5° racconto classificato di Roberto Curatolo - Milano

MENTA

Ansimava per qualche minuto, seduta in punta sulla sedia dell’ingresso. I tre piani di scale la impegnavano più di un’ascesa ad una cima alpina. Nell’affanno, riusciva a mormorare: E’ solo un attimo... solo un attimo... adesso mi riprendo... Mi scusi... mi scusi, signora...

Non c’è fretta la rassicurava mia madre; si metta più comoda. Vuole un bicchier d’acqua?, ma non la sentii mai accettare, né appoggiarsi per un momento allo schienale. Già le doveva sembrare fuori luogo poggiare le sue natiche sulla sedia dei signori.

Poi, anticipando i tempi del recupero, si rimetteva in piedi, dirigendosi lentamente verso il bagno di servizio. Lì estraeva la biancheria dalla cesta, cercando per primo un lenzuolo che apriva sul pavimento. Quindi vi accatastava sopra, un po’ alla rinfusa, tutti gli altri panni e poi chiudeva il fagotto confezionando con i capi del lenzuolo due grossi nodi. Caricato il fardello sulla schiena, prendeva rapidamente la via delle scale, non prima di aver garantito a mia madre una pronta restituzione. Entro lunedì prossimo. Entro lunedì certamente, signora!

La guardavo scendere goffamente per le scale e quel carico di panni sulle spalle mi sembrava non potesse rappresentare meglio la fatica della sua esistenza.

La guerra era finita da poco e l’Italia affogava nella miseria. Ma lei, Menta - quello era proprio il suo straordinario, freschissimo e beffardo nome - povera lo era sempre stata. E lavandaia pure. Sempre aveva girato per le case a caricarsi di panni sporchi per poi restituirli lindi e profumati come il suo nome.

Avevo insistito talmente che un giorno la mamma glielo chiese. Com’è che si chiama così, Menta?

Lei non si meravigliò. Ansimando, come al solito, rispose: Me lo chiedono in tanti, ma io non lo so. Non l’ho mai saputo. A me non sembra strano... è il mio nome.

Rimasi con la mia curiosità inappagata e continuai a fantasticare su ciò che passò nella testa dei suoi genitori nel momento della scelta davanti all’impiegato dell’ufficio anagrafe.

Menta aveva un’età indefinibile. In quel volto così profondamente solcato dalle rughe, gli occhi azzurrochiari erano piccoli laghi di giovinezza. Ma tutto il resto del corpo denunciava i segni impietosi del tempo. Fianchi larghi e gambe gonfie, curvate alla cavallerizza dal sovrappeso e dai fardelli. Un seno grosso e sfatto s’intuiva sotto il grembiule.

La sua puntualità era proverbiale. Ogni lunedì, quando la si sentiva arrancare per le scale, non c’era bisogno di guardare l’orologio: erano le tre spaccate. Come una campana che rintocca.

La sua postazione di lavoro era sempre la stessa: si metteva invariabilmente al terzo posto del lavatoio di Vicolo Lavandai, in una deviazione del Naviglio. Non era lontano da casa nostra e talvolta passavo di lì con mia madre, invidiando i ragazzini che sguazzavano fino a mezza coscia nell’acqua resa opalescente dal sapone, costantemente sgridati dalle donne che li accusavano di rimestare il fango del fondo e d’insozzare i panni.

Inginocchiata, paonazza in viso, Menta metteva un'insospettata energia nello sbattere i panni sul brelin. Li insaponava e poi fregava, fregava e fregava. Di tanto in tanto sollevava il busto, ponendo le mani alle reni e poi si detergeva il sudore con la manica del grembiule.

"Perché è così rossa?" chiedevo alla mamma, colpita da quel colore che spesso si faceva bordò cupo.

"E' fatica, figlia mia, è fatica..." mi rispondeva.

"Sì, ma le altre non sono così rosse!" osservavo.

"Sono più giovani, ecco perché!"

Ma non era vero, c'erano donne anche più anziane. E in loro la fatica lasciava tracce meno evidenti.

Quando si accorgeva di noi, Menta faceva un piccolo gesto con la mano e si sforzava in un lieve sorriso. Io agitavo il braccio e gridavo: "Ciao, Menta! Buon lavoro!"

I lunedì correvano tutti uguali, scanditi dal rito della riconsegna dei panni puliti e dalla presa in carico di quelli sporchi. Anche il fiatone era sempre uguale, anche quella piccola fretta nel timore di disturbare. Anche quella voglia di minimizzare il malessere, quasi che esprimerlo più compiutamente avesse potuto compromettere l'affidamento del compito.

Ma un lunedì di un'incipiente estate, Menta non arrivò. Erano passate le tre, ma lei non si era ancora presentata. La mamma attese inutilmente fino a sera.

Nemmeno l'indomani la vedemmo. Né il giorno dopo.

Il quarto giorno scendemmo fino a Vicolo Lavandai. La mamma domandò di lei a qualche donna. "E' da lunedì che non la si vede" disse una, "Forse non sta bene..."

La mamma chiese dove potessimo trovarla. Ci fu indicato: bisognava prendere il tram, sempre lungo il Naviglio, e scendere al capolinea. Di lì erano pochi passi.

"Te la senti di andarci da sola?" mi chiese la mamma. "Oggi ho molte faccende da sbrigare. Vorrei però avere subito notizie di Menta: mi preoccupa questo suo ritardo. Ormai sei grandicella: puoi farcela! E' un incarico di fiducia. La fermata è proprio lì, appena di là dal ponte. Mentre provvedo alle compere, tu vai dalla Menta e le chiedi cosa è successo. Ha tanto affetto per te... sarà felice di vederti."

Anch'io ero felice di quell'incarico. E per niente timorosa di affrontare quel piccolo viaggio da sola.

Sul tram ondeggiante provai un senso forte di sicurezza: me ne stavo in piedi, senza nemmeno tenermi alla maniglia. Avrei compiuto la missione e la mamma sarebbe stata orgogliosa di me.

Il tram terminò la corsa. Domandai al bigliettaio se quello fosse il capolinea. Disse sì.

Mi guardai attorno e vidi un paio di cascine. Entrai nella prima e chiesi se mi potevano indicare dove abitasse Menta.

Una donna mi fece un cenno col capo, aggiungendo in dialetto: "Là, bambina, dove vedi quelle persone."

C'era un crocchio, proprio davanti a una porta-finestra che dava sul cortile.

Cercai di farmi largo, ma una donna mi fermò. "Dove vuoi andare?"

"Sono un'amica della Menta" affermai con sicurezza, "devo parlarci."

"Da dove vieni, bambina? E come ti chiami?" mi chiese la donna.

"Mi chiamo Lucia e vengo da Via Corsico. La Menta ci lava i panni; lunedì non è venuta e la mamma vuol sapere perché."

"E non c'è qui, la tua mamma?" incalzò lei.

"No, aveva altre cose da fare e ha incaricato me d'informarmi."

Allora la donna mi prese per mano e mi disse, sforzandosi di parlare in italiano: "Vedi, Lucia, la Menta era  vecchia e non stava tanto bene. Aveva mal di cuore. Un po' le fatiche, un po' i dispiaceri..."

Allora sta male? E’ per quello che non è venuta lunedì? dedussi convinta.

Ricordo che la donna mi guardò con tenerezza. Forse non sapeva come dirmelo. Girò la testa verso le altre donne che si erano avvicinate, incuriosite dalla mia presenza.

Chi glielo dice? mormorò tra i denti. Poi sembrò raccogliere il coraggio necessario, mi carezzò i capelli e disse:

Lucia..., la Menta è morta, poverina. Lei viveva da sola, in quella casa lì. Noi siamo le sue vicine: qui tutti ci aiutiamo. E’ stata l’Emilia a entrare in casa: si era insospettita perché non l’aveva vista uscire, il mattino presto, come faceva sempre. L’ha trovata nel letto, sotto le lenzuola, belle bianche e stirate. Già, perché, a costo di star su di notte, voleva che le sue lenzuola fossero uguali a quelle che lavava e stirava per i signori. Sai cosa diceva? La mia casa è una catapecchia, ma le lenzuola devono essere uguali a quelle dei sciuri. I suoi figli, ne aveva tre, la trascuravano. Il maschio non ci può far niente, perché è a San Vittore; le femmine, una si è sposata con un soldato americano e chi la vedrà più, e l’altra... beh, l’altra te lo dirò quando sarai più grande. E così la Menta si spaccava la schiena a un’età in cui bisogna tirare i remi in barca; sempre a sbattere i panni sul brelin e a stirare fino a notte. Per quello che serviva a lei, avrebbe potuto fare meno di quanto faceva, ma quei due figli balordi...

Perché è in prigione il figlio? chiesi sfrontata.

Perché? Perché non ha mai avuto voglia di lavorare, ecco perché. Con un esempio come quello di sua madre, che ha tirato su i figli da sola, visto che il marito se l’era portato via la tisi tanti anni fa, lui preferiva cercarli nelle tasche degli altri, i soldi. E la mamma, ogni mercoledì, a portargli il pacco con la roba lavata e stirata anche a lui, il signorino, e le torte salate preparate con le sue mani. Oh, io glielo dicevo, guarda che sei una stupida, ma lei mi rassicurava, vedrai che stavolta mette la testa a posto. Mah, povera Menta, e povero anche lui, il figlio, adesso ha finito di star bene, dovrà accontentarsi del rancio della galera.

E la figlia? incalzai Perché non posso sapere? Ormai ho undici anni!

Undici anni? osservò stupita la donna. Sei così magrolina, pensavo che ne avevi meno. E’ proprio questione di costituzione, anche se uno è ricco e non gli manca niente, se di costituzione è magro, guarda qui!

Allora me lo dice della figlia?

Ma non c’è niente da dire, se non che le figlie, tutte e due, le hanno dato un sacco di dispiaceri. Alla Menta, dico. Certo la guerra ci ha messo tutti in ginocchio e la miseria è dura, piccola mia. A dir la verità, prima lavoravano, portavano a casa qualcosina. Ma poi era sempre più difficile trovare una qualunque occupazione e si sono accorte che era più semplice andar dietro ai soldati. Poi una ha trovato il fesso americano e l’altra si era messa a frequentar fascisti e dopo il 25 aprile ha preferito cambiare aria. Poverina la Menta come piangeva, quando gliel’hanno portata a casa a calci in culo e con la testa rasata.

Rimasi lì, senza parole, un po’ avevo capito, un po’ no.

Ad un tratto la donna mi disse: Senti, Lucia, tra un’oretta la portano via. La vuoi vedere? Non fa impressione. Sembra che dorma. Lei ci parlava delle case dove ritirava i panni. Ci parlava di tante persone. Sicuramente ci avrà detto anche di te. Perché non la vai a trovare? A lei farebbe piacere. Le dici un Requiem aeternam e un’Ave Maria, le fai un ciao con la mano e poi torni a casa. Già che sei qua, sarebbe un peccato...

Ricordo che riflettei solo pochi istanti. Ricordo che non mi faceva paura l’idea. Ricordo che pensai che l’avrei orgogliosamente raccontato alla mamma.

Andiamo! dissi.

La donna mi accompagnò, cingendomi le spalle.

Nella penombra la vidi distesa sul letto, vestita con un abito che non le avevo mai visto addosso. Mi parve più magra. Ricordo che mi sembrò che mi sorridesse. Aveva un’espressione serena.

Recitai le preghiere consigliate. La donna mi chiese se volevo carezzarla. Dissi di no. La salutai con la mano. Mentre stavo uscendo, vidi sopra uno stipetto alcuni panni stirati. Sopra gli altri, riconobbi la mia camicetta a fiori. Sotto la camicetta, il mio grembiule. Avvicinai delicatamente i vestiti al viso: profumavano, come sempre.

Buon profumo, vero? mi confermò la donna. C’era sempre buon profumo, qui da lei. Era un segno del destino, quel suo nome. Anche adesso, mentre tutti quelli che abbandonano questa terra, ci lasciano un cattivo odore, magari a ricordarci le loro malefatte, lei no, lei ci saluta col profumo dei suoi panni. E della sua vita scarognata, ma pulita.

Mi accompagnò al tram e, mentre salivo, mi diede un bacio. Sei una brava tusa. Dì alla mamma di venire, uno dei prossimi giorni, a ritirare la sua biancheria. Per questa volta, saremo noi vicine a finire il lavoro della Menta.

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