1° racconto classificato di Claudio Calvi – Varedo (Mi)

La volata

Dicono che il ciclismo sia uno sport individuale perché alla fine è sempre uno solo che alza le mani e vince.

Io non ci ho mai creduto

Dicono che la vita non centra niente con lo sport. E che adesso la vita è solo individualismo, e soldi.

Anche a questo io non ho mai creduto.

Guardavo sulla lastra la macchia densa che il dottore mi stava indicando.

D’improvviso penso che è proprio lì, su quell’ombra informe e grigiastra impressa adesso su di una pellicola che Martina ha incominciato a succhiare la vita.

Ed è lì che Flavio mi accarezza piano piano, prima di accendersi.

Mi viene da chiedermi quale sia stato il primo giorno in cui quell’alone bianco ha incominciato ad essere parte di me.

Il primo istante in cui quelle cellule, le mie cellule avevano incominciato ad impazzire espandendosi in quella maniera strana e spaventosa che chiamiamo tumore.

Chissà, forse in quell’istante stavo ridendo.

O magari no, è stato solo un secondo qualsiasi, forse rotto da un sospiro annoiato, o da una frase banale.

Mi ricordo che anche per Martina non riuscimmo a stabilire il giorno esatto in cui iniziò ad esserci.

Il pensiero di Martina mi butta nel tempo.

Martina che si sposerà.

Martina che avrà un figlio.

E d’improvviso m’assale il terrore di non esserci in quel futuro di Martina. Non poterle sistemare il vestito, o prenderle in braccio il bambino quando è stanca.

Il terrore è una fine inesorabile che sembra d’improvviso lì, un poco più avanti.

Il medico è seduto davanti a me e sta bacchettando con la matita sul piano lucido della scrivania. E’ una scrivania imponente, di legno scuro.

Mi sta osservando, quasi aspettasse qualcosa che sa debba accadere.

Probabilmente è così.

“Ne uscirete” dice d’un tratto.

“Davvero ne usciremo?” chiede Flavio, che probabilmente non attendeva altro.

Lui fa sì, rassicurante.

E poi lui e Flavio continuano a dirsi cose, ma io smetto di capirli. Probabilmente sono altrove.

Osservo la macchia bianca ubriaca del mio terrore. Quella macchia appena vaga sulla pellicola ma così densa e dura nel mio corpo, quella macchia che si chiama tumore.

Tumore, adesso quella parola fa parte anche di me, ma il pensiero della malattia, di cosa essa veramente sia e di cosa veramente essa sarà adesso è lontano.

Sono paralizzata a cercare disperatamente il mio tempo, ore e giorni che verranno.

Come se quella macchia bianca mi avesse tolto ogni immagine del domani.

Come se quell’alone bianco mi svelasse il senso della parola fine.

Nel finale delle corse ciclistiche, quando l’arrivo è in pianura e i corridori sono ancora tutti insieme, c’è un punto in cui il gruppo d’improvviso comincia ad allargarsi.

Allora dall’alto vedi i corridori spandersi sulla traccia d’asfalto come i coriandoli colorati lanciati dalle mani di un bambino.

Non è un punto preciso, cambia di corsa in corsa. Dipende dal percorso, o se c’è vento, o pioggia.

Lì in quel momento potrebbe succedere di tutto. Che la corsa sfugga di mano e parta un attacco che poi non riusciresti a controllare, o che ci sia qualche sbandamento e il velocista possa cadere, o chissà.

Comunque prima o poi arriva il momento in cui d’improvviso l’ordine e l’armonia cessano.

Lì, in quell’istante, ogni ciclista si trova isolato e debole, troppo fragile per lo svolgersi complesso di una corsa.

E’ allora che diventa importante la squadra.

Subito dopo l’incontro col medico, ricordo la cena a casa e la luce del lampadario della nostra cucina che si scioglieva nella minestra di Flavio ad ogni giro del suo cucchiaio.

Mi venne l’immagine di quel lampadario, il nostro lampadario, appeso in mezzo ad altre decine nel negozio e noi convinti che lo indicavamo al commesso. Eravamo più giovani, allora.

Poi ricordo lo sguardo di Flavio fisso dentro il piatto mentre sentivo Martina di là, chiusa in camera, avvolta dalla sua solita musica assordante ed incalzante.

“Avrà capito Martina?” dico a Flavio.

Lui non alza gli occhi. “Sì che ha capito” mi dice.

Poi torna il silenzio fra di noi, e la musica di Martina fuori.

Io guardo Flavio e mi sembra di coglierlo spaventato.

“Io non mi sento diversa da ieri” gli dico.

“Ma tu non sei diversa” mi risponde lui.

E poi d’improvviso scoppio a piangere anche se mi sembra così immotivato quel momento per le lacrime.

Lui si alza, mi prende da dietro e mi stringe forte.

Sento il suo respiro, caldo e sicuro.

Sento il suo respiro, caldo e sicuro.

Io piango, in mezzo al suo respiro caldo e sicuro e intanto mi chiedo se riuscirò mai a fermare le mie lacrime.

E’ lì, nel disorientamento che rischia di diventare panico, che incomincia il lavoro della buona squadra.

E’ allora che diventa fondamentale il compito di ognuno, e se si è buoni corridori e’ l’istinto che ti insegna cosa fare.

E nel silenzio, quasi per miracolo, quella macchia  confusa che era il gruppo diventa una lunga fila, quasi una freccia puntata verso l’arrivo.

Mia madre avrà pianto un milione di volte nella sua vita, solo quando d’improvviso papà si è aggravato e in pochi giorni è mancato non la ricordo commuoversi, ma efficiente e fredda fino all’ultimo.

Ma rammento il suo sguardo lucido ad ogni compleanno e ad ogni Natale, e molte volte quando teneva in braccio Martina, o quando mi vedeva allattare.

Non ero molto certa del mio coraggio davanti alla sua disperazione. Ad ogni mia parola la guadavo impallidire, eppure mi sembrava tenere un comportamento del tutto diverso da quello che mi aspettavo.

Alla fine nessuna lacrima. “Sono sicuri?” mi chiede.

Io le faccio sì e sono pronta ad abbracciarla quando crollerà. Ma lei non si scompone, continua a fissarmi, rigida.

“Il mondo è pieno di donne…” mi dice, e fa un gesto ad indicare fuori, la città che continua a vivere oltre la finestra.

Io apro appena le labbra. Sono interdetta. Mi blocco.

Non la capisco.

Lei d’improvviso completa la frase. “Il mondo è pieno di donne senza seno, ma ancora vive.”

I passisti della squadra del velocista si mettono davanti. Non ti sembrano far fatica ma in realtà la loro è un’arte difficile, sanno pedalare per chilometri e chilometri così veloce che nessuno può scattare.

Chi sta dietro sa leggere la fatica di chi guida e quando è il momento di subentrare. Sono piccoli gesti, le braccia che si aprono, la schiena che incomincia a sbandare di qua e di là.

Allora è il momento per un altro di andare avanti a guidare. E’ come se adesso ognuno vivesse solo per il velocista, perché è lui, in questo momento, il più fragile della squadra.

Gli oggetti così come li vedo da sdraiata, riflessi dalla parete di linoleum, paiono sagome ignote.

E’ come se le luci abbaglianti dell’ospedale avessero il potere di sciogliere in noi il senso che diamo ad ogni forma.

Ho paura.

 “Martina” sussurro, poi vorrei dirle altre parole ma mi blocco perché sento le lacrime sgorgare, e so che non riuscirei a fermarle.

Allungo la mano verso di lei. Si vede che ha voglia di piangere. Ma è coraggiosa, e sa trattenersi.

Me la ricordo bambina, quando cadeva e si faceva male ma si sforzava contorcendo il viso in mille smorfie di non far uscire le lacrime.

Mi chiedo per un attimo se Martina da bambina è stata felice. Se io e Flavio abbiamo saputo renderla felice.

Non ho risposta, o forse mi dico di sì, ma subito quel ricordo di quell’altra me, giovane e sana mi riempie di angoscia.

Alla fine, vinta e spaventata, scoppio a piangere.

Lei si protende e col suo respiro mi sfiora il viso.

“Piantala di pensare” mi dice, e mi stringe.

D’improvviso nel suo abbraccio mi sento calma.

Forse è il tranquillante che inizia a fare effetto, ma è come se adesso fossi io protetta dal suo grembo.

“Vero che mi sveglierò Martina?” le dico.

“Sì, mamma” dice sicura, ad alta voce, quasi mi rimproverasse.

E quel mamma mi riporta a quel che sono, a quel che devo sforzarmi di essere.

Faccio un cenno deciso all’infermiere che incomincia a spingermi verso la sala operatoria.

Poi è il momento della volata. Un istante violento che entra nei muscoli come una rasoiata.

Il velocista deve saper essere più forte di chi spinge, di chi sgomita.

Deve saper ascoltare fra le urla della folla il suo respiro sottile e fregarsene del mondo, evitare le braccia e le teste che si protendono dalle transenne, vincere il vento o gli schizzi della pioggia, i flash o il sole che abbagliano e continuare a far girare i pedali fin oltre l’ultimo fiato.

Al risveglio la prima cosa che ricordo è la sagoma confusa del medico davanti a me.

Gli chiedo qualcosa. Non credo di fare un discorso sensato, farfuglio.

“Tutto a posto” mi dice “Ho scavato, ma è tutto a posto”.

Io sorrido, o almeno credo di sorridere, ma poi dubito di avere capito esattamente quel che dovevo capire.

Mi chiedo se non mi direbbe le stesse parole anche se a posto non ci fosse niente e se la situazione fosse ormai irreparabile.

Poi mi addormento di nuovo, e vado lontana.

Chi aiuta per ultimo il velocista è uno che lo conosce meglio di se’ stesso.

Conosce ogni sua sensazione, sa capire dal suo respiro se sta bene oppure no, e dal muoversi del suo pedale sa quando lui vuole partire, se all’ultimo momento, o un po’ prima.

Sa chi e che cosa il velocista teme.

Chi aiuta per ultimo il velocista è uno che insieme a lui di corse e di volate ne ha perse e vinte tante.

E sa che in fondo il principio per aiutare è lo stesso di quando devi vincere.

Devi partire e lasciare gli altri indietro.

Solo il pensiero che hai dentro è diverso. Hai la certezza che alla fine dovrai essere superato.

Dovrai perdere da quello che sta dietro di te e che indossa la tua stessa maglia.

Alla fine sarà lui che prenderà gli applausi, ma sai anche che tutto questo succede perché lui ha un bisogno assoluto, quello di essere aiutato da te.

E’ come se fosse la prima volta.

Ricordo, allora ero una ragazzina accaldata e tesa.

Eravamo nella camera dei miei, in montagna.

Flavio mi guardava timido, spaventato forse più di me.

Io alla fine mi trovo nuda in piedi davanti a lui, e lui incomincia ad accarezzarmi, impacciato.

Così è stata la nostra prima volta.

Una meravigliosa e ingenua prima volta.

Adesso nella nostra camera con Flavio sto vivendo l’ansia di un’altra prima volta.

Sono nuova, ma stavolta per quello che non ho più da mostrargli. Nuova proprio in quella zona scavata e inesorabilmente vuota, là dov’era il mio petto.

Cerco di leggere la sua espressione.

Lo pensavo intimidito, forse falsamente comprensivo, inorridito magari.

Invece no, sorride.

“Bestia”, mi dice, “che buco”.

Io quasi piango.

Viene vicino e mi accarezza, piano, il viso.

Quella sua normalità mi porta d’improvviso nella cosa più semplice, che è tornare a sentire normale la mia vita.

Di nuovo magicamente torno a sentire che ancora mi resta tempo.

Tempo difficile e duro, forse, ma tempo.

Tempo di paure e ansie, forse, ma tempo.

Sì, non so quanto sarà. Se ore, o giorni, anni o decenni.

Ma in questo non sapere mi sento di nuovo esattamente uguale ad ogni altra persona che adesso sta camminando su quel marciapiede lucido di pioggia che è il mondo oltre la mia finestra.

Poi, alla fine, se tutto ha funzionato bene e si è fortunati, rimane quella foto.

Il velocista che alza le mani perché ha vinto.

Gli altri della squadra, dietro, neanche li noti.

Forse per molti conta solo quell’istante.

Ma è come se da una cima fissassimo per ore la luce abbagliante e immobile di un faro.

Senza accorgersi che la città che sta ai suoi piedi è bella come il ricamo di un presepe, e nei colori splendente e mutevole come il più prezioso gioiello.

Sì, dicono che quello che conta è quell’attimo, quella foto, il corridore che esulta con le braccia alzate.

Perché alla fine è lui, uno solo, che vince.

Ma se sapessero la verità…

La verità non è mai un attimo.

E’ sempre una storia.

La verità non è mai la vittoria di uno solo.

Ma è lui che vince per la gioia, e con la gioia, della tanta gente che fa e farà la sua vita nel tempo che verrà...

Ritorna alla graduatoria