2° racconto classificato di Silvia Davanzo – Maserada S.Piave (Tr)

La Finestra

Odiare il prossimo è come
dare fuoco alla propria casa
per scacciare un ratto.

Harry Emerson Fosdick


L’infermiera tirò su la persiana e la piccola stanza s’inondò di luce; diede il buongiorno alle due vecchie pazienti ed uscì. Al suo passaggio, una folata fredda raggiunse il braccio nudo con la flebo dell’anziana donna vicina alla porta, che sospirò: un altro giorno interminabile era iniziato, ancora tante lunghe ore da sopportare in silenzio, distesa su quell’odioso letto in cui era costretta ormai da mesi. E sotto quelle lenzuola, lì in quelle condizioni, il tempo passava lento. Esasperatamente lento.
Impossibilitata ad alzarsi, trascorreva le sue giornate rimandando a memoria ogni particolare della stanzetta, che pareva divenire sempre più angusta e soffocante, sempre più tetra. La vecchia ne ripercorreva con lo sguardo ogni angolo, all’infinito… La maniglia scrostata della porta, la coppia di armadietti di ferro addossati al muro, il singhiozzo del neon al soffitto prima di riuscire ad accendersi, la gocciolina eterna della flebo, lo sguardo afflitto della Madonna di gesso sul comodino; ed il tragitto della luce che entrava dai vetri, ora dopo ora, e l’avanzare delle ombre sul pavimento, lungo le pareti, sul letto dell’altra donna. Anch’essa era malata: vecchia, sola e malata come lei, e come lei se ne stava distesa, nel suo posto accanto alla finestra, ad attendere pazientemente, giornata dopo giornata, l’arrivo della notte.
Non parlavano mai tra loro: come se il fatto di ritrovarsi entrambe inchiodate da tempo ai letti di quella minuscola stanza d’ospedale, dimenticate dal mondo, significasse che non c’era poi molto da dirsi; come se il ritrovarsi lì insieme, assolute sconosciute dal destino comune, da solo dicesse già tutto.
Invece quel mattino ci fu qualcosa da dire. All’improvviso, senza avvertire, senza chiamare l’infermiera e di sua esclusiva iniziativa, la vecchia accanto alla finestra puntò i gomiti sul materasso, si sollevò col busto e sbirciò fuori. Il suo viso rugoso e giallognolo s’illuminò all’istante, divenne radioso come se stesse assistendo ad uno spettacolo sorprendente e le labbra tremanti presero a descrivere ciò che gli occhi stavano ammirando, rapiti. Parlò solo per una manciata di secondi, perché faticava a mantenere quella posizione, ma furono sufficienti per raccontare quanto quel mattino fosse splendido… Il sole era un diamante che si stagliava nel cielo nitido, disse, e due rondini argentate planavano proprio lì davanti tracciando ampi cerchi nell’aria.
Detto questo, si voltò verso l’altra donna e le sorrise; poi si rimise distesa e non proferì più parola per tutto il giorno.
Ma la vecchia accanto alla porta che, ammutolita, aveva assistito all’intera scena, ancora sentiva gli occhi inebriati dall’immagine che le era contemporaneamente esplosa nella testa: non riusciva a smettere di vedere davanti a sé le rondini che si libravano nell’azzurro e le loro ali soffici baciate dai raggi caldi, ed il sole che si apriva nell’immenso… Quest’immagine la cullò per tutte le ore di quella giornata e quando il buio batté sui vetri, e l’infermiera abbassò la persiana augurando la buonanotte, s’addormentò come una bimba.
La mattina seguente la scena si ripeté, ma stavolta la donna lottò con tutte le sue forze finché non riuscì a mettersi addirittura seduta: guardò fuori dalla finestra ed un abbaglio di gioia la pervase. Da quella posizione diceva di riuscire a vedere un giardinetto sottostante, dove la primavera aveva risvegliato la natura nel suo fulgore: dei bambini si rincorrevano e si rotolavano nel verde lucido dell’erba alta; una mamma aiutava la sua piccola a raccogliere primule, ai piedi di betulle ricche di foglioline solleticate dal vento; c’erano poi farfalle confuse in aria e, brillante di luce, la scultura di un gruppo di putti in festa tra gli zampilli di una fontana.
La vecchia accanto alla porta ascoltava affamata quelle parole, le ingoiava una dopo l’altra e le sentiva scendere calde nello stomaco, giù fin nelle anse dell’anima: parole che le penetravano le pupille scoppiando in immagini vivide, che le gonfiavano il cuore, spumeggianti, e felici le riecheggiavano dentro… Era meraviglioso gettare finalmente lo sguardo sul mondo, oltre il grigiore di quelle pareti insopportabili; potersi finalmente affacciare sulla vita che brulicava là fuori ed assaporarne il gusto unico!
Quando le parole finirono, la donna accanto alla finestra le sorrise nuovamente e si distese, poi non disse più nulla fino all’indomani. E così prese a fare ogni giorno, in qualunque momento, non appena le sue forze glielo permettevano e riusciva a mettersi seduta all’insaputa dell’infermiera… Ecco che allora descriveva il tramonto, quando il sole purpureo accendeva il giardino di bagliori dorati; o l’arrivo della sera, quando nel cielo le nubi scivolavano nascondendo e scoprendo la luna al soffiar del vento, e di sotto le betulle scuotevano le loro chiome mentre venivano gradualmente inghiottite dalle tenebre.
Ogni giorno c’era il suo racconto, poi il suo sorriso, ed il suo silenzio: una sorta di rituale. E la vecchia accanto alla porta s’accorse di vivere di quel rituale, di quelle parate d’immagini che le si sprigionavano nella mente mentre quella donna descriveva ciò che vedeva al di là dei vetri; e quando si zittiva, cominciò a sentire sempre più spesso che un qualcosa di vibrante le scorreva nelle vene, una miscela di frenesia ed insofferenza che lentamente, ma inevitabilmente, le instillò il desiderio d’impossessarsi di quel posto accanto alla finestra… Perché non poteva assistere di persona a quelle scene? Perché doveva accontentarsi delle descrizioni, invece di guardare con i suoi occhi? Perché non era lei la fortunata? Perché!
L’invidia cominciò a ribollirle dentro e, gradualmente, le sue pupille s’iniettarono di una rabbia velenosa. La notte non riusciva più a dormire, tormentata da quel desiderio che si faceva sempre più prepotente. Un desiderio ossessivo. Assoluto.
E proprio durante una di quelle logoranti notti insonni, all’improvviso sentì l’altra donna dapprima agitarsi nel sonno, poi svegliarsi di colpo ansimando spasmodicamente e nella semioscurità la vide tendere le braccia, confusamente, alla disperata ricerca d’aiuto: necessitava dell’arrivo immediato dell’infermiera e a lei sarebbe bastato allungare una mano e premere il campanello affinché questa si precipitasse in soccorso. Ma non lo fece.
Rimase immobile ad ascoltare il respiro sempre più corto ed affannoso della poveretta; poi i suoi rantoli; poi più nulla.
Per il resto della nottata la vecchia si rigirò nel letto, rimuginando su quanto era successo, e si convinse che in fondo non era stata colpa sua, poiché tutto era accaduto così in fretta che le cure non sarebbero comunque mai state abbastanza tempestive.
Il mattino seguente l’infermiera alzò la persiana, si accorse del corpo senza vita dell’altra donna ed in silenzio lo portò via.
Ora il posto accanto alla finestra era libero e la vecchia lo contemplava beata nell’attesa d’occuparlo al più presto.
Dopo qualche giorno era lì, distesa accanto ai vetri: attendeva quel momento da settimane e finalmente il suo sogno stava per realizzarsi.
Emozionata, puntò i gomiti sul materasso, tremando riuscì piano piano a mettersi seduta e guardò fuori.
La finestra s’affacciava su un muro di cemento.


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