2a poesia dialettale classificata
di Diana Sciacca - Cervia (RA)

Dvintê’ nòn

                                                                                                    

Sóra la còndla, te, nòn, incantê a gvardê’,
t’a-n sé cvel di’.
U j è un ânžul còma cvi ad che pitór…
Murbi gmisël de’ zil; uva dólza,
mél de’ tu filér;
tènar žarmoj e pân dla vita.
 Lozla de’tu grân ch’la va int e’ bur dla nöta
de’ temp senza nòm ch’ e’ sarà.
Zet, t’sté a gvardê’  che u j sia ignacvël:
e t’vé cuntènd al didi dal manin
che al-s môv apèna,
còma un fòfal d’vent e’ toca un fjór.
La boca znina, u j baluga un mëž suriš.
La maraveja ad cal zej ciuši ch’al trèma
sóra un sogn ch’e’ bala e’ sòn de’ mònd.
Sta zet.  Férma e’ rispir cun e’ magon in góla
a e’ cuspët dla vita che la j è int l’alvêda.

Diventare nonno

Sopra la culla, tu, nonno, incantato a guardare,
non sai che dire.
C’è un angelo come quelli di quel pittore…
Morbido gomitolo del cielo; uva dolce,
miele del tuo filare;
tenero germoglio e pane della vita.
Lucciola del tuo grano che va nel buio della notte
del tempo senza nome che sarà.
Zitto, stai a guardare che ci sia tutto
e vai contando le dita delle manine
che si muovono appena,
come un alito di vento tocca un fiore.
La bocca piccola, vi balugina un mezzo sorriso.
La meraviglia di quelle ciglia chiuse che fremono
sopra un sogno che danza il sonno del mondo.
Taci. Ferma il respiro col groppo in gola
al cospetto della vita che è all’alba.

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