4° racconto classificato di Guido Bernardini  - Curno (Bg)

IL NODO

Entra in ambulatorio con fare un po’ incerto.Sessantacinquenne, post-menopausa ormai serenamente stabilizzata, capelli neri, tinti, borsa al braccio; fa per girarsi su se stessa un paio di volte, indecisa se chiudere o meno la porta alle  proprie spalle, poi chiude senza guardare, a disagio in equilibrio sui tacchi alti delle scarpe che vuole a tutti i costi cavalcare.Si siede di fronte a me ravviandosi i capelli, un bel girocollo d’oro lavorato a mano per coprire la vecchia impietosa cicatrice della tiroidectomia, mento in avanti ma senza fierezza, solo quel tanto che basta per fare vedere di esserci.Il viso è leggermente asimmetrico, la pelle, rosea a chiazze, non avvizzita, tirata e tesa sulle gote e sulla fronte, lascia degli avanzi qui e là sulle palpebre, appena sotto il mento, al di sotto delle orecchie.La bocca non sorride, incarcerata dal rossetto e richiamata all’ordine di un adeguato contegno da un’angoscia montante dalle profondità delle viscere.Una parola di saluto, non ricordo neppure quale.Rispondo con cordialità autentica, calore e un cenno accomodante del capo mentre allargo le mani indicando la mia disponibilità ad ascoltare.Troppo poco per raggiungerla là, al largo, in mezzo al fortunale che sconvolge il suo mare interno.Quindici anni prima-mi spiega- ha subìto un intervento di quadrantectomia destra, radioterapia, chemioterapia, anni di controlli fino al definitivo svezzamento dall’ambulatorio di senologia dell’ospedale tre anni fa con la sola raccomandazione di eseguire i consueti controlli routinari e farsi sentire in caso di necessità.Le ultime parole me le dice a torace seminudo, le spalline calate sulle braccia grassoccie, la camicetta ed il cardigan rosso stesi sulle spalle come uno scialle andaluso.Vuole che le palpi una pallina che la preoccupa nella mammella destra, la stessa operata quindici anni prima.Dice che non le fa male ma che si è ingrossata.Guarda altrove, fingendo di inseguire qualche pensiero oltre le mie spalle e il mio orecchio destro, reclinando il capo verso sinistra e offrendo il collo docilmente come una giovane amante si offrirebbe alle bramate labbra dell’amato.Nell’avvicinarla mi scopro gli avambracci come se dovessi immergere le mani in un bidone di olio da motore; prendo un poco di fiducia.La pelle del seno è appena ritratta in superficie, non si apprezzano rossori, il capezzolo non secerne alcun liquido, non si evidenziano altre tumefazioni o alterazioni notabili.Non la guardo in viso anche se potrei farlo, non posso che guardare dritto sul suo seno, lì dove la pelle è un po’ infossata, vedo le mie mani raggiungere la sua cute e iniziare a palparla con un sentimento di estraneità, come se vedessi attraverso uno schermo a grandangolo due braccia meccaniche all’opera nel vuoto siderale manovrate dall’interno di una navetta spaziale.Non appena stabilisco un contatto tattile mi percorre una scossa sottile, un fremito sotto la pelle, una vibrazione come il ronzio di un aspirapolvere che mi risucchia via, lontano.Lontano.Lontano dai segni e sintomi della semeiotica classica, lontano dal tumor, dal rubor, dal dolor, dal calor, lontano dalle malattie fibrocistiche e dalle flogosi duttali, lontano dall’epidemiologia, dalla diagnosi differenziale e dai tassi di morbilità e mortalità.Sono altrove. Niente che mi protegga.So di cosa si tratta. So cosa sto toccando. So chi sto toccando. È duro, consistente, grosso come una mandorla, adeso ai piani inferiori, proprio in corrispondenza di quelle rughe sulla cute; non riesco a spostarlo con le dita, avvinghiato con i suoi tentacoli raggiati alle strutture adiacenti, infiltrato nei dotti mammari, penetrato nelle venule e nelle arteriole, infisso come un pugnale nel cedevole tessuto fibroadiposo.

Continuo a toccarlo, a delimitarlo, a sfiorarlo nonostante non ve ne sia più alcuna necessità.

Sono calamitato da un fascino oscuro. Sono perduto, smarriti il tempo e lo spazio.- Sei fatto così dunque - ho pensato.- Ti posso toccare, stringere tra le dita, guardarti finalmente in faccia - mi continuo a ripetereAll’improvviso mi invade un disagio nuovo, sconosciuto ed inesplorato, come se mi fossi introdotto in una alcova segreta senza essermi annunciato, come se avessi violato una qualche intimità, come se stessi svegliando un cucciolo che dorme. Un feto che dorme.Tengo in mano un cucciolo informe, senza memoria e senza coscienza, un uovo covato in cui sta maturando un frutto perverso eppure inerme, un embrione destinato comunque a divorare la sua genitrice. Il figlio che cresce dentro la madre e la disintegra, poco a poco, ma con determinazione incrollabile. Il tempo gli darà ragione, dovrà solo nutrirsi a sufficienza, seminarsi ed estendersi ovunque e poi potrà prendere il sopravvento e sbocciare, realizzarsi fino in fondo, esibire la sua vittoria, effimera come un refolo di vento. Coronare con l’ultimo respiro esalato il suo incomprensibile progetto di rinnovamento, la sua misteriosa metamorfosi. Ogni nascita-mi dico- configura la morte ad una precedente condizione.Tengo tra le dita un cucciolo di morte.Penso che deve essere questo che  prova chi è preda di un delirio di onnipotenza.Mi sento totalmente impotente.Mi risiedo sulla poltrona sputato fuori nel mondo dei vivi e senza alzare lo sguardo prescrivo una mammografia con urgenza, una ecografia mammaria, una valutazione sierologica dei principali marcatori di patologia e una visita chirurgica specialistica in ambito senologico.Penso che quello che sto facendo non ha nessun senso, nessuna prospettiva, nessuna utilità per lei. Né per me. Non servo assolutamente a niente. Certe traversate si devono compiere in solitaria.Quando ho finito le porgo le impegnative e vedo che si è ormai rivestita e sta in piedi davanti alla scrivania seguitando a ricomporsi e sistemarsi minuziosamente la camicetta, i polsini, anche la gonna.Mi chiede che opinione mi sono fatto.La guardo negli occhi e ci incontriamo nell’aria a metà strada, comunque soli.Le dico di non preoccuparsi eccessivamente per il momento, molte infiammazioni finiscono per dare dei noduli fibrocalcifici come quello, intanto è necessario eseguire questi esami poi ci si potrà fare una idea più precisa.Le sorrido nel modo più rincuorante possibile, con spontaneità e senza finzione; non mi sento in colpa per quello che sta succedendo, nelle nostre solitudini siamo in qualche modo più vicini.Le stringo la mano senza compassione, senza pena, non ne avrei comunque nessun diritto.Mi sento dispiaciuto quando la vedo girarsi e uscire dall’ambulatorio con il suo figlio mortale in grembo.

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