Ho preso
il tram stasera per venire in Centrale. Non lo facevo da molto e
ne avevo nostalgia; uno di quei tram dei primi decenni del novecento
che ancora circolano amichevoli per le strade di Milano. Dai suoi
vetri spessi, attraverso la patina che il tempo ha reso definitiva,
scorre davanti ai miei occhi una città che ha indossato il
manto della prima brumetta di ottobre. Foglie gialle ai bordi dei
marciapiedi e fanali accesi con l'effetto alone tutt'intorno. Nell'aria
e per terra quel leggero bagnato che non viene dalla pioggia; e
nel cielo, d'un azzurro increspato, l'ultima luce del giorno che
filtra opaca fra le case. L'atmosfera lombarda è perfetta.
L'umidiccio si è trasferito anche sotto le grandi arcate.
I suoni sono stranamente attutiti. Prendo comodamente posto in carrozza;
nello scompartimento, che è già riscaldato, ho trovato
una donna, più giovane di me, carina. Mi ha fatto un cenno
col capo quando l'ho salutata. E' elegante ma senza ostentazione,
capelli cortissimi, castano biondi, le mani curate. Da come accavalla
le gambe rivela una educata femminilità. Veste una camicia
azzurra, maschile, aperta sul davanti ed un cardigan nero di lana;
pantaloni in tinta e ai piedi dei mocassini. Ha un modo di osservare
rapidissimo, di chi non vuole darlo a vedere. Legge un femminile
ma spesso s'interrompe e guarda fuori, come se aspettasse di veder
comparire qualcuno. Sono le diciannove in punto, il convoglio si
muove e lei pare quietarsi.
Osservare la gente è uno dei miei piaceri. E' vero però
che quando salgo su di un treno, sollecitata da questa episodica
seppur breve convivenza - e potendo circoscrivere la mia attenzione
a coloro che viaggiano con me - divento più consapevole della
straordinaria attenzione che dedico agli estranei che incontro:
per strada o in un negozio o in un bar, sui mezzi pubblici. L'attività
dei miei occhi ed il numero dei segnali che attraverso di essi giunge
al mio cervello, è ininterrotta e a ben pensarci impressionante.
Tutto ciò s'immagazzina, o poco alla volta si dissolve? E
che cosa ne rimane in me, in noi?
1
Accumulo
instancabile migliaia d'osservazioni; esprimo a me stessa giudizi
e valutazioni critiche. Ne sono ripagata dalle più diverse
suggestioni: la pena del vivere a volte, altre l'allegria o la tenerezza
che suscitano i bimbi. Transito così, anche se il più
dei casi solo in modo inconsapevole, attraverso il cambiamento dei
costumi, delle mode, dell'ansia che fuoriesce da certi occhi, e
non di rado dell'umana indifferenza. E' così che io guardo.
Muovendosi
ancora lentamente il treno saltella rumoroso sui binari allorquando,
inaspettatamente, di certo salito all'ultimo momento, fa il suo
ingresso nello scompartimento un altro viaggiatore, un uomo. Siamo
entrambe sorprese, io di più. Non ha bagaglio con sé,
solo una piccola borsa di pelle; mormora un saluto, forse non è
italiano, deposita il soprabito e si siede. Ha movimenti armoniosi.
Come d'abitudine, il mio studio del nuovo arrivato prende subito
l'avvio; in apparenza distratta ma attenta invece, per quel tanto
che la sua vigilanza me lo consente, valuto le sue reazioni all'ambiente,
la disinvoltura che manifesta, il tempo e i modi tramite i quali
si mette a suo agio, l'atteggiamento nei confronti degli altri viaggiatori,
quale tasso di curiosità manifesta, se legge o lavora, se
prende anch'egli o no - e come - le misure al contesto umano con
il quale condividerà, così da vicino, qualche ora
della propria vita.
Egli
non si guarda intorno, è composto e rilassato, molto padrone
di sé. Estrae quasi subito un'agenda dalla borsa, toglie
la penna dalla tasca interna della giacca e comincia a leggere:
i fogli sono fittamente scritti, la sua lettura è lenta,
molto coinvolta, ogni tanto aggiunge un'annotazione sui bordi, quando
lo fa esita per qualche istante e con un movimento lento del capo
proietta lo sguardo fuori, nel buio, dove la campagna lombarda oramai
è solo un'uniforme macchia nera che si srotola freneticamente,
punteggiata qua e là dalle luci accese di qualche cascinale.
L'ultimissimo riverbero del tramonto conferisce alle cose una dolcezza
struggente, così intensa che se appena ne avessi l'ardire
e non ne temessi il giudizio, mi verrebbe di parteciparla ai due,
che sembra invece non avvertano la magia del momento. Di loro, è
certamente l'uomo il soggetto interessante.
La situazione è adesso la più desiderabile per consentirmi
di osservarlo. Anche l'altra persona, la donna che siede dalla mia
parte e dalla quale mi separa un posto vuoto, pare assorta nella
lettura.
2
Nell'orientare inavvertita i miei sguardi, sono preda di una strana,
emozione; non so spiegarmela, forse mi viene dalla consapevolezza
di stare in qualche modo sbirciando nella vita altrui, ma si tratta
di qualcosa che faccio pur sempre... da cosa mi scaturisce dunque
questa insolita esitazione?
L'uomo ha due mani molto belle, l'intersecarsi delle vene risalta
sul colore bruno della pelle; le muove adagio ma se ne sente l'energia.
Ha capelli nerissimi e folti, l'attaccatura è alta e proietta
una fronte ampia segnata dalle uniche rughe del viso, appena accennate;
ha ciglia lunghe, non ne ho ancora visto il colore degli occhi né
potuto indagare il carattere. Il naso è regolare, di quella
forma che si apre sui due lobi laterali; le labbra sono straordinariamente
piene, quasi femminili, e l'espressione che deriva dai suoi lineamenti
gli genera sul volto un impercettibile sorriso involontario. Mi
chiedo se la carnagione è tale per effetto dell'esposizione
ai raggi ultravioletti, oppure se è così naturalmente.
Veste di quell'eleganza morbida e un po' casuale, che Armani ha
creato ma che solo alcuni possono ben indossare. Il primo elemento
che fuoriesce dall'insieme è una sensualità proposta
quietamente, dialogante. E' certo capace di una ferma concentrazione,
qualcosa di così forte da consentirgli di precipitare in
sé, rimanendo completamente solo ed isolato da noi due e
dai suoni. Non riesco ad attribuirgli un'età, e la cosa mi
sorprende. Debbo estendere l'ambito temporale entro cui tentare
di individuargliela: dai trentotto ai quarantacinque. Ho la netta
impressione che non si avverta delle mie occhiate.
Noto che anche l'altra passeggera ha preso ad osservarlo di sottecchi.
Lo fa con una certa frequenza, badando anche a verificare se io
mi accorgo della cosa. Mi chiedo chi egli sia, cosa fa nella vita,
dove sta andando e da chi. Sono felice del suo essere 'assente':
se non lo fosse temo che finirebbe certo per notare l'insistenza
malcelata dei miei sguardi, che invece sono stati notati dalla donna
che mi viaggia al fianco.
Si affaccia l'addetto del ristorante, l'uomo prenota la prima serie,
facciamo entrambe la medesima scelta e nonostante avessi deciso
prima di non cenare a bordo del treno. Sono stata precipitosa nel
dare la conferma ed ora, nel ritirare lo scontrino, sporgendomi
verso l'addetto, mi avvicino non poco a lui; nel riprendere la posizione
i nostri sguardi si incrociano per un istante, ed è per me
sufficiente. L'odore della sua persona investe le mie narici, è
una fragranza aspra, verde e scura ai miei sensi, non ho mai sentito
niente di simile.
3
Sono
turbata, mi sto sentendo trascinare inspiegabilmente nell'ansia;
i suoi occhi, scurissimi, è come se mi avessero attraversato
in lungo e in largo, curiosi, introspettivi. Uno sguardo pulito
il suo, forse ironico. Sono stata individuata? Ma per che cosa?
Che senso ha? Perché ho del timore adesso? Di chi?
Decido bruscamente di cessare le mie ricognizioni, apro il quotidiano,
i titoli sembrano venirmi incontro come proiettili sparati dalla
carta: mi sfiorano per perdersi alle mie spalle. Non trattengo niente
di quello che i miei occhi leggono. Che cosa mi succede? Sono paralizzata.
Ho la sensazione che se mi guardasse, anche solo per un altro istante
- e forse ora lo sta facendo! - scoprirebbe tutto di me, e non deve
succedere. Ma tutto di che? Le mie braccia alzano comicamente il
giornale sino a coprirmi il volto.
Il
treno rallenta, stiamo per entrare in stazione a Brescia. Luci biancastre
e pensiline quasi deserte, il vento scuote i cespugli: il vento
gelido delle stazioni, mi rincantuccio. Ed è allora che...
come scaturita dal nulla fa la sua apparizione una coppia; avanzano
lentamente e si tengono per mano, nel loro agire c'è qualcosa
di rigido, d'innaturale, che non so interpretare. Hanno più
o meno la mia età, li vedo avvicinarsi e poi fermarsi esattamente
davanti al nostro finestrino. Lei porta un elegante cappellino che
pare uscito da un armoire del ventennio. Lui le parla, quietamente,
lei trattiene a stento le lacrime; adesso mi sento come fossi a
teatro, me ne vergogno ma sto osservando il labiale di lei, sta
dicendo "no, non è così... non è così...".
Improvvisamente egli le prende le mani e l'avvicina, lei fa resistenza,
il capo chino... lui la stringe a sé ancora di più
poi lascia i suoi polsi e con una mano le alza il mento mentre con
l'altra le cinge il capo, si fissano intensamente mentre l'avvicina
ancora al suo corpo e la bacia. Qualcosa nel mio stomaco si attorciglia,
avvampo di rossore. Sono così vicini da farmi sentire complice
e intrusa nello stesso tempo; ritorno con lo sguardo in scompartimento
e... scopro che anche i miei due compagni di viaggio sono stati
perfettamente catturati dalla medesima emozionante visione, l'imbarazzo
adesso è collettivo. La ragazza mi dà un'occhiata,
solo i suoi occhi sorridono complici; lui è serissimo, forse
turbato, e ignora il mio sguardo.
4
All'esterno i due continuano a baciarsi, e quando si ode il primo
fischio che annuncia la partenza, la loro foga si fa frenetica.
D'improvviso egli si slaccia da quell'abbraccio: quasi se ne strappa,
ed è come se la robusta fune che li serrava, si frantumasse
con uno schiocco tremendo: con un balzo è salito e lei ora
è lì, pietrificata. Le sue mani calzano dei guanti
neri di camoscio, con una trattiene le lacrime copiose: guarda il
treno muoversi lentissimo, quasi che il suo dolore avesse la stupefacente
energia di trattenerlo ancora, immobile su quel binario gelido.
Controllo a stento l'emozione anch'io.
E' solo adesso che gli occhi del viaggiatore, per la prima volta
e per un lungo istante, si fermano nei miei. Sul viso, lieve, l'amarezza.
Per quella frazione di tempo la nostra complicità è
stata assoluta: potremmo tentare invano di descriverla con le parole.
Improvvisamente si alza, lo fa senza guardarsi in giro, compie agilmente
una mezza veronica ed esce dopo aver deposto l'agenda sul piano
della poltrona, la penna a dividere i fogli. I miei occhi si fiondano
su quelle due pagine aperte, lì, a disposizione. La buona
educazione che credevo di possedere ha da essersi assopita, perché
il mio corpo finisce per protendersi nel vano tentativo di leggere
almeno qualcuna di quelle righe. Misuro la potenza della curiosità
che si è impossessata di me e non mi riconosco. Riesco solamente
a individuarne la calligrafia, ampia e leggibile.
Osservo l'altra viaggiatrice, vorrei non fosse qui, anche se sembra
non badare ai miei movimenti; capisco d'improvviso che se fossi
sola non saprei resistere alla tentazione di tuffarmi fra quelle
righe. Il mio sconcerto aumenta, la consapevolezza della trasgressione
di cui sarei capace mi dà il batticuore. Debbo fare qualcosa.
Mi alzo ed esco anch'io, prendo decisa la direzione opposta alla
sua ma me ne pento un attimo dopo: fossi andata verso di lui ne
avrei potuto forse incrociare lo sguardo, a tu per tu, da sola...
Lo specchio della toilette mi restituisce un volto tirato e mi viene
finalmente da ridere. Rido di me e delle mie pulsioni, mi sento
come una liceale in vacanza ed è un sentire che non mi appartiene
più da un tempo immemorabile. Da quando s'inizia ad invecchiare?
5
Mi rifaccio il trucco, lentamente, con cura. I miei quarantadue
anni non sono riconoscibili, la mia età bugiarda è
tutta lì, davanti a me; donna adulta, moglie fedele e madre
integerrima ma ancora 'ragazza' da qualche parte, nelle mie fantasie,
quelle del pre sonno, nella scelta del vestiario e in quella delle
amiche, nei piaceri minimi della vita.
Sono ritornata al mio posto, quasi contemporaneamente egli smette
di leggere e proietta lo sguardo all'esterno, nel buio, e ce lo
tiene come di chi intende darsi una pausa e riflettere. Ora si sta
lasciando andare visibilmente nella poltrona, come sprofondando
nell'oscurità del suo stesso cuore; dove sono fuggiti i suoi
pensieri adesso? Quale direzione hanno preso, una donna? Davvero
non si é accorto di me?
Leggo due iniziali in caratteri minuscoli sul fronte dell'agenda:
a.v., è un oggetto prezioso. Vorrei averlo fra le mani. Il
suo odore intenso è certamente trattenuto da quella pelle
amaranto. Anche il mio sguardo fora adesso il buio, l'aria geme
violenta sui finestrini, c'è qualcosa di paradossale e inumano
nel nostro silenzio, in questo stare insieme e non conoscersi.
Devo
ammettere che l'interesse che mi smuove costui è di un genere
diverso, saprei rispondere a quale? Mi sento confusa, l'esercizio
cui mi sono applicata mi sta conducendo in territori che non frequento.
Che cosa mi attrae dunque in quest'uomo? Perché ne sono curiosa?
Ed è solo curiosità la mia? Cosa succede nell'animo
di una donna quando affiorano istinti così potenti? Come
ho potuto non prevedere che una volta o l'altra sarei riuscita ad
ingabbiarmi nella rete della mia stessa passione osservatrice?
Egli afferra d'improvviso il cellulare, che stranamente non ha squillato,
e risponde. Nel farlo esce dallo scompartimento appoggiandosi con
la schiena ad una delle due vetrate: è alto, la calma energia
che lo pervade fuoriesce ancora di più, la sua voce non si
percepisce, i pochi suoni udibili mi lasciano intuire che potrebbe
trattarsi della lingua francese. La discrezione, i modi del parlare,
mi suggeriscono che sta dialogando con una donna, forse per ragioni
di lavoro... ma non è questa un'ora d'apertura degli uffici...
forse la moglie... ma non porta anelli alle mani... Una donna, sì,
è una donna...
6
Ho
bisogno di staccare, di andarmene da lì con la mente, di
sentirmi rassicurata: la voce di mio marito compie il piccolo miracolo:
"Tutto sotto controllo, stai tranquilla... sto preparando la
cena per i ragazzi". "Va tutto bene anche qui Giulio,
un piccolo ritardo ma recupera di sicuro". "Hai una voce
strana Paola... stai davvero bene?" " Si, sto bene davvero,
fra poco vado a mangiare un boccone.. ciao, a dopo...". Mi
è sembrato di sentire gli odori di casa, la voce di Giulio
è la porta d'ingresso della mia quiete, quella che si chiude
alla spalle quando la famiglia è riunita e il mondo rimane
fuori; è il divano sul quale sprofondiamo tutti assieme davanti
alla tv, è il porto sicuro.
Spengo
il cellulare e chiudo gli occhi: mi sembra così di escludere
dalle mie emozioni quella frazione d'umanità che viaggia
con me; di trattenere, custodire, come fosse nelle mie mani, la
sensazione di sicurezza e di quiete buona che Giulio mi ha restituito.
Capisco adesso che la mia curiosità, a volte febbrile, ha
la licenza di manifestarsi proprio perché 'protetta' dalla
sua presenza nella mia vita... non avrei mai acconsentito di prenderne
atto... ma stasera lo debbo.
Durante la sosta a Verona siamo stati preavvisati circa l'inizio
della prima serie. Non mi muovo. Lascio che lo facciano loro. Sino
a pochi minuti prima avevo fantasticato sul come comportarmi e...
prefigurato, lo confesso, un’opportuna modalità per
consentirmi di prendere posto al suo stesso tavolo. Non più.
Adesso me ne vergogno.
Entro nel vagone ristorante per buona ultima: finalmente delle voci.
Lascio deliberatamente che sia il cameriere a decidere dove farmi
accomodare. Ho lo sguardo basso, non voglio assolutamente accertarmi
della sua presenza, mi sento fragile, vorrei non essere mai partita.
Nell'attesa sono in piedi, e percepisco sulla mia persona sguardi
maschili ammirati. In qualche modo la cosa mi rassicura.
Sono guidata ad uno di quei tavolini a due posti, di fronte ho una
signora in età. Quando alzo lo sguardo incontro il suo: seduto
a pochi metri di distanza, trasversalmente, mi sta osservando con
tutto comodo, molto meglio di quanto avrebbe potuto in scompartimento.
Non so più cosa fare, lo sfuggo precipitosamente impedendomi
persino di interpretarlo; sono consapevole di averlo abbondantemente
autorizzato a corrispondere i miei sguardi, ma sono quasi certa
di non essere mai stata colta nel mio agire.
7
Mangiucchio
dei grissini e mi maledico per non aver portato con me il quotidiano
o un libro, come l'anziana signora ha previdentemente fatto. Quando
i miei occhi recuperano la panoramica della carrozza, costato che
la sua curiosità si è già affievolita, ora
sta dialogando con la donna che gli siede di fronte: la ragazza
dai capelli cortissimi castano biondi.
Inspiegabilmente me ne sento disturbata; consapevole delle mie contraddizioni,
brancico come nemmeno un cieco farebbe, poggiando le mani sulle
pareti della mia mente confusa. Decido di non osservarli più,
anzi, di accentuare la mia sicurezza smettendola di tendere meccanicamente
la gonna con le mani, come faccio sempre per proteggere le mie gambe
accavallate dagli sguardi troppo arditi: se sono belle... che si
lascino dunque guardare!
E, infatti, succede. Sono quei suoi occhi scuri, sotto le ciglia
di velluto, a prendere atto di questo cambiamento di registro.
M’impedisco di guardarlo, ma anche così verifico con
lo sguardo laterale che si è accorto di me. Qualcosa o qualcuno,
di dentro, rivendica che era ora accadesse!
Adesso so che vorrei potergli parlare, nient'altro. Coltivo la speranza
che proprio la sua voce o le parole, o magari i suoi modi, siano
per qualche ragione imprevedibile sgradevoli, e tali da sgonfiare
la bolla di tensione che oramai preme il mio petto. Mi conforta
anche pensare che, rapido com'è salito, scenderà ad
una o all'altra delle fermate - non la mia... - che ancora ci attendono;
che si confonderà velocemente tra la folla e... che non lo
rivedrò mai più.
E' questo che desidero?
Ho
lasciato liberi i cani, e adesso non so come rimettere loro il guinzaglio;
questa è la verità, la piccola grande verità
che pian piano si è fatta strada. L'altra di me ha differenti
intenzioni; intende parlargli ma non per averne una delusione. L'altra
vorrebbe penetrare in quel suo universo che crede denso di mistero
e assolutamente necessario da scoprire. L'altra indossa ancora i
jeans e ha dato poca importanza ai giorni che sono trascorsi, alle
maternità, alle regole... L'altra è certa di sapere
dove egli scenderà: a Venezia. Perché è solo
a Venezia che lo immagina allontanarsi con lei, scendere la bianca,
larga scalinata della
8
stazione di Santa Lucia ed avviarsi a passo lento, conversando curiosi
l'uno dell'altro, spalla a spalla, di calle in calle, immersi nella
stessa romantica nebbiolina che hanno lasciato a Milano. Rivelati
finalmente a se stessi...
Ho
pagato il conto. Ritorno adagio alla vettura. Mi sono concessa ancora
una volta di guardarlo e l'ho fatto con tutta la spudoratezza di
cui sono stata capace: in quel preciso momento, di quel molto e
del niente che fra di noi è accaduto, siamo stati entrambi
consapevoli. L'intensità di quello sguardo è venuta
come solidificandosi in me, tanto da farmi male. Abbiamo abbassato
gli occhi come per un segnale convenuto, e quando si è alzato
per allontanarsi mi ha sfiorato, forse deliberatamente.
Avrei desiderato non rivederlo più. Così credevo.
Ho rioccupato il mio posto solo dopo Padova. Entrando nello scompartimento
sono riassalita da quel suo odore penetrante: è così
forte da aver caratterizzato il piccolo ambiente. Egli è
ancora lì! So di manifestare sentimenti confusi ma... ora
sono infantilmente felice che non sia sceso a Padova. Sta scrivendo
qualcosa su di un foglio completamente bianco, non l'aveva mai fatto
prima. Il convoglio entra adesso quasi silenzioso sotto le pensiline
di Venezia S.Lucia. Lo scarto della mia immaginazione, al quale
mi ero abbandonata poco prima, si materializza.
Non torno a Venezia da anni; la sfioro, come molti, dalle pensiline
di quest'anonima stazione che pur ne è così a ridosso.
Tanto da aprirsi quale imprevedibile quinta teatrale ai fortunati
che abbandonando i treni, se la ritrovano imprevedibilmente davanti
agli occhi in tutta la propria stupefacente, magica bellezza: soltanto
facendo pochi metri.
La ragazza veste il proprio soprabito, recupera il bagaglio, saluta
e si avvia nel corridoio. E' tutto così improvviso, anche
se normale. Rimaniamo soli. Non l'avevo previsto. Le mie mani cercano
un luogo dove sostare e non lo trovano; mi concentro sull'esterno,
scende molta gente dal convoglio, anche la ragazza: incrocia dal
marciapiede il mio sguardo e nel suo mi sembra di leggere, ben sorprendente,
una complicità maliziosa.
Non so che cosa stia per accadere, dentro sono di vetro. Egli continua
a scrivere ed è come se distillasse le parole una ad una.
Allora... non scende a Venezia!
9
Smette all'improvviso, con delicatezza inizia a staccare dal dorso
dentellato dell'agenda il foglio che ha scritto, lo rilegge, l'espressione
del viso è ora curiosa, più allegra. Si alza, indossa
il soprabito, inserisce l'agenda nella piccola borsa di pelle. Io
sono attonita, vorrei non esserci più. So con certezza che
mi sta per succedere qualcosa e che il gioco dei miei sguardi, l'intrusione
che compio verso tutto e tutti, mi si sta ritorcendo contro. Sì,
sto per esserne punita. Chiudo gli occhi. Spero, riaprendoli, di
ritrovarmi sola. Odo nel mio buio la sua voce: "Madame... pour
vous...". Li riapro, mi è davanti, in piedi e sorride,
ma negli occhi, che sono neri, scorre il miele della malinconia.
Mi sta porgendo quel foglio, piegato in due. Ed esce.
Rimango inebetita, con il pezzetto di carta fra le mani. Non oso
aprirlo. I minuti trascorrono lentissimi. Avverto un folle desiderio
di scendere: lo controllo procurandomi una pena nel cuore, quasi
un dolore fisico. Il treno ha già ripreso la sua corsa verso
Trieste, sono rimasta sola nello scompartimento; ho sperato con
tutte le mie forze che non vi entrasse nessuno, affinché
niente dell'atmosfera ne venisse turbato. Quando lo apro e leggo,
vedo che mi tremano le mani. Scritte al centro del foglio, poche
righe, queste:
S’il
vous plait, pas de regrets… tout ce que Vous aurez pu connaitre
de moi, c’est une sì petite chose à comparaison
de ce que Vous avez su imaginer par la force de Vos regards.
Ce soir, la joie d’une rencontre precieuse a touchè
nos ames. N’oubliez pas ces moments, mais je Vous en prie…ne
regrettez rien.
Ou
revoire Madame.