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3°
racconto classificato di
Lara Danero – S.Giuliano Terme (Pi)
EREMO MODERNO La mia casa ha solo tre finestre. Neppure una a testa. Ce ne sarebbe, veramente, una quarta, quella del bagno, talmente ridotta e posta quasi a ridosso del soffitto che per aprirla, pur se diventassi alta venti centimetri buoni più di mio padre, che non è propriamente un nano, dovrei comunque salire con un piede sul bordo della mezza vasca, allungare un solo braccio, con l’altro tenendomi allo scaldabagno per non cadere, ed in ogni caso tutto ciò che riuscirei a fare sarebbe di schiuderla per metà, reggendola per uno spigolo, perché andrebbe inesorabilmente ad urtare contro lo scaldabagno stesso. Francamente è un’apertura insignificante che si affaccia, per modo di dire, sul retro del condominio, fronteggiando, miserella, un caseggiato identico al mio, orribile quanto questo, separati i due da una distesa polverosa e brulla di ciottoli ed erbacce, di mucchi di sabbia e arnesi da muratori; soprattutto questi, un museo di cazzuole, pale, carriole, secchi, bottiglie vuote e anche qualche giubbotto, abbandonati ormai da anni, lasciati a bella posta, quelli che non sono stati adottati da qualcuno che ne aveva bisogno, a burlarsi di noi tutti e dell’intonaco che cade a brandelli, a ricordarci tutti i giorni che qui c’è ben poco da aggiustare e che sarebbe invece tutto da radere al suolo senza clemenza. Ma le altre tre finestre, quelle sì che sono importanti. Perché stanno sul davanti, sul lato bello del palazzo, perché tutte si aprono sul ballatoio condominiale. Duecento e venticinque in tutto, tre a famiglia, per settantacinque famiglie, spalmate su cinque piani, affacciate su cinque ballatoi interminabili, senza neanche una rete o qualcosa d’altrettanto economico che divida i fatti nostri da quelli degli altri. La più grande è una porta-finestra laccata avorio, scrostata negli angoli e sporca in basso dove si spinge sempre con i piedi. La rende più personale, unica tra le altre, una tendina a fili in plastica colorata...tutti i bambini - io compresa fino a non molto tempo fa - si divertono ad intrecciarli e a farli schioccare come fruste tenendoli a due a due, ogni volta che passano, di qualunque famiglia siano, che importa, sembra che qui tutto sia di tutti. Questa, oltre ad essere l’ingresso di casa, è la finestra di mia madre. Per me è solo utile, oltre che odiosa. Per la mamma è qualcosa di più. Mette in comunicazione la nostra cucina col ballatoio. Per lei è il confine tra la sua solitudine e quella delle altre famiglie, la zona franca che, attraversandola, alleggerisce i suoi crucci, proprio perché ci restano le impronte di quelli degli altri. Per mio padre essa è il limite tra il pubblico e il privato, chiusa quella non ci si deve più curare di ciò che resta fuori e non si deve più dar conto a nessuno di ciò che accade dentro. Beati loro che almeno ce la vedono, una soglia! Osservandole dalla corte, le nostre tre finestre si distinguono dalle altre per il verde delle persiane, un tono più scuro, e per la loro lucidità di cui mio padre va fiero, perché se le è ripassate tutte, tra Santi e Madonne, il Giugno scorso, dopo che mia madre lo predicava dalla fine dell’inverno e soprattutto dopo che quelli di fianco a noi hanno chiamato il falegname e se le sono fatte rifare tutte nuove, le loro finestre. Siccome mio padre a quelli di fianco non li può vedere perché, dice, sembrano chissà chi ma in fondo sono meno di nulla, come dice lui, ma siccome poi sembrare ha anche il suo peso, specie in un posto come il nostro dove non si riesce a cacare senza che gli altri lo vedano o lo sappiano, ecco che lui, un po’ sacramentando per il solo fatto che ci doveva sudare, un po’ lavorando apposta rumorosamente per farsi vedere, le ha ripassate di lucido. Come se bastasse. A me, quel lucido suona male come un soldo falso, perché si vede lontano un miglio che da sotto, il marcio traspare e il vecchiume affiora...somigliano troppo alla gente, a questa gente, per piacermi le nostre finestre. Si riconoscono subito al volo anche perché la finestra a fianco della cucina ha un’anta che pende a destra ed è orba di due stecche, spezzatesi sotto una mano irascibile, la quale mano lo scorso Giugno non ha pensato di sistemarle, prima di passarci il lucido. Questa è la mia, delle finestre. Sì perché dietro di essa si apre il salotto, e sotto, ma proprio sotto c’è il mio letto, dove dormo ogni sera... non proprio un letto, una poltrona-letto, di quelle che si aprono, comprata d’occasione all’asta fallimentare, tappezzata a fiori blu e gialli che si confondono abbastanza con le patacche d’epoca, scomoda e cigolante, ma comunque un grande privilegio, acquisito per diritto di anzianità da quando mia sorella piccola, non più tanto piccola da stare in culla, è stata trasferita da noi, e adesso divide il divano, che quello non è magico come la poltrona, infatti non si apre e non ha neppure i fiori e le patacche, con l’altro fratello, secondo per età, sette anni e già stufo di dover combattere anche nel sonno per un poco di comodità. Essere grandi ha dunque certi lati positivi, e la notte posso osservare le luci dei fari delle auto che si muovono nella corte, fasci di lame in bianco e nero che compaiono d’improvviso nella stanza, ruotano attorno al lampadario, degradano silenziosi a lambire la libreria, si specchiano un istante per poi scomparire...spettacolo ipnotico...stare con le braccia attorno alle gambe rannicchiate e la testa rivolta in su, alla finestra, a trattenere il respiro aspettandone un altro...attraverso le imposte perennemente accostate, orbe di due stecche...trafitte dalla luce al neon del lampione della corte...sono fantasmi che danzano sui muri...nella testa... Dall’ultima finestra non mi sono mai affacciata. E il non aver assolutamente mai fatto una cosa per tredici anni consecutivi non è mica uno scherzo, difficile almeno quanto fare per tutta la vita la stessa cosa, o stare per tutta la vita nello stesso posto. A parte il fatto che una zanzariera in rete grigia su telaio in legno, umido e gonfio e crudelmente incastrato, mi impedisce di aprirla senza sudare, quella poi è la finestra di mio padre, che illumina la camera matrimoniale. Ed io non amo andarvi. Mia sorella invece, ho visto che volentieri si ferma a giocare dietro la tenda, come se fosse un nascondiglio, parla da sola, canticchia mentre gioca, è un incanto, somiglia alla mamma che a volte sorprendo assorta in questa stanza, come se noi fossimo svaniti, come se una nuvola di sogno le si fosse materializzata d’intorno... A volte mi manda, la mamma, a prenderle delle cose in camera...faccio in fretta, giusto il tempo di annusare l’aria, sa di uomo, mi fa rabbrividire...di tirare un bacio alla foto di mamma ragazza, al mare, che saluta qualcuno che la fa ridere, ed è bella in quella foto...di guardare il letto, sempre tirato, sempre in ordine, come tutta la stanza, come se lì dentro non accadesse mai nulla, non fosse mai accaduto nulla...la penombra, il silenzio che sembra uscire dai muri mi mette paura...scappo via, prima che entri qualcuno e si chiuda la porta alle spalle… Le sto guardando, le nostre tre finestre, dalla corte, seduta su un muretto a fumare, tanto papà dorme e mamma è seduta sul ballatoio con altre donne, a sgranare fagioli dentro una grande zuppiera, che quando cadono fanno un rumore unico, tutto particolare, un troc trotroc, come una pioggerella di sassolini, specie i primi quando la zuppiera è ancora vuota e rimbalzano sul fondo, tristi e duri...mia madre seduta fuori sul ballatoio a sgranare parole, secche e dure anche quelle, che escono da bocche con suoni senza gioia...fumo, nascosta tra le auto parcheggiate, la canicola estiva diventa un ricordo verso sera...i vecchi escono fuori, i bambini giocano a pallone, le loro grida, da dietro il condominio, giungono ovattate e mischiate al polverone che uno scirocco sconfortante solleva di quando in quando...qualche cicala rumoreggia incurante del giorno che muore, uccelli nervosi si chiamano in qua e là...anche la natura pare avere brutti suoni qui...guardo le nostre finestre e penso...che sono uguali a tutte le altre...penso che domani un qualsiasi ragazzo, come me potrebbe sedersi qui, anche lui a fumare di nascosto, a tirare un po’ il fiato prima di rientrare a casa, dopo una giornata dove non si batte un chiodo, senza nemmeno la scuola che ci distragga un po’...magari abita anche lui qui, chissà a quale numero di questo casermone giallo stinto, siamo tanti, non ci conosciamo mica tutti, poi sempre qualcuno nuovo arriva o ritorna, qualcuno sparisce e non ce ne accorgiamo nemmeno...anche lui, aspettando che sua madre lo chiami per cena, cercherà le sue finestre, cercherà il loro segno di distinzione dalle altre, aperte, chiuse, marroni o verde pallido, nuove, cadenti...chissà, ce ne sono di tutti i tipi qui...con gli occhi socchiusi per il tramonto e per l’apatia, tirerà un po’ più a fondo la sua sigaretta...perché è proprio difficile distinguerle dalle altre...sono troppe...cinque file con quarantacinque finestre ciascuna...settantacinque famiglie che si affacciano su un ballatoio, lunghissimo, ognuno al suo piano, tutti uguali anche quelli, con la ringhiera rugginosa, con le piastrelle in graniglia, con travicelli e cavicchi di ferro che fuoriescono dal cemento come ossa fratturate...cinque inferni comuni, per centinaia di persone che entrano escono si incontrano si scontrano si affannano si riposano al sole alla notte brigano trafficano bisbigliano ammiccano cianciano piangono ridono gridano...più che altro gridano...sembra che tutti gridino in questo villaggio...sembra che l’umanità povera debba gridare, affacciata ad un ballatoio, per farsi sentire dal Padreterno...cinque corridoi di immensa desolazione e comune miseria, studiati apposta da qualche mente illuminata, per far sentire un po’ meno ingombrante la miseria, quella privata e personale, quella scritta nei cromosomi, quella abbarbicata all’anima, l’unico retaggio di una razza bastarda, che ognuno poi si riporta a casa, alla sera, chiudendosi alle spalle quelle tre maledettissime finestre. |