3° racconto classificato di Monia Casadei - Cesena

Ciò di cui un uomo della sua età aveva bisogno

Tra i passi onnipotenti

in questa mia che eviti

di chi volteggia illuso

pensandoti immortale.

dall’immortalità,

In quella che tu credi

per un istante specchia

una distesa in secca

la pelle di tamburo del tuo viso

ancheggia ininterrotta

nel fregio arabescato dalle rughe

quella vitalità

che gli anni hanno intarsiato

che tu dici drenata.

sul cuoio segaligno

Sarò indulgente ancora

del mio volto.

con questa tua pietà,

E, se il cuore ti regge,

conscio della pietà che provo

rifletti la tua immagine

per la tua ingenuità.

 

 

 

 

 

 

 


Forse suo figlio aveva ragione. Quel posto dispensava tutti i conforts di cui un uomo della sua età aveva bisogno: una camera con servizio (a salvaguardare la dignità d’un’incontinenza invitta), un letto con le doghe per la schiena che cricchiava dolenze, uno schermo a quattordici pollici affisso alla parete (ma qualunque programma, a quella distanza, somigliava ad una cacofonia d’insetti in cattività), ed una scrivania fornita di carta intestata e stilografica con tanto di catenella - come quelle degli uffici postali - poco funzionale alla corrispondenza con l’erebo, ove ormai si compendiava il chiosco d’amici con cui s’intratteneva all’imbrunire. A lui sarebbe bastato il comò, per disporvi le fotografie ingiallite dei ricordi, unico capestro capace di restituire un significato olistico all’articolazione della sua vita. Era quanto gli rimanesse di caro, ad esclusione dei nipoti e del figlio. Mentre s’attar-dava con la chiusura dei pantaloni che, col tremore senile, sdrucciolava indomita, rifletté sul
bislacco ordito dell’esistenza, in qualche misura rabbonito dall’idea che ora almeno non correva il rischio di sentirsi apostrofare malamente dai nipoti impazienti. I giovani avevano sempre fretta e non gli concedevano nemmeno il tempo di tirarsi su le brache. Sorrise. Sapeva bene quanto fosse inutile affrettarsi: la Signora ci aspetta sia che ci affanniamo nella corsa, sia che ci attardiamo a riprendere fiato. Ma gli adolescenti, dopotutto, gli piacevano per questo, per la grinta con cui aggrediscono la vita ignari del fatto che, in ultimo, sarà la vita ad aggredire loro.

“Forse sto diventando uno di quei pedanti filosofi di cui ho sempre disprezzato la iattanza, in estinzione ma riottoso come l’ultimo dei dinosauri”.

Accarezzò il ritratto dei nipoti, ma delicatamente, quasi temendo di distur-

barli anche in foto: avevano ormai tredici e diciassette anni ed un atteggiamento di condiscendenza nei confronti delle “lucertole preistoriche” come lui. Eppure gli mancavano, forse più d’ogni altra cosa. Ma aveva imparato a gestire quella nostalgia. Il vero problema, lì, era la compagnia: non c’erano giovani a correre lungo i corridoi e riempire le stanze di grida argentine, con le pistole ad acqua e le macchine telecomandate. Se si eccettuava qualche assistente, che arrivava di corsa e di corsa rassettava camere ed igienizzava sanitari, per poi dileguarsi sempre di corsa dietro l’uscio, quella struttura gli sembrava un ostello per testuggini. C’erano, è vero, le visite domenicali - brevi appuntamenti mensili (più frequenti, per chi aveva un possedimento sotto cui apporre la firma in testamento) - e in quelle occasioni lui offriva caramelle ai nipoti di altri. Nelle tasche teneva sempre una riserva di dolcetti, ché non si sa mai, magari i suoi ragazzi avrebbero varcato la porta d’ingresso, col passo indolente (una gita al macello avrebbe destato maggior entusiasmo) e lo sguardo tediato di chi s’appresti a visitare un museo. Certo, si trattava di un ospizio raffinato, con l’atrio luminoso su cui si rincorrevano, giocando a rimpiattino sul marmo verdemare, i raggi del sole piovuti dalle grandi vetrate. Entrare in quel candore di luce toglieva il fiato, ma non esonerava dall’intuire, dietro il prospetto patinato del giardino alberato ed il crocicchio di sale lussuose, una realtà meno zuccherina. Non bastavano i locali per attività ricreative, proiezioni cinematografiche, partite a carte, sfide di scacchi ed esercizi ginnici, a cancellare l’odore di vecchiaia che solleticava le nari ovunque si decidesse d’ingannare il tempo con cotanti palliativi. Sale rosa e sale verdi, con graffiti moderni e quadri acquerellati, tendine colorate e mobili essenziali - come detta la moda. Sale in cui dilapidare i ricordi stantii, cercando di sposarli con quello spazio immenso in cui soltanto i giovani avrebbero potuto sentirsi a proprio agio. Ma non loro, cresciuti tra i ninnoli di ceramica - statuette di amanti in sospiro, scrigni fregiati in madreperla e foderati di velluto rosso, animali intrecciati con gusci di conchiglie, bambole di porcellana coi grembiuli di merletto, carillon con la ballerina in volteggio su drappi di seta - i tendaggi polverosi di broccato, i fiori essiccati in anfore con decorazioni inglesi, le anticaglie protette da campane di vetro, i souvenir obsoleti di paesi esotici che altri visitarono, le sfere di cristallo con dentro il Campidoglio - che ad agitarle si sobillava un convulso sfarfallio di neve (anche se a Roma non nevica quasi mai), gli orologi a cucù ed i cestini di frutta finta su centrini in crinoline. Cianfrusaglie stipate sulle credenze, sui tavolini, sui comò, a soffocare il vuoto con un’obesità affettiva. “Le buone cose di pessimo gusto” sentenziò Gozzano, chincaglieria antiquata, anacronismi borbonici che male s’accostavano al lindore perfetto di quella struttura moderna. Paccottiglia fuori luogo come loro, che si sentivano impolverati - di pessimo gusto, appunto - in un asilo per anziani. A ben pensarci, era davvero necessario un entusiasmo infantile per vivere lì riuscendo a trovarvi qualcosa che avesse anche solo la parvenza della vita vera. Ma non si trattava di tornare bambini. Chi lo sosteneva era lungi dal potersi reputare anche solo adulto. Forse un vecchio riesce ad apprezzare i piccoli miracoli quotidiani: il sole che incendia l’orizzonte nell’alba porporina, la rondine che volteggia sui tetti in cerca del nido che lasciò la primavera precedente, il ciliegio che fiorisce al primo sole ed il grano che indora i campi nell’estate. Ma non si tratta di una regressione, come i medici cercano di far credere parlando di “seconda giovinezza”: tra l’infanzia e la vecchiaia mulinano ricordi di anni che nessun vecchio vuole e può cancellare - anni di pene ed affanni, di soddisfazioni e delusioni, di speranze e aspettative, di matrimoni e figli e nipoti. Anni di duro lavoro che nessuno sembra voler riconoscere. Anni passati, di quelli che si vedono nei film di Fellini e Bertolucci, o nelle proiezioni in bianco e nero. Tanti anni, per poi finire lì, quasi un meritato riposo, mentre tutto dissimulava il tacito e condiviso monito filiale: “Esci di scena e lascia il posto a noi”, senza capire che i giovani sono figli di vecchi e che il loro futuro sarà dipeso anche da questi, tra eredità genetiche e precetti educativi. Era triste essere trattati come creature istupidite, inabili a tutto (anche alla vita), con una condiscendenza generosa che feriva. Ma poteva capirlo e s’era rassegnato a vivere nella plastica d’un ricovero, dove poteva avere tutto ciò di cui un uomo della sua età aveva bisogno, compreso un bicchiere per la dentiera, un pacco di Lines per l’incontinenza ed un rotolo di carta igienica personale. In più aveva il servizio privato e la televisione in camera - così aveva detto suo figlio. E lui, in silenzio, aveva acconsentito. Non che pensasse davvero che suo figlio conoscesse le esigenze d’un uomo della sua età, ma saggiamente aveva compreso ciò di cui un uomo dell’età di suo figlio necessitava. E aveva accettato di congedarsi dalla vita, con la fierezza d’un sorriso compiacente. Sperava solo che i figli di suo figlio avrebbero risparmiato al padre quell’umiliazione. La vita è una ruota che gira: all’apparenza sembrerebbe girare a vuoto, ma, a ben guardare, tutta l’acqua che lascia dietro sé ha un senso. Essa alimenta quella che verrà poi, in un ingegnoso meccanismo d’epurazione. Solo che lui non si sentiva un rifiuto da sacrificare nella catarsi generazionale. Forse era questo, lo scacco finale: esci dalla commedia prima che sia calato il sipario e vai a recitare l’ultimo atto lontano dal plauso del pubblico. Non resta che raccogliere i cocci e cercare di ritirarsi con dignità, senza piagnistei, presagendo che prima o poi qualcuno riserverà lo stesso trattamento anche a loro, che sembrano possedere la magica pozione dell’eternità. Ma, poiché li ami, quest’evenienza t’addolora ancor più del tuo stesso esilio. Intanto reciti il soliloquio finale e fai ciò che s’aspettano da te: regredisci. Ma non all’infanzia, bensì ancora più indietro, o forse un po’ più avanti. Alla condizione del limbo, dove s’aspetta sempre, s’aspetta soltanto, tediati dall’at-tesa d’un Godot che sgomenta. La morte fa paura, benché i giovani sostengano che a quel punto rappresenti una sorta di liberazione: se lo è, è tale solo per chi resta. Alla sua età ci s’affeziona ai reumatismi (che, nel cigolare, ricordano alle ossa d’articolarsi ancora), alle lombaggini, alle borsiti, alle cervicali, ai dolori che serrano un corpo in rottamazione. Perché ogni sintomo é segno che si è ancora vivi. Si finisce col non parlare d’altro che della spalla che crepita, delle ossa che scricchiolano, dell’artrite che artiglia, dell’emicrania che attanaglia e dell’osteoporosi che scava il midollo. E, se non ci si dilunga sulla sintomatologia, resta il tempo di spolverare i cari estinti, i tempi passati, i progetti realizzati e quelli evasi. Anche i ricordi aiutano a sentirsi vivi. Giù, nella saletta del tè, non si faceva altro: la vedova Rossi se ne stava ore intere ad accarezzare lo scialle che il marito le aveva regalato e a sottolineare quanto lui fosse gentile e premuroso, nel tentativo di tenere viva una memoria che nessuno poteva condividere davvero; il signor Marchesi si lamentava per una vecchia ferita riportata durante un inverosimile bombardamento; la signora De Santi dava lezioni di cucito e ricamo, che interessavano le dame tediate dalla prospettiva di lunghi pomeriggi uggiosi da gremire; il signor Maraldi decantava improbabili poesie d’amore autografe, ingenuamente convinto che nessuno potesse rinvenire il plagio. Qualcuno giocava a canasta, parlottando del tempo; qualcun altro se ne stava in disparte, sulle poltrone della sala di lettura, con la pipa penzoloni tra le labbra ed il giornale di sghimbescio sulle ginocchia, lo sguardo fisso su un punto lontano almeno trent’anni. I giovani credono che ci si dimentichi cosa significhi vivere. Ritengono che le rughe, le couperose, le vene varicose ed i prolassi di varia natura corrispondano inequivocabilmente alla demenza senile, tale per cui, rincoglioniti, i vecchi sarebbero propensi a credere che quella sia la vita. Ma si sbagliano di grosso: la vita vera si svolgeva fuori di lì, senza di loro, e tutti n’erano lucidamente consapevoli. Era una vita un po’ frenetica, è vero, e fors’anche bislacca a volte, ma ognuno di loro avrebbe barattato tutti i rotoli di carta, gli assorbenti ed i bicchieri per la protesi ortodontica, pur di prendervi parte un giorno ancora. Non c’era conforts che potesse restituire l’entusiasmo di cui erano stati partecipi sulla giostra dei cavallini. Di tanto in tanto a lui capitava di ricordare la guerra. Non gli era piaciuto impugnare il fucile per respingere i nemici, ma aveva fatto il suo dovere, credendo negli ideali e non negli strumenti. Quando poi era tornato a casa, aveva fatto di tutto per dimenticare quegli anni e disegnarsi una vita in cui non vi fossero intercapedini d’odio e di dolore. Aveva trascorso i giorni tentando di dimenticare le notti insonni, popolate di fantasmi che la penombra rimpolpava. Ma c’era stata Adriana a stringerlo forte, lenendo il dolore con l’amore e con quel figlio che volevano avesse un futuro più facile. Poi Adriana era morta e lui era andato a vivere con il figlio. Era una collocazione provvisoria, perché ormai era un vecchietto buono solo per le favole. A volte pensava di meritarsi qualcosa di più, dopo una vita di sacrifici. Ma aveva compreso, alla fine, che se un genitore dà alla luce un pargolo per trarne una garanzia sulla vita è meglio che firmi una polizza assicurativa - é più economica e si può pagare a rate. Eppure…quanta fatica raccogliere i cocci e defilarsi, lo sguardo fiero - soltanto un po’ annacquato, ma tutti lo avrebbero attribuito alla cataratta - e il cuore ammutolito. Certo, l’ospizio un viale alberato l’aveva davvero, con panche di un bel verde brillante su cui ci si poteva sedere per lasciarsi cullare dal sussurro delle fronde e dal brusio dei passeri, e magari anche appisolarvisi. Su quelle panchine lui aveva tante volte sognato di portarvi Adriana.

“Adriana, mi hai giocato davvero un brutto scherzo. Hai fatto bene a risparmiarti tutto questo, ma lasciarmi da solo è stato un tiro mancino!”.

Ciononostante, pur di poter godere ancora di un pallido bagliore, era disposto a tollerare anche l’oscurità. Un bambino ama la vita per incoscienza: ama ciò che non conosce; s’innamora delle proprie speranze, aspirazioni, illusioni; danza con ombre di progetti e sogni, inebriato dall’aroma di pietanze di cui non conosce il sapore. Ma un vecchio, uno come lui, l’amava nel disinganno e nella piena consapevolezza del dolore e della gioia. L’amava avendola assaggiata, e talvolta mal digerita. E l’amava spassionatamente, senza inganni. La vita nuda di chimere, eppure ancora tanto seducente. Ma per rendersi conto di queste riflessioni, i giovani teorici dovevano percorrere il viale della vecchiaia. E ci avrebbero impiegato molto meno tempo di quanto s’illudessero. Un lampo.

 

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