4a poesia classificata di Maffei Marco – Novara

Man on wire

 


7 di agosto del ’74.
World – Trade – Center, notte di New York.
Il cielo è chiaro di infinite luci
sparpagliate dai casi della vita.
Sono all’ultimo piano, in cima al mondo
salito come un ladro, un clandestino
venuto fin quassù con pochi amici
per quest’impresa, perché il mio destino
è di stare affacciato allo strapiombo.
Non ho, da mesi, che un pensiero solo:
siamo arrivati con il nostro carico
di attrezzature di amuleti e ferri
poi teso un cavo, qui, tra le due torri,
della lunghezza di 60 metri
a 411 dal suolo.
E lo percorrerò, restando in bilico
senza cinture, senza sicurezza
e con la grazia e con la gentilezza
e la poesia di cui sarò capace.
In quel momento, io sarò felice :
come la pioggia quando cade in mare
come i primi tre passi di un bambino
che non conosce ancora il capitombolo.
Eccomi a voi, signori, mi presento :
sono Philippe Petit, sono Il Funambolo !
Per affrontare questa prova estrema
bisogna essersi quasi addormentati
sul filo, dopo lunghi allenamenti
sfiniti per lo sforzo e la fatica;
bisogna essere stati rovesciati
dall’aria dell’oceano prepotente,
avere camminato lungamente
all’ombra della sera, che è nemica,
sopra fili ghiacciati dall’inverno,
arroventati dall’estate torrida
o resi scivolosi dalla pioggia
E modellato bene i propri muscoli,
fino a cavarne lunghi filamenti
perché solo con quelli si pareggia
la spinta imprevedibile dei venti.
Da lì può cominciare l’ avventura.
Io ho camminato sopra Notre Dame
nella mia prima uscita clandestina
poi sopra un ponte a Sydney, in Australia
e un giorno forse andrò a Gerusalemme
nel cielo fra Israele e Palestina.
Stare sospesi, è solo un esercizio.
In fondo, è solo il gioco d’un artista.
Ma il filo, prima, devi immaginarlo
disteso dove il vuoto è insopportabile:
due orli di qualunque precipizio,
due sponde fra nemici irriducibili
due torri, oppure solo la distanza
brevissima tra due punti di vista.
L’altezza è immensa, ormai sono sul bordo.
Il filo chiama ed io non so resistere
Sta per sorgere il sole e nel mio sguardo
appena sotto un velo di vertigine
Si stende la città, con le ombre sue.
Ecco il momento che non lascia scampo.
Ecco la verità che taglia in due.
Spostare il peso, tutto, del mio corpo
dal piede che è ancorato all’edificio
a quello che è appoggiato sopra al cavo.
Il dubbio che precede il primo passo ,
sapere che più in là non c’è ritorno…
Ci vuole tutto, tutto il mio coraggio…
Sono partito! E adesso in equilibrio,
gettare in là il pensiero, con la forza,
per traiettorie vaghe e inafferrabili,
appeso a queste nuvole di garza.
Avanti un passo e un altro, forte e piano
senza che il movimento si interrompa
come in amore, come in una danza
trovare un vento buono che sostenga
non cedere all’altezza che lusinga
e diffidare sempre della quiete.
Avanti, ancora, come non si sa
sapendo che ogni metro è una scommessa
contro qualunque probabilità.
E quando, all’improvviso, in una raffica,
il cavo si sottrae sotto i miei piedi
Si affloscia, torna in alto vibra e oscilla,
e l’unico pensiero che si affaccia
è la morte, in agguato, vicinissima,
distante un passo o appena un movimento
io so che devo farmi, in quel momento,
leggero come un volo di farfalla
avere il peso, appena, di una goccia.
Poi trovo il ritmo, trovo quel respiro
che ho immaginato in tutti i sogni miei,
e sono in armonia con l’universo.
Oh voi che mi guardate, come perso
nel cielo, senza mai vedermi in viso,
soltanto un’ombra lieve, quel profilo
che passeggia, che salta, che sta immobile
sono il conquistatore dell’inutile,
quassù mi sento già pari agli dei !
Quassù sono il Guernica di Picasso
la voce di Caruso, che trascina
il gol di Diego Armando Maradona :
sono un’opera d’arte che cammina.
Adesso basta, adesso, adesso scendo
è quasi un’ora che indietreggio e avanzo,
che corro, che m’inchino, che mi stendo.
Appena poso il piede sulla torre
mi aspetta, al solito, la polizia.
I modi sono bruschi, per dovere,
ci sono giornalisti dappertutto,
ma appena siamo soli in ascensore
l'agente un agente si congratula con me.
E poi mi guarda e chiede solamente:
questa cosa che fai, dimmi … perché ?
Ed io vorrei rispondergli che è uguale
a quello che fa lui da quando è nato.
Forse che il mondo, in basso, è meno ostile ?
E non è vero che ciascuno ignora
quanto breve sia il tempo che è restato ?
Che si cammina su ghiaccio sottile
e la felicità è una perla rara.
Questa folla non sa che mi somiglia .
Che fra la gente, in strada, che mi acclama,
perché ho rischiato tutto nel mio gioco
qualcuno non vedrà arrivare sera .
Ma sono euforico e dico solamente
che non ce l’ha, un perché, la meraviglia.
Eccoci a terra. Un sorso d’acqua ancora
poi, fuori, a raccontare la mia storia.
Domani, dopo questo po’ di gloria,
cosa sarà di me, del mio futuro ?
Se morirò, me la sarò cercata.
Se invece sarò bravo a non cadere
arriverà, col tempo, la paura:
un giorno come gli altri, sopra al filo,
durante un esercizio conosciuto
in un passaggio noto e ripetuto.
E il giorno dopo sarà lì, di nuovo
già sulla piattaforma, ad aspettare
ancora prima che io muova il passo;
poi si accomoderà, sempre più in basso
finchè, posata ai piedi della scala
mi impedirà di spingermi nel vuoto.
E allora non sarò mai più funambolo
avrò un destino da sopravvissuto
e non mi resterà altra via d’uscita
che rifugiarmi, infine, nella vita.

 

 

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