14a poesia classificata di Anna Maria Habermann – Milano
Sotto l’abside di pietra serena
Alla luce sfiocata
dell’antico convento
ti vedo
nel tempo che fu
certosino incanutito
fra Kyrie e Alleluja.
Cercavi bacche silvane
sul monte innevato
e le premevi ogni sera
per cavarne l’inchiostro.
Con nera ossidiana
raschiavi iscrizioni sbiadite
e con pietre di fiume
spianavi le rughe
a pergamene ingiallite.
Ti vedo
scriba medievale
attrappito dal gelo.
Da vespro a compieta
vegliando nella cella oscura
copiavi paziente
i biblici cantici
e in oro zecchino
miniavi l’incipit
con martiri e santi.
con il capo chino
devoto amanuense.
Alla luce tremula
d’una candela
la tonsura di fede
un’aureola pareva
mentre sotto il neuma
che ritmava il canto
stilavi tornite vocali
sulla pagina tesa
per lasciare ai posteri
quella sacra preghiera
scandita dal largo respiro
del gregoriano antico.
genuflesso in penitenza
nella navata deserta
che odora di muffe
e d’incensi bruciati.
Ma ora
nel quieto stare
odo passi strusciare nella cripta
e dietro l’altare.
Un monaco bianco
s’avanza al leggio scurato
e sfoglia l’antifonario miniato.
Non è sogno
se le volte ogivali
si fanno vibranti
quando l’incappucciato
con limpida voce
intona solenne il canto
sulla pioggia di punti
distici scandici e clivi
dell’antico manuale.
Oltre la grata
s’unisce al melisma
un coro di voci celato
dagli scranni di noce.
“Praecèptor,
per tòtam noctem
laboràntes
nihil cépimus…”
ombra d’opalescente alabastro.
Ascolti muto le strane parole
scritte da te e mi pari stanco.
fra lisce colonne
ed alte vetrate
s’eleva il Vespero
ed è rosso scarlatto.
Liber usualis
Dominica IV, post Pentecosten.
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