Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L’aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
La camera ha tende, appese alla finestra, leggere e sottili come veli, increspate e stinte nei loro disegni a cerchi concentrici simili ai bersagli dei tiri nei luna park. Ondeggiano lievi come fantasmi, in un filo d’aria appena sospirato tra le trame sciupate degli infissi. C’è un letto a due piazze, di ferro battuto, cigolante nella sua testiera ballerina con un medaglione laccato di cherubini sognanti, e un materasso sfatto a righe larghe, bianche e blu, soffocato dalla polvere come un piumino nella cipria. Sono rimasti anche i comodini, bassi, di legno chiaro, con le antine socchiuse e un orinale dentro e, sul pavimento di graniglia, ingombra il passo, un tappeto sfrangiato, srotolato per metà e ingrigito negli anni. Chi abitava questo appartamento ha lasciato tracce impalpabili. Impronte più grandi oppure più ridotte, stampigliate alle pareti, alcune sospese, altre appoggiate a terra, tingono in chiaroscuro la sfiorita evanescenza di una tappezzeria di boccioli di rose e di giunchiglie, accartocciata in lembi penzolanti. Sono ombre di cornici e di tele, di modeste stampe, ordinate in terzine oppure a coppie, il contorno panciuto di un barometro appiccicato ad un tramezzo, i segni dell’imperfetta simmetria di due applique ai lati di quello che doveva essere uno specchio, messo lì per dare luce e spazio ad un angolino spento dell’ingresso. Certi accenni rivelano dov’era una credenza, uno stretto guardaroba, forse una cassettiera, abbozzano le linee accostate dei ripiani di una libreria.
E’ vuota da tempo questa casa, all’ultimo dei piani di un palazzotto ammuffito del centro. L’aria pesante che la opprime ha il sentore di vecchio e d’appassito, lo stantio amaro del chiuso e del distacco, soffocante è l’invadenza del suo silenzio, anche il monotono gocciolio di un rubinetto pare il lacrimare composto di una veglia.
Ho spalancato le persiane al sole di un maggio fiorito e alla vista di una distesa infinita di tetti dai coppi macchiettati, curiosando tra i cortiletti ombrosi e le piazzette raccolte della città vecchia, nell’abbaglio della cupola policroma, incastonata come gemma, tra le cuspidi barocche della cattedrale. Immagino che davanti a questa finestra del salotto fosse stata messa una poltrona, un’ottomana dai colori tenui, un lilla sbiadito o un verdolino acerbo, con un tavolino accanto e forse una rivista, un giornaletto pettegolo, una bomboniera sbeccata oppure la maiolica di un vasetto ricamato. E penso a come, per una vita intera, avesse guardato fuori, in certe giornate trasparenti di primavera o nella dissolvenza di tanti pomeriggi nebbiosi, quel ritaglio di mare che sfuma l’orizzonte, nella vana attesa di un ritorno, di un’anonima telefonata, di una lettera d’addio.
Ci sono indizi che suggeriscono abitudini e capricci, pignolerie, come le mollette da bucato, perfettamente ordinate, in una scatola di scarpe, la compiacenza per una marca di profumo, dimenticato a gocce in un boccetto, un pettine di madreperla con il suo astuccio trasparente, qualche saponetta alla lavanda ancora impacchettata, i bigodini in un sacchetto, una vaporosa mantellina appesa ad un gancio, sulle piastrelle confetto di un bagno intartarito.
Sono rimaste poche cose, in questa casa spogliata, trascurabili nullità lasciate da una mano furtiva, eppure così vere ed allusive per chi, come me, ha bisogno di sapere.
Una decrepita macchina per cucire a pedale, abbandonata da tempo in un ripostiglio cieco, e rocchetti di filo, aghi, elastici, cerniere e spilli in una cassettina di legno, i fogli sottili tratteggiati dei figurini in una cartellina, scampoli di seta, forbici arrugginite e gessetti spuntati danno l’idea del lavoro di una sarta, di una rammendatrice, di una modellista. La penso, con un paio d’occhialini sul naso, china ad imbastire orli a pantaloni, ad attaccar bottoni, ad impunturare giacche, a scucire errori, un risvolto mal fatto, l’arricciatura molle di una camicetta, l’ audacia di uno spacco troppo aperto in una gonna.
Sono salito a vedere questo appartamento da solo. Ho ritirato le chiavi dal portiere, acido e scontroso, di poche parole. Terzo piano, interno nove, un’interminabile sfilata di gradini precari, una scala angusta e cupa, un lucernario di vetri a losanghe appena accostato e pianerottoli con solitarie piantine spoglie ed avvizzite, una carrozzella, l’odore della minestra e del soffritto filtrato dagli stipiti di portoncini inconsistenti con qualche nome esotico scritto malamente sulle etichette sghembe dei campanelli. Sono salito lento, con il passo pesante della mia corpulenza e della mia età, per incontrare qualcuno.
Della cucina non hanno lasciato nulla. Chi ha saccheggiato questa casa, con la scusa di una custodia cinica e venale, l’ha fatto nella certezza che nessuno l’avrebbe più pretesa e tanto meno abitata. C’è uno scatolone, proprio sotto il lavandino dove gocciola tedioso il rubinetto, di quelli grandi e resistenti dell’imballo dei televisori, chiuso alla meglio con una cordicella.
Un colapasta, dei mestoli di legno, un apriscatole antiquato, una caffettiera, quel che resta di un servizio di posate, sette bicchieri spaiati, una manciata di tappi di sughero, un ferro da stiro, un ventaglio con il leone di San Marco, alcune scatolette di medicinali, un crocifisso, un album di fotografie, inutile ciarpame per l’occhio lungo del portiere.
Poche, rare istantanee in bianco e nero di una giovane donna, con i lunghi capelli raccolti in una crocchia e grandi occhi persi nel vuoto, un mezzo sorriso d’ insopportabile lontananza, un volto magro, affilato, quasi d’imbarazzo o di circostanza. Altre, a colori, in un’età matura, nell’ effervescenza di una gita a Venezia. Una sola, ingiallita, fotografia di un marinaio in divisa.
C’è un calendario alla parete fermo all’ultimo settembre.
Ho riconosciuto subito la scrittura, nelle brevi annotazioni appuntate sulle sue pagine leggere; un numero di telefono, un nome, una scadenza, un indirizzo. La stessa calligrafia minuta di quelle lettere senza nome, colme d’amore e di disagio, che ricevevo quando ero bambino. E ho rivolto lo sguardo verso il mare, da cui sono venuto per metà, la travolgente passione di una notte e tante promesse infrante, e poi oltre le colline, là dove il sole andrà a morire, alla Divina Provvidenza, dove mi hanno cresciuto. Ho una moglie e un lavoro arrabattato con fatica, vivo in affitto da una vita. Questo appartamento diventerà la nostra nuova casa, arrivata qualche settimana fa con la fredda raccomandata di un notaio, l’inaspettata volontà di una sconosciuta. Adesso so com’era, dalle poche cose lasciate in questo appartamento che mi parlano di lei. Ho dato dell’acqua a quella strana pianta abbandonata sul balconcino, miracolosamente sopravvissuta, come me, ad una stagione difficile e ho trovato la forza e la pietà di perdonare mia madre.