10° racconto classificato di Lattarulo Mauro – Genova


L'ACCORDATORE DI ANIME

 

Erano le otto e trenta, Cristiano Valenti, tirò su il bavero della giacca umida di pioggia, e si affrettò ad aprire il negozio.

Nel farlo, provò una punta d’orgoglio sotto quel temporale che imperversava in via Monteleone 3, all’angolo con viale Venezia: il suo negozio di strumenti musicali non lo aveva mai aperto con un solo minuto di ritardo.

Benché nella sua infanzia, avesse immaginato di diventare un brillante musicista, per singolare ironia, era finito col venderli gli strumenti musicali, anziché suonarli.

Vendere strumenti musicali, era una passione che si tramandava da padre in figlio, da tre generazioni.

Prima suo nonno, poi suo padre e infine lui. Tre generazioni che messe insieme, facevano la bellezza di duecento anni, e più.

In tutti quegli anni, il negozio non subì grandi trasformazioni, mantenne le stesse caratteristiche dell’arredamento originario, a tal punto da caratterizzarlo e renderlo unico nel suo genere. L’insegna rimase la stessa di due lunghi secoli: una striscia di lamiera che suo nonno aveva fatto dipingere a mano da un noto artista dell’epoca. Vi era riprodotta la tastiera di un pianoforte con due affusolate mani rosee che la suonavano. Poco più in alto sullo sfondo di un cielo azzurro, una melodia di crome e biscrome, volteggiava imperturbabile.

In basso a destra, c’era la scritta:

“ Valenti “, strumenti musicali.

Chi entrava in negozio, respirava un’aria di antico.

Per Cristiano, gli strumenti musicali erano come figli: li spolverava, li lucidava, li vestiva d’affetto. Era capace di riconoscerli anche a occhi bendati, tanto li amava. Gli bastava avvicinarsi a pochi centimetri, fiutarli, ed era fatta: li riconosceva dall’odore della loro anima, da quell’essenza che stava nel cuore del legno, e che li faceva discernere l’uno dall’altro.

Ma Cristiano non aveva bisogno di bendarsi gli occhi: era cieco.

Con il tempo, nel buio che lo accompagnava da sempre, aveva saputo trovare le giuste armonie, insieme alla convinzione che la musica non aveva bisogno di occhi, ma di orecchie disponibili. Ogni volta che vendeva uno dei suoi strumenti, un piccolo dispiacere lo assaliva: un po’ come vedere un figlio che si sposa e va via di casa. Allo stesso modo, amava pensare che i suoi strumenti musicali, una volta usciti dal suo negozio si sposavano con la musica di chi li avrebbe suonati. E, se per lui, gli strumenti musicali erano come figli... a qualcuno aveva dato anche un nome.

Il negozio aveva tre ampie vetrine.

Nella prima vetrina, c’era Giacomo il contrabbasso, così lo aveva battezzato, che si faceva ammirare dai passanti sfoggiando curve sinuose ed eleganti. Era il figlio più grande, il maggiore che vegliava sui fratelli minori: le chitarre e i violini.

Nella seconda vetrina, stava rilassato un pianoforte a coda, un vecchio Pleyel, lungo quasi tre metri, che rapiva gli occhi di tutti custodendoli segretamente nel cuore della sua cassa acustica.

Nella terza vetrina: spartiti musicali e accessori vari, stavano ben ordinati in una vetrinetta scaffalata.

Cristiano aveva 80 anni. Si sentiva vicino alla morte. Ogni tanto ci pensava a quella cosa lì. Sapeva che prima o poi sarebbe accaduto. Ma non sapeva quando. Certi pensieri a ottant’anni, si fissano nella mente, come chiodi sui muri dove appendere i quadri della propria vita.

Era solo. Non si era sposato. Nonostante ciò aveva figli: figli di legno, li chiamava.

Erano figli particolari i suoi: ordinati, composti, che non chiedevano mai nulla. Figli che non lo avevano mai fatto soffrire. Figli che non gli davano apprensione. Figli muti, ma che al momento giusto parlavano... parlavano attraverso la voce dei loro suoni.

Ogni giorno che passava, chiedeva una sola cosa a Dio: poter continuare a svegliarsi accanto ai suoi figli di legno: tra vibrazioni di corde, tra giri di chiavette, tra armonie di legni parlanti, tra suoni di tamburi, tra profumi di ebano, pioppo, frassino e abete.

Lui non sapeva suonare, era un venditore, ma in un certo senso, era come se ne fosse capace. Quando restava solo in negozio, un solo pensiero lo pervadeva. Si immaginava seduto al pianoforte che stava suonando: le sue dita leggere come ali di farfalle, danzavano sulla tastiera del vecchio Pleyel... e gli sembrava di suonarle e sentirle per davvero le note di Chopin, il musicista che aveva sempre amato.

Il suo era un trasporto spirituale; scivolava dolcemente dentro un vortice d’armonie fluttuanti; solo il suono del campanellino collegato alla porta d’ingresso, trillando, gli faceva percepire che era entrato un cliente, e il suo sogno si spezzava, riportandolo a quello che era sempre stato: un venditore di strumenti musicali.

Un giorno diverso dagli altri avvenne qualcosa d’insolito.

Sul gradino della vetrina centrale, quella del pianoforte, si sedette un uomo.

Cristiano non lo poteva vedere, la patina bianca che si era posata sopra i suoi occhi fin dalla nascita, non glielo permetteva. Ma lui aveva affinato un modo tutto suo di vedere. Vedeva attraverso le proprie sensazioni: spostamenti d’aria, percezione di rumori, tatto, odori. E, quella persona davanti al suo negozio, lui la vedeva, o meglio, la percepiva a causa di quell’intenso profumo di pino silvestre che emanava.

Porgendo l’orecchio alle voci provenienti dall’esterno del negozio, intuì che si trattava di un mendicante. Lo capì dal ritmo intermittente di quella sola parola che pronunciava:

- Grazie!

Da quel giorno in poi, quell’uomo, immancabilmente, continuò a sedersi sul gradino del suo negozio.

Passò un mese.

Cristiano tollerava quella presenza apparentemente insignificante. In fondo che fastidio gli dava? Anzi, provava simpatia nei suoi confronti. Una simpatia, ispirata dalla buona educazione che quell’uomo possedeva. Perché Cristiano aveva un buon orecchio, e in quell’orecchio sentiva che il tono di quella sola parola “ grazie “, aveva il sapore leggero della gentilezza; di chi nella vita aveva sempre avuto la giusta misura, nel rapportarsi con gli altri.

Cristiano si domandava spesso, il motivo per cui quell’uomo avesse scelto proprio il suo negozio, dove chiedere l’elemosina. Forse perché nel gesto di porgere la carità c’è musicalità: quella che si sente nel tintinnio delle monete quando cadono nel cappello. Una strana associazione lo ammetteva, ma pur sempre appartenente al mondo dei suoni. Ma di quella singolare visione, non era del tutto convinto.

Cristiano, con il passare dei giorni, imparò a conoscere perfettamente il punto esatto, dove il mendicante si sedeva e appoggiava la nuca contro la vetrina. Sentiva quel piccolo rumore sordo, quasi impercettibile del capo, nel momento in cui urtava la vetrina nell’atto di appoggiarsi. Sapeva anche che quel punto, coincideva con la coda del pianoforte che stava dall’altra parte della vetrina. Gli sembrava quasi di vederlo, quel musicista stanco che riposava accanto al suo strumento.

Un giorno, Igor il mendicante, quello era il suo nome: entrò in negozio.

- Chi è? C’è qualcuno? - domandò Cristiano, mentre il profumo di pino silvestre si faceva più intenso.

Igor stava in silenzio. Non rispondeva.

- Sei tu, vero? - fece Cristiano. - Lo so che sei tu. Puoi anche parlare. Non avrai paura di un povero cieco, spero.

- Il pianoforte ha il do centrale calante. - disse secco, Igor.

- Ma tu come fai a saperlo?

- Lo sento tutte le volte che i suoi clienti, provano il pianoforte.

- Sì, lo sento anch’io. - ammise Cristiano

- Se c’è una cosa che non posso sopportare, è di vedere un pianoforte zoppicante. - disse Igor. - Se mi è permesso, vorrei porre rimedio a questa dissonanza. Sempre che in questo negozio, ci sia una chiave per l’accordatura...

- Sì, dovrei averla di là. La vado a prendere. - si affrettò Cristiano.

Mentre andava a prendere la chiave, Cristiano, pensava a come mai stava facendo quello che quell’uomo gli aveva chiesto, senza porsi troppe domande. Accondiscendeva, come se quella persona fosse di una familiarità abituale, nel suo negozio.

- Ecco qui la chiave! - disse Cristiano, cercando a tastoni il pianoforte.

- Igor, aprì il coperchio del pianoforte, accarezzò delicatamente le corde facendole suonare, allo stesso modo come si carezzano i capelli sulla testa di un figlio.

- Bel pianoforte! - osservò. - E’ straordinariamente somigliante a quello che usava Chopin. Se non fosse per... giurerei che questo è proprio il... - si fermò senza concludere la frase.

Poi, riprese a parlare con più sicurezza:

- Ecco qui il do centrale con l’anima affranta. - disse, fermandosi con il dito indice sulla corda calante.

Inserì la chiave sulla base della testa della caviglia, e mentre metteva in tensione la corda per riportarla all’unisono con le altre, disse: - Un tempo lontano mi prendevo cura dei pianoforti. Lo facevo con passione. A volte passavo anche un’intera giornata, per accordare l’anima di ogni singola corda di un pianoforte. Ogni corda un’anima. Ogni anima un suono. Ogni suono un ritmo. Ogni ritmo una melodia. Ogni melodia un messaggio.

Una corda stonata in un pianoforte... è come sangue malato che contagia la buona circolazione sanguigna dello strumento. - terminò Igor.

Poi, Igor posò la chiave sul pavimento e l’appoggiò contro una gamba del pianoforte. Iniziò a suonare una composizione di Chopin:

“ Nocturne n° 2 op. 9 “

Le sue mani si muovevano con sapienza sulla tastiera, rivelando un talento straordinario dietro quelle spoglie di mendicante. Eseguiva quel notturno di Chopin in modo sublime.

Cristiano rimase estasiato, da tanta bravura. E, quella che stava ascoltando era la composizione di Chopin che più preferiva.

Quando Igor, terminò di suonare, Cristiano applaudì per cinque lunghi interminabili minuti. Poi, si lasciò andare agli elogi: - Bravo! Bravo! Bravo!

Ma tu chi sei, veramente? - domandò Cristiano.

La sua domanda non ebbe risposta.

Cristiano, allora, allungò il braccio, passò la mano sul sedile del pianoforte e lo sentì vuoto. Igor era sparito. Se n’era andato in silenzio, lo stesso silenzio con cui era arrivato.

Cristiano, sorrise, e gocce di lacrime traboccarono dalle sponde dei suoi occhi ciechi.

Il giorno seguente come quelli che lo seguirono, e per tutto il resto dei giorni che gli restarono da vivere: Cristiano non incontrò mai più Igor.

“ L’accordatore di anime “.

E, per le volte che pensò a lui, gli piacque immaginarlo seduto davanti a un negozio di strumenti musicali, lì, ad aspettare il momento del soffio: quello dell’ anima.

 

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