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9° racconto classificato di Michele Vigliotti (Cervino - Ce) BLOWING IN THE WIND Se la trovò una mattina nella sua stanzetta di vicepresidenza: occhi tristi da cane bastonato, una specie di corazza fatta per tenere lontano tutti dal nucleo dolente che nessuno doveva conoscere…….i capelli non curati, ispidi, rovinati da cattivi colori……il volto, bello e sproporzionato, infantile in alcuni tratti, imbronciato, privo di quella luminosità che un po’ di cura e di trucco avrebbe esaltato….. Gliela avevano scaricato le sue colleghe del centro di ascolto del Liceo Pedagogico dove insegnava«E’ strana –gli avevano detto-, ce l’ ha con tutti, a volte è selvaggia: ha solo una compagna con cui si confida; non si rifiuta d parlare con noi ma se le fai qualche domanda più diretta su di lei, ti pianta gli occhi in viso e dice “parliamo d’altro!” Tu sei così attento e disponibile, sei sempre dalla loro parte….e un po’ di aura paterna ce l’ hai….vedi se con te si sbottona! Non ha voluto saperne di prendere un appuntamento con la psicologa, anche se continua a venire…..ha parlato con quasi tutte noi…..sembra soppesarci, parla dei suoi cantanti preferiti, di Bob Marley e di Sting, ha letto molto,si vede, cita Habermas ed Heidegger, spesso parla anche di culti orientali e sicuramente ha a che fare con “la roba”; l’altro giorno ha ammesso di avere appena fumato uno spinello fuori il cancello della scuola…..Vedi tu!» Non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima! Certo le sei-sette colleghe del CIC facevano un buon lavoro: i ragazzi sono così strani, hanno sempre bisogno di parlare, d sfogarsi, di comunicare; le famiglie spesso sono contenitori asettici, case-albergo dove parlarsi riesce sempre più difficile; nel gruppo dei pari si parla di tutto, ma per lo più erano cose da poco conto, storie di ragazzi, consigli spiccioli su come comportarsi con l’altro sesso o come perdere qualche chilo di troppo! E in quel paesone del Sud che invano cercava di assurgere a città, non c’erano circoli ricreativi se non le sale giochi più o meno manovrate dalla camorra dove tra video poker illegali, spinelli e pasticche si formava la manovalanza della criminalità organizzata. Lo diceva tante volte,accalorandosi nei convegni, nei collegi docenti, nelle consulte in cui era chiamato a far parte: in quella plaga d’Italia dove le parrocchie raccoglievano poche bizzoche sempre col rosario in mano e qualche gruppo di pivelli che mettevano su con sussiego corali e filodrammatiche, dove i centri sociali erano visti come realtà eversive e qualche raro gruppo culturale raccoglieva solo vecchietti rinsecchiti da studi storico-filologici e signorine (magari cinquantenni) di buona famiglia, la scuola era l’unica agenzia educativa, l’unico centro dove fosse possibile crescere e vivere positivamente la propria giovinezza. Questo naturalmente a patto di trovare docenti motivati e generosi, combattivi, che fossero cittadini impegnati prima che operatori scolastici; ed istituti accoglienti, presidi sul territorio di legalità e serenità aperti al pomeriggio. Erano
oramai tanti anni che si batteva per queste idee: all’inizio era stata
“voce di chi parla nel deserto” : poi intorno a lui si era formato
un team, strano, di professoresse e qualche collega che aveva provato
a mettere in pratica, sulla propria pelle, rischiando e sbagliando,
quelle idee di innovazione ed apertura che poi la legge sull’autonomia
avrebbe sancito solennemente. Avevano collezionato accuse di lassismo
di colleghi che pensavano ad una scuola vecchia già nei loro ricordi
che nascondevano dentro la cortina della severità, l’incapacità di
rapportarsi ai ragazzi, quelle di “fondamentalismo khomeinista” da
parte dei docenti degli altri istituti superiori della cittadina,
e gli sfottò spesso poco amichevoli dei “ ventisettisti”, cioè dei
colleghi che “tiravano a campare” e di questo avevano fatto un’ arte
sopraffina (c’era un prof di ed. fisica chiamato “chi l’ha visto”,
un altro che aveva avuto da Sant’Antonio il dono dell’ubiquità ed
era capace di fare contemporaneamente l’anno integrativo, un corso
di perfezionamento e qualche attività privata….).E la “scuola nuova”
di cui sempre parlava significava anche ascolto delle mille esperienze
dei ragazzi, prevenzione del disagio, qualcuno che stesse lì ad ascoltare
chi a casa non parlava e coi compagni non comunicava.Cominciò così
il rapporto tra Al, studentessa di quarta liceale, e il prof.«Hanno
chiamato lei, a quanto pare sono un problema di difficile soluzione
per le sue colleghe!- esordì Al- Il gran giro in persona, che onore!».
Aggressiva, con un sorrisetto canzonatorio, la ragazza sembrava soppesare
il prof.«Senti!- disse il prof- non ho voglia di chiacchierare , andiamo
in vicepresidenza, ci facciamo portare un caffè, se mamma te lo fa
prendere, e ci sentiamo una canzone: Da buoni “cavalieri antiqui”.
Poi tiriamo fuori le spade. Un’alzata di spalle fu la risposta. Nella
piccola saletta, mentre fuori si scatenava il chiasso dell’intervallo
di mezza mattina con la solita rissa alla bouvette, il prof mise sul
piatto “Blowing in the wind” di Bob Dylan. Quella voce metallica,
quell’incalzare di frasi smozzicate, quel ritmo lento e strascicato
dalla parlata del Sud produssero un effetto strano su Al: ascoltava
con le mani i grembo, profondata nella poltroncina fissando un punto
dietro la testa del prof che la guardava negli occhi mentre con la
bocca ripeteva i versi della canzone, a mezzavoce…Quando la canzone
tacque, il silenzio nello studio regnò sovrano. Poi il prof. «Vedi,
quando ho sentito per la prima volta questa canzone, ero all’università,
avevo il fuoco nelle vene e il futuro me lo sentivo in tasca, e quando
il menestrello ebreo-americano si chiedeva e mi chiedeva “quante volte
un uomo dovrà…..” mi rispondevo e gli rispondevo “sempre”, senza rimpiangere
mai nulla! Ed alzavo il pugno. E quante volte sono stato tentato di
deporre le armi e fare anch’io il “tira a campare”, il dritto, e quante
volte ho pensato che le guerre contro i mulini a vento fanno male
e i danari e il potere sono una cosa seria e reale, ho rimesso questo
disco e mi sono risentito Bob Dylan… Altri, forse anche tu, avrebbero
preferito uno spinello, una sniffata: a me la scarica di adrenalina
la dà questa promessa antica, questo impegno severo. Non mi arrenderò
mai e non diporrò le armi finchè ci sarà qualcuno che avrà bisogno
di una mano amica…. Ora ci sei tu!..»Forse si era infervorato, parlando,
certo aveva un po’ alzato il tono della voce. Quando la guardò in
faccia le vide due lagrimoni colarle lungo la guancia lasciando una
scia tra grigio e azzurro. Al si alzò in silenzio e girò le spalle;
poi dalla porta, prima di uscire nel corridoio disse:«Se non la disturbo
verrò ancora qualche volta. Non credevo, non immaginavo…basta…ciao!».Da
allora Al tornò, e tante volte nella piccola saletta della vicepresidenza;
a volte era ironica:«Posso confessarmi, padre?»; a volte sfacciata.«Ci
chiudiamo dentro una mezzoretta?»; ma pian piano, a pezzi e a bocconi,
tra qualche lagrima e qualche sorriso amaro, la sua storia venne fuori,
il quadro fu chiaro.Il prof non chiedeva mai: era sempre lei che,
tra qualche esternazione radical punk, il commento sugli ultimi articoli
o libri che aveva letto e gli sprezzanti giudizi su alcuni dei suoi
docenti, cominciava d’improvviso a parlare di sé: come se per un attimo
si allentasse il catenaccio con cui rinserrava le sue emozioni….Era
una storia amara, pure tanto quotidiana: un padre e una madre che
non si amavano più, un matrimonio tenuto in piedi solo per convenzione
e fariseismo, scenate continue, lei che aveva cominciato a sbattere
la porta e cercare altrove lidi più tranquilli. Aveva però trovato
la compagnia sbagliata, tre-quattro ragazzi sbandati e marci moralmente,
che vivevano di espedienti e piccoli furti, e che avevano visto in
lei la gallina dalle uova d’oro; dapprima era stata la curiosità e
l’invidia per quei libertari che vivevano liberi come il vento, fumavano
e si impasticciavano, dormivano tutti insieme in un sottoscala arredato
alla meglio, mangiavano quel che gli capitava….Al si era legata soprattutto
con la ragazza del gruppo, Vale, una biondina filiforme, piena di
anelli e tatuaggi, con un logoro completino jeans tutto sfilacciato:
Vale era per Al ciò che lei aveva sognato; a diciassette anni era
un cane sciolto senza legami e senza collare,mentiva senza arrossire,
chiedeva l’elemosina quando era al verde, rubacchiava e qualche volta
s’era anche prostituita, a quanto faceva capire; pian piano Al si
era affezionata a Vale, un affetto intenso e morboso, che la allontanò
da tutti i suoi amici ed amiche; ogni minuto libero desiderava passarlo
con lei. E con Vale aveva fumato il primo spinello, e poi era passata
alle pasticche e, da poco, all’eroina: e i buchi sotto la costosa
camicia jeans che ella portava sempre a maniche lunghe, dimostrarono
la triste realtà di quanto diceva.A volte parlava a valanga, per interi
minuti, a volte proferiva solo qualche frase, come trattenuta da una
forma di ritegno.Quando il quadro fu chiaro, il prof si mosse subito
e con energia: impegnò Al a farsi qualche chiacchierata con la psicologa,
una volontaria che faceva un buon lavoro ed era sempre disperata perché
secondo lei non faceva abbastanza; poi andò da Carlo, un suo vecchio
amico dei tempi dell’Università, Donchisciotte come lui, che da vent’anni
gestiva una casa- famiglia per tossicodipendenti: aveva tante croci
nel cuore e alcune anche nel giardino della sua comunità, coi nomi
di chi non ce l’aveva fatta: ma c’erano anche tanti che dovevano a
lui l’uscita dal tunnel, la libertà e la vita. Lo accolse con la zappa
in mano, stava lavorando ai carciofi che lui e i suoi ragazzi vendevano
al mercato, perché Carlo aborriva i soldi dello Stato e diceva che
i drogati sono un problema di tutti e tutti dobbiamo contribuire a
salvarli. Dopo che Carlo ebbe ascoltato tutto, scotendo la sua testa
dalle lunghe ciocche ribelli di capelli oramai bianche, gli disse:«Ho
impressione che sia un caso tosto: l’eroina è una brutta bestia e
ogni volta che me la trovo di fronte ne ho paura: solo nei filmetti
di RAIUNO si esce dal tunnel basta che un prete ti si metta vicino
a guardarti negli occhi! Comunque la casa è aperta!».Il più brutto
fu parlare coi genitori, Al. Non voleva, anzi più semplicemente non
le importava di loro: quei due ottusi tangheri chiusi nei loro rancori
e avviluppati nel loro perbenismo, per poco non lo presero a male
parole…..Facesse scuola lui, se sapeva farlo, che alla figlia avrebbero
pensato loro…. !Al. Non reagiva: la vedeva sempre più passiva, mancava
spesso a scuola; un giorno che venne, col viso pallido, gli occhi
cerchiati, arrossati, gli disse canzonatorio:«Prof che si aspettava,
che le facessero il monumento, i miei; non ha capito che di me non
se ne fregano, che io sono solo un fastidio…..Non riesco nemmeno più
ad odiarli, mi fanno compassione. Piuttosto mi dia qualcosa da leggere.
Vale adesso ha lasciato i suoi amici ed io vivo con lei; torno a casa
giusto qualche volta alla settimana, per fare il pieno….io, Vale e
l’eroina….che trio,eh! Ma qualche volta mi scoccio ed ho voglia di
leggere». Parlammo per un’ora intera, mentre il prof. gli metteva
l’uno sull’altro “I Pascoli del cielo” di Steinbeck, “Santuario” di
Faulkner, “Il Ponte di S. Louis Rey” di Wilder e “L’Antologia di Spoon
River”. Ma quando la pregò di passare qualche settimana da Carlo,
Al tagliò corto «son venuta da lei, prof, perché sa ascoltare e a
suo modo, sa parlare al cuore: lo sa che è l’unico maschio di cui
m’interessa qualcosa e di cui mi sarei potuta innamorare … Non rovini
tutto, torni a sentire il suo Bob Dylan e segni una sconfitta sul
suo pallottoliere mentale… ci vedremo? Quien sabe! E prima di andarsene
gli andò vicino e senza una parola la baciò sulla guancia; il suo
respiro o forse il suo rossetto sapeva di fragola e al prof rimase
a lungo nel naso quel profumo vivo, penetrante… cancellò lo sbaffo
di rossetto quasi con fastidio e rimase a lungo collo sguardo perso
nel buio, e fu lui alla fine a dover ricacciare una lagrima importuna.
Passarono mesi lunghi, pieni di impegni, con tante facce che passarono per quella stanzetta con mille problemi che chiedevano un interlocutore. E un tarlo traditore sempre nel profondo, Al a scuola non veniva più, una compagna di classe gli disse che i genitori l’ avevano portata in Alta Italia, forse a San Patrignano, che quella amica del cuore di Al, Vale era finita in carcere per furto con scasso…..dopo qualche tempo gli arrivò una cartolina super illustrata, da un posto della Romagna: raffigurava un party con migliaia di teste ed una freccia “c’ero anche io!” Dietro
un’intera lirica, in inglese, “Johnnye Sayre” dall’Antologia di Spoon
River. Una frase sottolineata a matita rossa, quella finale. “Strappata
al male a venire!”. Il prof capì, capì tutto…..Dopo qualche mese,
una mattina arrivò a scuola la mamma di Vale; indossava il solito
visone e il suo trucco era impeccabile, ma una smorfia lungo il viso
e certe rughe che non era riuscita a coprire parlavano per lei; aveva
rotto col marito che se ne era tornato in Calabria: Al era stata per
qualche mese in una comunità INCONTRO di don Gelmini, ma poi era andata
via: ne avevano perso le tracce per qualche mese, poi l’aveva beccata
la polizia, a Cesena, in un centro sociale perquisito, dopo certi
disordini. Era in overdose da eroina. L’avevano portata all’ospedale
e di lì avevano rintracciato lei. “Vorrei farvi vedere come è ridotta,
professore, non si riconosce più: pesa trentotto chili, non riesce
più a mangiare. Sono venti giorni che è a casa, a letto con un’infermiera
vicino, si può nutrire solo con sondine e spesso fa fatica a respirare…..Sono
tre giorni che mi chiede di voi: oggi sta un po’ meglio, se volete
venire……Il prof si era già alzato, infilò il giubbotto e il berretto:
dentro al cuore gli si agitavano sentimenti strani; prevaleva una
rabbia sorda, un rancore immotivato e profondo, avrebbe picchiato
coi pugni sul muro fino a farsi sanguinare le nocche…..E invece seguì
la madre di Al. Nel lettino bianco della sua stanza di ragazzina,
solo la gran massa di capelli ispidi e mal colorati, era la stessa:
cos’era diventato quel volto rotondo e luminoso di bambina e gli occhi…..sembravano
biglie opache. Solo la voce era la stessa,un po’ più roca, ironica,
aggraziata.«Prof non l’ha persa la sua vocazione di missionario,eh!
Ci contavo, per morire dopo aver visto una faccia conosciuta ed amata!»passò
al “tu”:«T’ho pensato spesso,prof, avrei voluto scriverti, ma mi venivano
sempre cose sceme: tu sei un letterato ed avrei fatto brutta figura….ci
tenevo che tu conservassi un buon ricordo di me, non sono stata nemmeno
tua alunna, ma è come se ti conoscessi da sempre. Ti ricordi quando
parlavamo di filosofia e di letteratura straniera e di blues! Pensavo
sempre di poterti mettere in difficoltà, leggevo apposta libri difficili….e
invece sapevi sempre tuttora t’invidiavo soprattutto la tua forza,
la tua serenità: ti ho perfino odiato per questo….Mi sono distrutta
con le mie mani, coscientemente, giorno per giorno: la droga è stato
il mezzo con cui volevo farla pagare a tutti. Qualche volta ho avuto
qualche ripensamento ma è durato poco….ecco qualche settimana fa ti
avevo scritto una cosa….prendila è in quel libro!». Nella copia ancora
ordinata e con la sovracopertina de “I Pascoli del cielo” c’era una
cartolina, con l’immagine delle tre famose scimmiotte “non vedo”,
“non sento” e “non parlo”; con un pennarello Al ve ne aveva disegnato
una quarta il cui fumetto diceva: “aiutami, sto morendo!”.Il prof
la guardò a lungo, Al era esausta, ansimava, il collo, minuto, lasciava
intravedere lo sforzo che faceva per respirare, il petto si sollevava
ansimante. Gli tese una manina, sciupata e pallida, con le vene che
risaltavano azzurre, in rilievo, e due aghi infilati nel polso. Il
prof la prese e la strinse poco.«Al –disse mentre un groppo cattivo
gli stringeva la gola e non scendeva giù- guarirai, i porterò da Carlo,
starai con lui e i suoi ragazzi, a piantar carciofi ed a sentire le
favole di Carlo; verrò anche io, ti leggerò il mio Luzi e gli spirituals,
ti farò ascoltare l’ultimo CD di Guccini; e quando sarai guarita verrai
a casa da me, conoscerai i miei figli, ne ho una che ha il tuo stesso
nome e ti somiglia tanto!». Un vago sorriso le illuminò per un attimo
il volto.«Prof –rispose- son contenta di averti rivisto, ma le bugie
a me non le hai mai fatte bere; e non accadrà oggi. Lo so che per
me è finita, e nemmeno me ne dispaccio: in fin dei conti l’ho inseguita
per tanto tempo “sora nostra morte corporale”…..Ho citato bene, prof
!>> Fu la sua volta di sorridere lievemente. Poi accentuando
la stretta intorno alle povere dita il prof. disse solo: «Perché,
Al?»La ragazza lo guardò fisso; c’era ora una sorta di sobria severità
nel suo viso sofferente: poi disse:«Ricorda il tuo Dylan: blowing
in the wind !». Poi chiuse gli occhi…..Cinque giorni dopo, in un pomeriggio
ventoso di marzo, mentre nuvole capricciose si addensavano in cielo
e nell’aria si coglieva già un sentore di cose nuove, di gemme che
si gonfiavano sotto la corteccia, di fiori che crescevano sotto le
foglie secche e fradice, il prof accompagnò al cimitero Al l’incompresa,
il problema con cui si era misurato ed aveva perso. E mai come allora
gli pesarono i suoi cinquant’anni appena compiuti, le ossa che cominciavano
a scricchiolare, i capelli che ingrigivano, le rughe che vennero a
segnargli la fronte e il cuore.
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