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2° racconto classificato di Fiorella Borin – Milano/Venezia
UN TAILLEUR COLOR PANNA
Da claudio.60@timmit.it a miki.b@bar.it Inviato il 14.09.2004 ore 01.15.32 Cara Miki, scusa se da tanti mesi non mi faccio sentire. Non ti ho dimenticata – per favore, credimi! -, e mai come stanotte ho bisogno di parlare con te. Ma data l’ora tarda, è senz’altro meglio scriverti… Sono tornato l'altro ieri da una lunga vacanza all'estero. Mi spettavano sei settimane di ferie, e finalmente me le sono potute godere una di fila all'altra, in piena estate: non mi succedeva dai beati tempi dell'Università! Mi ero fatto l’idea che il giornale non potesse andare avanti senza di me; invece penso che in redazione non si siano neanche accorti della mia assenza. Vedi? Avevi ragione tu, a proposito del mio narcisismo... Delle tappe di questo viaggio ti parlerò più diffusamente un'altra volta, magari per telefono o di persona, decidi tu quando e come (sempre ammesso che tu abbia ancora voglia di vedere il mio brutto muso). Oggi mi limiterò a raccontarti solo un episodio, che mi ha turbato al punto di levarmi il sonno. Tu che ami Stendhal, ricorderai quel che egli disse a proposito dei viaggi, e cioè che si capisce un popolo solo dopo averne osservato con attenzione i mercati e i cimiteri. Decisi di cominciare dai primi. Così, vestito come il turista dei fumetti, armato di cinepresa e macchina fotografica, lo scorso giovedì 12 agosto mi misi a fare il bighellone in un centro commerciale di Tel Aviv. Mi lasciai irretire da un gioiellino di registratore portatile; incantato dalle sue microscopiche dimensioni, lo acquistai e decisi di collaudarlo subito. Volevo portare con me il ricordo non solo delle cose viste, ma dei suoni, delle musiche, del chiasso, delle conversazioni per me incomprensibili che affollavano l'aria. Così lo accesi e me lo ficcai in una tasca della sahariana. Dopo cinque minuti me ne ero già dimenticato, preso com'ero a guardare le vetrine, la gente, le insegne... e anche, sì, lo ammetto, le giovani turiste: nessuna però in grado di competere con te… (non mi credi?) Ma più che altro mi colpì la bellezza di un bambino. Avrà avuto nove, dieci anni al massimo. Un viso dai lineamenti perfetti, nel quale gli occhi neri spiccavano animati da un'inquietudine febbrile. Come se vedesse cose che non c'erano. Incontrò il mio sguardo curioso e andò oltre, dietro di me, lontano. Per lui tutto era fatto di vetro trasparente. Gli camminava al fianco un uomo di mezza età, che lo scrutava non con l'affetto di un padre o di uno zio, no, piuttosto con la severa autorevolezza di un maestro. Lo sorvegliava, lo controllava; ogni tanto gli rivolgeva una frase di cui naturalmente io non potevo comprendere il significato. Andai loro più vicino. Vedi, Miki, in quel momento pensai alla Bibbia, alla Genesi, alla Creazione… Da qualche parte bisogna pur cominciare... E io pensai che il libro che vorrei scrivere da almeno vent'anni e di cui non ho buttato giù nemmeno una riga, proprio da quel bambino sarebbe potuto cominciare. Dai suoi occhi scuri, indecifrabili. Il suo accompagnatore si curvò su di lui e pronunciò un discorso che il bambino doveva ben conoscere, perché ad ogni parola lo vedevo rasserenarsi, distendere i muscoli contratti del volto e delle braccia, raddrizzare le spalle, annuire, uscire dall'infanzia e diventare adulto. L'uomo si levò dalla spalla lo zainetto che gli ciondolava a tracolla e lo consegnò al bambino. Lui se lo tenne premuto sul petto e chiuse gli occhi mentre il suo maestro gli girava le spalle avviandosi verso l'uscita. Vidi le labbra del bambino muoversi recitando qualcosa che mi sembrò una filastrocca. Mi piegai sulle ginocchia per osservarlo meglio. Lui avvertì la mia presenza; spalancò su di me i suoi occhi immensi e, temendo fossi un poliziotto o un ladro, si avvinghiò ancora più strettamente allo zaino. Gli era calata sul viso un’ombra di dolore insostenibile, mentre indietreggiava fino a trovarsi spalle al muro. Non intendevo spaventarlo. Allora mi rimisi dritto, anzi allungai il collo in cerca dell'uomo che gli aveva affidato il prezioso bagaglio per poi lasciarlo solo, come un Pollicino sperduto nel bosco. Fu allora che ti vidi. Vidi proprio te, Miki! Indossavi un elegantissimo tailleur color panna e uscivi dalla bottega di un fioraio. Lasciavi penzolare il bouquet con la rassegnazione di chi porta un molesto sacchetto della spesa. Avevi un'aria così malinconica, mia piccola Miki... splendevi di una luce incongrua nella marea di gente sciatta, sudata, in canottiera e calzoncini… Poi svoltasti bruscamente, e persi anche la dolcezza del tuo profilo. Ti affrettavi verso l'uscita, accordando il tuo passo proprio a quello dell'uomo che andavo cercando. Non so cosa mi prese. Un accesso di gelosia? Un'ansia incontrollabile? Non so definire lo scatto di collera che per un attimo mi tolse il fiato. Miki, non potevo sopportare l'idea che ti camminasse accanto un uomo che non fossi io! Gridai il tuo nome: una volta, un'altra, e ancora… Poi mi slanciai di corsa per raggiungerti, spintonando la gente, sorry, sorry, excuse-moi, pardon, scansando chi mi era possibile schivare, Michela!, Miki!, aspetta, girati, sono io!, tutto travolgendo, fuorché l'aria, che continuava a restare ingombra di altre voci e ti negava la mia. Ti avevo quasi raggiunta, quando esplose il mondo alle mie spalle. Una scheggia mi portò via mezza giacca e l’urto mi scaraventò a terra. Miki, cosa sia successo alle 11 di mattina del 12 agosto nel centro commerciale di Tel Aviv, lo sai anche tu. Ascolti i notiziari, leggi tre quotidiani al giorno, sei la donna più informata che conosca. Non c'è bisogno che ti ripeta quanto già sai: ci furono cinquantatré morti e oltre un centinaio di feriti. Io mi rialzai incolume. Il sangue che mi sporcava gli abiti non era il mio. Nel parapiglia che seguì, provai a cercarti. Ma non c'eri. Tornai all'albergo e lasciai Tel Aviv in serata. Conclusi le ferie in un villaggio-vacanze sul Mar Rosso, senza mai leggere un giornale, come un qualsiasi fighetto per metà scemo e per metà decerebrato. Ma ora devi dirmi la verità, Miki. C'eri davvero a Tel Aviv quella mattina? Claudio Da miki.b@bar.it a claudio.60@timmit.it Inviato il 14.09.2004 ore 12.41.34 Caro Claudio, non sono mai stata in Israele in vita mia. Vanesio e smemorato come sei, mi avrai senz’altro confusa con una che mi somiglia. E' però vero che ho un tailleur elegante, color panna, che tu non puoi avermi mai visto indosso. Ma è un dettaglio irrilevante. Vorrei sapere invece un’altra cosa. Se non ho capito male, avevi in tasca il registratore acceso. Che fine ha fatto quel nastro? E' andato perso, rovinato, distrutto? Oppure lo hai consegnato alla polizia israeliana? Non fare passare altri sei mesi, prima di rispondermi… Michela Da claudio.60@timmit.it a miki.b@bar.it Inviato il 15.09.2004 ore 23.51.07 Carissima Miki, stamane ho portato il nastro a De Ritis, il collega che si occupa di politica estera e che parla almeno dieci lingue, incluse quelle mediorientali. Lo ha ascoltato più volte, con una faccia nera che non ti dico, e finalmente mi ha consegnato il foglietto su cui aveva scarabocchiato la traduzione. Te la ricopio senza aggiungere né togliere niente. Questo è ciò che ha detto l'uomo al bambino: "Come è dolce il profumo dei martiri. Come è dolce il profumo della terra, la sua sete placata dal fiotto di sangue che sgorga dal corpo di un giovane..." E così ha cantilenato fra sé il bambino: “Per la mia patria Shahada mi sacrifico. Come è dolce il martirio quando ti abbraccio, o mia terra. Io chiedo di morire, e mi sarà data la vita.". Forse non sai, come nemmeno io sapevo, che Shahada è la morte per Allah. Non parliamone più, mia piccola Miki. Non lo scriverò neanche questa volta, il libro che avrei voluto cominciare partendo dagli occhi ormai spenti di quel piccolo martire. Dico però che tu mi hai salvato. Tu, o l'angelo che è uguale a te. Se non ti avessi rincorsa, spinto da quel furioso attacco di gelosia, sarei un turista morto per caso: un numero in più nell'elenco dei caduti in questa guerra schifosa che manda a morire i bambini e risparmia i soldati. Raccontami di te, invece. Una cosa qualsiasi: la tua estate, l’ultimo libro che hai letto, se ti sono mancato. Se qualche volta è successo anche a te di scrivere cento volte un nome su un foglio bianco - sempre lo stesso nome -, di guardare il telefono supplicando il miracolo non di una voce ma di quella voce, oppure di trasalire a ogni squillo - perché non sei tu? -, di alzarti in piena notte ossessionata dalla convinzione di trovare finalmente sul computer una e-mail firmata da quel nome - nessun messaggio nuovo - se anche a te è capitato di vedermi dove non c’ero, se ti sono pesati questi sei mesi di assenza. Se mi hai odiato. Se adesso hai capito il mio amore.
Lo accetti un bacio? Claudio Da miki.b@bar.it a claudio.60@timmit.it Inviato il 16.09.2004 ore 12.36.41 Caro Claudio, la mattina del 12 agosto ho indossato davvero, e per la prima e unica volta, quel tailleur color panna. Sono passata dal fioraio di corso Magenta e ne sono uscita con un bouquet; poi sono risalita sul taxi e sono andata in municipio. Qui a Milano. Mi sono sposata, Claudio. Il tuo bacio arriva troppo tardi. Michela |