzi, di accentuare la mia sicurezza smettendola di tendere meccanicamente la gonna con le mani, come faccio sempre per proteggere le mie gambe accavallate dagli sguardi troppo arditi: se sono belle... che si lascino dunque guardare!
E, infatti, succede. Sono quei suoi occhi scuri, sotto le ciglia di velluto, a prendere atto di questo cambiamento di registro.
M’impedisco di guardarlo, ma anche così verifico con lo sguardo laterale che si è accorto di me. Qualcosa o qualcuno, di dentro, rivendica che era ora accadesse!
Adesso so che vorrei potergli parlare, nient'altro. Coltivo la speranza che proprio la sua voce o le parole, o magari i suoi modi, siano per qualche ragione imprevedibile sgradevoli, e tali da sgonfiare la bolla di tensione che oramai preme il mio petto. Mi conforta anche pensare che, rapido com'è salito, scenderà ad una o all'altra delle fermate - non la mia... - che ancora ci attendono; che si confonderà velocemente tra la folla e... che non lo rivedrò mai più.
E' questo che desidero?

Ho lasciato liberi i cani, e adesso non so come rimettere loro il guinzaglio; questa è la verità, la piccola grande verità che pian piano si è fatta strada. L'altra di me ha differenti intenzioni; intende parlargli ma non per averne una delusione. L'altra vorrebbe penetrare in quel suo universo che crede denso di mistero e assolutamente necessario da scoprire. L'altra indossa ancora i jeans e ha dato poca importanza ai giorni che sono trascorsi, alle maternità, alle regole... L'altra è certa di sapere dove egli scenderà: a Venezia. Perché è solo a Venezia che lo immagina allontanarsi con lei, scendere la bianca, larga scalinata della


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stazione di Santa Lucia ed avviarsi a passo lento, conversando curiosi l'uno dell'altro, spalla a spalla, di calle in calle, immersi nella stessa romantica nebbiolina che hanno lasciato a Milano. Rivelati finalmente a se stessi...

Ho pagato il conto. Ritorno adagio alla vettura. Mi sono concessa ancora una volta di guardarlo e l'ho fatto con tutta la spudoratezza di cui sono stata capace: in quel preciso momento, di quel molto e del niente che fra di noi è accaduto, siamo stati entrambi consapevoli. L'intensità di quello sguardo è venuta come solidificandosi in me, tanto da farmi male. Abbiamo abbassato gli occhi come per un segnale convenuto, e quando si è alzato per allontanarsi mi ha sfiorato, forse deliberatamente.
Avrei desiderato non rivederlo più. Così credevo. Ho rioccupato il mio posto solo dopo Padova. Entrando nello scompartimento sono riassalita da quel suo odore penetrante: è così forte da aver caratterizzato il piccolo ambiente. Egli è ancora lì! So di manifestare sentimenti confusi ma... ora sono infantilmente felice che non sia sceso a Padova. Sta scrivendo qualcosa su di un foglio completamente bianco, non l'aveva mai fatto prima. Il convoglio entra adesso quasi silenzioso sotto le pensiline di Venezia S.Lucia. Lo scarto della mia immaginazione, al quale mi ero abbandonata poco prima, si materializza.
Non torno a Venezia da anni; la sfioro, come molti, dalle pensiline di quest'anonima stazione che pur ne è così a ridosso. Tanto da aprirsi quale imprevedibile quinta teatrale ai fortunati che abbandonando i treni, se la ritrovano imprevedibilmente davanti agli occhi in tutta la propria stupefacente, magica bellezza: soltanto facendo pochi metri.
La ragazza veste il proprio soprabito, recupera il bagaglio, saluta e si avvia nel corridoio. E' tutto così improvviso, anche se normale. Rimaniamo soli. Non l'avevo previsto. Le mie mani cercano un luogo dove sostare e non lo trovano; mi concentro sull'esterno, scende molta gente dal convoglio, anche la ragazza: incrocia dal marciapiede il mio sguardo e nel suo mi sembra di leggere, ben sorprendente, una complicità maliziosa.
Non so che cosa stia per accadere, dentro sono di vetro. Egli continua a scrivere ed è come se distillasse le parole una ad una. Allora... non scende a Venezia!


9


Smette all'improvviso, con delicatezza inizia a staccare dal dorso dentellato dell'agenda il foglio che ha scritto, lo rilegge, l'espressione del viso è ora curiosa, più allegra. Si alza, indossa il soprabito, inserisce l'agenda nella piccola borsa di pelle. Io sono attonita, vorrei non esserci più. So con certezza che mi sta per succedere qualcosa e che il gioco dei miei sguardi, l'intrusione che compio verso tutto e tutti, mi si sta ritorcendo contro. Sì, sto per esserne punita. Chiudo gli occhi. Spero, riaprendoli, di ritrovarmi sola. Odo nel mio buio la sua voce: "Madame... pour vous...". Li riapro, mi è davanti, in piedi e sorride, ma negli occhi, che sono neri, scorre il miele della malinconia. Mi sta porgendo quel foglio, piegato in due. Ed esce.
Rimango inebetita, con il pezzetto di carta fra le mani. Non oso aprirlo. I minuti trascorrono lentissimi. Avverto un folle desiderio di scendere: lo controllo procurandomi una pena nel cuore, quasi un dolore fisico. Il treno ha già ripreso la sua corsa verso Trieste, sono rimasta sola nello scompartimento; ho sperato con tutte le mie forze che non vi entrasse nessuno, affinché niente dell'atmosfera ne venisse turbato. Quando lo apro e leggo, vedo che mi tremano le mani. Scritte al centro del foglio, poche righe, queste:

S’il vous plait, pas de regrets… tout ce que Vous aurez pu connaitre de moi, c’est une sì petite chose à comparaison de ce que Vous avez su imaginer par la force de Vos regards.
Ce soir, la joie d’une rencontre precieuse a touchè nos ames. N’oubliez pas ces moments, mais je Vous en prie…ne regrettez rien.

Ou revoire Madame.

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