10a poesia classificata di 
Benito Galilea (Roma)

Clochards


Prossimi allo sfratto, a loro ci pensa il Comune
se hanno posto fisso, se guadagnano il normale
e se per campare vivono vestiti otto ore al giorno
come statue viventi ai lati della Standa. Quasi
artisti di strada senza dimora che non sia un cartone,
gente che saluta a cenni come da un quadro in movimento:
Giuseppe con l’elastico al carrello, Plinio dall’odore
pungente che fa subito zittire, un fisarmonicista che stuzzica
i tasti suonando ai pendolari. Poi vengono barboni
e soppesati, mandrilli senza pene da mostrare, operatori
e volontari in rete o sui giornali: da queste finestre
sfarinano i contorni di turisti e piccoli industriali.

E’ un giorno feriale senza gloria, di quelli dove è
possibile conoscere i nessuno tra i morti sopravvissuti
per difetto. E se ne vanno come passi stampati dal rullo
degli impianti, tra siringhe arrugginite e ossi di pollo
dal sapore marcio, le università per bene in fondo alla stazione.
Si evita il morbo lavandosi le mani nel nasone, buttando
all’untore una moneta per scansare i flagelli delle piaghe.

E quando il sole tramonta sull’Aniene, ci pensano
i vigili in divisa a interrogare le ombre leggere
che si muovono di notte, nel liquame che avanza
dai tombini per portare intatti questi re dell’alba
al vivere piano delle nostre coscienze: mendicanti
e fumatori di tutto, senzatetto con lavavetri e
turnisti dei ponti giù a Magliana, ilari confusi
per il troppo bere, cercatori di pasti da dividere a metà.

Sul tardi il vento suona una campana per placare
all’origine la carità di questa città cristiana, nel sonno
dei piccoli inciampi delle periferie ovattate: lacrime
di Sant’Agostino scavate al sorgere dell’anima.

Così i tanti pidocchi della strada se ne vanno
a cinquant’anni senza scrivere una storia, senza
un rigo che ci faccia star bene quando ognuno
di noi avrà dentro qualcosa al loro posto.


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