7° racconto classificato di Rossi Luciano – Brugherio (Mi)

Un gusto per volta


Le farò avere una lettera per la mia più cara amica italiana…”

Così mi stava dicendo al telefono Frances Lanza di Trabia, traduttrice americana di Riccardo Bacchelli. Il suo italiano è impeccabile e la voce di contralto è dolce, costante nel tono e nel timbro:

“…Oh, no. Grazie! Le ha detto Joseph quanti anni ho? Venga a bere un buon caffè italiano. A cena inviti una signora più giovane di me!

Venga alle nove di venerdì sera…ho anche una sorpresa per lei. Joseph le ha dato il mio indirizzo? Abito al numero trentaquattro della 64a strada west, al quarto piano, a due passi da Central Park e dal Lincoln Center. Il venerdì sera non è facile trovare un taxi a Manhattan. Se vuole, a piedi dal suo hotel, sono dieci minuti di passeggiata.”

Arrivando dalle luci del piazzale del Metropoltan la via mi pare buia. L’edificio sembra di fine Ottocento. Nei fregi attorno alle finestre c’è un ricordo di Liberty.

Alla base del palazzo un locale sta chiudendo, un caffè dall’inatteso nome francese: “Le Café des artistes”. All’interno si vedono i camerieri che riordinano tavoli e sedie.

Mi arriva la voce di Edith Piaf….Sono in anticipo di cinque minuti.

Le luci del bar si spengono. La voce tace.

All'appuntamento m'aveva portato una telefonata a Frances, il lunedì precedente, da parte di Anna Dadderio, direttrice del centro culturale italiano a Montreal. Chiamò direttamente l’amica dalla sua bella casa al colmo della ripida salita della rue de la Montagne, nello scintillio delle luci della città riflesse dal notturno insondabile delle acque del San Lorenzo.

La ricordo quando arrivava al Centro Culturale Italiano a New York, in Park Avenue - così la ricorda Anna - col passo un po' legnoso, rigido. Il carico squilibrato della borsa dei libri la piegava sulla destra.

Anche quando si liberava del peso dei volumi, manteneva la stessa postura: una vita per la letteratura! I capelli bianchi per la brina del parco, sorride appena. A volte può sembrare piuttosto scostante ma è solo molto timida e riservata.

Ha sofferto molto per il fallimento del suo matrimonio italiano ma ha ottenuto dal tribunale di Manhattan la facoltà di mantenere il cognome dell’ ex-marito, il principe romano.

Sarà lieta per la sua visita. Ama parlare italiano.

Joseph ha regalato il suo libro a me ed a Frances, ‘Il Paese degli Afghani’. Le è piaciuto. Il suo parere è autorevole. A me quel viaggio è sembrato un’avventura straordinaria. Davvero siete stati ricevuti a corte dal re dell’Afghanistan? Già, era inutile chiederlo: si trattava di una spedizione alpinistica ufficiale ed avevate con voi un regalo del presidente Saragat!

Questo è il numero telefonico di Frances …”

Il portiere, un gigante con la divisa da ammiraglio, mi apre e mi attende all’esterno della guardiola:“Aspetti per favore. L’annuncio.”

L’ingresso è decorato da affreschi un po’ naif: panorami, figure di contadini al lavoro.

Frances mi attende, già col profumo di caffè che s'insinua tra gli odori dei vecchi libri che tappezzano il soggiorno, dal pavimento al soffitto. Il mio primo libro di racconti, 'Il Paese degli Afghani', rompe la monotonia dei colori con la sua rossa copertina ed il viso truce e barbuto di Muhammàd John, sul tavolino al centro della stanza.

Ho tradotto in inglese la sua poesia 'Pace per un Afghano'. Ecco la sorpresa per lei.

Gulam Masùm è un personaggio forte e vivo e la rappresentazione di quella guerra atroce è vivace e penetrante in quei versi. Da questa poesia potrebbe ricavare un'intera storia. Notevole la prefazione di Ettore Mo. Leggo anch’io i suoi reportages sul Corriere dell Sera...

Ma che significa per lei lo scrivere? Un divertimento da manager? E poi, via, un ingegnere....! Joseph m’ha detto che nella presentazione del libro, al convegno sull' Afghanistan a Roma, Norberto Bobbio l'ha definita un ingegnere pentito. L'hanno detto anche di Gadda!”

“E’ vero. Ma avendolo già detto di Gadda, non posso certo dolermene!

“Darò i versi da lei tradotti ad un poeta afgano. Ho tentato di tradurli in inglese per lui. Vuole farne una versione in pashtù per portarla ai ragazzi profughi a Quetta in Pakistan di cui è stato nominato vice direttore. Parte tra pochi giorni e la versione inglese fatta da lei è certamente migliore della mia, maldestra e priva di musicalità.”

Quando si scrive e si pubblica non sappiamo dove finirà il nostro lavoro. A volte fa il giro del mondo…ma ora servo il caffè.”

Attraverso la porta aperta, dalla cucina mi giunge la sua voce:

Ogni volta che vado in Italia, non manco di passare qualche giorno ospite di Ada Bacchelli. Lei non viene a New York. Credo che non si sia più mossa da Milano dopo la morte di Riccardo. Per voi il caffè è un rito. Lo è diventato anche per me, fin dall’inizio degli oltre dieci anni passati a Roma.”

La traduttrice di Riccardo Bacchelli ha tradotto la mia poesia! Forse potevo sperare di essere assolto come scrittore, almeno con formula dubitativa.Chissà.

Mi confortò in questo pensiero anche il fatto che intendesse affidarmi una lettera per la sua più cara amica italiana, la signora Ada Bacchelli.

E già mi vedevo, fattorino intercontinentale, alla soglia della casa del Maestro, mentre, temendo di perdere banalmente l’occasione di respirare l'aria ispiratrice dello scrittore, resistevo al suggerimento detto al citofono di porre la missiva nella cassetta della posta e pretendevo di consegnarla io stesso alla signora Ada, e vederla, parlarle (“...la sua gentile amica di New York Le manda questa lettera che ho voluto portarLe personalmente ecc,ecc”), e percepire l’atmosfera che al Poeta aveva suggerito quello splendido endecasillabo: Anima Tu dell'aria, umor di luce...

Così Riccardo Bacchelli, scrittore a me ben noto ma di cui non conoscevo le opere di poesia, descrive sua moglie, in un sonetto a lei dedicato, se mi è lecito staccare un verso da una lirica senza che avvizzisca come foglia staccata dal ramo.

La lettera di Frances non fu pronta in tempo per il mio rientro in Italia.

Ripreso, come ogni volta, dal cumulo dei problemi di lavoro ritrovati in sede, attesi qualche giorno. Finalmente mi decisi e telefonai alla signora Bacchelli.

Rispose Siùm, una voce acuta, con la sua pronuncia a sillabe quasi staccate, come usano gli orientali. Poi si sovrappose la voce di Ada Bacchelli, evidentemente da un altro apparecchio.

Siùm mi aprì al piano e mi accompagnò nel salotto.

Ada Bacchelli mise un segnalibro tra le pagine che stava leggendo: un’aureola di capelli bianchi, un sorriso dolcissimo, gli occhi socchiusi alla luce forte del pomeriggio che, pur trattenuta dalle tende, entrava in una lama abbagliante:

E’ arrivata la lettera che Frances avrebbe voluto affidarle. Mi scrive: quel signore è persona gradevole e, se ho capito il personaggio, non sarà certo l’assenza della mia lettera che gli impedirà di telefonarti…” Ne ridemmo insieme anche se io rimasi un po’ sconcertato.

Nella vecchia casa di via Borgonuovo, a Milano, un sipario di silenzio taglia fuori il traffico di città, la fretta spigolosa e prepara all'incontro.

Gradisce un caffè?...Siùm!...Mi racconti: come ha conosciuto Frances?Come sta?”

Siùm ci versa il caffè.

“Grazie. Lo prendo amaro.”

Anche noi lo abbiamo sempre gustato amaro: un gusto per volta, fino in fondo…

(Noi!? Non è certamente riferito al buon indiano Siùm! L’impressione che Riccardo Bacchelli, silenzioso, fosse seduto nella poltrona al suo fianco non mi abbandonò più.)

“…Ho mantenuto questa abitudine. Riccardo disapprovava che si inacidisse, con lo zucchero, l’aroma del caffè. Voleva che lo facessi nella vecchia Mokai. Aveva anche la mania della temperatura della tazza. Dovevo intiepidirla prima di versarvi il caffè.”

La signora Ada quasi rovesciò il capo sul colmo dello schienale della poltrona. Tacque per qualche momento ad occhi chiusi.

Io attendevo. Ogni tanto Riccardo assaggiava il caffè senza mai distogliere gli occhi dal foglio su cui stava scrivendo. Ora ascolti alcune sue poesie, dalla sua viva voce registrata.”

I titoli nitidi e appena staccati, i versi fluidi ma incisi e grevi di senso, quella erre arrotata e rotonda, la voce ricca di espressione come la ricordavo alla radio, il profondo della cultura dell'antico e dell'oggi, la definizione poetica della poesia, folgorante dardo improvviso e gli occhi…gli occhi della signora Ada, quel grigio nel fuoco dello sguardo all'infinito, quel dialogo non udibile nella mia estraneità dolorosa a quella spirituale ricongiunzione coniugale.

Quando la voce del Mastro tacque, Ada Bacchelli si alzò.

A piccoli passi, oscillando nel recuperare l’equilibrio di una deambulazione un po’ incerta, arrivò allo scrittoio. Sollevò un rettangolo di pelle nera e da sotto trasse un foglio senza abbassare lo sguardo, senza riaprire gli occhi.

Ho sempre portato con me questo foglio. La calligrafia è sua. Ci sono ancora tre piccole macchie di caffè. Aveva scritto senza smettere di sorbirlo. La sua mano forse aveva tremato…

Anima…tu…dell’aria…”

“…Umor di luce.”

Lei conosce questo verso! Caro, caro amico, quando mi lascerà, il più tardi possibile, mi rammenti di darle una copia della commemorazione di Riccardo, letta a Brera da Maurizio Vitale. Non dimentichi anche di farmi una dedica sul suo libro.”

(Dimenticarmene !?). “Posso scrivere: alla cara e gentile signora Ada?”

Cara…sì. Gentile non lo sono spesso. La prossima volta porti anche sua moglie; sono certa che faccia un ottimo caffè. Deve essere una persona meravigliosa. Non si può scrivere senza avere al fianco una donna così, reale, presente o ricordata.

Sabato 18 ottobre 1986.

Rientro da una breve assenza di lavoro.

Fra la posta, una piccola busta del professor Alfieri, il presidente dell’ Ordine Nazionale Autori e Scrittori: “...e proprio in questi giorni è mancata la vedova Bacchelli.”

Il dolore è improvviso, sternale, lacerante, come quando non arrivai in tempo a salutare mia madre.

Avevo fatto l'ultima telefonata alla signora Ada in luglio, dalla Malpensa:

“ ...domani porterò i suoi saluti a Mrs. Frances.”

Quando torna venga a trovarmi. Ormai, senza Riccardo, ricevo ben poche visite.

Ieri ho telefonato a Frances. Siùm mi ha preparato uno specchietto dello spostamento dell’ora per evitare di disturbarla di notte. Ha detto che intende proporre al suo editore la pubblicazione del libro che lei ha scritto. Frances lo tradurrebbe volentieri.”

Quella volta andai all’imbarco ballando sulle punte, nonostante la sacca pesante!

Avrei dovuto capire! Avevo vagamente intuito ciò che stava per succedere, quella imminente ricongiunzione della signora Ada col marito.

L'avevo visto nei suoi occhi che in quel momento non vedevano altro, neppure me che le stavo seduto di fronte. In quello sguardo fuori fuoco, il grigio dell'iride opaca, quasi velata, si dilatava fino a darmi l’impressione che fosse cieca, come volesse isolarsi da tutto.

Ero rimasto dolorosamente estraneo. Non avevo intuito che il nostro primo incontro, rimasto unico, sarebbe stato un addio.

Visitatore gradito, sì, ma ormai di un mondo che la signora Ada aveva già lasciato, anima d'aria, umore d'una luce estiva che le cortine filtravano in una atmosfera, così rara a Milano, d'estate dorata.

La ricordo così.

Ospitale, dolce con chi le parlava ma senza poterla distrarre dal suo teso cammino di ricongiungimento con l'altra metà della sua anima, mentre la voce registrata del Poeta la portava in spirali sempre più lontane da me, diviso da lei dal pulviscolo dorato e danzante nella lama di luce.

Ricordo le sue ultime parole mentre mi accompagnava, reggendosi al mio braccio, lungo il corridoio verso l’uscita:

Porterò quel foglio, quel verso, anche nel mio ultimo viaggio. Porterò con me anche la sua tazza e la vecchia Moka. Chissà, forse vorrà che gli prepari un caffè.”

Le tesi la mano.

Lei l’afferrò e mi attirò a sé stringendosi a me, senza peso alcuno…

Nel mio studio l'aroma forte del caffè non arriva ancora.

Nel silenzio della casa mi giunge il tintinnare delle tazze.

È l’ora infatti.

Qui prevale ancora, secco e penetrante, il diffuso odore dei libri.

Un solo gusto per volta, fino in fondo.

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